Il rebus della Bce: potenziare il bazooka se l’inflazione delude

bzzkkDopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Banca centrale europea sul mercato, con il Quantitative easing, l’inflazione annuale nella zona euro è appena dello 0,2 per cento. E le aspettative del mercato sul carovita fra 10 anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se laBce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani Mario Draghi e il board dell’istitutodi Francoforte constateranno che, da sola, la Bce per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili.
Mario Draghi sarà ricordato a lungo per il «whatever it takes» del 2012: la Banca centrale europea presieduta da lui – assicurò – avrebbe fatto «qualunque cosa serva» per preservare l’euro. Ma il successo di quelle tre parole rischia di oscurarne altre. Nel novembre 2015 Draghi disse che la banca era disposta a fare «tutto il necessario», un mese che avrebbe agito «senza limiti né indebiti ritardi», e il mese ancora successivo ricordò: «Non molliamo». Parlava della diga che stava alzando contro una minaccia di deflazione sempre più evidente nell’area euro.
Draghi in seguito è passato dalle parole ai fatti. Nel 2015 la lanciato un piano di acquisti di titoli in gran parte pubblici, un anno dopo lo ha rafforzato e in questi giorni quel programma ha superato quota mille miliardi di euro. Eppure queste azioni della Bce non hanno avuto lo stesso successo schiacciante del «whatever it takes», per un motivo che Draghi stesso ricorda di frequente: la Bce, da sola, non può risolvere la carenza di investimenti nell’area euro.
Queste settimane stanno confermando che una banca centrale non è onnipotente neanche a pieno regime. Dopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Bce sul mercato, l’inflazione annuale nella zona euro è appena di 0,2% malgrado prezzi del petrolio stabili rispetto a 12 mesi fa. Le aspettative del mercato sul carovita fra dieci anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se la Bce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa: quando i prezzi in tutta l’economia cadono, famiglie e imprese rinviano le spese in attesa di migliori affari domani, mentre il peso dei vecchi debiti aumenta rispetto ai ricavi di chi deve rimborsarli.
La Bce lo ha evitato. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani constaterà che, da sola, per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili. Lo zoccolo dell’inflazione di base in area euro oggi è persino più sottile di pochi mesi fa, al punto che il bazooka sembra ogni mese meno efficace. Un sostegno dai governi aiuterebbe, se favorissero un programma di investimenti coordinati almeno da 800 miliardi di dollari sul modello dell’amministrazione americana nel 2009. Ma quell’aiuto non arriverà: l’Italia e la Francia hanno bilanci già troppo carichi di stress e di sprechi; in Germania solo i 40 miliardi impegnati per 1,1 milioni di rifugiati impedirà al governo di chiudere l’anno con un colossale surplus non speso. La Bce dovrà continuare a contrastare la marea della deflazione con le proprie armi, oltre l’attuale scadenza nel programma d’interventi nel marzo prossimo. Il problema è che deve cambiare al più presto le proprie stesse regole, perché in base a quelle attuali tra non molto non ci saranno più titoli tedeschi (e portoghesi) da comprare sul mercato. Ma non sarà facile. Concentrare gli acquisti solo sui bond di alcuni Paesi può suscitare tensioni politiche; anche accettare bond tedeschi a rendimenti molto negativi creerebbe problemi, perché per la banca centrale questo provocherebbe forti perdite. Altre soluzioni tecniche non mancano, eppure sembra sempre più difficile che la Bce possa continuare a comprare nuovi titoli di Stato oltre la fine del 2017. A quel punto,secondo Goldman Sachs, la Banca d’Italia per conto della Bce avrà già incamerato titoli di Roma equivalenti a cinque anni dell’attuale deficit pubblico. Il vero vincolo per lo Stato, più del Patto di stabilità Ue, sarà riuscire a vendere debito sul mercato quando questa grande mano protettrice di Francoforte si sarà ritirata.

