Il costo del Paese illegale

coxxSecondo i dati del Fondo monetario internazionale non c’è in Eurolandia economia che dall’inizio del nuovo secolo sia andata peggio di quella italiana. Fra il 2001 e il 2015 il Prodotto interno lordo pro capite a prezzi costanti, cioè la ricchezza reale prodotta da ciascuno di noi, è diminuito dell’8,5 per cento. Anche la Grecia ha fatto meglio: meno 7,3 per cento.

Per non parlare del confronto con i Paesi più ricchi dell’Unione. Quindici anni fa il Pil pro capite di ogni tedesco era superiore di appena 1.700 euro a quello di ciascun italiano. Nel 2015 la differenza è salita a 8.500 euro. Crisi o non crisi. Vi chiederete: che cosa c’entra tutto questo con le tangenti dell’Anas che ieri hanno portato in carcere 19 persone? L’economista Mario Baldassarri ha calcolato che se nei 13 anni compresi fra il 2002 e il 2014 si fossero combattute seriamente corruzione ed evasione fiscale il Pil reale italiano sarebbe oggi superiore del 17 per cento a quello attuale.

E la classifica dell’autorevole Transparency international parla se possibile ancora più chiaro. Fra il 2001 e il 2015 la Germania, che ha registrato in quel periodo la migliore performance economica dell’area euro, con le sole eccezioni del Lussemburgo e dei Paesi dell’ex blocco sovietico, ha migliorato la propria posizione nella graduatoria internazionale della corruzione percepita di ben dieci posizioni, salendo dal ventesimo al decimo posto. Mentre l’Italia, invece, precipitava in basso di ben 32 caselle: dalla numero 29 alla 61. Nel 2001 ci separavano dalla Germania nove posizioni. Oggi, ben cinquantuno.

Il fatto è che nelle economie avanzate la corruzione non rappresenta soltanto un danno economico diretto per lo Stato, ma in combutta con la cattiva burocrazia si trasforma in un formidabile freno allo sviluppo.

La Corte dei conti non ha mai confermato la valutazione di un costo di 60 miliardi l’anno. Ma di sicuro, se sono vere le stime del governo Monti secondo cui la corruzione farebbe salire di almeno il 40 per cento il prezzo delle opere pubbliche, non ci andiamo troppo lontani. Questo però è ancora niente rispetto agli effetti nefasti sull’intera economia. La corruzione mortifica la concorrenza e blocca l’innovazione: perché spendere per migliorare i prodotti e rendere più efficiente la propria azienda quando si può vincere un appalto pagando una mazzetta? La corruzione colpisce dunque alle fondamenta la competitività del sistema Paese, in un rapporto simbiotico con la burocrazia parassitaria.

Più cresce la burocrazia, più aumentano le occasioni per corrotti e corruttori. È quasi una legge fisica che, si badi bene, non vale soltanto per le imprese e gli appalti pubblici. Ed è questo forse l’aspetto più grave e allarmante. Grazie a una burocrazia sempre più pervasiva e autoreferenziale la corruzione è diventata molecolare, penetrando così in profondità da impregnare interi pezzi della società italiana. A cominciare dalla stessa Capitale. Nel libro scritto dall’ex assessore alla Legalità del Comune di Roma Alfonso Sabella con Giampiero Calapà («Capitale infetta») si racconta di una metropoli nella quale le metastasi non hanno risparmiato alcun settore dell’amministrazione.

Il germe che ha fatto dilagare la corruzione a tutti i livelli, sostiene il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, è nel fatto che per esercitare diritti elementari riconosciuti dalla Costituzione (come la salute…) siamo invece spesso costretti a chiedere favori. Tanto i labirinti burocratici sono impenetrabili che la ricerca delle scorciatoie è inevitabile. Se questo è vero basterebbe ricondurre la burocrazia alla sua funzione di semplificare, anziché complicare, la nostra vita. C’è solo il piccolo problema che dovrebbe occuparsene la politica. E purtroppo, in tutti questi anni, abbiamo visto i risultati.

Sergio Rizzo

Corriere della Sera  12 marzo 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_12/costo-paese-illegale-69a3cf78-e7c2-11e5-ba2c-eb6e47d0264e.shtml

https://www.transparency.it/

Una legge, 25 mila parole

maxiemChe c’è in comune fra la Buona Scuola e l’Italicum ? E fra quest’ultimo e il Jobs act, la legge Delrio sulle Province, quella di Stabilità? Semplice: sono tutte figlie d’un maxiemendamento, sul quale cade poi come una scure il voto di fiducia. E almeno in questo, Renzi non si distingue dai suoi predecessori. Hanno maxiemendato Prodi (cui si deve il record di 1.365 commi stipati in un solo articolo di legge), Berlusconi, Monti, Letta. Sempre aggiungendo al testo un’invocazione amorosa al Parlamento, che Renzi ha ripetuto 30 volte (in media ogni 12 giorni) durante il suo primo anno di governo. «Ti fidi di me, mi vuoi ancora bene? Dimmelo di nuovo, giurami fiducia».

