IL «FINANZCAPITALISMO» DEVE ESSERE DISARMATO

finanzcapCapita che i tedeschi abbiano ragione. Immanuel Kant, nel cercare la ricetta della pace perpetua, la individuò nella federazione tra stati, quello che manca all’Europa oggi. Lo studioso Jorg Huffschmid ammonì come il problema delle società avanzate fosse il «finanzcapitalismo» e non la crisi. La finanza al cubo ha infatti completamente rovesciato il concetto di capitale. Quello classico, che produce valore, quando si costruisce una scuola, un ponte, si elabora una nuova medicina, si creano posti di lavoro, sembra relegato ai tempi del Piano Marshall, lo si vorrebbe rievocare con la politica dei «soldi dagli elicotteri» da imporre alla Bce. Insomma è quasi un’utopia. Quello contemporaneo, il valore invece lo estrae, imponendo e sfruttando prezzi e tassi sui mutui, erogando prestiti a chi non può chiederli e rovesciando poi sulla collettività i debiti degli altri, come accaduto nel 2008.

La tirannia della finanza è costata agli stati 15 trilioni di dollari per salvare banche, assicurazioni e fondi, mentre si è calcolato che con la dematerializzazione di molte transazioni finanziarie, quasi l’80% dei 120 trilioni di dollari di azioni scambiati annualmente sulle borse mondiali perseguano finalità speculative. Senza contare la mole di derivati che non passano su mercati regolamentati e che possono valere sette volte tanto. Questa enorme massa di denaro che potrebbe nutrire due volte il mondo, si muove a seconda delle decisioni delle autorità monetarie e delle istituzioni che le sovrintendono. E a dispetto delle politiche economiche dei governi europei e della messa in sicurezza dei loro sistemi bancocentrici. I regolamenti di Bruxelles su salvataggi e coefficienti patrimoniali, la politica di tassi zero della Bce, la tirannia della finanza globale, hanno prodotto un paradosso: la festa è nostra — denaro a basso prezzo, rendimenti dei bond governativi negativi, deflazione — ma il festeggiato sta altrove. Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, da quando la Bce ha portato i tassi sui depositi sotto zero, oltre due anni fa, le società non europee hanno emesso obbligazioni denominate in euro per un totale di 170 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 98 miliardi dei 25 mesi precedenti. Sarebbe interessante sapere se tutti questi soldi hanno contribuito a creare posti di lavoro e se questi posti sono nell’Unione Europea o da qualche altra parte. Come ha scritto in modo profetico Luciano Gallino, si nutre la «bestia» piuttosto che coloro che sarebbero in grado di «produrre» valore.

Prendiamo un altro paradosso: l’andamento dei listini nelle quattro capitali europee colpite dal terrorismo islamico. La Borsa di Bruxelles, nel giorno dell’attacco all’aeroporto e alla metropolitana, ha chiuso in rialzo dello 0,5% e gli andamenti borsistici Eurostoxx sono rimasti placidi nei cinque giorni successivi anche a Madrid nel 2004, a Londra nel 2005 e a Parigi (gennaio e novembre 2015). Sono dati che colpiscono. Sembra che una bomba o anche una cattura di cellule terroristiche non facciano paura ai trader. Ma basta una parola, anche il semplice silenzio, del presidente della Fed, Janet Yellen o del numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi, perché tutto si muova. Almeno sui listini. E questo perché sono stati gli uomini a creare le condizioni per il dominio del capitale sulla collettività.

Vita reale e andamenti azionari vivono ormai realtà parallele. E’ il confronto tra produzione ed estrazione di valore, tra chi vive di reddito e chi vive di rendita, chi cammina per strada e chi sposta ricchezze con un clic. L’Europa ha bisogno di aiutare chi vive di reddito, famiglie e imprese, ma la sua politica monetaria per ora premia chi si nutre di rendimenti. Non è per forza una colpa. Ma non potrebbe essere diversamente. Sui mercati regnano infatti da almeno cinque lustri quattro categorie immanenti: le grandi banche classiche, sempre attratte dagli investimenti finanziari; la finanza «ombra» che a dispetto del nome è molto concreta; i fondi pensione e gli hedge funds, che di fatto possono decidere le sorti delle aziende e in alcuni casi anche degli Stati. Sono i tre pilastri del nuovo regime economico, che vive di regole che nessun governo è in grado di cambiare, per il semplice motivo che sono stati gli stessi esecutivi (americani, francesi ed europei) a decretarne in passato la libertà di azione.

