Toro americano nel settore tecnologico

tototoAlla fine ce l’ha fatta. Il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici e innovativi di Wall Street, quello dove i titoli più importanti sono Apple, Facebook, Google&C, è tornato sopra quota 5 mila punti, il livello mai più superato dopo il record del 10 marzo 2000. Ma se si tiene conto dell’inflazione, per tornare al massimo in termini reali l’indice Nasdaq dovrebbe salire a quota 7.000, cioè balzare all’insù di un altro 40%. Missione impossibile? Nel breve tempo, certo. Ma la maggioranza degli analisti esperti di high-tech si dichiara fiduciosa sulla continuazione del Toro (rialzo di Borsa) nel settore tecnologico. «Questa volta è diverso», dicono. Frase dal suono un po’ sinistro, perché riecheggia lo slogan della Nuova Economia ai tempi della Bolla 2000. Però è vero che ci sono differenze fondamentali fra il Nasdaq di 15 anni fa e oggi.

La principale differenza tra il Nasdaq della Bolla del Duemila e il Nasdaq di oggi è che allora i prezzi delle azioni quotate sul mercato telematico americano prezzavano 100 volte (e oltre) i profitti previsti per il successivi 12 mesi. Oggi lo stesso rapporto tra prezzo e utili è crollato a 21, poco più caro del 17,5 dell’indice azionario generale, lo S&P500. Se il p/u (prezzo/utili) del Nasdaq fosse anche oggi 100, l’indice sarebbe attorno a quota 30.000. Nel 2000 il Nasdaq era pieno di dot.com che non avevano neppure un vero business e non realizzavano un fatturato, tantomeno dei profitti. Anche le valutazioni delle aziende più solide si erano gonfiate oltre ogni esuberante previsione. Nel caso di Microsoft, la Numero Uno, allora, per capitalizzazione di Borsa, il rapporto prezzo/utili era 56, tre volte e mezzo più caro di oggi (16) e superiore anche alla valutazione attuale del social network più di moda, Facebook (p/u 39). Proprio a causa di quei livelli stratosferici il crollo del Nasdaq è stato più violento e la ripresa molto più lenta rispetto agli altri due famosi indici della Borsa americana, lo S&P500 e il Dow Jones, che già nel 2013 erano tornati ai loro massimi. Dal 10 marzo 2000 l’indice Nasdaq aveva perso l’80% fino a scendere a 1.114 punti il 9 ottobre 2002. Per recuperare 3.900 punti ci ha impiegato oltre 12 anni: lo stesso rialzo del 350% l’aveva realizzato in soli tre anni durante il boom di Internet nella seconda metà degli Anni Novanta.

Oggi a guidare il Nasdaq c’è Apple, che da sola vale circa il 10% dell’indice e ha un p/u molto ragionevole: 15. Secondo un’analisi della rivista Barron’s le quotazioni della società di Cupertino potrebbero salire del 25% nei prossimi 12 mesi sull’onda dei profitti generati dall’iPhone e dei programmi di remunerazione degli azionisti (dividendi e buyback). Ma le previsioni sono rosee per l’intero Nasdaq: la sola crescita dei profitti delle società dell’indice dovrebbe farlo crescere del 18% nei prossimi 12 mesi, secondo gli analisti di FactSet …..

Tutto questo non significa che nel Nasdaq anche oggi non ci siano società con valutazioni da Bolla. Le quotazioni di Amazon.com, per esempio, sfidano qualsiasi logica basata sui profitti: 20 anni dopo la sua nascita, la dot.com di Jeff Bezos ha chiuso il 2014 ancora in rosso e, guardando agli utili attesi per il 2015, le sue valutazioni sono stratosferiche con un p/u pari a 717……

http://www.corriere.it/economia/cards/nasdaq-5-mila-punti-come-duemila-record-paure-mercato-hi-tech/bis-vetta-5-mila_principale.shtml

 

Indici azionari

Ogni indice azionario è composto da un numero diverso di titoli, che vengono scelti in base a criteri diversi. Ogni indice ha poi il suo modo particolare sia di selezionare i titoli che meglio rappresentano un mercato o un settore, sia di calcolare il prezzo medio dei titoli.

Quasi tutte le principali borse del mondo hanno almeno un indice azionario principale che gli investitori seguono come indicatore dello stato di salute dei titoli negoziati in quella Borsa Valori. Per esempio, l’indice azionario che rappresenta lo stato della Borsa di Londra è il FTSE100; in Francia è il CAC40, in Germania è il DAX30, in Australia è l’AUS200, ecc.

Negli Stati Uniti, ci sono due principali borse, il NYSE (New York Stock Exchange) e il NASDAQ, e ci sono tre indici principali che coprono i titoli negoziati su entrambe queste borse. Il DJ30 (Dow Jones 30) rappresenta le 30 maggiori società quotate sia nelle borse del NYSE che del NASDAQ, l’indice S&P500 (Standard & Poors 500) rappresenta le 500 maggiori società quotate sulle borse NYSE e NASDAQ e infine il NASDAQ100 rappresenta le 100 maggiori società non finanziarie quotate solo alla borsa NASDAQ. A differenza del Dow e dello S&P, l’indice NASDAQ comprende anche società costituite al di fuori degli Stati Uniti.

http://www.etoro.com/blog/market-news-it/11032014/nasdaq-sp-ftse-dax-dow-jones-che-cosa-e-un-indice-azionario-e-come-si-investe-negli-indici-azionari/?lang=it

 

NASDAQ, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation (ovvero: “Quotazione automatizzata dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli”) è il primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer.

