La Ue offre protezione ma non dà dinamismo

eurrrrCaro direttore, Roberto Sommella ha scritto qualche giorno fa che l’euro è rimasto orfano. Ha ragione, in pochi lo difendono eppure ci sono tantissime ragioni per farlo. L’euro ci ha offerto una protezione molto forte rispetto alle turbolenze monetarie. Molti hanno dimenticato le tensioni e gli inconvenienti economici provocati dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Gli anni Settanta, Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono stati dominati delle continue crisi della lira e di altre valute nazionali.

Cosa sarebbe successo alle monete europee nel 2008/2009 se non avessimo avuto l’euro? Nel 2011 siamo riusciti ad evitare per poco una crisi delle nostre finanze pubbliche. Se non avessimo avuto l’euro, le tensioni di quei mesi si sarebbero ripercosse anche sul tasso di cambio della nostra moneta rendendo la situazione ingestibile.

Uno degli obiettivi dell’unione monetaria era di darci tassi di interesse più bassi e offrire alle nostre imprese un accesso ai finanziamenti simile a quello disponibile per le imprese di altri Paesi. Ancora non abbiamo raggiunto completamente questo obiettivo, ma ci siamo andati molto vicini. In ogni caso, gli effetti sulle nostre finanze pubbliche sono stati spettacolari. Nel 1996 il nostro Paese ha pagato per interessi sul debito pubblico una cifra equivalente a 115,6 miliardi di euro su di un debito pubblico di poco più di 1.200 miliardi di euro; nel 2004 abbiamo pagato 66,7 miliardi di euro di interessi su di un debito pubblico che nel frattempo era salito a 1.450 miliardi di euro! Abbiamo risparmiato quasi 50 miliardi di euro all’anno. Che succederebbe se ricominciassimo ad emettere titoli di Stato in una nostra moneta nazionale?

Ai tempi delle valute nazionali e del Sistema monetario europeo la Bundesbank di fatto decideva la politica monetaria europea. Un governatore della banca centrale belga, Fons Verplaetse, dichiarò in una famosa intervista che la sua «autonomia» era di 15 minuti; questo era il tempo che aveva tra l’essere informato di un aumento dei tassi di interessi tedeschi e l’annunciare un aumento corrispondente dei tassi di interesse belgi. Oggi la Bce segue una politica monetaria determinata dalle necessità dell’insieme della zona euro, cosa che non piace affatto alla Bundesbank che vorrebbe una politica ben diversa.

E non dimentichiamo poi gli aspetti politici. Pensiamo al senso di appartenenza ad un insieme integrato che dà il fatto di poter pagare il ristorante con la stessa moneta da Lisbona a Bologna e da Palermo ad Helsinki. Per molti giovani l’Europa è l’euro, è il poter utilizzare il proprio telefonino ad un prezzo ragionevole dovunque siano in Europa e il poter viaggiare senza passaporto in tutto lo spazio Schengen.

Le grosse difficoltà economiche italiane di questi anni non sono poi dovute all’euro. È dalla metà degli anni Novanta che siamo il Paese con il più basso tasso di crescita di tutta l’Unione Europea. In questo periodo siamo cresciuti anche meno della Grecia. Se decidessimo di uscire dall’euro, che effetti si vedrebbero sulla durata media dei processi civili e penali, sui risultati dei nostri studenti nei test PISA dell’Ocse, sulle complicazioni burocratiche, sulla bassa efficienza della nostra pubblica amministrazione e sui tanti altri ostacoli strutturali alla nostra crescita?

Ci sono tante cose che devono essere fatte per far funzionare meglio la zona euro. Jacques Delors ha detto che l’euro protegge, ma di per sé non dà dinamismo. Molte di queste cose sono indicate in documenti che l’Unione Europea ha già adottato e altre sono ancora delle proposte. Ma anche non riuscissimo ad ottenere in tempi rapidi questi miglioramenti, sarebbe comunque nostro interesse rimanere in questa unione monetaria, pur con tutti i suoi limiti. La maggior parte dei problemi che abbiamo visto in questi anni era conosciuta e prevista e, nonostante questo, abbiamo voluto noi entrare nell’unione monetaria. La Germania e tanti altri Paesi ci consigliavano di restarne fuori.

Fabio Colasanti

Corriere della Sera, 24 febbraio 2017

Come funziona il Quantitative Easing.