È la legge non scritta della Seconda Repubblica: se vuoi incassare una riforma, devi violentarne la forma. Nel caso della scuola, questa maschera deforme comprende 209 commi, che s’allungano per 25 mila parole. Neppure Samuel Beckett, con le sue frasi che riempivano una pagina, avrebbe osato tanto. Si dirà: una legge non è un romanzo, dobbiamo misurarne la sostanza, non lo stile.

 Vero, ma fino a un certo punto. Intanto, sui contenuti la riforma è in chiaroscuro, altrimenti non avrebbe innescato una valanga di proteste. Restano elementi critici sull’offerta formativa, sui poteri del preside-sceriffo (decide lui chi assumere), sul finanziamento alle scuole private (vietato dalla Costituzione). Dopo di che non mancano i progressi: maggiore autonomia, stabilizzazione dei precari, aiuti alle scuole disagiate, processi di valutazione dei dirigenti e dei docenti . Restano chiaroscuri anche sul maxiemendamento, rispetto al testo originario. Quanto al piano d’assunzioni, per esempio, è in chiaro il reclutamento degli idonei usciti dall’ultimo concorso, è in scuro il rinvio della pianta organica al 2016.

Niente di nuovo, succede con ogni maxiemendamento. Perché il suo primo effetto è di trasformare il Parlamento in organo consultivo del governo: quest’ultimo ascolta quanto hanno da dire gli onorevoli colleghi, leggiucchia le loro proposte di modifica, poi sceglie petalo da petalo, e li incarta in una rosa che ha per spina la fiducia. Sequestrando la libertà dei parlamentari, messi davanti a un prendere (la legge) o lasciare (la poltrona). Sommando su di sé il potere esecutivo e quello legislativo, specie se il testo contiene 9 deleghe al governo, come accade per la Buona Scuola. E sfidando infine il paradosso, la contorsione logica. Il maxiemendamento, difatti, è un autoemendamento, quando interviene su un progetto confezionato dallo stesso Consiglio dei ministri. Mentre emenda, il governo fa ammenda. Ma l’ammenda non corregge i difetti originari: viceversa li moltiplica, giacché converte l’atto normativo in arzigogolo, che poi ciascuno interpreterà come gli pare, come gli fa più comodo.

Così, fra questi 209 commi che si succedono senza uno straccio di titolo per orientarne la lettura, fa capolino il comma 49, che introduce la lettera b-bis . Seguito a debita distanza dal comma 166, che a sua volta aggiunge il comma 2- octies . Mentre il comma 178 si divide in 9 lettere; la lettera b in 8 punti; il punto 3 in 4 sottopunti. Senza dire del comma 74, a proposito degli insegnanti di sostegno: un delirio di rinvii normativi, 23 numeri in 84 parole. Sarà per questo che l’Italia è fanalino di coda nella classifica che misura la qualità della legislazione, 63 gradini in giù rispetto alla Germania. Sarà per questo che l’indice Doing Business 2015 ci situa al 56º posto, dietro a tutte le principali economie. Con leggi così l’imprenditore, il lavoratore, e da domani pure lo studente, rimangono giocoforza ostaggio del burocrate. Il maxiemendamento è un campo di concentramento. 

Michele Ainis

Corriere della Sera

Le sigle astruse della burocrazia

acroEsempi di efficienza e sintesi nel mondo classico (il romano Spqr), care al futurismo, le sigle sono state pervertite dalla burocrazia italiana, che le ha trasformate in simboli di complicazione e inefficienza.

Il dr (pardon, dottor) Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, infallibile grand commis uscito dalla penna del costituzionalista-romanziere Alfonso Celotto, s’è divertito a raccogliere le dieci sigle più inutili, demenziali o astruse e a combinarle in frasi come «vado all’Urp per chiedere il Cup e consegnare il Durc al Rup». Italiano, non grammelot: vado all’Ufficio Relazioni col Pubblico per chiedere il Codice Unico del Progetto e consegnare il Documento Unico di Regolarità Contributiva al Responsabile Unico del Procedimento. «E presto il Durc diventerà Sirce, Sistema Informativo Regolarità Contributiva Edile».

