Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università

 

dumbwSpesso succede che tecnologia e tradizioni non seguano un percorso parallelo. Anzi. Ed è una fatica tentare di comprendere come uno dei paesi più tradizionalisti del mondo sia potuto diventare pure uno dei paesi più tecnologizzati del mondo. Ovviamente non parliamo della concreta difficoltà che si trova di fronte un qualunque turista quando si appresta a sedersi su un ipertecnologico gabinetto nipponico (su internet si trovano delle guide ad hoc). Parliamo del rapporto contraddittorio che i giapponesi hanno con la loro stessa natura. Per esempio Kiyohito Yamasawa, che è il presidente di un’università statale giapponese, la Shinshu, famosa tra le altre cose per essere l’unica università a ospitare una facoltà di Ingegneria tessile. Tradizione e tecnologia, appunto. Il presidente Yamasawa, nel suo discorso agli studenti della settimana scorsa, ha detto una frase che è suonata come una notizia, vagamente contraddittoria. Dall’alto del suo scranno nel mezzo della “foresta del sapere” – così si chiama per via della foresta nella quale è immersa l’università Shinshu a Matsumoto, nella prefettura di Nagano – Yamasawa ha detto: Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università”. Il suo discorso era certo più ampio, inserito in un contesto in cui ha spiegato che c’è bisogno di una cultura che favorisca il pensiero creativo: la natura, il tempo, la socialità. E gli smartphone sono il male, in questo tentativo di creare un terreno fecondo per l’apprendimento. Una specie di crociata moralista contro l’ossessione per i giochini elettronici, che sono un veleno per l’originalità, una dittatura del pensiero unico: spegnete il cellulare, leggete un libro, ha detto il presidente ai suoi studenti, e imparate a pensare con la vostra testa. Il quotidiano Asahi shimbun ieri spiegava che Yamasawa è stato un esperto di ingegneria elettronica e che quindi ha avuto a che fare in passato con le tecnologie dei cellulari, non si tratta quindi della lezioncina di un ignorante in materia. E infatti sui media le parole del presidente della Shinshu sono state difese da più parti. Nonostante la soluzione di Yamasawa sia un tantino radicale, ha detto al Telegraph Makoto Watanabe, docente di Comunicazione alla Hokkaido Bunkyo University, “vedo troppi studenti pigri nelle aule, tutto quello che fanno è sedersi in fondo, giocare, scambiarsi messaggi o navigare in rete”.

Il fatto è che in Giappone il cellulare è una dipendenza (in lingua angofona sarebbe addicted, dal latino addictus, ovvero schiavo per un debito contratto con un padrone). Lo smartphone è il padrone: indispensabile, una protesi sulle mani di quasi tutti i giapponesi, soprattutto i giovani. Ci sono le applicazioni utili, vitali, come quelle che aiutano a mettersi in salvo in caso di terremoto, oppure quelle come Disaana, che monitora i social durante le catastrofi. Ci sono quelle meno utili, come l’app lanciata da McDonald Japan per velocizzare le lamentele dei consumatori – in un periodo in cui il McDonald nipponico ha avuto non pochi problemi di immagine, denti trovati nei polli fritti etc. Poi, però, c’è l’aspetto più socialmente rilevante. Lo scorso anno la compagnia telefonica NTT Docomo ha fatto una simulazione ambientata nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, quello di Shibuya. Si chiamano dumbwalking quelli che camminano guardando lo schermo del cellulare, senza vedere dove vanno. Rallentano la circolazione, possono creare incidenti. E quasi sempre stanno giocando: lo dimostrano le previsioni per il prossimo anno che parlano di un volume d’affari di gaming per smartphone da 8,1 miliardi di dollari, e l’ingresso della Nintendo nella più grande compagnia giapponese che produce giochi per smartphone, la DeNA. 

In “Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima raccontava che, quando un gruppo di studenti fece irruzione nell’università di Tokyo armato di spade, fu subito disarmato. Motivo: non avevano intenzioni assassine. E “quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza”. Ma in Giappone Mishima non si legge più. Allora forse vale la pena di ascoltare Yamasawa: più libri, meno giochini.

Il problema del tradizionalissimo Giappone alle prese con gli smartphone<!– –>

Giulia Pompili Il Foglio 12 aprile 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/04/12/il-problema-del-tradizionale-giappone-smartphone___1-v-127591-rubriche_c324.htm

 

Il sorpasso: più abbonamenti al cellulare che persone

sorpassoIl numero degli abbonamenti alla telefonia mobile sottoscritti nel mondo supererà quello delle persone nel 2014. Il sorpasso storico è stato previsto dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni. Attualmente ci sono 6,8 miliardi di abbonamenti mobili e 7,1 miliardi di persone ma se il tasso di crescita continua ai livelli correnti il superamento sarà inevitabile. Globalmente il tasso di penetrazione della telefonia mobile è pari al 96%, nei paesi sviluppati il 128% e in quelli in via di sviluppo è l’89%. La Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), l’erede dell’ex Unione Sovietica, ha il più alto tasso di penetrazione della telefonia mobile con 1,7 abbonamenti per ogni individuo. Viceversa l’Africa registra il dato più basso, con 63 abbonamenti ogni 100 abitanti.

http://www.lastampa.it/2013/05/10/blogs/datablog/abbonamenti-telefonia-ZfGerg9wOkbKHSyh2kNjRN/pagina.html

Un cellulare a un euro

Alcatel[1]Ma la crisi impone con forza anche un altro mercato. Quel del low cost. Anzi del super low cost. Come nel caso del telefonino di Alcatel, One Touch 232: in GranScordatevi gli smartphone. Qui si telefona e si mandano sms, con uno schermo da 1,5 pollici. Ma c’è anche una funzione torcia, qualche giochino, la sveglia, la calcolatrice, un calendario.