 

Che cos’è il quantitative easing?
Questo termine è entrato con forza nella discussione pubblica nel 2009, quando la Federal Reserve varò il primo programma di acquisto di titoli del Tesoro e di titoli immobiliari americani dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008. QE significa esattamente questo: creazione da parte di una banca centrale di moneta il cui valore è basato sulla fiducia nell’assetto istituzionale e nei fondamentali economici alle sue spalle; questa moneta viene creata con il QE per comprare sul mercato titoli pubblici o privati, immettendo così liquidità nell’economia.

2. Perché la Bce vuole lanciare questo programma?
Il compito primario della Bce è garantire la stabilità dei prezzi: né troppa inflazione né una caduta nel fenomeno opposto, la deflazione. È ben noto infatti che con la deflazione cadono i consumi e gli investimenti, l’economia ristagna e il peso del debito aumenta. L’obiettivo statutario della Bce è un carovita nella zona euro “vicino ma sotto al 2%”, ma oggi lo sta mancando. Il tasso d’inflazione nell’area è in frenata dall’inizio del 2012 e dall’ottobre del 2013 ha improvvisamente rallentato sotto l’1%. Da allora è calato ancora di più, fino a diventare negativo in dicembre (-0,2%), segnalando una contrazione dei prezzi. La Bce deve riportarlo all’obiettivo, ma non può più farlo con la tecnica convenzionale di ridurre i tassi d’interesse richiesti sui prestiti che pratica alle banche. Dopo vari tagli, quei tassi sono infatti già a zero. Non resta che la via “quantitativa”, cioè la creazione di moneta: il QE.

3. Come funziona il QE?
Nella sua visione più semplice, il QE può contribuire a risollevare la dinamica dei prezzi verso livelli normali proprio per effetto della quantità di moneta. Una quantità maggiore di euro in circolazione (3.000 miliardi invece di 2.000, secondo l’obiettivo espresso dalla Bce), a parità di prodotti in vendita, dovrebbe alzare il costo in euro di beni e servizi. L’esperienza della Fed, che con il QE dal 2008 a oggi ha espanso il suo bilancio da circa 600 miliardi a quasi 4.500 miliardi di dollari, dimostra le cinghie di trasmissione dalla banca centrale alla vita delle imprese e dei cittadini sono in realtà più articolate. Il QE della Fed ha ridotto i tassi a lungo termine in America, cioè il costo sostenuto da un imprenditore o da una famiglia per indebitarsi. In parte i tassi dei titoli a lungo termine scendono proprio perché dalla banca centrale arriva un’onda di liquidità per comprare quei bond. In parte lo fanno perché chi vende quei bond alla banca centrale, reinveste poi i proventi comprandone altri titoli sul mercato, dunque l’effetto di riduzione dei tassi si trasmette a cerchi concentrici in molte parti dell’economia. A loro volta tassi più bassi favoriscono gli investimenti, l’occupazione e la ripresa dell’attività e dei prezzi al consumo. L’altro effetto del QE, conseguenza diretta della enorme quantità di denaro creata, una svalutazione la moneta e dunque un aiuto all’export.

4. in Europa il QE può funzionare bene come negli Stati Uniti?

Alcuni indizi fanno sospettare di no. Un motivo di fondo è che le imprese in Europa e soprattutto in Italia attingono al credito in modo diverso rispetto a come avviene in America. Negli Stati Uniti le imprese si finanziano presso le banche per circa il 27% del credito che ottengono, e per il resto lo fanno emettendo titoli di debito (bond) sui mercati. Per loro l’aiuto della Fed, che riduce i tassi sui bond a sette o dieci anni, è dunque prezioso. In Europa invece circa metà del credito alle imprese passa dalle banche e in Italia la quota è ancora più alta. Per quanto riguarda poi le piccole e medie imprese, quelle dove si trova la gran parte dell’occupazione, il credito in bond in Europa rappresenta una frazione inferiore al 5% dei finanziamenti totali. Per funzionare in pieno in Europa, il QE dovrebbe essere accompagnato da un forte taglio delle tasse. Ma questo è reso più difficile dai vincoli europei al bilancio. Sta già funzionando in Europa l’altra cinghia di trasmissione del QE, la svalutazione della moneta che aiuta l’export. Da maggio scorso l’euro è già caduto del 15% sul dollaro e del 9% sul paniere delle valute dei Paesi con i quali gli europei commerciano di più.