Il NASDAQ è, essenzialmente, l’indice dei principali titoli tecnologici[1] della borsa americana; vi sono anche quotate compagnie di molteplici settori, tra cui quelle informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo e Facebook

Il nuovo gruppo borsistico è stato istituito a New York il 5 febbraio 1971. Fino a qualche anno fa il Nasdaq è stato caratterizzato da una forte volatilità, dovuta al boom della cosiddetta New Economy.

L’indice, dopo essere partito l’8 febbraio 1971 con un valore iniziale di 100 punti, ha raggiunto un massimo storico di 5132 punti il 10 marzo 2000, in pieno boom della New economy prima del successivo scoppio della bolla speculativa delle Dot-com.

La sede si trova a Times Square.

L’andamento del NASDAQ è misurato da diversi indici, tra cui principalmente il Nasdaq Composite Index e il NASDAQ-100

http://it.wikipedia.org/wiki/NASDAQ

 

Stress test

stressstessstGli esami

Il cosiddetto «comprehensive assessment» (letteralmente «valutazione globale») fatto dalla Bce è un esame che si compone di due parti: un’analisi della qualità degli attivi delle banche (asset quality review, spesso indicata con la sigla Aqr) e gli stress test, ovvero l’esame – compiuto in collaborazione con l’autorità bancaria europea, l’Eba – per testare la resistenza delle banche di qui al 2016 di fronte a uno scenario di base (ovvero secondo le previsioni formulate dalla Commissione Europea) e in condizioni estremamente negative. Sono stati esaminate 131 gruppi bancari della zona euro, 15 dei quali sono italiani. Le banche italiane sono: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Ubi Banca, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Banca Carige, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Vicenza, Credito Emiliano, Iccrea Holding e Veneto Banca.

 

A cosa servono

Con questo esame, che non ha precedenti, la Bce vuole aumentare la trasparenza sullo stato di salute del sistema bancario nel suo complesso, accrescere la fiducia dei mercati verso di esso e laddove serva, chiedere un rafforzamento patrimoniale alle banche meno forti. I test, inoltre, sono propedeutici all’entrata in vigore, il prossimo 4 novembre, del sistema di vigilanza unica, che porterà le banche più significative (sono quelle che hanno attivi superiori ai 30 miliardi di euro) a finire sotto la supervisione della Bce. Ora, grazie a questi esami, prima di iniziare a esercitare i nuovi poteri, la Banca centrale di Francoforte può avere una chiara fotografia dei suoi vigilati. Tra le banche italiane, tutte quelle sottoposte agli esami finiranno sotto la vigilanza di Francoforte tranne Credito Valtellinese e Credito Emiliano.

 

I risultati

Per ciascuno dei tre esami (Aqr, stress test su scenario di base e stress test in condizioni sfavorevoli) la Bce fornirà un numero finale, che rappresenta il cosiddetto «shortfall», ovvero l’ammanco di capitale in ciascuna di queste situazioni, evidenziando il dato più alto. Le banche che registreranno un ammanco avranno quindici giorni per scrivere un piano di capitale (da eseguirsi in 9 mesi, o in 6 ma solo se tale deficit patrimoniale riguardasse l’aqr o gli stress test sullo scenario di base) per colmare tale deficit attraverso un aumento di capitale o altre misure quali la vendita di attivi, l’emissione di strumenti ibridi adatti per rafforzare il capitale di migliore qualità. Ma la verifica della qualità degli asset non fornisce un’analisi completa del bilancio, ma solo una verifica dei portafogli più rischiosi fatta anche su base statistica. Dunque non rappresenta la puntuale radiografia del bilancio.

 

Interpretazione complessa

I livelli di capitalizzazione richiesti alle banche (il cosiddetto Cet1 ratio, che calcola il livello di patrimonializzazione rapportato alle attività rischiose detenute dalla banca) per superare l’esame sono molto più elevati di quelli regolamentari, richiesti agli istituti per esercitare abitualmente l’attività creditizia, pari al 4,5%. Per l’Aqr e per gli stress test sullo scenario di base devono essere pari all’8%, mentre per lo stress test sullo scenario avverso, devono comunque essere pari o superiore al 5,5%. Anche se le banche non superano i testi – e la Bce indica dunque un ammanco – non significa che una banca è a rischio. Inoltre i dati possono essere fuorvianti. La Bce effettua una fotografia al 31/12/2013, indicando successivamente gli aumenti di capitale che, nei primi nove mesi, sono già stati effettuati. In un secondo comunicato, inoltre, la Banca d’Italia spiegherà quali altre misure le banche hanno effettuato e che hanno sanato (in tutto o in parte) il deficit di capitale.

http://www.lastampa.it/2014/10/25/economia/stress-test-cosa-sono-e-perch-si-fanno-3YjH1omEfkf42kNyvXZAIN/pagina.html