Federico Fubini
Corriere della Sera 6 settembre 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_06/rebus-bce-potenziare-bazooka-se-l-inflazione-delude-784cf632-746a-11e6-b267-7b6340139127.shtml

Tassi a zero

drgqI tassi di interesse resteranno ‘ai livelli attuali o più bassi per un esteso periodo di tempo’, è quanto ha affermato il presidente della Bce, Mario Draghi che ha deciso di azzerare i tassi d’interesse, sorprendendo i mercati finanziari. Le misure varate dalla Bce rappresentano una decisa accelerazione della politica monetaria per contrastare i timori di deflazione.Il piano di acquisti proseguirà ‘se necessario’ oltre la scadenza prevista del marzo 2017 – ha spiegato Draghi – e in ogni caso fino a quando vedremo una sostenuta risalita della dinamica di inflazione a valori coerenti con gli obiettivi. In più, ha annunciato Draghi, la Bce ha tagliato le sue previsioni di crescita sull’area euro, all’1,4% sul 2016, all’1,7% sul 2017 mentre sul 2018 stima un più 1,8%.Queste misure decise dalla Bce non sono una reazione eccessiva alla caduta del petrolio, ma la risposta ‘ad un cambiamento significativo’ delle condizioni generali in cui la Bce opera e puntano a ‘rafforzare lo slancio dell’economia’ e favorire il ritorno dell’inflazione media dell’area euro ai valori obiettivo.Si tratta in particolare del taglio ai tassi di interesse con quello sui depositi che scende a -0,40%, del potenziamento di 20 miliardi al mese del Qe, dell’allargamento degli acquisti ai corporate bond, e un nuovo Tltro…

http://www.lettera43.it/attualit/draghi-taglia-i-tassi-d39interesse-resteranno-cos-a-lungo—la-notizia_43675237872.htm

Ecco le cinque mosse:

1. Il tasso scende allo 0,0%

Si diceva che non sarebbe mai sceso oltre la soglia definita «invalicabile» dello 0,25%, e invece a sorpresa il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha portato a zero il tasso di rifinanziamento principale delle banche, ovvero quanto gli istituti pagano per finanziarsi presso la Bce. Una mossa con la quale la banca centrale prova a smuovere, a cascata, tutti gli altri tassi.

2. Il taglio sui depositi e il mondo dei margini negativi

La Bce ha anche portato il tasso sui depositi a -0,40%. Tradotto, vuol dire che le banche potranno ricevere il denaro a costo zero ma che se lo depositano di nuovo presso la Banca centrale europea dovranno pagare un piccolo interesse. Infatti questa misura non incontra le simpatie delle banche e degli istituti di credito europee, perché va a incidere (non poco) sugli interessi dei prodotti finanziari (leggi, in primis, assicurazioni, prestiti, mutui, ecc).

3. Da aprile 20 miliardi in più ogni mese

Non più 60 ma 80 miliardi al mese sul programma di acquisizione del debito avviato lo scorso anno dalla Banca centrale europea. Con l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce finora si è registrato un effettivo abbassamento del costo del debito, e uno dei paesi dell’area euro a beneficiarne è stato certamente l’Italia. Ora il piano di Quantitative Easing aumenterà di altri 20 miliardi, un terzo in più di quanto acquisito finora. Inoltre i limiti sugli acquisti possibili da parte della Bce per una singola emissione di bond saliranno al 50% (attualmente è il 33%).

4. La Bce potrà comprare anche i bond delle grandi aziende

Se ne parlava, ma sembrava più fantafinanza, invece adesso davvero la Bce potrà finanziare direttamente le grandi aziende, attraverso l’acquisto di bond societari, purché abbiano un rating con livello d’investimento (cioè non speculativo). Fino ad ora il Quantitative easing ha riguardato in primis titoli di Stato e pochi altri bond emessi da agenzie europee o entità nazionali di rango istituzionale (come la Cassa depositi e prestiti).

Draghi vuole vedere a tutti i costi un effetto sull’economia reale. Più liquidità alle aziende, soprattutto nelle regioni d’Europa in cui industria, manifattura e agricoltura sono attualmente in crisi, significa non solo farle ripartire. E vederne già tra un anno gli effetti sul Pil dell’eurozona.

