La tentazione di Enrico VIII

errrricUN tempo in Europa si negoziava in pompa magna. L’accampamento vicino a Calais in cui avvenne l’incontro tra Enrico VIII e il re di Francia Francesco I prese il nome di Campo del drappo d’oro, per i fasti dei banchetti, delle danze e degli abiti sfoggiati. All’epoca i leader europei se la prendevano comoda.

QUEL vertice del 1520 durò quasi due settimane e mezzo. Non si concluse nessun accordo importante, ma tutti tornarono a casa contenti.
Mettiamo a confronto quello sfarzo con le pene patite da David Cameron e dagli altri leader europei la scorsa settimana per stabilire i termini del nuovo status ‘speciale’ della Gran Bretagna in seno all’Ue.
Ho avuto difficoltà a spiegare ai miei colleghi americani che il futuro del mio paese era appeso al numero di anni di attività lavorativa nel Regno Unito che un idraulico polacco deve vantare per poter aspirare alle prestazioni di sicurezza sociale. La cosa li lascia perplessi, soprattutto quando specifico che la questione riguarda gli immigrati regolari.
Ma il vero problema non è questo, bensì capire se la Storia ci ha insegnato qualcosa da cinque secoli a questa parte. Mezzo millennio fa Enrico VIII poteva ancora avanzare pretese sulla corona di Francia. Ma il cardinal Wolsey era più lungimirante e capì che i monarchi della cristianità dovevano unire le forze contro gli Ottomani. Fu questo uno dei motivi per cui Wolsey fece incontrare Enrico e Francesco. Il ragionamento del cardinale era giusto. Mentre l’Europa si spaccava sulla Riforma, gli eserciti del sultano assediarono Vienna due volte nell’arco di due secoli, nel 1529 e nel 1683. In seguito ad Est si profilò una seconda più grave minaccia, nella forma della Russia zarista.
Dopo la pace di Westfalia del 1648, l’Europa entrò nell’era che associamo all’equilibrio di potere, ossia il dominio di cinque grandi potenze: Austria, Gran Bretagna, Francia, Prussia e Russia. La realtà geopolitica era caratterizzata dalla sempre più intensa competizione oltreoceano tra olandesi, britannici e francesi per le spoglie dell’impero e dall’infinita “questione orientale” che a lungo contrappose la Russia alla Turchia . Per un periodo il successo della Gran Bretagna come potenza imperiale fece sorgere l’illusione di un possibile distacco dal continente. Ma lo «splendido isolamento» era una formula ironica. Prima Napoleone, poi il Kaiser e infine Hitler ci insegnarono, o avrebbero dovuto insegnarci, l’esatto contrario. Il vincolo con il continente non venne mai meno.
Oggi possiamo solo scegliere che forma dare a questo vincolo. Possiamo dichiarare chiuso per nebbia il canale della Manica votando a favore della Brexit, ma è un’illusione pensare di poterci separare così dall’Europa. Perché senza di noi l’Europa avrà un futuro di crescente instabilità.
La Germania è in crisi, indebolita dalle conseguenze della decisione della Merkel di aprire i confini tedeschi l’estate scorsa.
Cameron, che inizialmente pensava di trattare con Berlino, si è trovato a dover mercanteggiare in 27 capitali diverse, da Parigi a Praga. Perché ha avuto successo? Perché gli altri paesi europei si sono resi conto che la nostra uscita dall’Ue avrebbe avuto conseguenze disastrose.
Non serve farsi illusioni su Bruxelles per credere che la Gran Bretagna deve restare nell’Ue. Ma bisogna illudersi per credere che si possa uscire dall’Europa resuscitando l’ideale ottocentesco di sovranità parlamentare.
Ho degli amici carissimi che sono stati vittima di questa chimera e mi rendo conto che nel dibattito odierno le posizioni si sono rovesciate. Negli anni Novanta a nutrire utopie erano i filo-europei, sinceramente convinti che l’Europa senza confini, a moneta unica, si sarebbe trasformata per magia negli Stati Uniti d’Europa, superando il malvagio nazionalismo del passato. Gli scettici all’epoca eravamo noi che dicevamo che l’unione monetaria senza un’unione fiscale portava al disastro. E avevamo ragione.
Oggi invece sono i fautori della Brexit a illudersi. Non sono affatto euroscettici bensì anglomaniaci. I veri scettici oggi dicono che uscire dall’Ue equivale non solo a rinunciare completamente ad avere voce in capitolo sui termini di quello che sarà il rapporto futuro con i nostri maggiori partner commerciali, mettendo a rischio il ruolo di Londra come centro finanziario, ma anche, cosa molto più importante, a minare la sicurezza dell’Europa.
A noi angloscettici la Storia ha insegnato che l’isolazionismo britannico è la miccia per disintegrare il continente.
Se si vota per uscire dall’Ue quest’anno, è sicuro che prima o poi si voterà per rientrare, per rimediare ai danni, ma a un costo spaventoso, come fu nel 1808, 1914 e 1939.
La Brexit di Enrico VIII furono la rinuncia al cattolicesimo di Santa romana Chiesa e il divorzio da Caterina d’Aragona. Un vero scettico all’epoca lo avrebbe consigliato di optare per coalizzarsi contro il pericolo turco.
(Copyright The Sunday Times Traduzione Emilia Benghi)
La tentazione di Enrico VIII perché per noi britannici restare un’isola è impossibile
di Niall Ferguson Repubblica 22.2.16
 Originario della Scozia, Niall Ferguson è uno dei più importanti storici britannici: insegna all’Università di Harvard
Lo storico spiega come ogni tentativo di tagliare i vincoli con il Continente abbia dato origine a fallimenti disastrosi Londra può scegliere che forma dare al suo vincolo con il resto dell’Unione: ma di certo non può separarsi e basta. Si aprirebbe un futuro di instabilità

