Il paradosso del reddito ( in calo) delle famiglie

redfamiQuello che è successo alla famiglie italiane dal punto di vista economico negli ultimi 40 anni è sintetizzabile in tre formule: dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; le diseguaglianze sono aumentate. Lo si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lette martedì scorso da Ignazio Visco. Il quindicesimo capitolo si intitola: «I bilanci delle famiglie italiane, uno sguardo di lungo periodo». Che è possibile, sottolinea la banca centrale, perché la specifica indagine annuale che Bankitalia dedica a questo tema, «sin dalla metà degli anni Sessanta, è tra le più longeve al mondo».

Come negli anni Settanta

Un primo paradosso che si osserva è che nonostante in quarant’anni ci sia stato un «aumento delle risorse umane disponibili», dovuto soprattutto all’incremento delle donne che lavorano (ma anche al flusso di immigrati) e nonostante i livelli di istruzione siano fortemente cresciuti, «la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente (queste risorse, ndr) ha progressivamente smesso di espandersi». E così «la produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4% nel periodo 1974-1993 allo 0,3% nei vent’anni successivi». Di conseguenza, il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente, dopo essere salito fino alla fine degli anni Ottanta, ha invertito la rotta ed è tornato al livello di fine anni Settanta. A prezzi 2014, calcola Bankitalia, il picco fu toccato nel 1989 con circa 20 mila euro l’anno. Nel 2015 è sceso invece sotto i 17 mila. Un andamento sul quale ha pesato, dice la relazione, anche «la diffusione di forme di occupazione meno stabile», il precariato insomma. Nello stesso arco di tempo, i redditi netti dei pensionati sono invece raddoppiati, da 7 mila a oltre 13 mila euro l’anno. I lavoratori autonomi, come è logico, hanno avuto un andamento altalenante: con la recessione post 2007 sono tornati ai redditi di quarant’anni prima e solo ora si stanno riprendendo, con redditi medi netti di poco oltre i 19 mila euro l’anno. In generale, gli italiani hanno compensato gli effetti della crisi col vecchio e caro mattone.

Il ruolo del mattone

«Nonostante l’andamento complessivamente contenuto del reddito, la ricchezza delle famiglie è cresciuta nell’intero periodo dell’indagine, in modo sostenuto». Le famiglie proprietarie di immobili sono salite «da poco più della metà nel 1977 al 72% nel 2010». Facendo le somme, il reddito disponibile netto pro capite, che tiene conto anche dei canoni d’affitto percepiti e del valore d’uso della prima casa, «è cresciuto, tra il 1977 e il 2006, di circa il 75% in termini reali». Ma la successiva recessione «e i ritmi ancora modesti della successiva ripresa hanno eroso circa un quarto di questo aumento». Così l’aumento complessivo del reddito netto disponibile pro capite fra il 1977 e il 2014 è stato del 54%. Insieme alle case, in soccorso delle famiglie sono arrivati i pensionati. Infatti, dicono i dati di Bankitalia, la quota di popolazione che vive in famiglie con reddito derivante per almeno due terzi da pensione è raddoppiata, passando dall’11% nella fine degli anni Ottanta a quasi il 20%, mentre la quota di chi vive in famiglie con reddito per almeno due terzi da lavoro è scesa dal 74% a circa il 50%. Numeri che dicono molto di come sia cambiata la società. È vero, nel 2014 «sulla base delle statistiche ufficiali, la ricchezza netta delle famiglie ammontava a circa sei volte il prodotto interno lordo», cioè la bellezza di 8.730 miliardi di euro — pari a 145.500 mila euro per ognuno dei 60 milioni di italiani — di cui 5.848 miliardi di euro in immobili e 3.793 miliardi di euro in depositi, conti correnti, titoli e altre attività finanziarie. Ma le distanze tra ricchi e poveri sono aumentate. Sia sui redditi sia sulla ricchezza. Le persone a basso reddito (comprensivo dei proventi da attività finanziarie), rappresentavano il 16% del totale nel 1989, sono salite al 21%, sottolinea Bankitalia, e detenevano meno del 4% della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel 1995. La classe media, quella con un reddito tra il 60% e il triplo di quello mediano, è invece scesa dall’82% al 76%. La classe ricca (reddito almeno triplo di quello mediano) è passata da poco meno del 2% a poco più del 2%, ma la loro quota di reddito sul totale è salita dal 6% del totale al 9% circa. L’indice di Gini, una misura di disuguaglianza che varia tra zero e 100, dove zero significa uguaglianza totale, è sceso fino alla prima metà degli anni Ottanta, arrivando a 28