Il cittadino resta disorientato, il dottor Amendola mai. Piuttosto riflette su dettagli stilistici come la norma – al paragrafo 14, lett. C) delle Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi contenute nella Circolare del Presidente del Senato del 20 aprile 2001 – secondo cui «anche al fine di agevolare la ricerca informatica, le lettere che compongono la sigla non sono separate da punti». E non gli sfugge che nel testo unico sull’edilizia s’era introdotta la Dichiarazione di Inizio Attività, che abbreviata è uguale alla Direzione Investigativa Antimafia nata anni prima. Stessa sigla, significati diversi, caos garantito. Ci sono voluti dieci anni per sciogliere l’equivoco, sostituendo la Dia (edilizia) con la Scia, Segnalazione Certificata di Inizio Attività. «La burocrazia ama le sigle, ricambiata – spiega serafico -. Acronimi oscuri, sempre in aggiornamento. Concentrato di sapere e di potere. Da trasmettere solo agli iniziati. Come il latinorum di don Abbondio».

Prende fiato, poi ricomincia. «Il Mise ha chiesto al Mit di acquisire il concerto del Mattm su proposta del Mef, sentito il Dagl della Pcm». Eh? Il MInistero dello Sviluppo Economico ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti di acquisire il concerto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare su proposta del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentito il Dipartimento Affari Giuridici e Legali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «In pratica con le sigle si usano 21 parole anziché 49 e 107 caratteri invece di 339, ma la frase diventa incomprensibile ai non addetti ai lavori. Un modo per la burocrazia di autoalimentarsi».

E dunque, se tutti mastichiamo l’Iban (ma quanti saprebbero dire International Bank Account Number?), di fronte ai virtuosismi del dottor Amendola ci si scopre indifesi. «Una buona legge si fa con Air (Analisi Impatto della Regolazione), Atn (che non è l’azienda di trasporti napoletana, ma l’Analisi Tecnica Normativa) e Vir (Verifica Impatto Regolazione)», poi «sulla Guri (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana) si pubblicano L, Dl, Dgls, Dm, Di e Dpr» (sono tutti atti normativi) mentre «Agcom, Agcm e Aeeg (le Authority di comunicazioni, concorrenza ed energia) chiedono a Gse, Grtn, Gme e Au (enti di gestione del mercato elettrico) regole trasparenti».

Destra e sinistra, prima e seconda Repubblica, tecnici e politici, nulla cambia. La sciarada dell’imposta sui rifiuti si trascina da vent’anni: Tarsu (1993), Tia (1997), Tares (2011), Tari (2014). I Trap e i Tsap, Tribunali Regionali (e Superiori) delle Acque Pubbliche, incostituzionali e aboliti negli Anni 90, sono risorti come l’Araba Fenice. Si deve a Berlusconi il Sistri (rifiuti), a Monti l’Anncsu (Archivio nazionale dei numeri civici delle strade urbane), a Renzi la NaspI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego).

E nemmeno si può sperare che ci salvi l’Europa (intesa come Ue). I Fesr, Feoga, Fep e Fse (Fondi Europei nei settori sociali, agricolo e della pesca) sono disciplinati dal Qns (Quadro Nazionale Strategico) e vengono erogati mediante Pon, Por e Poin (Piani nazionali, Regionali, Interregionali). Troppo anche per il dottor Ciro Amendola, davvero

http://www.lastampa.it/2015/01/29/italia/cronache/vado-allurp-per-consegnare-il-durc-le-sigle-pi-astruse-della-burocrazia-a6yJimRQgTKXBbxczuiUWI/pagina.html

 

La solitudine al potere

lesssLa democrazia è un cantiere sempre aperto. Ogni giorno si forma e si trasforma, anche se per lo più non ci facciamo caso. La folla dei muratori nasconde l’opificio, la polvere di calcinacci ci impedisce di vedere. Eppure sta cambiando, qui, adesso. E la cifra della sua metamorfosi si riassume in una parola: solitudine. Dei leader, dei cittadini, delle istituzioni. Ne è prova il confronto tra l’uomo che ha segnato gli ultimi vent’anni e quello che forse dominerà il prossimo ventennio. Berlusconi inventò il partito personale, schiacciato e soggiogato dal suo capo. Ma un partito c’era, con i suoi gonfaloni, con i suoi colonnelli. Invece Renzi è un leader apartitico, senza partito. Ha successo nonostante il Pd, talvolta contro il Pd. Il suo colore è il bianco, come la camicia sfoggiata a Bologna insieme agli altri leader della sinistra europea. E il bianco è un non colore, non esprime alcuna appartenenza.