5. Perché la Bundesbank è contraria al QE?

La Banca centrale tedesca teme che il QE, riducendo gli spread e i tassi sul debito pubblico, tolga la pressione al risanamento e alle riforme dai governi dei Paesi più fragili. Inoltre, ritiene scorretto che la Bce comprando quei titoli, assuma su di sé il rischio di subire perdite se quei Paesi facessero default. Quelle perdite infatti potrebbero essere suddivise pro-quota sulle banche centrali nazionali azioniste della Bce. Bundesbank inclusa.

http://www.repubblica.it/economia/2015/01/22/news/quantitative_easing_pi_moneta_in_circolazione_la_rete_dell_eurotower_contro_la_caduta_dei_prezzi-105484474/

Anche Tokio fa Qe

japppL’AMERICA proclama vittoria e torna alla “normalità” monetaria, almeno ufficialmente. Il Giappone si ricrede e rincara la dose, imitando la politica della Federal Reserve alla puntata precedente. Con una mossa audace la banca centrale di Tokyo decuplica i suoi acquisti di bond, da 70 a 720 miliardi di dollari, per favorire la ripresa. L’Inghilterra lo ha fatto da tempo, con buoni risultati. Resta al palo fin qui la Banca centrale europea, grande assente nella gara monetaria che è anche fatta di svalutazioni competitive. La sfasatura dei cicli di crescita fra le grandi economie mondiali indica che è matura una “staffetta” nel quantitative easing. Se gli Stati Uniti non ne hanno più bisogno, l’eurozona ricaverebbe benefici dall’applicazione di quella terapia vincente. Restano irrisolti i nodi istituzionali (mandato della Bce) e quelli politici legati alle resistenze della Bundesbank tedesca, nella dinamica federale dell’istituto di Francoforte.
La settimana si è chiusa all’insegna di due svolte “storiche”. Da una parte, mercoledì la Fed ha annunciato la fine di un’epoca. Si conclude ufficialmente il quantitative easing, com’era stato chiamato dal dicembre 2008 l’esperimento senza precedenti per scongiurare depressione e deflazione. Per oltre cinque anni la Fed ha di fatto stampato moneta, in dimensioni mai viste nella storia. 4.500 miliardi di dollari hanno inondato l’economia americana (e in parte sono defluiti anche verso il resto del mondo, soprattutto i Brics). Quella liquidità, creata acquistando bond sul mercato aperto, è stata indirizzata in modo tale da aiutare l’economia reale, famiglie e imprese, non solo le banche com’è avvenuto nell’eurozona. Con un Pil che cresce del 3,5% e l’inflazione tornata ai livelli pre-crisi (5,9%), grazie a un mercato del lavoro che genera 220.000 assunzioni nette al mese nella media degli ultimi anni, la Fed può annunciare Mission Accomplished, missione compiuta. Questo è il senso della dichiarazione ufficiale di mercoledì. In realtà la svolta è meno netta di quanto appaia. Il quantitative easing non è veramente cessato, ha solo smesso di espandersi. Lo spiegano gli stessi economisti della Fed: finché la banca centrale Usa si tiene nel suo bilancio quei 4.500 miliardi di titoli, il sostegno monetario alla ripresa rimane in vigore. La fine del quantitative easing accadrà solo se e quando cominceranno le vendite parziali di quei bond: un’inversione di rotta che non appare all’orizzonte.
Il successo della politica americana ispira molti emuli. Londra ha seguito la stessa strada e non a caso è l’unica grande economia europea che cresce (ma fuori dall’euro). La Banca del Giappone aveva già lanciato la sua versione del quantitative easing, da giovedì ha deciso di rafforzarla con un balzo poderoso, e d’inseguire le dimensioni americane di quelle operazioni di acquisto di bond. E’ questa la seconda svolta storica della settimana, che ha innescato rialzi in tutte le Borse asiatiche. Favorendo anche la svalutazione competitiva dello yen.
Ma se c’è un buco nero nella crescita globale, è l’eurozona. Se ne discuterà a metà novembre a Brisbane, Australia, nel prossimo G20. Sul tavolo del G20 ci sarà il rallentamento della crescita globale, innescato prevalentemente dall’eurozona. La sfasatura tra la vigorosa crescita americana e la depressione europea chiama in causa le politiche monetarie. Fin qui l’inazione della Bce (i timidi tentativi di quantitative easing europeo non hanno sortito alcun effetto) è stata spiegata con le differenze di natura istituzionale. Il suo mandato le impone di assicurare la stabilità dei prezzi, mentre quello della Fed abbina la lotta all’inflazione con il perseguimento della piena occupazione. Dietro questa differenza istituzionale c’è la cultura Bundesbank, e l’influenza dei rappresentanti tedeschi in seno alla Fed, con gli alleati di alcuni paesi nordici. Di recente pero` dall’America si sono intensificati gli appelli perche` la Bce dia una lettura diversa del suo mandato: con diversi paesi dell’eurozona in deflazione, il non raggiungimento dell’inflazioneobiettivo (2% annuo) andrebbe considerato come uno smacco e quindi ne deriva l’obbligo di adottare politiche che “fabbrichino inflazione” attraverso la crescita, proprio come sta tentando di fare il Giappone. La deflazione, osserva la Casa Bianca, allontana di mese in mese gli stessi obiettivi del patto di stabilità europeo visto che il rapporto deficit/Pil e debito/Pil peggiora in conseguenza del calo dei prezzi (aumenta il valore reale di tutti i debiti). Un’altra interpretazione delle resistenze tedesche, fino al 2012, vedeva nella crisi dei paesi periferici dell’euro un beneficio indiretto per la Germania: le sue imprese godettero di un forte vantaggio sui costi dei finanziamenti all’epoca degli spread-record con l’Italia. Ma ormai l’indebolimento dei partner si ritorce contro la stessa Germania. Due settimane fa il calo della sua produzione industriale (meno 4%), ieri la caduta dei consumi (meno 3,2%) confermano che l’economia più forte d’Europa non è immune dal contagio.
“Sosteniamo la crescita” dopo la Fed anche Tokyo passa il testimone a Draghi ma la Bce resta ingessata
di Federico Rampini
Repubblica 1 novembre 2014
http://www.dirittiglobali.it/2014/11/sosteniamo-crescita-dopo-fed-tokyo-passa-testimone-draghi-bce-resta-ingessata/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sosteniamo-crescita-dopo-fed-tokyo-passa-testimone-draghi-bce-resta-ingessata