Il passo del gambero

Poi ha ripreso a salire e ora è vicino a quota 33, come quarant’anni fa. Anche qui, il passo del gambero. E fa impressione notare che nelle famiglie «con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito». Era «solo una su dieci alla fine degli anni Ottanta». I giovani però «possono attendersi una maggiore ricchezza ereditata» rispetto alle precedenti generazioni. Ma anche l’eredità non fa che accentuare le diseguaglianze, conclude la relazione, visto che in Italia c’è scarsa mobilità sociale e il benessere finisce per essere determinato più dalla ricchezza ricevuta dai genitori che dal lavoro esercitato..

Enrico Marro

Corriere della Sera 5 giugno 2016

http://www.corriere.it/economia/16_giugno_04/reddito-in-calo-famiglie-84fb82ba-2a8a-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml

Assuefatti alla crescita “zero virgola”

deffflLa doccia fredda è arrivata il 15 marzo dall’Istat: l’inflazione a febbraio segna un meno 0,3 per cento su base annua, siamo in deflazione. Segue l’altra cattiva notizia di pochi giorni prima: la stima di un aumento del Pil nel primo trimestre dell’anno solo dello 0,1 per cento. E c’era stata pure la lettera di richiamo della Commissione europea a causa del rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici verso l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio. “L’Italia deve ridurre il debito”, ha precisato perentorio il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. Nel mezzo, c’è stato il potenziamento del programma di quantitative easing della Bce di Mario Draghi.

Ma ormai siamo assuefatti a una crescita da “zero virgola”. Hai voglia a dire la recessione è finita. Tecnicamente è così, dopo anni di segni meno. Ma la delusione da attese tradite è cocente. Il rischio vero da cui guardarsi, a questo punto, è la deflazione delle aspettative.
Tutti presi a misurare le variazioni al rialzo degli indicatori economici, per poi smorzare la disillusione per aver constatato che il campo di oscillazione stentava nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale, i commentatori hanno dato poca attenzione a due cose importanti che sono successe negli anni della crisi.

La prima è che, mentre gran parte dell’informazione mainstream batteva sul tasto della retorica pauperista del “non arriviamo alla fine del mese”, gli italiani diventavano l’azienda più liquida d’Italia. Il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (quindi esclusa la ricchezza patrimoniale concentrata negli immobili di proprietà) si è gonfiato fino a un ammontare complessivo di 4.000 miliardi di euro (cioè due volte e mezza il valore del Pil). Giù le quote di azioni e obbligazioni, boom di contante e depositi bancari: valevano un quarto della torta nel 2007, sono diventati oggi il 31 per cento del totale.

Certo, siamo stati tutti scottati dalla crisi. Ci siamo detti: meglio tenere i soldi in tasca o fermi sui conti correnti, pronti all’uso per ogni evenienza. E intanto i consumi flettevano del 7,5 per cento nel periodo 2007-2014 e i volumi del mercato immobiliare si dimezzavano (siamo passati da 800mila a 400mila compravendite di abitazioni all’anno). In sintesi, la bolla del risparmio e del cash cautelativo, insieme alla bassa propensione all’assunzione individuale  del rischio, rappresentano per noi la legacy della crisi, il suo lascito.

Per evitare la sclerotizzazione su questo atteggiamento difensivo della gran parte degli italiani, si è provato a stimolare la domanda interna attraverso misure come il bonus Irpef di 80 euro o il taglio della Tasi. Risultato, conti alla mano: i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, la produzione industriale non ritrova slancio, la ripresa occupazionale è ancora debole, l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero (nonostante il fiume di liquidità iniettato nel sistema dalla Bce) e gli investimenti si fanno col contagocce. Per la verità, siamo ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza degli investimenti sul Pil: nel 2015 in Italia hanno pesato per il 16,5 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 17,3 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Germania, il 21,2 per cento della Francia.