UE: accordo sul bilancio per i prossimi 7 anni

bilancio ue“Un bilancio equilibrato e orientato alla crescita”, anche se “non perfetto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, commentando l’intesa sul bilancio, che “ha dimostrato il senso di responsabilità collettivo” dei leader Ue. “E’ fatta! I 27 membri dell’Ue hanno trovato l’accordo sul quadro di bilancio 2014-2020. L’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire”, è invece quanto ha scritto il portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, su Twitter. Salutando Mario Monti al termine del Summit, i principali leader europei gli hanno detto “mai l’Italia aveva ottenuto risultati così buoni”: lo ha riferito lo stesso ex premier a Bruxelles al termine del Vertice europeo. “Un buon compromesso”, ha detto il presidente francese François Hollande…..

Ma a farla da padrone sono soprattutto i tagli, che vanno maggiormente a colpire aree nevralgiche per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/08/news/ue_proposta_bilancio-52176825/?ref=HREA-1

 

BILANCIO EUROPEO

Ognuno di noi paga 75 cent al giorno per il bene comune a dodici stelle. Meno di un caffè al bar sotto casa. 

Gli amici dell’integrazione europea ripetono che i soldi messi nel bilancio europeo tornano. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ama ricordare che ogni euro investito in progetti transfrontalieri ne attira almeno altri tre o quattro. Si è vista fomentare una gran letteratura nelle capitali a proposito dell’Europa che ruba dai conti nazionali per spenderli a piacimento, ma è retorica populista. I soldi finiscono in programmi comuni e si moltiplicano, generano benessere e dunque domanda. Certo il principio della solidarietà fa sì che i più ricchi ci rimettano qualcosa. Ma i club si formano per condividere i denari, oltre che i sogni. E per dare una chance a chi a meno.

