America. Gli oligopoli fanno impennare costi e prezzi

airCosa provoca l’aumento delle diseguaglianze? Tra le cause più note ci sono il potere oligarchico dei top manager che si auto-determinano gli stipendi; le politiche fiscali che favoriscono i profitti delle multinazionali e le rendite finanziarie; il declino dei sindacati. Tutto vero, ma gli studiosi Lina Khan della New America Foundation e Sandeep Vaheesan dell’American Antitrust Institute ci ammoniscono a non sottovalutare un’altra concausa: il ritorno dei monopoli.

Il fenomeno è evidente negli Stati Uniti. Nella sanità, per esempio: un business con 2.500 miliardi di dollari di fatturato annuo, i cui costi pesano tremendamente sui bilanci delle famiglie. L’ondata di fusioni tra gruppi ospedalieri privati ha fatto sì che in molte zone d’America chi si ammala ha poca scelta, deve finire per forza nelle mani di un big ospedaliero. E le tariffe vanno sempre più su, contribuendo all’impoverimento della middle class: le cure mediche seguono un trend al rialzo molto superiore all’andamento delle retribuzioni.

Un altro settore è la cable tv, dove in seguito a fusioni e acquisizioni restano in gioco solo quattro colossi (Comcast, At&t, Time Warner, Verizon), e in molte zone d’America la scelta per il consumatore si riduce a uno o due. Risultato: l’ologopolio controlla il 66% del mercato e fissa i prezzi che vuole, le tariffe per l’abbonamento tv, spesso combinato con l’accesso a Internet, dal 2008 ad oggi sono cresciute tre volte più dell’inflazione. Stessa musica nel trasporto aereo, dove sono quattro giganti a spartirsi il 60% del mercato: Delta, Southwest, United, American. Anche qui il potere oligopolistico costa caro al consumatore, i passeggeri hanno subito rincari tariffari fino al 65% per i biglietti aereisulle principali rotte.

Un altro settore è l’agro-business, in particolare il comparto della carne. Le aziende che producono carne in scatola, pollo surgelato, insaccati suini, sono ormai solo quattro: Tyson, Jbs, Cargill e National Beef. Qui le vittime non sono soltanto i consumatori ma anche gli allevatori. Stritolati dall’oligopolio che controlla gli acquisti di carni all’ingrosso, gli agricoltori hanno dovuto accettare una drastica riduzione del 30% sul ricavato dall’allevamento di ogni maiale. Il monopolista impoverisce tutti, fuorché se stesso. I consumatori pagano di più, la qualità peggiora, il potere d’acquisto delle famiglie viene ridotto. E anche i salari. Ho già raccontato l’accordo di cartello tra i big dellaSilicon Valley, che su iniziativa di Steve Jobs decisero di non rubarsi gli ingegneri in modo da non aumentargli lo stipendio. La stessa cosa è accaduta in un settore dalle remunerazioni già basse, il mercato del lavoro per il personale ospedaliero.

A Detroit, ventimila infermiere hanno perso 400 milioni di dollari di stipendio tra il 2002 e il 2006, sotto forma di tagli imposti dal cartello oligopolistico ospedaliero. Chi non accetta i tagli in busta paga resta disoccupato, visto che gli ospedali fanno capo allo stesso padrone. La conclusione che ne traggono i due studiosi americani non è disperante. Anzi, è un invito all’azione. Lina Khan e Sandeep Vaheesan fanno appello all’antica tradizione dell’antitrust negli Stati Uniti. Quella tradizione è stata calpestata e stravolta, da Ronald Reagan in poi. Il potere degli oligopoli arricchisce solo una élite. Lo conferma Goldman Sachs che alla sua clientela più esclusiva raccomanda di investire proprio nei settori blindati da oligopoli, più generosi di profitti per gli azionisti. E’ un’involuzione fabbricata dalla politica, e come tale si può invertire cambiando politica.

 

Federico Rampini, “la Repubblica Affari e Finanza”, 23 giugno 2014

Cuneo fiscale e pressione tributaria

Il valore medio del cuneo fiscale e contributivo per i lavoratori dipendenti è pari al 49,1% del costo del lavoro“. Lo riferisce l’attuale presidente dell’Istat, Antonio Golini, in Commissione finanze del Senato, basandosi su un modello di microsimulazione sulle famiglie che si basa su dati 2012. “I contributi sociali – riferisce ancora – rappresentano la componente più elevata del cuneo fiscale (28% a carico del datore di lavoro e 6,7% a carico del lavoratore”. In busta paga, inoltre, “ai lavoratori vengono trattenute le imposte sul reddito (14,5%) inclusive dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali”.