Deflazione non è il contrario di inflazione

 

deflSecondo quanto riporta il sito ufficiale della Bce, nel discorso alla Brookings Institution di Washington il 9 ottobre il presidente Draghi notava che la Bce si trova in una transizione da un quadro di politica monetaria fondato prevalentemente sulla fornitura passiva di credito della banca centrale, ad una gestione più attiva e controllata del proprio bilancio, nel tentativo di sollevare l’inflazione dal suo basso livello. Abbiamo verso il popolo europeo la responsabilità di assicurare la stabilità dei prezzi, il che oggi significa sollevare l’inflazione dal suo livello eccessivamente basso. E faremo esattamente questo’. Draghi interpreta correttamente e certo non pedissequamente il suo mandato, che è quello di assicurare la stabilità dei prezzi al 2%. Lo statuto della Bce si fonda sul concetto di simmetria della politica monetaria nel suo effetto sull’inflazione. Dato che per la Bce l’inflazione è un fenomeno monetario, se essa è eccessiva alla Bce tocca adottare una politica monetaria restrittiva, se essa è inferiore al 2% annuo alla Bce si impone una politica monetaria espansiva.

Quest’affermazione di fede monetarista, quale espressa nello statuto della Bce, ha il problema che la politica monetaria non è simmetrica nella sua azione deflattiva e in quella inflattiva. Per fare uscire un’area dalla deflazione non si usa il contrario della politica monetaria che si adopera per ridurre il tasso di inflazione perché il fenomeno inflazione è qualitativamente diverso dalla deflazione. Supponiamo che per ridurre il tasso di inflazione si riduca la quantità di moneta. Se lo si vuol far salire basta incrementare in quantità equivalente la massa monetaria? Purtroppo no, perché quando si è determinato uno stato di deflazione per far sì che l’economia ne esca bisogna convincere imprenditori e consumatori a investire e consumare di più, mentre quando si vogliono spezzare le reni all’inflazione basta chiudere il rubinetto del credito e investitori e consumatori saranno obbligati a ridurre investimenti e consumi. Convincere è diverso da obbligare. Quando si è spento un incendio versandovi una montagna d’acqua, se si vuol ridar fuoco a quello che si è spento non basta avvicinare ai materiali inondati d’acqua una fonte di fuoco. Prima i materiali devono asciugarsi e poi prenderanno di nuovo fuoco. Per accelerare il processo non si può moltiplicare la forza della fonte di fuoco. Altrimenti, i materiali all’inizio non si accendono e poi – ma in economia non lo si sa con la stessa certezza che danno le analisi fisiche e chimiche – la forza eccessiva della nuova fiamma determina un nuovo rovinoso incendio e non una utile fonte di calore. Si aggiunga che i materiali coi quali si ha a che fare non sono sempre gli stessi, in uno stesso Paese o in Paesi diversi. Confrontando Europa e Stati Uniti si nota che l’indebitamento privato delle due aree e la sua composizione strutturale sono assai diversi. Se basta togliere credito ai consumi e ai mutui negli Usa dove tutti sono ultraindebitati per ottenere una riduzione di domanda, in un’Europa nella quale Italia, Germania e Francia conoscono un forte risparmio individuale, occorre una azione monetaria ben diversa per ottenere una riduzione di domanda equivalente a quella ottenuta diminuendo il credito negli Stati Uniti. Se è vero che persino nel credito automobilistico le differenze sono forti tra Europa e Usa perché gli europei comprano le auto in contanti, per non parlare di