Il capitalismo familiare è troppo poco flessibile

Se il Prodotto interno lordo (Pil) sale, in proporzione, meno del debito pubblico, questo pesa di più sull’economia; il contrario di quanto richiesto, prima che dalla «arcigna maestrina» Ue, dal nostro interesse. Da questo le reciproche accuse sui conti pubblici: se Bruxelles (e Berlino) ci vedono mediterranee spensieratezze, per Roma l’austerità, che già ha messo in ginocchio la Grecia, può far lo stesso in Italia. C’è un’altra prospettiva, di più lunga gittata e sempre negletta, per guardare al fardello dei nostri debiti, osservando l’andamento degli investimenti; se salgono sale il Pil corrente, ma soprattutto quello futuro, cui gli investimenti mettono il turbo.

Il contributo di questi è, quindi, davvero essenziale per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Secondo Eurostat, dal 2008, ultimo anno pre­crisi, al 2013, gli investimenti in Italia in proporzione al Pil sono scesi del 18%. Il calo percentuale è pressoché uguale per pubblici e privati, ma la difficoltà della finanza pubblica non spiega il calo degli investimenti privati. È infatti qui la vera differenza; essi scendono dall’11,1 del Pil nel 2008 al 9,2% nel 2013; soprattutto sono il 3% meno della Francia e il 2% meno della Germania (il divario non era molto diverso negli anni precedenti). Tale circostanza è quasi assente nel dibattito. I nostri investimenti pubblici, pur in calo, sono tuttavia superiori, anche se di poco, a quelli della Germania (2,4% contro 2,2% nel 2013); servirebbe indagare sull’utilità dei nostri investimenti pubblici rispetto a quelli di altri Paesi, ma si andrebbe fuori via. Se l’Italia non cresce è anche, forse soprattutto, perché i privati non investono. L’economia abbonda di liquidità, ma questa, nonostante i tassi a zero, tale resta, per avversione al rischio. È un’importante chiave di lettura della nostra perdurante crisi. Quali le cause, ed i possibili rimedi? Certo, la domanda interna è, o forse meglio era, stagnante; non così, tuttavia, la domanda mondiale, che imprese ben attrezzate possono servire, in concorrenza con quelle di altri Paesi. Qualche anno fa pagavamo molto più dei nostri concorrenti il debito, ma la politica di Quantitative Easing della Bce ha quasi azzerato il differenziale. C’entra, certo, anche il difficile momento delle nostre banche, ma esse non possono far credito a imprese cui i proprietari, per primi, lesinano il capitale necessario per investire e crescere. Quasi sparite le grandi imprese, la vera causa sta nella struttura proprietaria delle nostre medie. Le famiglie vogliono mantenerne il controllo, per poterlo poi cedere a caro prezzo al momento opportuno; perciò rimandano investimenti necessari e non aprono ad esterni le posizioni al vertice. È forse questa la carenza più grave; tali imprese non attraggono i migliori, che sono nati dalla mamma sbagliata. Un pool genetico così ristretto, e attento agli equilibri dinastici, non è ideale per recepire l’innovazione.

La scolarità di questo ceto dirigente delle imprese è bassa. Scuola e università sfornano quel che le imprese chiedono, altrimenti nel grande mondo esse colmerebbero all’estero i vuoti della nostra istruzione; ciò non avviene. Tante imprese, si sa, investono, trovano personale qualificato e crescono, senza il totem del controllo familiare. Sono la nostra forza, ma si tirano dietro un convoglio troppo pesante; nelle altre imprese restano i nodi da sciogliere per riavviare il Paese. Il nostro capitalismo familiare aborre la flessibilità, inflitta al lavoro in misura giunta ormai a impedire un minimo di pianificazione; ciò impedisce di formare una famiglia, affittare una casa, avere figli. Come qui s’è spesso sostenuto negli anni, la flessibilità che ci manca non è quella del lavoro, bensì del capitale. Questa non c’è legge che possa imporla; si può però, almeno, chiarirsi le idee. Troppe imprese che dovrebbero sparire resistono, colpa anche di un sistema finanziario incapace di svolgere il proprio ruolo. Esso non spinge le imprese marginali ad accorparsi, trasformarsi, innovare, appiattito su un’acquiescente subordinazione a proprietà familiari causa di scelte errate; ad esempio, rifiutare accorpamenti di imprese necessari perché non si riesce a concordare quale delle due o più famiglie possa, con il controllo della nuova entità, appropriarsi dei benefici privati del controllo, come scaricare sull’impresa spese non pertinenti, o gestire il non sempre marginale «nero». La vera riforma di struttura, ancor più ardua di quella «mitica» della Pubblica amministrazione, è l’applicazione della flessibilità al capitalismo familiare. Farebbe miracoli la sottoposizione di tante imprese di famiglia alla disciplina del mercato. Ricordiamocene quando parliamo del peso del debito pubblico sul Pil.

Salvatore Bragantini

Corriere della Sera , 24 marzo 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_24/capitalismo-familiare-bb0f53ac-0ff6-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Il Qe della BCE

qubce F acile dire “Quantitative easing”, una delle espressioni più utilizzate ultimamente da giornali, commentatori economici e addetti ai lavori e la cui popolarità cresce di giorno in giorno. Ma è difficile spiegare effettivamente che cos’è il Qe che Mario Draghi, il banchiere italiano che guida la Banca Centrale Europea, si appresta a lanciare sul territorio dell’eurozona, ufficialmente per salvaguardare la stabilità dei prezzi. Può facilmente diventare un passaggio storico per l’intera economia europea o un grande flop.