Quello che più conta è che c’è stato un vero cambiamento di paradigma con cui oggi fare i conti, che va al di là dei dati macroeconomici, senza sconfinare però in teorie di parapsicologia collettiva (manca la fiducia! manca la fiducia!). Il punto cruciale è che il grande assente sulla scena ormai da parecchio tempo è il rischio. Rischio calcolato, beninteso. Il problema è che gli italiani non tornano a una confidente assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. Solitarie? Perché? Il fatto è che nella percezione collettiva è svaporata la figura dello Stato come garante di ultima istanza delle “avventure” individuali ‒ quel ruolo che nei decenni passati, trascorsi nel segno dell’accrescimento della società affluente, l’autorità statuale aveva saputo esercitare tramite gli strumenti redistributivi di welfare finanziati con il debito pubblico, fomentando la grande saga della “cetomedizzazione”, che si basava proprio sull’assunzione individuale del rischio (mi compro la casa, apro un negozio, metto su un’impresa, e così via).

Quando lo Stato debitore è quotato sui mercati finanziari internazionali e i conti pubblici sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating, c’è la rottura di paradigma. Naturalmente, questo è un processo di lunga deriva. C’è stato però un preciso momento in cui tutti hanno definitivamente aperto gli occhi, costretti a farlo dall’esperienza traumatica della crisi del debito sovrano (ricordate lo spread rispetto ai Bund tedeschi schizzato alle stelle? E il rischio di default per la Grecia?). In quel momento abbiamo perso l’innocenza. Da allora i cittadini sottilmente disconoscono ai politici nazionali la piena autorità deliberativa: sanno che le loro azioni verranno sottoposte a un giudizio finale, dei mercati o di Bruxelles (vedasi le estenuanti trattative sulle clausole di flessibilità sui conti pubblici).

La seconda cosa che è successa durante gli anni della crisi è l’affermazione del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale, che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. In questi anni gli italiani hanno risparmiato praticamente su tutto, tenendo stretti i cordoni della borsa all’insegna di una riscoperta sobrietà (adieu ai fasti del consumismo, solo un lontano ricordo). Ma non hanno lesinato sulle tecnologie digitali. Che anzi sono state premiate dal processo selettivo dei consumi innescato dalla crisi e hanno assunto una connotazione anticiclica: hanno conosciuto una fase espansiva in controtendenza, come dimostra il vero e proprio boom di smartphone e connessioni mobili. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la spesa per telefoni e traffico dati è più che raddoppiata (più 146 per cento: parliamo di 27 miliardi di euro nell’ultimo anno).

Insomma, gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media digitali connessi in rete. Perché? Perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali, scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Nel frattempo, i big player della rete si attrezzavano per presidiare in maniera sempre più efficace la nuova frontiera, cioè i tre perni fondamentali del commercio: la fase dell’acquisto (di ogni cosa), la gestione di strumenti di pagamento tramite smartphone (alternativi ai tradizionali circuiti bancari), la logistica (robot nei magazzini, droni nei cieli). Ai vertici mondiali per fatturato e capitalizzazione di Borsa – le prime cinque aziende Ict messe insieme valgono un paio di migliaia di miliardi di dollari, pari al Pil di una media potenza europea come l’Italia –, rappresentano il nuovo volto del capitalismo del XXI secolo. La continuità personalizzata tra online advertising e e-commerce è il segreto del successo. Internet sembra così proiettata a diventare una nuova, gigantesca piattaforma commerciale taylor-made: un grande villaggio digitale, con le sue piazze, i cinema e la city hall, gli uffici pubblici e le banche, i centri commerciali.

Che cosa hanno in comune le due novità che ci ritroviamo dopo i lunghi anni della crisi? Risposta: il trionfo dell’individualismo. Orfani di uno Stato nazionale solido, sostituito da una governance sovranazionale che non ha retto alla prova della depressione economica e della gestione degli esodi migratori, l’individuo si ritrova solo. E anche i processi di disintermediazione digitale, basati su un ricentraggio soggettivo e sulla disarticolazione delle filiere del lavoro tradizionali, vanno in questa direzione, nell’inveramento dello slogan planetario della piattaforma video più popolare sul web: broadcast yourself!

Nessuno rimpiange uno Stato che accumula debito pubblico (i conti, prima o poi, bisogna pagarli). Ma ad oggi non abbiamo ancora trovato un valido rimpiazzo per quel ruolo che spingeva ad assumersi i rischi. Per riattivare i circuiti dell’economia reale la politica monetaria non basta, bisogna tornare a investire, cioè a rischiare. Di qui l’impasse in questa fase di transizione epocale. Che durerà fino a quando non avremo riscoperto una nuova cultura del rischio.