case, elettrodomestici, elettronica, è facile dedurre che l’effetto reflazionistico di una politica monetaria espansiva sarà più pronto e profondo negli Stati Uniti che in Europa. Si aggiunga che una cospicua parte della popolazione europea sente l’influenza del suo passato agricolo (con gli imperativi di risparmio che i contadini hanno avuto per qualche migliaio di anni) e che la classe dirigente europea incoraggia quest’atteggiamento perché le banche, che in Europa espletano gran parte dell’intermediazione, operano raccogliendo risparmi delle famiglie e prestandoli alle imprese piccole e medie che in Europa prevalgono. Tradizionalmente in Europa il debito pubblico è stato in buona misura detenuto, fino a pochi anni fa, dalle famiglie. Non è solo una differenza soggettiva, ma un’oggettiva necessità delle economie europee, dove buona parte del risparmio delle famiglie prende la forma dei depositi bancari, a far pendere la bilancia dalla parte della deflazione. Se si aggiunge che le banche, in vista della asset quality review, hanno aumentato il capitale di 200 miliardi di euro, togliendo munizioni a una reflazione creditizia, si conclude che inflazione e deflazione non sono solo fenomeni asimmetrici, ma hanno caratteristiche diverse in Europa e Usa. La Gran Bretagna va esclusa perché somiglia più, dal punto di vista finanziario, dell’indebitamento privato e della attitudine dei cittadini verso i debiti, agli Stati Uniti che all’Europa. In Europa il risparmiatore è un uomo virtuoso che si comporta secondo i precetti sia della tradizione romana che di quella cristiana (ma anche di quella coranica). La formica è la virtù, la cicala è il vizio, in Europa è diventata da due anni perfino una regola costituzionale. Malgrado il monetarismo di Chicago, gli Stati Uniti sono invece un paese post-keynesiano dove le formiche distruggono l’economia e le cicale la salvano. Sarebbe vero anche in Europa, ma bisognerebbe che le riforme delle quali parla Draghi portassero a comportamenti bancari di incentivazione del debito, alla riduzione dei controlli sullo shadow banking, in breve alla liberalizzazione in senso americano dell’economia europea. Ma è questo che vogliono veramente la signora Merkel e i suoi caudatari finlandesi o olandesi? Si direbbe il contrario, a giudicare dalle prediche ai paesi mediterranei. E’ bene che questi signori si chiariscano le idee prima di prendersela coi debitori e persino, come ha fatto il governatore della Bundesbank qualche giorno fa, con lo stesso Draghi.

Marcello De Cecco

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/13/news/deflazione_non_il_contrario_di_inflazione-97966228/

Bce e deflazione

Nelle otto conferenze stampa che ha tenuto dall’inizio dell’anno, Mario Draghi ha sempre parlato della ripresa in arrivo. Cambiavano giusto gli aggettivi scelti dal presidente della Bce per descriverla. Da gennaio a marzo era “lenta”. Ad aprile questa sfumatura di cautela è caduta, quasi che le nubi si stessero sollevando. A giugno però la ripresa è diventata di colpo “un po’ più debole del previsto” e a inizio agosto “moderata e diseguale”. Poi a metà agosto l’Europa ha capito che la ripresa semplicemente non esisteva: crescita zero. Sarebbe facile ora rimarcare che nell’ultimo anno e mezzo lo staff della Banca centrale europea ha regolarmente sbagliato i suoi calcoli. Ha sempre previsto una crescita superiore a ciò che poi è successo e non ha mai messo in conto che l’intera zona euro si sarebbe trovata sull’orlo della deflazione.