5. Soldi subito alle banche che aiutano l’economia

Da giugno la Bce immetterà sul mercato un pacchetto di quattro prestiti “TLtro” alle banche. Tradotto, gli istituti di credito e le banche pagheranno un tasso tanto più negativo (a partire dallo 0,00% del tasso principale) quanto più faranno credito. E per la prima volta il tasso su questi prestiti sarà non più il tasso principale ma il tasso sui depositi, quindi negativo: in pratica la Bce pagherà alle banche che ricevono un prestito un tasso dello 0,40%.

Aldo V. Pecora

http://smartmoney.startupitalia.eu/analisi/53049-20160310-draghi-5-mosse-bce-spiegate

Rendimenti negativi: un paradosso

Investire in titoli a reddito fisso per ottenere un rendimento negativo — vale a dire pagare un interesse a chi si indebita prendendo in prestito il nostro denaro — è uno dei grandi paradossi della crisi finanziaria. Già nel 2011 i rendimenti dei Bund tedeschi erano scesi per la prima volta sotto zero, ma a partire dall’agosto del 2014, quello che fino ad allora era stato un fenomeno isolato è diventato una consuetudine. Attualmente i titoli tedeschi fino a una scadenza di 7-8 anni pagano un tasso negativo, ad esempio il Bund a due anni offre il -0,32%. Le emissioni elvetiche a dieci anni sono state il primo esempio di bond a lungo termine con un tasso inferiore allo zero. Ma come funziona, tecnicamente, il paradosso di un rendimento negativo? La cedola va in rosso quando il prezzo a cui viene acquistata una emissione è superiore al valore di rimborso del capitale, più gli interessi. Questa circostanza si verifica o quando l’emissione viene lanciata a un prezzo superiore alla pari (paghi 101 e ti rimborso 100), oppure, più frequentemente, quando la quotazione di un bond — a causa della forte domanda degli investitori — sale così tanto da superare la somma di tutti i flussi cedolari futuri più il valore di rimborso.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

L’età dell’oro per le cedole

É molto lontana l’epoca in cui i rendimenti dei Btp veleggiavano al di sopra della doppia cifra. Oltre 20 anni fa, nel marzo del 1995, la remunerazione offerta dal titolo decennale italiano raggiungeva infatti il 13,5% ma in corrispondenza di un tasso di inflazione che in quell’anno andava oltre il 5%. Il Bot annuale, alla stessa data, offriva un rendimento stellare del 12,2%. Dopo di allora il processo di convergenza delle politiche monetarie e dei tassi di interesse che portò alla nascita ufficiale dell’euro il primo gennaio del 1999, spinse i rendimenti verso il basso. Quando la moneta unica fu tenuta a battesimo dai mercati il Btp a dieci anni rendeva il 4,03% e i Bot a un anno il 2,88%. Chi avesse investito sui massimi di rendimento del 1995, acquistando Btp, in appena 4 anni avrebbe realizzato un guadagno di quasi il 60% grazie al forte incremento delle quotazioni. L’impennata più recente risale invece al novembre del 2011. Quell’anno la crisi degli spread esplose portando il differenziale a 556 punti, in corrispondenza di un rendimento del Btp del 7,11% (il Bot, a dicembre, toccò il 6,1%). Ai prezzi di ieri il Btp a dieci anni offre l’1,34% mentre il titolo quinquennale lo 0,40%.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

Risparmi per le casse del Tesoro

I mini tassi, sempre più tendenti al rosso, aiutano il Tesoro italiano e più in generale tutti i governi dell’euro a risparmiare soldi sul servizio del debito pubblico. Nel caso limite della Germania dove i tassi negativi dei Bund interessano le emissioni fino a sette anni di vita, lo Stato tedesco non solo risparmia ma incassa dei soldi da chi desidera appunto utilizzare le sue obbligazioni come parcheggio di sicurezza. Secondo alcune stime i titoli di Stato che pagano rendimenti negativi oggi in tutto il mondo hanno raggiunto e superato i 5 mila miliardi di euro. Quanto vale il risparmio da tasso negativo? In Italia il segno meno davanti ce l’hanno stabilmente i Bot, mentre i Btp più brevi finiscono con il meno davanti nei momenti in cui i rendimenti si comprimono molto. Un effetto che tenderà ad accentuarsi nei prossimi mesi, anche per effetto degli acquisti più massici da parte della Bce. Secondo alcune stime, finora, il Qe per l’Italia ha portato oltre 6,5 miliardi di risparmi per le casse del governo. Ma se non torna un po’ di inflazione, che rende meno oneroso qualunque prestito grazie alla svalutazione del capitale nel tempo, nessun risparmio da tasso negativo potrà intaccare seriamente il nostro mega debito.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

La Bce non tocca i tassi

dadtassNessun cambiamento del costo del denaro nell’Eurozona: come da attese, la Banca centrale europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%.