Il compito che Draghi ha davanti a sé è più arduo di quello affrontato dai suoi colleghi della Fed, della Bank of England e della Bank of Japan, dal 2009 a oggi. I loro programmi di quantitative easing erano obbiettivamente più semplici perché si rivolgevano a un solo paese. Il problema di Draghi è che in Europa esistono 19 paesi nell’euro e 28 partecipanti alla Ue ognuno con proprie emissioni di titoli di statointento di impedire che gli acquisti a pioggia di bond vadano in qualche modo a pesare sui bilanci degli Stati e quindi in ultima stanza sui contribuenti. Infine Draghi deve combattere contro lo scetticismo degli economisti, la maggior parte dei quali non è sicura che l’effetto finale del Qe possa tradursi in una ripresa dell’economia e quindi dell’inflazione verso la soglia minima del 2%, obiettivo esistenziale della Bce. Insomma una lunga serie di incognite circonda questo passaggio della politica monetaria europea e molte sono difficili da comprendere per il cittadino che però dovrebbe godere dei suoi benefici.

Vediamo di dipanare almeno in parte la matassa. Indebolire l’euro. Il primo effetto tangibile del Qe è quello di deprimere il cambio attraverso la creazione di base monetaria aggiuntiva. Si comprano i titoli di stato i cui rendimenti scendono e per questa via vi saranno meno afflussi di denaro verso i titoli denominati in euro. La svalutazione dell’euro è già in corso da qualche mese come diretta conseguenza degli annunci che via via Draghi ha fatto. Da 1,38 dollari per un euro si è passati a 1,18 ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ancora più giù. «È inevitabile che l’euro si indebo-lisca, solo con lo shale gas gli Usa hanno guadagnato il 4-5% di competitività rispetto all’Europa. Il Qe deve avere l’obiettivo di abbattere il cambio fino a 1-1,1 contro il dollaro e di sollecitare i governi a continuare sul terreno delle riforme strutturali», osserva Davide Serra, fondatore e gestore dei fondi Algebris basati a Londra. Dai suoi conti il petrolio sotto i 60 dollari al barile vale per l’Italia uno 0,4% di Pil mentre ogni 10 centesimi di svalutazione dell’euro aumentano del 10% le esportazioni delle aziende. L’effetto combinato di valuta e petrolio dovrebbe far uscire l’Europa dal tunnel della recessione e portare una ripresa sostenuta.

Le banche impiombate. Draghi si è convinto della necessità di un Qe sui titoli di Stato perché i tentativi fin qui portati avanti di far affluire liquidità all’economia reale non hanno funzionato. La cinghia di trasmissione si è inceppata. I primi prestiti alle banche di inizio 2012 si sono tradotti in profitti per gli istituti attraverso gli impieghi in titoli di Stato ma non si sono trasformati in maggiori prestiti alle imprese. Anche le più recenti aste “Tltro” finalizzate all’economia reale, hanno registrato bassa richiesta da parte del sistema bancario (212 miliardi sugli oltre 400 previsti). «Il declassamento del rischio paese e i maggiori requisiti di capitale richiesti dagli organismi di sorveglianza inducono le banche a chiedere uno spread più alto sugli impieghi per remunerare il capitale», spiega Davide Grignani, responsabile Financial institutions di Société Générale a Milano. Il risultato è che in Italia e in altri cavnnbvPaesi i crediti in sofferenza rappresentano il problema principale e le erogazioni di prestiti alle imprese è diventata più selettiva. Le aziende sane che chiedono soldi per aumentare gli investimenti quelle export- oriented mentre le altre sono guardate con diffidenza. Il cavallo non beve, come si dice in questi casi. E le banche non gli danno da bere.

Incognita Grecia. «Il Qe potrebbe incidere ancor di più sul cambio rinvigorendo la crescita delle esportazioni visto che il 50% dei ricavi delle imprese viene da fuori dell’area euro», spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management. «Draghi ha creato una forte aspettativa sul Qe e se questo non dovesse essere risolutivo sorgerebbe un altro problema per la Bce». Il percorso è accidentato e lo spettro di una nuova crisi della Grecia è tornato a materializzarsi nelle scorse settimane. Con una vittoria di Tsipras alle elezioni del 25 (3 giorni dopo la riunione della Bce) il tema della rinegoziazione del debito greco tornerebbe d’attualità e il percorso di austerity imposto dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) messo in dubbio. A questo punto il dilemma di Draghi è il seguente: se include i titoli di stato greci nel Qe solleva le proteste della Germania e degli altri paesi rigoristi; se discrimina la Grecia con il Qe il mercato potrebbe pensare che la Germania e le nazioni forti hanno deciso di lasciare la Grecia al suo destino anche fuori dall’euro, come è stato paventato dai giornali tedeschi nei giorni scorsi. «Un’eventuale perdita sui titoli greci andrebbe a pesare sul bilancio della Bce e quindi sugli Stati partecipanti », ricorda Serra. «La Bce dovrebbe dire ai governi: vi compro i titoli di stato se fate una serie di riforme».

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(12 gennaio 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/01/12/news/arriva_il_quantitative_easing_ecco_le_quattro_opzioni_bce_per_rilanciare_credito_e_crescita-104771044/