Se queste previsioni erano la base delle scelte, non sorprende che la Bce stia fallendo nel suo compito principale: garantire la stabilità dei prezzi, cioè un’inflazione “vicina ma sotto al 2%” nel medio periodo. Quest’estate i prezzi sono in caduta in Spagna, Portogallo, Grecia e di fatto anche in Italia, mentre nella media dell’area l’inflazione (in frenata) è ad appena lo 0,4%. Angel Ubide dal Peterson Institute nota che i mercati non credono affatto che i prezzi ripartiranno: i valori impliciti nei tassi forward – stime di mercato sul futuro – danno un ritorno alla normalità non prima di un decennio.

Le conseguenze sono note. Famiglie e imprese rinviano consumi e investimenti in attesa di prezzi ancora più bassi domani. L’economia ristagna più a lungo. E poiché con un’inflazione a zero il peso reale dei debiti aumenta, l’intera contabilità di famiglie, imprese e governi in Europa sta già cambiando in peggio. Oggi circolano obbligazioni emesse in euro da europei per 13.300 miliardi (quasi un terzo del Pil del mondo), di cui 7.300 miliardi a carico degli Stati dell’area. Tutti coloro che si sono sobbarcati dei debiti in questi anni, lo hanno fatto nell’idea che la Bce avrebbe rispettato il proprio impegno a difendere un’inflazione attorno al 2%. Non a quota zero. Ora quell’impegno viene meno e rende la gestione di tutti i debiti molto più pesante: gli interessi restano uguali, i ricavi per pagarli scendono. Lo stesso Fiscal Compact diventa più difficile da rispettare e meno credibile, quasi nato morto.

Sarebbe facile notare adesso questi errori della Bce, non fosse che nessuno si illude che una banca centrale possa sempre evitarli. Non succede mai. Dall’inizio di questa crisi la storia dell’Eurotower è piena di errori commessi e poi corretti. Soprattutto è piena di errori della Bundesbank e delle persone espresse dalla banca centrale tedesca nell’Eurotower, sempre convinte che creare moneta e allargare il bilancio della Bce avrebbe creato troppa inflazione. Non è mai andata così: al suo massimo il bilancio dell’Eurotower è quadruplicato, eppure l’inflazione è scesa. Nel 2007 Jürgen Stark, tedesco nell’esecutivo Bce, si lamentò quando la banca lanciò le prime iniezioni di liquidità con la crisi dei subprime; la storia ha dimostrato che si sbagliava. Nel 2010 e nel 2011 lo stesso Stark e Axel Weber, allora presidente della Bundesbank, votarono contro gli acquisti di titoli di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, furono messi in minoranza e anche questa volta la storia ha dato loro torto. Lo stesso vale per Jens Weidmann, successore di Weber alla Buba, quando nel 2012 si oppose alla svolta con cui Draghi promise sostegno illimitato ai Paesi che avessero accettato un programma di riforme. Quella promessa non costò un euro, salvò l’Italia e la moneta unica e dimostrò che la Buba si sbagliava e andava messa in minoranza.

Se questa storia ha ancora un senso, è perché continua: la banca centrale tedesca si oppone a ciò che serve per scongiurare la deflazione. Come hanno già fatto la Federal Reserve americana, la Banca del Giappone e quella d’Inghilterra, per fare il suo dovere oggi la Bce ha bisogno di creare almeno mille miliardi di euro e comprare a tappeto titoli pubblici e privati dei Paesi dell’area euro. È il cosiddetto “quantitative easing”, inaugurato dalla Fed nel 2009. Avrebbe già dovuto farlo, risparmiando un po’ dei problemi di debito, crollo degli investimenti e stallo dell’export che oggi affliggono l’Italia e altri Paesi. Non è successo perché Draghi non ha voluto muovere un passo del genere contro la Bundesbank.

Il presidente italiano della Bce ha due ottimi argomenti dalla sua. Il primo è che già la sua promessa del 2012 di difendere l’euro a tutti i costi, ricreando fiducia, ha di fatto prodotto un effetto “quantitative easing”: da settembre 2012 a marzo 2014 le banche private estere hanno riportato in Italia 163 miliardi di dollari (dati Bri), eppure il paziente non si riprende. La differenza è che nuovi interventi della Bce svaluterebbero l’euro e darebbero finalmente ossigeno all’export, mentre gli afflussi di denaro privato invece rafforzano il cambio.

Il secondo argomento di Draghi è anche più serio: poiché la Germania è di gran lunga il primo azionista Bce, è difficile imporle il rischio di sobbarcarsi debito italiano per centinaia di miliardi contro la sua volontà. In questo l’Italia può aiutare, cercando di ricostruire una credibilità che in Europa ha perso da un pezzo. Ma per la Bce combattare la deflazione è un dovere. È stata creata apposta: se condizionasse le sue scelte in proposito a quelle dei governi, di fatto rinuncerebbe all’indipendenza.