Spiegando la scelta, il governatore Mario Draghi ha convinto con le sue parole i mercati della volontà – crescente in seno a Francoforte – di essere ancora più accomodanti, cioè pompare più denaro nel sistema. Ha sì confermato ampiezza e portata del piano d’acquisto di titoli lanciato a marzo scorso (Quantitative easing), che sta dando risultati sul miglioramento delle condizioni dell’accesso ai finanziamenti. Ma ha anche rilanciato: possibili modifiche per dare ulteriore supporto all’economia sono rimandate a dicembre, quando saranno disponibili le nuove stime dello staff di economisti della Bce sull’andamento dell’economia e dell’inflazione. Gli investitori hanno interpretato la posizione dell’Eurotower come un annuncio di qualcosa che accadrà, semplicemente poco più avanti nel tempo: l’euro è sceso sotto la soglia di 1,12 dollari, le Borse europee hanno guadagnato quasi tutte il 2% e lo spread tra Btp e Bund tedeschi è calato sotto 100 punti (non accadeva da marzo)……
Secondo gli analisti di Ig Markets, “Draghi ha voluto lasciar intendere in modo forte e chiaro che la Bce terrà una posizione aggressiva sui mercati pronta a intervenire se le pressioni deflazionistiche dovessero aumentare”. Per gli esperti di Barclays, le parole del governatore rafforzano un incremento del Qe entro fine anno e il suo prolungamento – per sei o nove mesi – oltre la scadenza naturale del settembre 2016.

Le attese sono state così centrate: i mercati si aspettavano parole ‘da colomba’, che segnalassero la volontà di agire modulando il ritmo e la quantità degli acquisti di titoli (anche di Stato) nell’ambito del Quantitative easing lanciato nel marzo scorso. “Pensiamo che la Bce segnalerà che è pronta ad agire, se necessario, e che la porta è aperta per un ulteriore allentamento, ma più probabilmente in occasione delle riunioni dicembre o gennaio”, riferivano gli economisti di JPMorgan in una nota.

Già l’austriaco membro del board, Edwald Nowotny, ha notato nei giorni scorsi che fino ad ora non si sono visti grandi risultati sul fronte dell’inflazione. A settembre i prezzi al consumo dell’Eurozona hanno mostrato una dinamica negativa (-0,1% su anno) e, se un livello di inflazione prossimo allo zero proseguisse, la Banca centrale potrebbe decidere di estendere durata o portata del suo programma di acquisto di asset privati e pubblici da 60 miliardi di euro al mese. Il Qe è stato lanciato a marzo per contribuire a riportare il tasso verso l’obiettivo di un rialzo annuo “sotto ma prossimo al 2%”, come da mandato della Bce. Timidi segnali di ripresa sulla dinamica dei prezzi sono emersi dalla lieve risalita del tasso swap cinque anni su cinque anni, cioè l’inflazione che il mercato si aspetta di prevedere fra altri cinque sulla distanza di altri cinque anni. …

Raffaele Ricciardi

La Bce non tocca i tassi, Draghi sposta a dicembre l’ampliamento del Qe

Repubblica 22 ottobre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/22/news/bce_draghi_tassi_interesse_quantitative_easing-125654325/?ref=HREC1-19

 

 

Come parla Draghi

Cambiano i tempi e cambia anche il lessico pop della finanza. Archiviati da tempo gli anni Settanta e Ottanta, con il «serpente monetario», la «superinflazione» a due cifre (pensare che oggi il pericolo è la deflazione fa sorridere) e la «svalutazione della lira», appannati i «BoT people» e scomparso il «panino e listino» della bolla di fine millennio, oggi gli italiani devono fare i conti con una terminologia nuova e in parte ancora oscura. A partire dalla parola simbolo della crisi dell’eurozona: lo «spread», ovviamente del BTp con il «Bund tedesco» (altra new entry). ….