Il meccanismo di definizione è preciso, abbastanza democratico e certamente laborioso. Si lavora su una pianificazione settennale, disegnata inizialmente dalla Commissione Ue (il braccio esecutivo), poi discussa e in generale riformulata dal Consiglio (gli stati), che chiudono un pacchetto da sottoporre al Parlamento Ue (eletto a suffragio universale). …

I soldi da spendere vengono versati dagli stati membri in proporzione del pil (circa 76% del totale), corroborati da una percentuale dei dazi doganali (12%), e da parte dell’Iva (11%). Il metodo fa si che i paesi più ricchi mettano più soldi in cassa, dunque Germania prima, poi Francia e Italia. I soldi, in genere, si rivedono. Però la regola della solidarietà fa si che chi sta meglio spenda più di quanto raccolga. In gergo si chiamano “contributori netti” e noi siamo i re della categoria per due motivi. Uno l’ha spiegato più volte il premier Monti, l’intesa 2006-2013 non è stata ben negoziata (da Berlusconi). L’altro è la nostra storica limitata capacità di assorbimento dei fondi.

Sin dall’inizio della comunitaria la principale destinazione di spesa è la Pac, politica agricola comune. «Si tratta di assicurare la certezza alimentare», l’ha riassunta François Hollande. Francia e Italia sono i principali beneficiari degli aiuti (58,7 nel 2011 per le risorse naturali) che rappresentano una ricetta composita di protezione e sviluppo (nonché consenso). C’è chi dice che senza la Pac mangeremmo solo cinese, ma anche chi ritiene che le vacche si siano mantenute grasse coi soldi dei contribuenti. Gli scandali sulle quote latte violate e le arance buttate non hanno fatto bene a una strategia che ha certamente avuto il merito di accelerare l’ammodernamento del comparto.

Seconda voce è la coesione. Gli aiuti regionali, sono 309 miliardi nella proposta Van Rompuy. L’Italia ne ha incassati a bizzeffe, costruendo e frodando con quasi pari dedizione. La Spagna ne ha fatto l’arma segrete per uscire dalla depressione postfranchista. I falchi del rigore vorrebbero tagliarli, insieme con l’agricoltura, per puntare sull’innovazione, 152 miliardi (2014-20, bozza) per le reti di Trasporto, Energia e Tlc. Queste saranno smagrite, mentre si cerca di salvare l’umanitario (l’Ue è il primo fornitore di aiuti) e piccoli gioielli come Erasmus, il più amato dai giovani. Come la Formazione di cui è parte (1,2 miliardi nel 2011) e la Ricerca (8,6 miliardi)

L’amministrazione europea costa fra il 5 e il 6 del totale, (8,2 miliardi nel 2011). E’ meno di quanto spende una media città italiana per la sua funziona pubblica. ….

http://www.lastampa.it/2013/02/08/economia/bilancio-ue-di-cosa-stiamo-parlando-ognuno-di-noi-paga-cent-al-giorno-aN70zDBnIp1Wac3vytbWnI/pagina.html

Londra: referendum sull’Europa

Cameron ha ufficializzato un possibile piano di allontanamento dall’Europa in due fasi: una trattativa per rinegoziare lo status delle nazioni che fanno parte dell’Europa che (sempre se i conservatori vinceranno le prossime elezione, cosa tutta da vedere) dovrà tenersi il prossimo anno e un referendum secco, fuori o dentro l’Europa, da tenersi per la fine del 2017.

In sostanza Cameron ha lanciato un ultimatum all’Europa che suona più o meno: se volete che restiamo dovete accettare le nostre condizioni e riformare il baraccone di Bruxelles. Fin dall’inizio del discorso il premier ha chiarito che la sola idea di un’unione politica fa venire l’orticaria agli inglesi. Gli inglesi sono indipendenti per natura, «Non possiamo cambiare la sensibilità britannica così come non possiamo prosciugare il canale della Manica».

L’Europa futura che immagina Cameron, con Londra ancora a bordo, è un grande mercato unico vestito con l’esigua minigonna del neoliberalismo, dove lo spazio per la politica è praticamente inesistente e il nemico numero uno è la spesa sociale: meno regole, più profitt

 

http://www.lastampa.it/2013/01/23/esteri/cameron-ci-sara-referendum-sull-ue-se-si-esce-biglietto-di-sola-andata-HrB7fYtmAiFY7hJk8aZmcI/pagina.html