Ci vorrebbe una conferenza di disarmo finanziario, senza che a suggerirla sia papa Francesco. Ma forse anche questa, come il denaro dal cielo, è una grande utopia.

Roberto Sommella

Corriere della Sera

12 maggio 2016

Marx a pagamento

marxxxCome sottolinea in un lungo articolo il «Wall Street Journal» una visita alla tomba di Karl Marx nel cimitero di Highgate costa 4 sterline (5,55 euro). Se prima nessuno, o quasi ci faceva caso, ora i tanti militanti laburisti che vanno a rendere omaggio alla tomba del pensatore cardine del comunismo trovano oltraggioso il fatto di dover pagare. Peccato che i soldi che vengono incassati da turisti, militanti e curiosi, servano per mantenere il resto del cimitero, dove riposano altre 170mila anime decisamente meno famose. In genere ci sono 200 visitatori al giorno per la tomba di Marx, ma sono in aumento. La decisione di recintare la tomba di Marx che rese poi possibile la visita dietro compenso, fu però motivata in passato non solo da ragioni economiche, ma anche di sicurezza, visto che negli anni ‘60 il cimitero fu più volte vandalizzato e divenne metà favorita degli occultisti. Il monumento a Marx divenne poi negli anni ‘70 un bersaglio dei vandali con tentativi di tagliare il naso al busto del filosofo tedesco. Il memoriale divenne oggetto perfino di un fallito attentato, che vide dell’esplosivo piazzato nei pressi del piedistallo (su cui è incisa la celebre frase del filosofo di Treviri «Lavoratori di tutto il mondo unitevi») che danneggiò la copertura esterna di marmo dello stesso.

Fu così che nel 1975 un londinese, Jean Pateman, fondò l’associazione «Gli amici di Highgate» ed ebbe l’idea (attuata molto tempo dopo) di far pagare per visitare la tomba, replicando alle accuse di marxisti e laburisti di sfruttare la popolarità del filosofo, con l’affermazione divenuta proverbiale «Anche Marx conduceva una vita capitalista». E se i militanti più puri e duri sostengono che Marx sarebbe stato disgustato dall’idea di far pagare per far visitare la sua tomba c’è chi, come Alex Gordon, a capo della «Marx memorial library & workers school» non ci vede nulla di male. Del resto, come dicevano i latini, «Pecunia non olet.

Marco Letizia

Corriere della sera  27 ottobre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_ottobre_27/tomba-marx-pagamento-nuovi-laburisti-corbyn-insorgono-c630f704-7c9a-11e5-8cf1-fb04904353d9.shtml

Cimitero di Highgate

http://highgatecemetery.org/

Le trappole dell’uguaglianza

dtaddAmici liberali, c’è un racconto che, di questi tempi, illumina e allo stesso tempo fa disperare. Potente ma inutile. Ci ricorda che la vostra capacità di produrre idee spesso è inversamente proporzionale alla capacità di raccogliere voti. Riguarda la disuguaglianza, tema che ha preso il centro del discorso politico in tutto l’Occidente dopo la Grande Crisi e che i sostenitori del libero mercato, e in fondo del capitalismo, non sanno affrontare.

