Caffè social

VOLTAI1[1]I social network oggi vengono additati come nemici della produttività.
Secondo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo:e tuttoa causa di queste «armi di distrazione di massa».
Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’informazione, che esercitava un’attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’epoca.
Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi.
I caffè erano usati anche come uffici postali:i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori. Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro.
Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’espressione «lì nel caffè». Le pagine di Pepys danno un’idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a «una lunga e accesissima discussione fra due dottori», dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente.
Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, «il gentiluomo, il manovale, l’aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali».
Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford.
«Perché l’apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’Università?», chiedeva. «Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo»……
Ma qual era l’impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni. Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna.
I caffè erano piattaforme per l’innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s.
Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere.
Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, mai loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno. Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking.
Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. ……

Tom Standage su Repubblica del 12 luglio 2013

http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-174641009

Quanto cibo si può comprare con 5 dollari in giro per il mondo?

Stessi alimenti, Paesi diversi. Quanto cibo si può acquistare con cinque dollari in varie parti del mondo? Per rispondere a questa domanda il sito BuzzFeed ha realizzato un video in cui pone a confronto le differenti quantità dello stesso prodotto – in questo caso banane, caffè, panini, macinato, riso, patate, uova e birra – vendute per il medesimo prezzo negli Usa, in Etiopia, Gran Bretagna, Italia, Francia, Svezia, Cina e Giappone.  BuzzFeed (piattaforma online che riunisce contenuti virali) ha utilizzato come fonti siti governativi e quotidiani come il New York Times, il Telegraph e l’Economist…

http://video.repubblica.it/mondo/il-cibo-che-si-puo-comprare-con-5-dollari-in-giro-per-il-mondo/126117/124614?ref=HRESS-15

Una giornata self service

Inserire la chiavetta”. Bip. “Credito: 2,53 euro, selezionare il numero”. Bip. Il buongiorno – nell’era della vita self-service – si vede dal mattino. Le tecnologie – diceva quel povero illuso di John Maynard Keynes – libereranno l’uomo dalla schiavitù del lavoro (“massimo 15 ore alla settimana”) regalandogli una ricca vita di relazioni. Ha sbagliato in pieno: oggi produciamo in 9 ore quello che nel 1950 si faceva in 40. In ufficio però ci restiamo di più. E quanto alle relazioni, la novità è solo una: abbiamo imparato a farne a meno.

Dal cappuccino delle sette al distributore automatico nel metrò – “Erogazione conclusa, ritirare la bevanda. Credito residuo 2,08 euro”. Bip – fino alla cena, dal matrimonio fino alla toelettatura del cane, nel terzo millennio va di moda l’esistenza fai-da-te. Le macchine ci hanno liberato dal più faticoso degli esercizi, quello del rapporto con il resto del genere umano. E oggi, volendo, si possono vivere 24 ore da sogno (senza privarsi di nulla) interloquendo solo con display azzurrognoli, schermi di computer e consulenti – per l’anima e per il cuore – del tutto virtuali. Il glorioso “Time” l’aveva predetto nel 2008: “Le nuove tecnologie faranno del mondo un gigantesco self-service“. Ci ha preso più di Keynes. La macchina del cappuccino da 0,45 euro nel mezzanino del metrò – la qualità è quella che è, per carità – è solo la punta dell’iceberg.

 I nostri desideri, ormai,sono tutti a portata di mano (o di mouse) senza che sia più necessaria l’intermediazione di un essere vivente. Proseguiamo verso i treni. Il biglietto si compra al distributore automatico. Massimo non dà il resto. I soldi, va da sé, li abbiamo ritirati la sera precedente al Bancomat (in Italia preleviamo più di 2mila euro l’anno a testa, neonati compresi, il doppio di dieci anni fa). Poi via di corsa verso la banchina snobbando l’edicolante. Il giornale? C’è la free-press sulla rastrelliera o la versione digitale sull’I-pad (il New York Times, per dire, ha già 592mila abbonati sul tablet).
In attesa del convoglio è possibile farsi quattro foto tessera, comprarsi una bottiglia d’acqua o un tramezzino e persino stamparsi un carnet di biglietti da visita a uno dei 2,5 milioni di distributori automatici di servizi spuntati come funghi in ogni angolo del Belpaese, il 25% più di un anno fa. Un esercito di macchinette che inghiottono ogni anno, senza nemmeno regalarci un educato “grazie”, 2,6 miliardi di euro in monetine. …….
Alla fine di una giornata così, …… bisogna pur sempre procurarsi da mangiare. Facile. I supermercati sono diventati ormai un luogo di culto del fai-da-te esistenziale. Pesiamo da soli arance e peperoni, attacchiamo i cartellini del prezzo, scannerizziamo in proprio come bravi scolaretti i codici a barre di shampoo e rotoli di carta igienica. E da qualche tempo a questa parte abbiamo imparato persino a far da cassieri a noi stessi, calcolando il conto finale agli scanner ottici. Tutto da soli, dall’entrata all’uscita. Magari è un po’ alienante. ….

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/10/31/news/giornata_self_service-45620213/