Golini ha notato anche che “i percettori di un solo reddito da lavoro dipendente ricevono in media, nel 2012, una retribuzione netta di 16.153 euro circa all’anno, di poco superiore alla metà del valore medio del costo del lavoro (31.719 Euro)“. …

L’Istat nota poi che nel complesso, mentre tra il 2000 e il 2012 la pressione fiscale nei 27 paesi dell’Ue è diminuita complessivamente di 0,5 punti percentuali, in Italia è aumentata di quasi 3 punti, l’incremento più elevato se si escludono i casi di Malta e Cipro. La pressione fiscale nel Belpaese si attesta nel 2013 al 43,8% del Pil (44% nel 2012). Pessime notizie arrivano poi per le famiglie: nel 2012 il potere d’acquisto delle famiglie è calato quasi del 5% (4,7%). Una caduta “di intensità eccezionale” prodotta dall’aumento del prelievo fiscale (Imu, contributi sociali, ecc) che ha “notevolmente contribuito alla forte contrazione del reddito”: -2% quello “disponibile” 2012.  …

http://www.repubblica.it/economia/2014/03/11/news/fisco_il_cuneo_si_mangia_met_busta_paga-80748479/?ref=HREC1-1

Cos’è il CUNEO FISCALE

Con il termine cuneo fiscale o cuneo contributivo si intende, nel diritto tributario la differenza tra il costo del lavoro che una impresa deve sostenere verso i lavoratori, e la redistribuzione netta del salario che rimane a disposizione del lavoratore.

 In pratica il cuneo fiscale va a formarsi commisurando le imposte e i contributi relativi alla retribuzione del lavoratore, pagati dal lavoratore e dal suo datore di lavoro.

Quindi il cuneo fiscale è costituito da un insieme di componenti che vanno a gravare su più di un soggetto.

Dunque parliamo di cuneo fiscale intendendo la differenza fra ciò che il datore paga e quanto in realtà viene incassato dal lavoratore, considerando il resto dei contributi versati al fisco e agli enti di previdenza in generale.

http://www.portaldiritto.com/il-cuneo-fiscale.htm

 

Detroit -Torino : buste paga a confronto

miraUn operaio nello stabilimento Chrysler di Jefferson North, a Detroit. Un altro nella fabbrica Fiat di Mirafiori, a Torino. Vivono lontani migliaia di miglia e l’oceano che li separa vale anche per le buste paga. Diversissime, dalle retribuzioni fino alle tasse e addirittura alla frequenza (settimanale negli Stati Uniti, mensile in Italia). Eppure, adesso i due operai-turnisti hanno in comune una cosa non da poco: l’azienda per cui lavorano, al 100%.

Nella fabbrica Usa, con i nuovi contratti post-2009, ci si porta a casa circa 500 dollari netti a settimana. È un numero indicativo e medio della categoria, così come lo sono tutti gli altri a seguire. Al mese fanno all’incirca 2.100 dollari. Che, in euro, diventano 1.550. L’operaio italiano, invece, a fine mese incassa intorno a 1.350 euro. Ma il «netto in busta» arriva una volta in più (in Italia c’è la tredicesima) di quanto succeda al collega americano. Se fosse in cassa integrazione la sua paga sarebbe decurtata di diverse centinaia di euro, a seconda del numero di ore passate in fabbrica o in cassa. La Fiom Cgil parla di stipendi da 800-900 euro netti per chi è in cassa integrazione a zero ore da diverso tempo.

Fare confronti, insomma, non è facile. Tantomeno sugli importi lordi, visto che il cuneo fiscale tricolore può arrivare a superare il 50%, mentre quello a stelle e strisce viaggia intorno al 35% (stime Fismic).

Ma la «contabilità del cedolino» non si ferma qui: le aziende americane spesso integrano lo stipendio con polizze sanitarie e piani pensionistici differenti da quelli in Italia, dove – però – la sanità pubblica offre un livello di prestazioni ben diverso. Senza contare che il costo della vita e le tutele giuridiche non sono le stesse a Detroit e a Torino. E che, ancora, alcune voci (vedi gli incentivi fiscali) possono variare a seconda della regione dove si trova lo stabilimento, pur restando nella stessa nazione.

C’è poi la lista dei «variabili», con Chrysler che si distingue per una lunga serie di bonus. La Fim Cisl ha raccolto tutto un elenco dei bonus del contratto Chrysler-Uaw (il sindacato) del 2011, molti dei quali legati a parametri di produttività, per migliaia e migliaia di dollari. Uno fra tutti: la condivisione degli utili con bonus variabili da zero a 12 mila dollari (9 mila euro

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_03/operaio-usa-guadagna-piu-fisco-pesa-meno-fiat-93cdbe98-7466-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml

Diminuisce il numero delle imprese in Italia

Nel 2010 le imprese attive dell’industria e dei servizi di mercato sono 4.372.143 e occupano circa 16,7 milioni di addetti, di cui 11,2 milioni sono dipendenti. La dimensione media delle imprese si conferma particolarmente contenuta, pari a 3,8 addetti per impresa. Lo rileva l’Istat, spiegando che il numero delle imprese è in calo dello 0,3% su base annua e quello degli addetti dell’1,6%..

Inoltre l’Istituto di statistica rileva come nel 2010 ciascun dipendente abbia lavorato in media 1.629 ore (8 ore in più rispetto al 2009), con livelli superiori alla media nelle costruzioni (1.669) e nell’industria in senso stretto (1.651) e inferiori nel settore dei servizi (1.610). Guardando alle buste paga, la retribuzione lorda media annua per dipendente è risultata, nel complesso, pari a 24,4 mila euro (era 23,7 mila euro nel 2009).

http://www.lastampa.it/2012/10/29/economia/lavoro-meno-imprese-piu-produttivita-HBANkXwUrhebIKbobxTyGI/pagina.html