Il racconto è una simulazione sentita fare a decine di liberali. Immaginiamo una società divisa in due classi, uguali per popolazione. Chi fa parte della metà povera guadagna 15 mila euro l’anno, chi fa parte del 50% ricco ne guadagna 150 mila. L’economia va bene e quindi dopo qualche anno i redditi migliorano per tutti. Quello della metà povera triplica, a 45 mila euro. Quello dei ricchi, quadruplica, a 600 mila euro. Si tratta di decidere se lo sviluppo è positivo, perché i poveri sono meno poveri; oppure se è negativo, perché la disuguaglianza è cresciuta da un rapporto di dieci a uno a un rapporto di oltre 13 a uno. I liberali scelgono il primo caso. L’esempio continua a rovescio. Immaginate che la stessa società entri invece in una fase di depressione economica e di caduta dei mercati finanziari. I poveri vedono crollare il loro reddito del 50%, a 7.500 euro, i ricchi del 90%, a 15 mila euro. La disuguaglianza è stata ridotta da un rapporto di 10 a uno a un rapporto di due a uno. È positivo o è negativo? I liberali — e le persone di buon senso — rispondono che è negativo.

La simulazione è illuminante. Spiega che seguire la sirena della contrapposizione uguaglianza/disuguaglianza porta su strade che vanno verso il nulla; con alte probabilità di fallimento, come suggeriscono le esperienze delle società che hanno detto di volerlo fare. Allo stesso tempo, però, fa disperare perché è inutile. Per quanto sia razionale, non convince e non scalda i cuori dei poveri, che dovrebbero essere quelli che più l’apprezzano. Ciò non dipende solo dallo scarto che c’è tra la razionalità e la percezione politica. Dipende dal fatto che questo approccio didattico elude alcune questioni che i liberali non affrontano con abbastanza coraggio. In particolare, il cattivo funzionamento del capitalismo oggi.

Vero che il capitalismo e la democrazia hanno sempre dato prova di sapersi riformare. Ma ciò non può bastare. Sulla scena del mondo ci sono modelli che si richiamano al capitalismo, ma sono intrisi di ingiustizia, di privilegi, di corruzione. Per esempio quelli cinese e russo. Ma non molto meglio è il capitalismo di relazione che nega il mercato, fondato sull’intreccio tra il capitale dello Stato e quello dei privati  privilegiati dai rapporti politici, vivo e vegeto, anche se non sempre dominante, in America e in Europa.

Questi sono tempi duri, amici liberali. Lo statalismo e l’autoritarismo, in forme vecchie e nuove, hanno ripreso la marcia. Ammirati e copiati anche in Occidente da élite che approfittano della ricchezza e delle relazioni di potere per tenere a distanza i concorrenti più capaci e innovativi e, in generale, per negare quello che una volta si chiamava, almeno in America, il capitalismo popolare, capace di nutrire il grande sogno. I passi avanti politici, economici e sociali degli scorsi decenni sono messi in discussione.

La Grande Crisi ha portato nelle opinioni pubbliche dell’Occidente una critica profonda del capitalismo. E al centro di essa c’è il tema della disuguaglianza. Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è diventato il manifesto della negazione del ciclo aperto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il coefficiente di Gini, un modo per misurare le disuguaglianze, si è trasformato in una formula magica per capire il mondo. Ma la risposta dei liberali è inadeguata.

Di base, è difficile sostenere che il capitalismo abbia accresciuto la disuguaglianza. L’anno scorso, uno degli economisti più apprezzati, Larry Summers — ex segretario (ministro) al Tesoro nell’amministrazione Clinton —, sostenne che «gli Stati Uniti possono facilmente essere sulla strada di diventare una Downton Abbey economy», dalla serie televisiva Downton Abbey che racconta della famiglia aristocratica Crowley e della sua schiera di servitori, all’inizio del Novecento. L’immagine è ideologicamente attraente. Ma nessuno può seriamente paragonare le disuguaglianze di oggi a quelle di un secolo fa. Le differenze di patrimonio sono ancora alte. Come quelle di reddito. Ma nel frattempo sono nati i servizi sanitari. L’istruzione si è allargata a dismisura. Gli avanzamenti tecnologici hanno distrutto diseguaglianze in misura impensabile: il telefono, la televisione, internet, le automobili mettono tutti sullo stesso piano. Banalmente, il prêt-à-porter è stato un livellatore sociale portentoso. Lo stesso l’acqua corrente e il bagno in casa. Non entrano nelle statistiche di Piketty, ma l’innovazione sociale — nelle democrazie — e l’innovazione tecnologica sono forze egualitarie che hanno rivoluzionato il mondo e distrutto Downton Abbey.