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”, che durerà finché non riscopriremo la cultura del rischio

Massimiliano Valerii

Direttore generale del Censis

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/17/assuefatti-alla-crescita-zero-virgola-che-durer-finch-non-riscopriremo-la-cultura-del-rischio___1-v-139526-rubriche_c328.htm

La fine del ceto medio

carspessPotremmo abbozzare il titolo del film prendendo in prestito un tema caro ai sociologi: «La fine del ceto medio». Superando definitivamente la «cetomedizzazione» della società, definizione cara a Giuseppe De Rita che negli anni Novanta la coniò per descrivere la crescita di una piccola borghesia del nord-est basata sulla «fabbrichetta» con simpatie leghiste. Nel tradizionale rapporto Coop sui consumi, diffuso oggi a Milano, emerge uno spaccato sociale interessante perché s’intravede per la prima volta  un’Italia dinamica dopo sette anni di Grande Crisi seppur estremamene polarizzata su diverse dicotomie: giovani-vecchi, nord-sud, occupati-disoccupati, uomini-donne. Presto per parlare di scenario sudamericano dove le differenze si acuiscono invece che ridursi grazie allo Stato sociale, eppure la tendenza dei consumi rileva come la spesa al carrello diminuisce nonostante una clamorosa flessione dei prezzi al dettaglio operata da tutti i marchi della grande distribuzione. La cartina di tornasole della sparizione del ceto medio sta tutta nel declino del modello dell’ipermercato: store con grandi metrature all’interno di grossi centri commerciali nella cosiddetta cintura urbana. Una volta servivano per riempire il carrello fino all’inverosimile soprattutto nel fine settimana quando si facevano le scorte per la famiglia. Ora invece trionfano i supermercati e i negozi di vicinato: scontrino ridotto al minimo, beni voluttuari spariti, si compra soltanto il necessario giorno per giorno. Fin qui le noti dolenti. Quelle meno – dice lo studio Coop – segnalano come l’Italia sia in fase di ripartenza. Attenzione: appena abbozzata, nulla di statisticamente rilevante tale da farci esclamare di gioia ma potremmo coniare la metafora del trekking. Il Paese si sta sacrificando e, seppur soffrendo, sta risalendo la china piano piano senza voli pindarici. Certo la Grande Crisi ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale: Coop dice che l’Italia ora è persino schizofrenica, se tra Trento e la Calabria corrono più di 1000 euro di differenza nella spesa mensile. Mille! E anche la forbice generazionale si è allargata in maniera tale che gli over 65 spendono in media più di 100 euro al mese in più per la spesa rispetto agli under 35. Ciò sta cambiando anche gli stili alimentari, ormai sempre più liquidi alimentando la nozione di italiani popolo di «infedeli» considerando che in media ogni famiglia compra in media in 21 punti vendita diversi all’anno. Complicando le strategie commerciali degli operatori costretti a ritoccare i listini al ribasso in una corsa all’indietro come i gamberi

Ecco l’Italia bipolare con i consumi a singhiozzo

Fabio Savelli

Corriere della Sera 3 settembre 2015

L’ascensore sociale funziona al contrario

elevator3La società italiana scivola verso il basso. Spinta dalla crisi, che dal 2008 ha investito l’economia globale  –  e nazionale. Non è tanto e solo l’andamento dei redditi e del mercato del lavoro, a rivelarlo. Anche se, nell’ultimo anno, in metà delle famiglie qualcuno ha perduto il lavoro oppure l’ha cercato senza esito (indagine Demos-Coop, aprile 2015). Il problema è che, al di là della “condizione”, misurata dalle statistiche socioeconomiche, il declino ha colpito, in modo sensibile, anche la “percezione”. Ha, cioè, modificato sensibilmente il modo di guardare la realtà intorno a noi e di rappresentare, anzitutto, noi stessi.

Come si è detto in altre occasioni, l’ascensore sociale, in Italia, si è bloccato. E gran parte degli italiani ha smesso di attendere che riparta. E oggi è, invece, impegnata a frenare, se non a bloccare, la marcia del “discensore sociale”. Dal quale sono in molti, la maggioranza, a sentirsi trasportati, meglio: trascinati. Verso il basso. Ma la percezione delle cose e di noi stessi è difficile da modificare. Molto più della realtà stessa. Perché ci vuole tempo prima di “credere” che il lavoro e il reddito abbiano ripreso a crescere. E che, di conseguenza, si possa guardare di nuovo il futuro con minore pessimismo del passato. Malgrado l’Istat e l’Ocse, oltre al nostro governo, segnalino una ripresa della nostra economia, i consumi, continuano, infatti, a stagnare. Perché gli italiani non si fidano. Del futuro. Del “proprio” futuro. E preferiscono risparmiare, piuttosto che consumare. Per prudenza.