D’altronde tutti i soggetti associativi sono in crisi, perciò sarebbe folle legarsi mani e piedi alle loro sventure. La fiducia nei partiti vola rasoterra dagli anni Novanta; adesso è sottoterra, al 6,5%. Nelle associazioni degli imprenditori credono ancora 3 italiani su 10, e appena 2 nei sindacati. È in difficoltà pure la Chiesa, ma papa Francesco riscuote il 91% delle simpatie popolari. Come peraltro Renzi, che surclassa la popolarità del suo governo (64%). Perché contano i singoli, non gli organismi collettivi. Contano i sindaci, non i consigli comunali. Conta il governatore, non l’assemblea della Regione: se il primo inciampa, cadono tutti i consiglieri. Mentre il Parlamento nazionale è già caduto, è un fantasma senza linfa: per Eurispes, se ne fida il 16% degli italiani. Invece il presidente della Repubblica, sia pure in calo, rispetto al Parlamento triplica i consensi.

E allora viva le istituzioni monocratiche, abbasso la democrazia rappresentativa. Come sostituirla? Con un tweet , nuova fonte oracolare del diritto. O con una fonte orale: ne ha appena fatto uso il ministro Orlando, annunziando un emendamento al decreto sulla giustizia. Anche se quel testo nessuno lo conosce, anche se Napolitano non l’ha ancora timbrato, anche se la competenza ad emendarlo spetterebbe semmai all’intero Consiglio dei ministri. Ma quest’ultimo è l’ennesimo organismo collegiale caduto ormai in disgrazia, sicché ciascun ministro fa come gli pare. Sempre che sia d’accordo poi il primo ministro, dinanzi al quale tutti gli altri non sono che sottoministri.

E lui, l’uomo solo al comando, come comanda? Berlusconi seguiva l’onda dei sondaggi, a costo di cambiare idea tre volte al giorno, se gli piovevano sul tavolo tre rilevazioni differenti; Renzi non sonda, consulta. Il 15 settembre s’aprirà la grande consultazione sulla scuola, dopo quella sullo sblocca Italia, sulla giustizia, sulla burocrazia, sul Terzo settore. Anche la riforma costituzionale (art. 71) fa spazio a nuove «forme di consultazione».

Nel 1992 fu l’utopia di Ross Perot, outsider alle presidenziali americane: una società atomistica, in cui ciascuno potesse promuovere o bocciare qualunque decisione di governo, schiacciando un tasto sul computer mentre fa colazione. Non è l’utopia di Renzi, anche perché in Italia i consultati non decidono alcunché. Ma la consultazione è diventata lo strumento per stabilire un rapporto verticale con il leader, nel vuoto di rapporti che segue l’eclissi di ogni aggregazione collettiva. Il risultato? Parafrasando Gaber: l’incontro di due solitudini, in un Paese solo.

michele.ainis@uniroma3.it

Tagliamo le norme, non le teste

I dipendenti pubblici? Una mandria di sfaticati. I loro dirigenti? Mandarini del Celeste Impero. Le burocrazie locali? Centri di spreco e corruzione. Nella furia iconoclasta che s’abbatte sugli uomini (e le donne) dello Stato, non si salva più nessuno

………

…. siamo noi, lo Stato. È la maestra che insegna matematica ai nostri bambini, guadagnando meno d’una colf. È il poliziotto che fa il turno di notte nelle strade, a bordo di volanti scalcinate e sempre a corto di benzina. È il medico del Pronto soccorso, che s’arrangia risparmiando sulle garze. Ed è anche il burocrate con la sua penna d’oca in mano, come no. Ma per difenderci dalle vessazioni burocratiche, per ritrovare la nostra libertà perduta, dobbiamo restituire all’amministrazione pubblica la sua propria dignità perduta. Sfatando innanzitutto dicerie e leggende sul corpaccione dello Stato.

Non è vero che l’Italia sia la patria dei dipendenti pubblici: ne abbiamo 3,4 milioni, contro i 5,5 milioni del Regno Unito o della Francia. E sono 58 per ogni mille abitanti, come in Germania. Peraltro in calo del 4,7% nell’ultimo decennio, a differenza di tutti gli altri Stati europei. Non è vero che costano troppo: pesano l’11,1% del Pil, circa la metà di quanto si spende in Danimarca. Mentre il loro contratto di lavoro è bloccato dal 2010. È vero però che sono troppo vecchi (solo il 10% ha meno di 25 anni), con troppi marescialli e pochi soldati semplici (la Francia ha un terzo dei nostri dirigenti), ed è vero infine che sono mal ripartiti (in Calabria gli statali rappresentano il 13% degli occupati, in Lombardia il 6%).