Enrico Marro – Il Sole 24 Ore

E tu, quanto ne sai della terminologia della Banca centrale europea? Ecco un quiz per metterti alla prova e vedere quante “parole misteriose” dell’Eurotower conosci.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-06-08/capisci-draghi-quando-parla-test-scopri-sigle-misteriose-bce-174331.shtml?uuid=ABPtLhuD

Draghi è il motore

draghingiSu Mario Draghi esistono giudizi complessivamente positivi che però differiscono sui tratti caratteriali che lo distinguono. Alcuni lo vedono come un “homo oeconomicus“, altri come economista, certo, ma anche politico, anzi soprattutto politico perché mette l’economia al servizio del bene comune. Credo che questo secondo giudizio sia quello giusto. Del resto lo storicismo, cioè il frutto maturo dell’Illuminismo, identifica economia e politica; l’economia ha infatti l’etica come cintura di sicurezza o, se volete, l’amore per se stesso (economia) e quello per gli altri (etica). La politica li condiziona tutti e due e la dinamica fa sì che a volte predomini l’uno e a volte l’altro senza però che l’aspetto più debole scompaia del tutto.

Draghi è, secondo me, il tipico esempio di chi mette gli strumenti dell’economia che la Bce possiede, al servizio della politica e usa il mercato non solo come stimolo alla crescita ma come sviluppo delle istituzioni europee verso l’obiettivo d’uno Stato federale.

Da domani avrà inizio l’intervento della Bce e delle Banche centrali nazionali sul mercato dei titoli pubblici. L’operazione è attesa già da due mesi. È stata deliberata definitivamente un mese fa e domani comincia. Gli effetti sul mercato sono stati registrati da tempo ma giovedì e venerdì scorsi hanno compiuto ancora un balzo: il prezzo dei titoli è aumentato al massimo facendo diminuire lo spread rispetto ai Bund tedeschi a 100 punti-base e praticamente allineando il tasso di cambio tra l’euro e il dollaro alla parità con vantaggi evidenti sulle esportazioni.

Bisogna sottolineare ancora un aspetto di questa operazione: il grosso degli acquisti sarà compiuto dalle Banche centrali nazionali (l’80 per cento del totale) e il 20 direttamente dalla Bce. Le conseguenze politiche che quel 20 eserciterà sono la proprietà europea di quei titoli perché stanno nel portafoglio della Bce, istituzione europea per eccellenza del cui capitale sono azionisti tutti gli Stati membri dell’Unione.
Il significato è evidente: un quinto dei debiti nazionali diventa debito europeo.

Il giornale “Il Foglio” di giovedì scorso, in un articolo di Aresu e Garnero, ha paragonato Draghi ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori dell’indipendenza dell’America e ministro del Tesoro nel governo di George Washington. Una delle operazioni di Hamilton fu di considerare i debiti degli Stati dell’Unione come debiti federali. Ed è in questa stessa direzione che sta operando Draghi. Quel 20 per cento porta inevitabilmente, specie attraverso l’unione bancaria europea, alla nascita per ora parziale ma certamente evolutiva, dell’assunzione dei debiti nazionali in debito sovrano europeo con annessa garanzia europea dei depositi bancari, della vigilanza europea sulle banche e, di fatto e di diritto, alla cessione di sovranità fiscale e del bilancio unico dell’Unione monetaria e politica. Alcune di queste misure sono già in atto altre saranno l’evoluzione necessaria della costituzione dello Stato federale……

Da: Perché è Draghi il motore della crescita europea. Di E. Scalfari  – 1 marzo 2015 – Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2015/03/01/news/perch_draghi_il_motore_della_crescita_europea-108440662/

 

L’Hamilton riluttante

A Draghi si chiede di agire da politico. Ma il banchiere centrale non può né vuole farlo fino in fondo

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126097/rubriche/draghi-hamilton-riluttante.htm

 