TABELLE

Di certo, è finita l’epoca della “cetomedizzazione”. Termine ostico, ma sicuramente efficace, con il quale Giuseppe De Rita, negli anni Novanta, ha definito la tendenza della società italiana a ridimensionare il peso delle èlite, ma soprattutto degli strati più bassi. E, dunque, ad allargare i confini della “società di mezzo”. Oggi, invece, la società italiana si è “operaizzata“. Oltre la metà degli italiani, per la precisione: il 52%, si colloca nei “ceti popolari” o nella “classe operaia”. Mentre il 42% si sente “ceto medio”. Nel 2006, dunque: poco meno di dieci anni fa, il rapporto fra queste posizioni  –  e visioni  –  risultava rovesciato. Il 53% degli italiani si definiva “ceto medio” e il 40% classe operaia (o “popolare”). Nel 2008, mentre la crisi incombeva, peraltro, le posizioni apparivano più vicine. Ma il ceto medio, in Italia, prevaleva ancora, seppur di poco, sulla classe operaia: 48 a 45%. Questa tendenza ha investito un po’ tutte le professioni e tutte le categorie. Non solo quelle che erano già, di fatto, “classe operaia”. I lavoratori dipendenti. Ma ha coinvolto anche altre figure, catalogate, tradizionalmente, nella “piccola borghesia” (come ha fatto Paolo Sylos Labini, nel suo classico “Saggio sulle classi sociali”, pubblicato nel 1988 e di prossima ri-edizione, sempre per i tipi di Laterza). In particolare, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Ancora nel 2008, il 60% di essi si sentiva “ceto medio”, il 34%, poco più di metà, classe operaia. Oggi, però, questa distanza si è sensibilmente ridotta. Perché il 40% dei lavoratori autonomi e in-dipendenti si sente “classe operaia”. Il 54% ceto medio…..

Così, in Italia avanza una società “operaia”. Che vive con una certa preoccupazione e un certo risentimento questa condizione  Perché aveva creduto alla promessa berlusconiana di un futuro da “imprenditori” per tutti. Attraverso il passaggio “intermedio” del “ceto-medio”. Ma oggi, che la crisi ha dissolto il sogno-ceto-medio, per molti è faticoso rassegnarsi al risveglio-operaio.

Ilvo Diamanti

Repubblica 25 maggio 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/05/25/news/l_ascensore_sociale_funziona_al_contrario_ora_il_ceto_medio_si_sente_classe_operaia-115182379/

 

Che fine fanno i centri commerciali?