Ormai Draghi è davanti a un bivio, forse il più difficile della lunga carriera di successi. Può fargli comodo un consiglio contenuto nelle memorie di un suo vecchio amico, l’ex segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner: meglio prendersi la colpa dei propri errori, che di quelli degli altri. Inclusa, al solito, la Bundesbank.

Federico Fubini

http://www.repubblica.it/economia/2014/08/18/news/il_superbanchiere_e_la_deflazione-94013652/

Giù i tassi a vantaggio della Germania?

Per certi aspetti quel tasso riflette la gravità della crisi più di quanto la contrasti. Un conto è ridurre il costo ufficiale del denaro, altro è far sì che il credito arrivi davvero là dove ce ne sarebbe più bisogno. Da questo punto di vista la mossa di Mario Draghi è circondata dallo scetticismo, in America e non solo….

In altre circostanze Draghi spiegò perché era vano spingere sempre più giù il costo del denaro: perché si era guastata la “catena di trasmissione” che dovrebbe funzionare attraverso tutto il sistema del credito, passando dalla banca centrale alle banche commerciali per arrivare infine all’utente finale, cioè il consumatore o l’impresa che ha bisogno di finanziamenti per investire e assumere. Inutile dare via il denaro gratis alle banche, se poi quelle — paralizzate dalla paura o dai propri problemi di bilancio — chiudono la saracinesca di fronte all’economia reale.

Oggi è cambiato qualcosa, per spingere Draghi all’intervento sui tassi? Sì, ma paradossalmente il mutamento è avvenuto nella parte più forte dell’eurozona. La recessione ormai lambisce anche le economie più robuste come Germania, Olanda, Austria, Finlandia; in quelle economie il sistema bancario non è così avaro di crediti alle imprese come nell’Europa del Sud; di conseguenza riducendo oggi i tassi c’è speranza che un po’ di fondi arrivino… alle imprese tedesche. Aiutare i più forti, sperando che una ripresa tedesca finisca per fare del bene a tutti gli altri. É un paradosso crudele, tanto più che la cancelliera Angela Merkel e gli uomini della Bundesbank fanno resistenza nei confronti della Bce. Eppure sono loro i maggiori beneficiati anche su un altro fronte: il crollo dei tassi sui Bund fa sì che la Germania finanzi il suo debito pubblico a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Vista dagli Stati Uniti la politica della Bce resta timida. Il contro- modello è la banca centrale americana. E non solo perché il suo tasso ufficiale (0,25%) è da anni inferiore a quello europeo. 24 ore prima dell’annuncio di Draghi, la Federal Reserve aveva fatto sapere che prosegue a oltranza nel suo “stampar moneta”, comprando bond al ritmo di 85 miliardi al mese, ed è perfino disposta ad alzare i quantitativi di acquisti se sarà necessario per ridurre la disoccupazione. Eppure il tasso di disoccupazione Usa, al 7,6% è molto inferiore a quello europeo. Non basta. Per la Fed la sua missione non si sarà esaurita fino a quando la disoccupazione non sarà scesa almeno al 6,5%. Altre banche hanno imitato la Fed nella sua politica “eretica” che consiste nel pompar moneta stracciando tutti i manuali del rigorismo monetario: nell’elenco delle “convertite” figurano la Banca del Giappone e la Banca d’Inghilterra.

Inoltre la Fed è una esplicita avversaria dell’austerity. Nel suo ultimo documento ufficiale, mercoledì, la Fed ha accusato i tagli di spesa pubblica di avere “un effetto frenante sulla spesa economica”. ……

Lo squilibrio tra le due sponde dell’Atlantico non si riduce, per ora. L’America ha un’economia in crescita del 2,5% annuo, e tuttavia la giudica insufficiente: a ragione, perché sono ancora troppi i disoccupati (quelli ufficiali, più quelli “scoraggiati” e usciti dalle statistiche). La politica di bilancio americana è bloccata dalle spinte contrastanti di Obama e della Camera (a maggioranza repubblicana) ma almeno la Fed svolge un ruolo di supplenza senza freni. In Europa le politiche di bilancio sono ancora univocamente ispirate all’austerity d’impronta germanica. E la Bce ha limiti istituzionali scritti nel suo mandato, che ne fa la guardiana della stabilità dei prezzi, non le attribuisce un ruolo attivo nel perseguire il pieno impiego come in America. Draghi fa quel che può per divincolarsi, ivi compreso l’accenno a un tasso d’interesse negativo, sotto lo zero. Cerca di non rimanere troppo indietro rispetto a Stati Uniti e Giappone nella “guerra delle monete”, cioè la gara delle svalutazioni competitive. Ma ogni cambiamento di sostanza, i mercati ne sono convinti, è congelato fino alle elezioni tedesche.