I giorni neri del petrolio

 

petrolllIL 2014 si chiude all’insegna del contro-shock petrolifero”. È una crisi vera, di cui si cominciano solo ora ad intravedere tutte le ramificazioni. È una tempesta paradossale, contro-intuitiva. Il formidabile cambiamento che l’ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l’Italia che sono consumatori e importatori di energia. Tant’è: la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera, e Wall Street (la piazza finanziaria del nuovo petro-Stato che è l’America) ha subito le perdite più pesanti degli ultimi tre anni.
Gli investitori mondiali, grandi e piccoli, si sono gettati ad acquistare titoli del Tesoro americani e tedeschi: il tipico bene-rifugio che viene accaparrato nei momenti di panico. Questa “fuga verso la sicurezza” ha sospinto di nuovo i tassi d’interesse a livelli bassissimi, che sono anch’essi un segnale di pericolo. Un Bund tedesco della durata di 10 anni oggi rende 0,64%. Il rendimento dovrebbe almeno compensare l’inflazione. Un interesse così vicino allo zero per un periodo così prolungato significa che i mercati non vedono l’ombra di una ripresa dei prezzi e quindi della crescita, neppure su un orizzonte lontano.
A scatenare quest’ondata di paura è appunto il contro-shock energetico. Che si tratti di un evento di tipo traumatico, violento, lo dimostra la caduta dei prezzi. Il petrolio si è dimezzato dai suoi massimi del 2010. Ha perso quasi il 50% solo da giugno, in sei mesi. E il 10% di caduta del prezzo si è concentrato nell’ultima settimana.
Questo non è un ribasso, è una rotta disordinata, un tracollo senza rete. La brutalità dell’evento è già di per sé un dato che turba i mercati perché tutti gli scenari ne sono sconvolti. Ancora più grave è il ribaltamento nell’interpretazione di questo sisma. Ancora poche settimane fa prevaleva una lettura di questi eventi dal lato dell’offerta: l’energia costa sempre meno perché se ne produce sempre di più. Questo è positivo, per chi la consuma. Ma più di recente è prevalsa la lettura dal lato della domanda: l’energia costa sempre meno perché se ne consuma sempre meno. Questo non è affatto positivo, è un segnale di peggioramento dell’economia globale.
All’inguaribile stagnazione dell’eurozona, nell’ultima parte del 2014 si sono aggiunti altri due freni: la Cina rallenta, il Giappone è ricaduto nella recessione. Di qui un effetto domino. Sono risucchiate nella crisi tutte le nazioni emergenti che da vent’anni erano state proiettate verso il boom dalla domanda cinese di materie prime. Ecco perché il contro-shock fa tanta paura: l’energia a buon mercato è un ottima notizia per una parte del mondo, ma le cause che ci stanno dietro non lo sono affatto.
Dal lato dell’offerta, cioè della produzione, stanno avvenendo alla velocità della luce dei cambiamenti secolari. Li restituisce in modo efficace un esempio fatto dal Wall Street Journal . Dal 2008 a oggi, sono letteralmente scomparse dai mari 100 super-petroliere al mese: sono quelle che trasportavano 90 milioni di barili mensili in provenienza dai paesi dell’Opec per il mercato Usa. Una sola nazione come la Nigeria ancora nel 2010 consegnava agli Stati Uniti un milione di barili al giorno: oggi zero, non c’è più una sola goccia di petrolio nigeriano in arrivo qui. Questo perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione energetica che ha il suo epicentro proprio sul territorio americano. È una rivoluzione fatta di nuove tecnologie che hanno travolto antichi equilibri, trasformando tutti i parametri economici dell’energia. Certo vi hanno contribuito anche le fonti rinnovabili, che continuano a progredire e a costare sempre meno. Ma assai più potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali.
Il settore petrolifero si è trasformato da un’industria pesante a un’industria “leggera” nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quello che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Gli Usa hanno superato la Russia nella produzione di gas, si avvicina il sorpasso sull’Arabia Saudita nell’estrazione di petrolio. Nel giugno di quest’anno, rompendo con una tradizione autarchica durata 40 anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’Amministrazione Obama ha concesso le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, diventa il più temibile concorrente per l’Opec e per la Russia. Questo a sua volta provoca una disordinata corsa verso altri mercati di sbocco. Dalla Nigeria alla Colombia, chi ha perduto il cliente-America deve affrettarsi a vendere il proprio petrolio al cliente-Cina: ma a questo punto è il cliente a decidere i prezzi, ed ecco il capitombolo nelle quotazioni.
Fin qui, questa è la storia dal lato dell’offerta. E sarebbe una storia solo positiva. Lo è infatti, per come viene percepita dal consumatore americano. Qui negli Stati Uniti, un po’ per il dollaro tornato forte e un po’ per la concorrenza tra i distributori, il calo del petrolio si è trasmesso immediatamente all’utente finale. La famiglia media americana ogni volta che va a fare il pieno si sente un po’ più ricca. Ai prezzi attuali il guadagno è fra i 380 e i 750 dollari all’anno. Quegli aumenti di stipendio che i datori di lavoro Usa concedono col contagocce e con avarizia, stanno arrivando con generosità dalla bolletta energetica sempre più leggera. L’effetto è visibile: la fiducia dei consumatori americani è risalita ai massimi dal 2007. La crescita Usa accelera, più 321 mila assunzioni nette solo a novembre. Ma anche questo vigore americano è reso più fragile da quel che accade altrove: può l’economia mondiale girare come un motore con un cilindro solo? La paura di Wall Street si spiega così: la solitudine della locomotiva Usa non è rassicurante.
Per tutto il resto del mondo, infatti, la storia è ben diversa. L’altra metà del bicchiere, quella vuota, è la domanda. Cala nell’eurozona che sprofonda nelle sabbie mobili della depressione, stremata dal quinto anno di una rovinosa austerity e di una politica monetaria troppo timida. Cala la domanda in Giappone, che ora si affida alla rielezione del premier Abe sperando che s’inventi un elettroshock per rianimare il malato in coma. Cala infine la domanda in Cina, la cui produzione industriale è rallentata come non accadeva dall’inizio degli anni Novanta. Con la frenata della Cina si sta chiudendo un ciclo ventennale di boom di tutte le materie prime: non solo energia ma anche minerali, metalli, legname, derrate agricole. Tutto l’emisfero Sud ne risente, dall’Australia al Brasile passando per l’Africa intera. Spunta il pericolo di una nuova crisi finanziaria dei paesi emergenti sul modello di quelle degli anni Novanta: una possibile catena di default scatenata dai debiti privati che furono contratti in dollari, e che ora diventano sempre più cari da rimborsare.
FEDERICO RAMPINI, la Repubblica  14 dicembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/12/prezzo-mercati-alleanze-i-giorni-neri-petrolio-cambiano-mondo/