Che fine ha fatto lo shopping mall? Tempio del consumismo, simbolo della società americana, luogo imagesd’incontro in molte città che non hanno centri storici: Tutto questo era vero fino a ieri: oggi i centri commerciali chiudono, e c’è chi teorizza la loro estinzione. Ma non è un sintomo di crisi economica. L’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira, consumi in ripresa. Lo shopping mall non è spiazzato da uno tsunami di consumo frugale, decrescita felice, o share economy (economia delle condivisione). E neppure la Rete, cioè l’avanzata delle vendite online, c’entra più di tanto. No, a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze.
Lo shopping mall tradizionale è un modello interclassista, trasversale, in una fase in cui la società americana si polarizza: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Schiacciata in mezzo c’è la formula dello shopping mall, inventata in un’epoca in cui al centro del modello sociale americano c’era una vasta middle class, inclusiva di ceto medio e classe operaia.
Nell’ultima decade, una trentina di questi shopping mall hanno chiuso.
Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro. È nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente http://www.deadmalls. com. Sul sito del New York Times un’inchiesta su questo fenomeno è illustrata da una galleria di foto dei “dead malls”: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali. Un tempo affollati da eserciti di famigliole, coi parcheggi intasati di Suv, questi shopping mall morti o agonizzanti evocano film di fantascienza, un pianeta improvvisamente svuotato dei suoi abitanti da un attacco alieno o una catastrofe climatica. E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma. Il potere degli shopping mall sull’immaginario collettivo degli americani, è tale che l’associazione dei centri commerciali sta tentando disperatamente di contrastare la teoria del declino inesorabile. La Confindustria di categoria (Council of Shopping Centers) ha assoldato di recente la più grossa società di relazioni pubbliche, Burson-Marsteller, “per contrastare la pubblicità negativa”. Ma i dati parlano chiaro. Sui 1.200 centri commerciali censiti negli Stati Uniti, il 15% è a rischio di scomparsa perché disertato dai consumatori. Sono una minoranza, certo, ma pur sempre 180 shopping mall che potrebbero essere rasi al suolo, non più redditizi.
Le “condanne a morte” espresse dal mercato, coincidono con una chiara ripresa nella spesa di consumo delle famiglie americane. Dunque è il modello stesso del centro commerciale che perde colpi, non la grande distribuzione in generale. E per una volta il sospetto numero uno non si chiama né Amazon né Ebay. Per quanto il commercio in Rete stia conquistando sempre nuovi adepti, il fatturato complessivo delle vendite online è circa un decimo rispetto al commercio “in carne ed ossa”. Il vizio fatale nella formula dello shopping mall è proprio il fatto di essere un contenitore di catene distributive come Sears, Lord&Taylor, che si rivolgevano al- la famiglia media americana. Ma la “media” non c’è più, in un popolo di consumatori a clessidra, dove si rafforzano la parte alta e quella più bassa del potere di acquisto.
Per diverse generazioni di americani i centri commerciali sono stati non solo una comodità che semplifica la vita (tutti i negozi in un posto solo, per fare la spesa una volta alla settimana caricando il bagagliaio dell’auto), e quindi un emblema dell’American way of life, ma spesso anche l’unico luogo di “socializzazione”. E’ un fenomeno sul quale sono stati scritti interi saggi di sociologia urbana, come il celebre “Bowling Alone” (giocare al bowling da soli) di Robert Putnam. Paragonato a un moderno Alexis de Tocqueville, Putnam ha esplorato la società americana rivelando la decadenza dei tradizionali luoghi di vita comune. Sindacati, partiti, club e associazioni civiche, perfino le chiese hanno perso gran parte del proprio ruolo storico come centri di incontro e vita collettiva. Per molti giovani, nelle città medio-piccole dell’America profonda, lontano dalle metropoli come New York e San Francisco, lo shopping mall era rimasto l’unico posto dove “rimorchiare”, o semplicemente incontrare gli amici dopo la scuola, fare due chiacchiere, passare il tempo. Ora gli rimane Facebook.
F. Rampini
Repubblica  8 gennaio 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/01/centro-commerciale-addio-negli-usa-crolla-mito-dei-templi-shopping/

La favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza

cenerentola_106[1]Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse.

Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.

Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?

La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita.

Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.

Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.

Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.

Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class.

La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-disuguaglianze-insostenibili/

Le famiglie vendono oro e comprano bici

biciDurante la crisi il reddito medio pro-capite delle famiglie è tornato ai livelli del 1993 e negli ultimi dieci anni la ricchezza finanziaria si è quasi dimezzata. Lo rivela il Censis nel suo Rapporto annuale, mettendo in luce quello che definisce «lo smottamento del ceto medio».
«Il reddito medio degli italiani si riduce a causa del difficile passaggio dell’economia, ma anche per effetto dei profondi mutamenti della nostra struttura sociale, che hanno affievolito la proverbiale capacità delle famiglie di produrre reddito e accumulare ricchezza», spiega l’analisi. Gli italiani reagiscono alla crisi anche con «difese strenue», dice ancora il rapporto: in due anni 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro o preziosi..

Nei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3% e sono stati bruciati più di 240 mila posti di lavoro destinati ai giovani» si legge ancora nel Rapporto. La crisi «ha dato una netta accelerazione ad un processo di invecchiamento già in corso da tempo»: la quota di under 35 al lavoro scende al 26,4% nel 2011 dal 37,8% di dieci anni fa.

Oltre a vendere oro, gli italiani cercano di affrontare la crisi anche con altre strategie. Negli ultimi due anni l’85% ha eliminato sprechi ed eccessi, il 73% va a caccia di offerte; il 62,8% ha ridotto gli spostamenti per risparmiare benzina, si vendono meno auto e c’è un boom delle biciclette: ne sono state vendute 3,5 milioni; 2,7 milioni di italiani coltivano ortaggi da consumare ogni giorno

http://www.corriere.it/economia/12_dicembre_07/ceto-medio-redditi-come-1993_54fca39e-404d-11e2-abcd-38132480d58e.shtml