Certo, l’1% della popolazione più ricca che non arriva a fare parte dello 0,1% non può permettersi lo yacht, deve affittare l’aereo privato invece che tenerne uno pronto sulla pista. E gran parte del restante 99% deve scegliere un volo low-cost per andare in vacanza: ma, a differenza di qualche decennio fa, ci va. C’è una dose di ideologia dietro le teorie sull’ingiustizia della disuguaglianza. Ciò nonostante, la questione è diventata una narrazione politica potente. I liberali non possono fare finta di non accorgersene. Se vogliono continuare ad avere un ruolo incisivo, devono entrare nel dibattito in una posizione non difensiva, evitando di spingere il problema sotto il tappeto. Diversamente, lasceranno il campo a politiche che affrontano la questione con soluzioni deleterie, come la tassa globale a fini di ridistribuzione statale dei redditi proposta da Piketty; o i limiti di legge sui redditi delle persone.

È — amici liberali — che le dimensioni della disuguaglianza non sono solo quelle che si misurano in termini di ricchezza, non necessariamente negative. Ci sono anche gli effetti, almeno due importanti, di queste differenze. Uno riguarda il fatto che il patrimonio e l’alto reddito danno accesso a opportunità e potere politico, dai quali è escluso chi ne è privo. L’1% più ricco ha aperta la strada (per i figli) che porta alle università considerate migliori, quelle che a loro volta offrono maggiori opportunità nella vita. E l’istruzione è il veicolo più forte di mobilità sociale: se viene lottizzata o chiusa, diventa uno strumento di ingiustizia. Lo stesso 1% ha accesso diretto o quasi diretto al potere politico, con i privilegi che ciò comporta. Ancora: chi sta ai vertici della piramide della ricchezza quasi sempre è anche al vertice del sistema di governance delle imprese, con intrecci tra i suoi membri che garantiscono retribuzioni incrociate a presidenti e ad amministratori delegati che in numerosi casi vanno al di là della loro capacità di creare ricchezza. Sono le nuove aristocrazie, in questo senso non troppo diverse da Downton Abbey.

Il secondo effetto importante, e che richiede risposte liberali, è la possibilità che, come alcuni sostengono, la disuguaglianza eccessiva sia un vincolo per la crescita economica e limiti la prosperità potenziale generale. Il Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi ha calcolato che l’aumento dell’1% della quota di reddito accaparrata dal 20% più ricco della popolazione riduce la crescita economica dello 0,08% nel giro di cinque anni. I canali attraverso cui ciò avverrebbe possono essere diversi: chi è in basso nella scala del reddito ha maggiori difficoltà ad accedere a una buona sanità o a una buona scuola; tende a indebitarsi di più; chiede politiche di sostegno che in genere vengono mal disegnate dai governi. Oppure, come sostengono Summers e altri, un euro in più a un povero verrà speso e farà crescere l’economia, un euro in più a un ricco finirà sotto il materasso. È un terreno nel quale sarebbe più corretto parlare di povertà invece che di disuguaglianza, dal momento che non sono affatto la stessa cosa. Di certo, però, le differenze sociali hanno conquistato il centro del discorso politico in Occidente: senza idee liberali in campo, rischiano anche di produrre politiche nefaste.
Twitter @danilotaino

http://lettura.corriere.it/debates/le-trappole-delluguaglianza/

 

Danilo Taino

Nati nel 2007

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images2GG5RjghkjkhkgjL’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, dà un voto di “B” all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. E’ però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni.

Se il pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5 per cento all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita. Con una crescita più consistente, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. (…) La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha ulteriormente allontanato il benessere del paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5 per cento all’anno, il pil pro capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016.

Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.