Da un articolo di F.Rampini su Repubblica del 3 maggio 2013

http://iusletter.com/ma-lamerica-non-ci-crede-il-credito-andra-ai-piu-forti/

Euro troppo forte

euro-forteL’euro continua a muoversi ai massimi livelli degli ultimi 15 mesi sul  dollaro (ieri a quota 1,34), e ai massimi sullo yen giapponese da tre  anni. Vuol dire che gli investitori ritengono l’economia europea più  solida di quella americana o giapponese?….

.In quanto alle economie reali: la ripresa  in Europa tarda ad arrivare, mentre la crescita Usa procede da due anni.  Di fronte a un simile divario,  la politica monetaria americana   dovrebbe essere più restrittiva  di quella europea. Invece è vero il  contrario. La Federal Reserve  pratica il tasso zero, mentre quello  della Bce pur essendo basso  è positivo (0,75%). A questo costo del  denaro nullo, la banca centrale americana aggiunge un promessa  esplicita: non alzerà i tassi fino a quando la disoccupazione  Usa non  scende dal 7,9% attuale al 6,5%. E come non bastasse,  la Fed stampa  moneta vigorosamente:  85 miliardi di dollari  al mese, che usa per  comprare  titoli pubblici e semipubblici (obbligazioni degli istituti di  credito  immobiliare) il che crea liquidità  abbondante e credito  facile.  Il Giappone si è adeguato, con la banca centrale che  addirittura  si impone un obiettivo definito  di “creazione  d’inflazione”.  Dollaro e yen reagiscono di conseguenza: i mercati si  lasciano  guidare da quello che le banche  centrali fanno..

Gli investitori vedono due banche centrali  aggressive nello stampar moneta;  capiscono che Tokyo e Washington   malgrado le smentite ufficiali perseguono le svalutazioni  competitive.  Quindi i capitali  abbandonano le monete deprezzate e rifluiscono sull’euro.
Così  facendo, però, i mercati rendono ancora più difficile la ripresa   nell’eurozona. O per essere  più precisi: in mezza eurozona.  Come ha  dimostrato la settimana  scorsa un importante studio di Morgan  Stanley, la divaricazione  dell’eurozona in termini di competitività è  impressionante.  La Germania è in grado di conquistare  i mercati  mondiali non solo con l’euro così com’è (forte) adesso; ma sarebbe  competitiva perfino se l’euro salisse ancora, fino a quota 1,53 sul  dollaro. Nell’altra  Europa, c’è la Francia che arranca perché la sua  industria ha bisogno di una parità a 1,26 per farcela. L’Italia sta  ancora peggio, ci vuole un cambio a 1,19 sul dollaro per rimettere i  nostri esportatori pienamente in gioco sui mercati mondiali. I mercati  non ci aiutano, dunque. Nonostante  tutti i fattori di debolezza europei  — da ultimo le incertezze  elettorali italiane, gli scandali per  corruzione in Spagna, perfino  la piccola Cipro che ha bisogno  di un  salvataggio — alla fine contano di più i comportamenti delle banche centrali.
Mario  Draghi ha provato a moderare l’eccessiva forza dell’euro,  indicando  che essa merita  l’attenzione della Bce. Ma il suo combattimento con la  Federal  Reserve e la Banca del Giappone  non è ad armi pari. La Fed ha  un grosso vantaggio di partenza,  che si aggiunge al “privilegio   imperiale” di chi emette la moneta della nazione leader. Il suo  vantaggio è istituzionale: nel mandato della Fed è esplicitamente   indicato al primo posto tra i suoi compiti “promuovere attivamente il  pieno impiego”. Nulla di simile c’è nello statuto della Bce, che ricalca  quello della Bundesbank tedesca, ed ha come  unico compito la stabilità  dei prezzi. Perfino la piccole Banca centrale svizzera, ricorda il suo  ex governatore Philipp Hildebrand  sul Financial Times, impose  la  sua volontà ai mercati quando annunciò che avrebbe stampato franchi a  oltranza pur d’impedirne la sopravvalutazione.  E’ un gesto che la Bce  non può fare. A meno di interpretare elasticamente  i propri statuti,  sfidando  l’ortodossia tedesca.

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