Da qui il farmaco più urgente: razionalizzare. Con l’intelligenza, non con la violenza. Significa distribuire meglio i ruoli, ma significa altresì semplificare i procedimenti e gli accidenti del diritto amministrativo. Dove la legge annuale di semplificazione non interviene mai ogni anno, e si traduce per lo più nell’ennesimo fattore di complicazione. Dove regna (dal 1889) l’astrusa distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi, ciascuno col suo giudice, ciascun giudizio un rebus per i cittadini. E dove s’accalca una folla di custodi, che ovviamente passano i giorni a litigare sulle rispettive competenze. Ma in un Paese che ospita 6 forze di polizia nazionali e 2 locali questa è la regola, non certo l’eccezione.

Ecco, è lì il virus che infetta l’organismo dello Stato. S’annida nell’eccesso dei controlli, delle giurisdizioni, dei procedimenti, delle norme (che peraltro fanno da scudo ai poco volenterosi). Quante ne abbiamo in circolo? Nel 2007 la commissione Pajno ha fatto un po’ di conti: 21.691 leggi statali, cui però dovremmo aggiungere 30 mila leggi regionali e 70 mila regolamenti. Ma in un sistema tortuoso come un labirinto nessuno risponde più di nulla: c’è sempre un comma che ti lava la coscienza. La fuga dalle responsabilità ha origine perciò da un pieno, non da un vuoto. Giacché troppi controllori vanificano il controllo, giacché troppe leggi equivalgono a nessuna legge. E allora tagliamo le norme, non le teste.

Di Michele Ainis Corriere della Sera del 17/4/14

http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_17/labirinto-inestricabile-12c7e14c-c5ed-11e3-8866-13a4dbf224b9.shtml

Pressione burocratica e fiscale

buroIl ministro del Lavoro ha annunciato che il Governo ….. «sta lavorando a un’operazione di semplificazione molto forte che dovrebbe vedere la luce a brevissimo» (4 giugno 2013).
Auguri. Perché da quando è cominciata la precedente legislatura, nella primavera del 2008, sono state varate qualcosa come 288 norme fiscali che hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita alle imprese. E’ un numero pari al 58,7 per cento di tutte le disposizioni di natura tributaria (491) introdotte attraverso 29 differenti provvedimenti. Oltre quattro volte superiore a quello delle 67 «semplificazioni» fatte nello stesso periodo: ogni norma approvata per snellire la burocrazia ne ha quindi portate con sé 4,3 capaci di riversare altra sabbia negli ingranaggi…

E forse non è un caso, sottolinea l’ultimo rapporto della Confartigianato che contiene questo dato scioccante, che «la pressione burocratica abbia lo stesso ritmo di crescita della pressione fiscale». Ha raggiunto il 44,6 per cento, livello mai visto dal 1990, anno d’inizio della serie storica . Con un picco negli ultimi tre mesi 2012, durante i quali per ogni minuto che trascorreva il Fisco incassava un milione 731.416 euro. L’ufficio studi della Confartigianato ricorda che tra il 2005 e il 2013, secondo le stime Ue, le entrate fiscali sono salite del 21,2 per cento, pari a 132,1 miliardi: cifra esattamente corrispondente all’aumento nominale del Pil, diminuito però in termini reali. Per ogni euro di crescita apparente, dunque, l’Erario ha intascato un euro in più: è l’eredità di quello che nel rapporto viene definito «il ventennio perduto», iniziato nel 1993 e proseguito con 12 differenti governi. Senza che nemmeno gli esecutivi tecnici siano riusciti a invertire la rotta.

Negli ultimi 600 giorni, ……, il numero delle imprese è calato dell’uno per cento, il Pil è diminuito del 3,4 per cento, il credito al sistema produttivo ha subito una flessione di 65 miliardi, il debito pubblico è aumentato di 122 miliardi, la pressione fiscale è cresciuta dell’ 1,8 per cento, la disoccupazione giovanile si è ingigantita dell’ 8,5 per cento. Il numero delle persone senza lavoro è lievitato di 728 mila unità. La pressione fiscale sulle imprese risulta ben più elevata di quella per le famiglie: è arrivata al 68,3 per cento. Misura che vale il primato europeo e la quindicesima piazza mondiale. In Francia, dove pure non scherzano, il total tax rate sulle imprese è del 65,7 per cento. Ma in Germania scende al 46,8 per cento, per calare ancora in Spagna al 38,7 e planare nel Regno Unito al 35,5 per cento

 

http://www.corriere.it/economia/13_giugno_10/aziende-record-burocrazia_f5d46d76-d18c-11e2-810b-ca5258e522ba.shtml