Giù spread e inflazione

Per la prima volta dal luglio 2011, lo spread tra Btp/Bund scende sotto la soglia psicologica dei 200 punti toccando i 198, anche il rendimento va sotto il 4% al 3,95%. Le prospettive di una ripresa economica vengono confermate dagli ultimi dati macro e spingono gli investitori a puntare sui Paesi che, fino a qualche mese fa erano nell’occhio del ciclone: Spagna e Italia su tutti…

http://www.lastampa.it/2014/01/03/economia/lo-spread-sotto-quota-prima-volta-dal-luglio-l5jxWED3BAZo2UuBoip33H/pagina.html

Il tasso d’inflazione medio annuo per il 2013 è pari all’1,2%, in forte diminuzione rispetto al 3% registrato nel 2012. Lo rileva l’Istat precisando che si tratta del minimo dal  2009.

Lo stesso istituto rivela che sono cresciuti del 1,6 per cento i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto – il cosiddetto carrello della spesa –  nel 2013 . Il dato però – sottolinea l’Istat – è in netta decelerazione rispetto al +4,3% registrato nel 2012.  C’è una decelerazione per l’inflazione anche per i prezzi dei prodotti a media frequenza di acquisto (+1,2%, dal 2,8 del 2012). Per i prodotti a bassa frequenza di acquisto si registra invece  un aumento dei prezzi di appena lo 0,2% dal +1,2% del 2012…

http://www.lastampa.it/2014/01/03/economia/istat-carrello-della-spesa-a-quota-per-cento-nel-PWDzeX9yBEFM2lmFAxRNsK/pagina.html