In verità c’è il “trucco”: il costo di 1 euro, è come si dice in gergo, sussidiato (cioé coperto in parte) dall’operatore, in questo caso il britannico O2. Oltre alla sterlina è obbligatorio tirarne fuori altre 10, in traffico telefonico (10 e basta, non 10 al mese). L’offerta resta comunque straordinaria, non solo da un punto di vista economico ma anche simbolico. Da tempo si parla della trasformazione dei telefoni in commodities. Beni fungibili, indifferenziati e dai margini bassissimi se non nulli per i produttori. Il telefono da 1 euro sembra realizzare la profezia, anche se prima che queste dinamiche si trasferiscano al più ricco mercato degli smartphone servirà tempo Bretagna lo si porta a casa con una sola sterlina (1,14 euro al cambio).

Un euro di cellulare: sembra uno scherzo ma provate a pensare all’uso che fate del vostro telefono. Se nel 98% dei casi usate solo il tasto per chiamare e l’icona degli sms siete certi che vi serva uno smartphone?….

http://malditech.corriere.it/2013/03/12/il-telefonino-da-un-euro-voi-lo-comprereste/

Incatenati al cellulare

dipendenza-iPhone-414x257[1]Non stacchi mai il cellulare? No, neanche di notte. Ok, in aereo sì, ma appena atterri la prima cosa che fai è riaccenderlo?

Lo porti con te anche in bagno? Lo fa il 75% degli americani, secondo un sondaggio. C’è chi non se ne separa nemmeno nella doccia. E se – non sia mai – dovessi trovarti fuori rete per diverse ore, cominci a provare un’ansia simile alla “tremarella del giorno delle nozze” o a quella pre-dentista?

Se la tua risposta alla maggioranza di queste domande è affermativa, sei probabilmente affetto/a da “nomofobia” (dall’inglese “no-mobile-phone phobia”). Nomofobi sono coloro che entrano in ansia se perdono il cellulare, esauriscono la batteria o il credito o non hanno copertura di rete. Il nome (che non mi sembra un granché) l’ho letto per la prima volta in una lista di parole “storiche” del 2012 (a cura dell‘International Herald Tribune). Comunque sia, pare che nomofobe siano soprattutto le donne. Un caso? …

I primi nomofobi  sono stati identificati in Gran Bretagna.  Su un campione di 1000 intervistati, erano i due terzi, secondo questo studio. Tra le donne, come dicevo, pare sia più frequente:  70% contro il 61 degli uomini. Alcuni, dopo il sondaggio, hanno promesso di disintossicarsi. Solo una minoranza dice che il cellulare è necessario per lavoro.

In America, il Chicago Tribune ha scritto di un sondaggio condotto tra i proprietari di iPhone: preferiscono rinunciare a lavarsi i denti per una settimana piuttosto che al cellulare. La dipendenza non risparmia i Paesi in via di sviluppo come l’India.…..

http://27esimaora.corriere.it/articolo/lansia-che-ci-incatena-ai-cellularie-voi-potete-vivere-senza/#more-8606

Divieti a scuola…

bermudaDai cellulari al fumo, dalle minigonne ai baci, ai comportamenti poco consoni ad un luogo così importante come la scuola, la lista dei divieti in aula si è spesso modificata a seconda dei momenti e si è via via “arricchita” di nuove norme. Riuscire a mantenere la disciplina all’interno delle scuole è, infatti, una sfida che tiene impegnati quotidianamente docenti e presidi nel tentativo di essere educatori prima che docenti. Anche se, a volte, i divieti possono sembrare bizzari o esagerati…

Anche se gli istituti scolastici nella loro autonomia possono decidere come regolamentare o se vietare del tutto l’uso dei cellulari, il Garante ha stabilito che non si possono diffondere immagini, video o foto sul web se non con il consenso delle persone riprese. È bene ricordare che la diffusione di filmati e foto che ledono la riservatezza e la dignità delle persone può far incorrere lo studente in sanzioni disciplinari e pecuniarie o perfino in veri e propri reati.

L’insegnante può sequestrare l’apparecchio qualora verificasse un utilizzo illecito per impedire che questo possa essere reiterato, ma deve restituirlo al termine delle lezioni o affidarlo in custodia alla scuola per una successiva restituzione ai genitori ma non può portarselo a casa o in borsa così come non può assolutamente perquisire gli studenti: tutti reati perseguibili penalmente.

Vietato fumare a scuola, indipendentemente se ad accendersi la sigaretta sia uno studente o un professore: a stabilirlo è la legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici e che, tra l’altro, prevede sanzioni in denaro. A volte i regolamenti di istituto possono essere più o meno tolleranti consentendo ad esempio il fumo all’aria aperta.

Nel corso degli anni sono stati diversi gli interventi, a volte inconsueti, in tal senso. Sul banco degli imputati sono finiti prima di tutto i capi d’abbigliamento più amati dai giovani: dai pantaloni a vita bassa, alle minigonne, dai jeans strappati ai bermuda, al piercing o canottiere troppo corte e magliette «nude look». Non solo, insieme ai vestiti all’ultima moda, spesso sono stati banditi anche accessori e gadget colpevoli di essere `fonte di distrazione´ per gli studenti: dalla gomma da masticare, alle figurine…..

http://www.lastampa.it/2012/12/16/italia/i-tuoi-diritti/responsabilita-e-sicurezza/scuola-dai-cellulari-al-fumo-la-lunga-lista-dei-divieti-in-classe-Nuj4lSSJ2kVGe88iyLisCJ/pagina.html