 

Non ci potrà mai essere una ripresa solida e robusta se Renzi non penserà agli italiani “classe 2007

di Sergio de Nardis

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/14/non-ci-potr-mai-essere-una-ripresa-solida-e-robusta-se-renzi-non-penser-agli-italiani-classe-2007___1-v-129788-rubriche_c272.htm

Profitti senza lavoro nell’era digitale

imagesRX2G4R2UPer uscire dallo sboom economico europeo occorre interrogarsi sugli effetti che la Terza rivoluzione industriale, quella della rete, ha prodotto nel Vecchio continente. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. È in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro Paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. Secondo i dati Ocse, fino al 13% del valore generato dalle aziende potrebbe essere attribuito alle virtù taumaturgiche della rete, mentre il settore ha assorbito il 50% di tutte le operazioni di venture capital già nel 2011.

Accontentarsi quindi nel 2015 di una crescita europea di poco più dell’1% significa in sostanza mettere in conto la saturazione di un intero sistema, perché chi può spendere non incrementa le sue spese e chi non ha questa possibilità è ormai fuori dall’area dei consumi: alla marea dei senza lavoro dovranno quindi pensarci i governi con i loro claudicanti sistemi di welfare piuttosto che le imprese. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale. Per Eurostat, il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri Paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. Fatta eccezione per Francia, Germania e Austria, dove questo indice è pressoché stabile tra il 18 e il 20%, si fa fatica a capire come i consumi possano aumentare quando un europeo su quattro deve essere sostenuto per portare avanti un’esistenza dignitosa non avendo di fatto capacità reddituale. E si spiega così anche il fatto che la Banca centrale europea dia quasi per scontata un’endemica disoccupazione del 10% nel 2017.

Servirebbe uno scatto epocale innovativo di cui non se ne vede l’ombra. E non è detto che basti. Anche dall’altra parte dell’oceano proprio la Terza rivoluzione industriale — dopo quella della fabbrica e dei microprocessori — comincia a lasciare sul campo parecchie vittime. Secondo due ricercatori dell’Università di Oxford, nel giro di una ventina d’anni il 47% dei posti di lavoro rientrerà nella categoria «ad alto rischio», cioè sarà potenzialmente automatizzabile. E sono in molti a sostenere che questa computerizzazione dei livelli produttivi in futuro comporterà la sostituzione soprattutto dei lavori meno specializzati e a basso salario, mentre quelli più specializzati e ad alto reddito se la caveranno decisamente meglio. Non deve perciò stupire se l’indice S&P 500 della borsa di New York sia salito in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2. Gli effetti della dematerializzazione di molti processi industriali negli Stati Uniti e la nuova era di Internet che rende possibile la marginalità a costo zero — tanto decantata da Jeremy Rifkin — alla fine rischiano di mettere ancora più a repentaglio i poveri aumentando invece la solidità dei più ricchi.

Un esempio su tutti può spiegare questo fenomeno. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni Sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si è sostituito sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha bisogno di meno individui. Ma sono proprio i consumi individuali a far crescere le economie mature come quella europea, che in più non ha ancora del tutto intercettato la rivoluzione del web e forse mai lo farà.

Roberto Sommella

Corriere della Sera 4 giugno 2015
Giornalista autore de «L’euro è di tutti»

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_04/profitti-senza-lavoro-nell-era-digitale-3c4cb390-0a8d-11e5-b215-d0283c023844.shtml

Latouche a Bergamo

decr3es“La globalizzazione è mercificazione”. Peggio: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio“. E ancora: “L’Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori”. Serge Latouche, francese, classe 1940, è l’economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell’abbondanza frugale “che serve a costruire una società solidale”. Un’idea maturata anni fa in Laos, “dove non esiste un’economia capitalistica, all’insegna della crescita, eppure la gente vive serena”.

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 
E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza.
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.
Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. E’ una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E’ il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta meditterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/10/news/latouche_decrescita_felice-113782708/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Inconsistenze teoriche e limiti pratici della “decrescita felice”

http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/10/01/latouche-inconsistenze-teoriche-e-limiti-pratici-della-decrescita-felice___1-v-121483-rubriche_c262.htm

Movimento per la decrescita felice

http://decrescitafelice.it/

Bergamo Festival

http://www.bergamofestival.it/

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply