Ma che cos’è il sale?

Condire con il sale è l’antefatto di ogni preparazione culinaria, così scrive il chimico francese Pierre Laszlo in un libro dedicato a questo fondamentale alimento. In tavola il sale non manca mai, e come potrebbe essere diversamente? Un adulto contiene circa 250 grammi di questa sostanza, quanto ne può riempire tre o quattro saliere, per quanto poi lo si perda di continuo attraverso sudore e urina. Ne servono da 300 grammi a 7 kg l’anno a testa, a seconda della zona del Pianeta in cui si vive. Ragione per cui ne abbiamo assoluto bisogno. Basta entrare in un negozio di alimentari ed è lì, a disposizione. Costa poco, ma fino a cento anni fa era un bene prezioso, uno dei più ricercati.

Era così importante che nel Libro dei Numeri il rapporto con Dio è definito un “patto di sale”. Sembra che già nel 6000 a.C. in Cina si raccogliesse il sale dalle acque evaporate dei laghi; gli abitanti dei villaggi limitrofi facevano incetta dei cristalli quadrati sulla superficie dell’acqua. Il più antico documento cinese in cui si parla della produzione del sale data 800 a.C., l’epoca della dinastia Xia; si bolliva acqua salata in contenitori di ferro, metodo che i romani utilizzeranno solo 200 anni dopo. Il sale è un composto chimico, il risultato della reazione di un acido con una base; quando il sodio, metallo instabile, reagisce con un gas venefico, il cloro, diventa l’alimento base della nostra cucina: il cloruro di sodio, il cui simbolo chimico è NaCl; appartiene all’unica famiglia di minerali che noi possiamo mangiare. Sono diversi i sali che possiamo ingerire, anzi dobbiamo (cloruro di magnesio, cloruro di potassio), ma questo è quello il cui gusto, al contatto con le nostre papille gustative, ci appare salato.

Il cloruro è decisivo per digerire e per respirare; senza il sodio, che il nostro corpo non riesce a produrre, non si riuscirebbe a trasportarvi le sostanze nutritive e l’ossigeno, niente impulsi nervosi o movimenti muscolari, compresi quelli del cuore. Per questo la ricerca del sale è sempre stata fondamentale. La civiltà è cresciuta intorno alla sua produzione, trasporto e commercio. Il sale è stato nel corso degli ultimi 5000 anni legato al potere e al suo esercizio. Senza di lui probabilmente ci saremmo estinti. Per fortuna i luoghi dove si può produrlo o estrarlo sono tanti, dal mare alle miniere di salgemma, anche se le tecniche per farlo hanno richiesto una messa a punto lenta e progressiva. Gli egizi sono stati dei grandi “coltivatori” di sale. Lo ottenevano facendo evaporare l’acqua del mare nel delta del Nilo; poi hanno creato delle vere e proprie saline. In Asia, in Europa e nelle Americhe, luoghi dove il sale veniva prodotto e raffinato, il trasporto era per via d’acqua: fiumi, laghi, mare.

Nel Sahara, da cui è sempre venuto un sale molto ricercato, il trasporto era, ed è ancora oggi, per via di terra, prima con i carri trainati dai buoi, quindi con i cammelli, 1000 anni dopo che erano stati addomesticati in Medio Oriente. Durante il Medioevo, raccontano le cronache del tempo, carovane di 40.000 cammelli trasportavano il sale da Taoudenni a Timbuctù: 700 chilometri percorsi in un mese. Senza il commercio del sale non ci sarebbero le ricche moschee delle città orientali e i palazzi fatati di Venezia, non esisterebbero le architetture sfarzose dell’Olanda e dei paesi del Nord, perché il sale è stata fonte di grande ricchezza: era una moneta.

Un’antropologa, Mary Douglas, ha scritto che “i beni sono i garanti delle relazioni sociali che contribuiscono a instaurare”. Intorno al sale si sono costruiti miti, hanno prosperato religioni, dinastie, classi sociali, oltre che mestieri e innumerevoli attività commerciali. I beni di consumo, tutti senza esclusione alcuna, costituiscono infatti una forma di comunicazione, dal momento che si prestano al baratto e allo scambio. Si può ben dire che il sale ha determinato le forme di governo. Un illustre botanico tedesco, Matthais Jacon Schleiden, nel 1875 ha pubblicato un libro, Das Salz, in cui sosteneva il nesso stretto tra le tasse sul sale e la tirannie. Il sale è stato inoltre decisivo per la conservazione del cibo, dal formaggio al merluzzo, dalle aringhe al maiale. Varie civiltà si sono edificate e hanno prosperato su questo alimento.

Mark Kurlansky, che ha scritto un libro sulla storia del merluzzo e poi uno sul sale, Sale. Una biografia, ricorda come la pesca dell’aringa e la sua salatura abbiano determinato l’irresistibile ascesa dei Paesi atlantici, che ne controllavano il commercio, a svantaggio delle città meridionali quali Genova e Venezia. La storia dell’economia è strettamente collegata alla storia degli alimenti e soprattutto alle tecniche di conservazione dei cibi, almeno fino all’Ottocento, così che i conflitti per il controllo del sale, principale strumento di conservazione, punteggiano l’intera storia della civiltà umana. All’inizio, come suo “fratello”, lo zucchero, il sale è stato considerato una medicina; così almeno presso i Maya, creatori di saline nel 1000 a. C. Non sono solo gli uomini ad avere bisogno di sale, ma anche gli animali, il bestiame in particolare. Oggi il dibattito sull’utilizzo del sale è aperto: fa male o fa bene? La discussione continua. Ma intanto il consumo del sale è diminuito in tutto il mondo.

L’europeo del XX secolo ha consumato la metà del sale dei suoi predecessori di cento anni prima. Si continuano a salare merluzzi, salcicce, aringhe, prosciutti, olive, verdure in salamoia, anatra e oca, tuttavia le nuove tecnologie della conservazione dei cibi l’hanno reso meno necessario. Il primo colpo l’ha dato un cuoco parigino, Nicolas Appert, che ha inventato all’inizio dell’Ottocento un metodo per conservare il cibo in barattoli: carne di bue e verdure sotto vetro. Sempre nell’Ottocento arrivano le tecnologie del freddo. Nel 1925 un newyorkese eccentrico, Clarence Birdseye, inventa il congelamento rapido applicato al pesce: sempre disponibile e fresco senza salarlo. Il prezzo del sale crolla. E pensare che proprio intorno al rifiuto della tassa sul sale nel 1930 Gandhi ha costruito la lotta per l’indipendenza dell’India. Alla fine resta un mistero che ancora nessun studioso ha risolto: perché il mare, da cui traiamo gran parte del sale – vedi le magnifiche e antiche saline di Trapani – è salato? Non si sa. Già l’esistenza degli oceani sulla Terra è misteriosa: collisione di comete che l’avrebbero arricchita d’acqua o decomposizione delle rocce di silicato con conseguente produzione d’acqua? Alcuni sostengono che il sale derivi dall’erosione provocata dai fiumi e dall’evaporazione. Risposta non c’è. Quello che è sicuro che nel cosmo sodio e cloro dovrebbero essere ben presenti e abbondanti. Sale dappertutto.

Cosa leggere per saperne di più

Mark Kurlansky, collaboratore di varie testate americane ha scritto una vera e propria storia del sale, Sale. Una biografia (Rizzoli), che anche un racconto storico dell’alimento; il chimico Pierre Laszlo è autore di Storia del sale (Donzelli) con un taglio scientifico originale; si segnalano tra i numerosi libri dedicati all’alimento: J.-F. Bergier, Une histoire du sel (Office du Livre), N. Le Foll, Le sel (Edition du Chêne), S.A.M. Adshead, Salt and Civilization (St. Martin Press).

Questo articolo è apparso in forma più breve su “La Repubblica”, che ringraziamo.

MARCO BELPOLITI

 

http://www.doppiozero.com/rubriche/3/201708/ma-che-cose-il-sale

Sprechi: ogni anno buttiamo cibo per 12,6 miliardi

swfLa nuova parola d’ordine è raccolta in uno slogan: più prevenzione, meno rifiuti. Lo spreco alimentare in Italia resta un grande scandalo, anche morale («È come rubare il cibo ai poveri» ha detto Papa Francesco), ma per combatterlo davvero non bastano più le denunce, diventate perfino autoreferenziali, ma servono nuove iniziative, molto concrete. In tre direzioni.
In primo luogo, bisogna riconoscere che lo spreco di cibo, specie nelle case, sta diminuendo. I dati più attendibili sul piano scientifico, messi in fila dal Politecnico di Milano, in occasione della giornata, ieri, contro lo spreco alimentare, parlano di un valore annuale pari a 12,6 miliardi di euro, dei quali più della metà riguardano consumi e stili di vita domestici. Dalla spesa eccessiva che finisce nell’immondizia agli avanzi nel frigorifero che non riusciamo a riutilizzare e infiliamo nel secchio della spazzatura. Nell’ordine, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, si tratta di frutta, insalata, verdura e pane. Ma anche carne, formaggi e salumi.
IL SONDAGGIO 
Allo stesso tempo la Coldiretti, attraverso un sondaggio capillare in tutto il Paese, ci informa che già sei famiglie su dieci, nell’ultimo anno, hanno ridotto gli sprechi alimentari, anche per effetto della Grande Crisi che sta modificando in modo radicale i nostri stili di vita. Il passo successivo, per moltiplicare il taglio degli sprechi alimentari, riguarda la diminuzione dei rifiuti. Meno imballaggi, meno contenitori, meno carte (pensate in quanti fogli e buste viene incartato un etto di mortadella). Soltanto a Roma, per fare un esempio, si producono 689 chilogrammi di rifiuti all’anno pro-capite, quasi due chili al giorno. A Berlino, per restare al club delle capitali europee, sono 442, a Madrid 377, e tornando in Italia, senza confrontare l’immondizia dei romani con quella dei virtuosi altoatesini, già a Bari la spazzatura pro-capite non supera i 584 chili all’anno. Differenze così marcate aiutano a capire quanti margini ci sono per ridurre i rifiuti, a partire da quelli di provenienza alimentare, e quindi lo spreco. Con il doppio effetto positivo sia sull’economia in generale sia sulla catena dello smaltimento che, proprio a Roma, fa acqua da tutte le parti.
Il secondo ambito di interventi, collegato al primo, riguarda la possibilità di premiare i cittadini, non chiamiamoli virtuosi ma semplicemente forniti di un buon senso civico. Una campagna all’insegna del titolo Basta rifiuti e sprechi, che dovrebbe partire nelle scuole per poi allargarsi nei quartieri, non può non prevedere un principio di buona amministrazione: chi sporca meno, paga meno. Sul sito Non sprecare.it stiamo raccogliendo l’elenco dei comuni dove già esistono riduzioni di imposte sui rifiuti, bonus per la spesa e per la benzina, e perfino sconti sulle bollette energetiche, per le famiglie che producono meno immondizia e la smaltiscono correttamente. Purtroppo, sono delibere di amministrazioni concentrate nelle regioni del Nord, dall’Alto Adige al Veneto, e del Centro, dall’Emilia alla Toscana. Questa, invece, deve diventare una prassi nazionale che trasformerebbe la lotta allo spreco anche in un’opportunità di risparmi.
LA RETE 
Infine, e siamo al terzo tassello, va ampliata e sostenuta, dal basso, la rete del volontariato, anche questa già solida, che lavora per recuperare il cibo altrimenti sprecato e donarlo alle associazioni caritatevoli. Per dare un’idea delle potenzialità di questa rete, citiamo il caso dell’associazione più efficace e più attiva nel settore, il Banco Alimentare che coinvolge, nel recupero e poi nella donazione del cibo, quasi mille aziende, 820 punti vendita e 366 mense (208 scolastiche). In Italia ci sono diverse realtà più piccole, ma altrettanto utili, rispetto al Banco Alimentare: si tratta, anche qui, di moltiplicarle, partendo dal territorio e dai singoli quartieri. Tra l’altro, ci siamo anche dotati, finalmente, di una legge che favorisce le donazioni come deterrente allo spreco alimentare, anche se non abbiamo avuto il coraggio di fare come in Francia. Qui, ricordiamolo, i punti vendita della grande distribuzione, con superfici superiori ai 400 metri quadrati, hanno l’obbligo, non la facoltà, di non sprecare i prodotti invenduti e di metterli a disposizione della rete delle associazioni. Se non lo fanno, rischiano multe salatissime.
Anche in Danimarca, il paese europeo che ha ottenuto i migliori risultati nella lotta allo spreco alimentare grazie alla campagna capillare Stop Wasting Food, il recupero del cibo parte dall’educazione nelle scuole, passa per i punti vendita della grande distribuzione, e sbarca nelle case dei cittadini. Dove vanno di moda le ricette dei grandi chef danesi che, a differenza di quelli italiani abilissimi a truccarsi da guru e filosofi televisivi del nulla, hanno firmato, con senso pratico e con un briciolo di salutare responsabilità, le loro ricette d’autore, ispirate alla cucina degli avanzi.

Antonio Galdo
Il Messaggero 6 febbraio 2017
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Lo zucchero e la lotta di classe

sugarViviamo nell’epoca delle bustine. Quasi tutto quello che mangiamo ci raggiunge attraverso buste di diverse dimensioni. Lo zucchero, ad esempio. Sul bancone del bar ci sono almeno tre bustine: lo zucchero semolato bianco, lo zucchero bruno di pura canna e un dolcificante a base di saccarina sodica. Lo zucchero oggi costa poco. Se vogliamo comprarne un chilo basta entrare in un supermercato: 0,70 euro quello bianco raffinato, o 2,5 euro il bruno. La strada che lo zucchero ha percorso per arrivare sino a noi, e raggiungere prezzi così contenuti, è stata lunga e complessa. Quello che usiamo è saccarosio estratto dalla canna da zucchero; può anche essere derivato dalla barbabietola, ma solo a partire dall’Ottocento.
Il saccarosio è un composto chimico organico della famiglia dei carboidrati estratto da un vegetale il cui nome scientifico è Saccharum officinarum. Proviene dalla Nuova Guinea dove, secondo i botanici, sarebbe stato addomesticato alcune migliaia di anni fa. A partire dall’8000 a.C. è arrivato nelle Filippine, in India e poi in Indonesia. Ma sono dovuti trascorrere decine di secoli affinché giungesse da noi a partire dalle isole dove spesso si pensa sia nato: i Caraibi. Lì l’ha portato invece Cristoforo Colombo in uno dei suoi viaggi, nel 1492. Solo dopo questo trasferimento lo zucchero è diventato ciò che è oggi: un alimento. Tra la Guinea e i Caraibi c’è di mezzo, come ha raccontato l’antropologo Sidney W. Mintz (Storia dello zucchero, Einaudi), un’altra storia, quella dello zucchero che circola per il Mediterraneo e raggiunge alcuni lidi dell’Europa. Il saccarosio ha seguito il Corano. Sono stati gli arabi nella loro espansione militare e politica a portarlo in giro. Una storia complicata. Nel 1000 d.C. pochissimi in Europa conoscevano lo zucchero, nessuno o quasi in Inghilterra. Non era un alimento, bensì un medicamento, sostanza officinale. La dolcificazione delle bevande si otteneva con il miele e i derivati della frutta o sciroppi vari. Prima di diventare cibo è stato una spezia, e come tutte le spezie, dal pepe alla noce moscata o allo zenzero, era disponibile solo in piccole quantità: bene di lusso. A usarlo come medicamento, o per conservare il cibo, in alternativa al costoso sale, erano pochissimi: re, regine, nobili.
Lo zucchero ha funzionato come sistema di distinzione sociale ed economica. Le storie della tecnologia spiegano che estrarre lo zucchero dalla canna non è un procedimento semplice e immediato. Necessita prima di tutto forza-lavoro, che da un certo punto in poi ha significato: gli schiavi. La cosa interessante è che nessuno degli alimenti che usiamo oggi in Occidente nasce come un fatto “naturale”.
L’antropologo francese Lévi-Strauss l’ha spiegato in modo icastico: prima di diventare “buono da mangiare” deve essere “buono da pensare”. Detto altrimenti, il cibo è sempre un’invenzione culturale, effetto di un processo di civilizzazione. Nelle mani degli arabi e dei loro successori si è trasformato da spezia- condimento e conservante in un simbolo sociale, poi, molto tempo dopo, in un alimento. La sua storia, ricorda Mintz, “è determinata dalle preferenze culturalmente determinate per l’una o l’altra qualità”.
Certo, c’è la questione della dolcezza. Il saccarosio estratto dalla canna si è imposto tra le preferenze alimentari degli europei come soddisfazione di un bisogno, ma questo solo dal 1650 quando l’Inghilterra ne ha fatto uno degli alimenti principali. È allora che diventa il genere coloniale più ricercato insieme con il tabacco, oltre che la fonte principale di dolcezza degli abitanti dell’Inghilterra. Avviene la sua trasformazione. Mintz scrive che lo zucchero è stata la prima merce esotica prodotta su vasta scala per la necessità di una classe di lavoratori proletari. Questo nel momento in cui, a metà del Settecento, comincia a svilupparsi il capitalismo mercantile e nascono le fabbriche moderne. L’antropologo sostiene addirittura che le prime vere fabbriche non sono quelle descritte da Marx in Inghilterra, bensì quelle create nei Caraibi per far fronte alla richiesta di zucchero della operaia inglese.
Senza lo zucchero probabilmente non ci sarebbe stata l’energia per lo sviluppo capitalistico. Senza lo zucchero il caffè e la cioccolata non si sarebbero diffusi da noi, e il tè imposto come la bevanda nazionale degli inglesi. A un certo punto gli abitanti della Gran Bretagna lo trovano sul mercato a tonnellate: è sceso di prezzo grazie al lavoro schiavistico e alle tecnologie di trasformazione.
Secondo gli studiosi lo zucchero sarebbe un “livellatore spurio di status”: passando dai re alla borghesia, e da questa alla classe operaia, ha perso nei secoli il suo valore distintivo. In compenso, ha aumentato la disponibilità di calorie del proletariato urbano, in concorrenza con il deleterio alcool di rum e gin. Un passaggio decisivo l’hanno prodotto le marmellate. Meglio: pane e marmellata. Dal 1870 in poi confetture e classi lavoratrici si trovarono congiunte; sciroppi, dolcificanti liquidi e semiliquidi hanno cambiato la dieta di migliaia di persone. Tutto merito del saccarosio. Alcuni studiosi sostengono che nell’Ottocento diventò addirittura uno dei narcotici del popolo. Di certo cambiò il destino di un paese. Del resto, come “droga” lo zucchero è meno impegnativo di alcool, caffeina e tabacco; fa meno male, anche se oggi è tenuto in gran sospetto. Il saccarosio ad alto grado di raffinazione produce effetti psicologici speciali; fa bene all’umore e determina una dipendenza, seppur minore delle altre “droghe”. Non dà ebbrezza o euforia, bensì uno stato di benessere, almeno temporaneo. Per questa ragione è stato meno colpito da interdetti religiosi, come è accaduto invece a caffè, tè e cioccolata ai loro inizi. Dal Seicento in poi, tutti a zuccherare. Perché amiamo tanto lo zucchero, o almeno i cibi in cui lo si usa con abbondanza? Non c’è certezza al riguardo. Gli antropologi sostengono che dipende dai nostri antenati che si cibavano di bacche e frutta. Altri che abbiamo una predisposizione naturale al gusto dolce. Tra i vari gusti percepiti dal nostro palato ci sono varie combinazioni: paesi che oppongono il dolce al salato, altri al piccante. La cosa più interessante è che proprio perché non è solo un cibo, ma anche un sistema di relazioni sociali, culturali, economiche, estetiche e perfino mentali, nessuno sa dire con certezza perché lo zucchero estratto dalla canna sia diventato così importante in Europa dopo il 1650. C’è e basta. Oggi costa davvero poco. In bustina, poi, è gratis.

Marco Belpoliti
La Repubblica, 18 luglio 2016

Expo e multinazionali

imagmacexpNelle chiacchiere da metropolitana tornando da Rho il tema del rapporto tra multinazionali ed Expo occupa sempre un posto centrale. Tra i visitatori con figli minorenni che hanno affollato il ristorante di McDonald’s e il padiglione della Lindt, gli intellettuali politicamente corretti che storcono il naso per una contaminazione che non avrebbero voluto. Nel mezzo ci sono le nostre multinazionali, Barilla e Ferrero in testa. La prima ha avuto un ruolo decisivo nell’ispirare la Carta di Milano, la seconda ha diversi padiglioni sparsi qua e là. Poi c’è un’altra corporation che fa discutere più delle altre ed è l’americana Manpower, che organizzando le selezioni per assumere i lavoratori dell’Expo è entrata giocoforza nel mirino dei rapper no global.

Dunque il tema delle multinazionali sarà sicuramente divisivo ma se l’Expo queste cose non le prende di petto è destinata a restare una piccola Disneyland nella cintura milanese. Gli organizzatori sono convinti che il rischio vada corso e parlano di una «triangolazione necessaria» ovvero di un equilibrio dialettico che si deve stabilire tra le istituzioni, le associazioni non profit e le imprese. Per questo hanno invitato, e si stanno definendo in questi giorni le date, i tre amministratori delegati di Coca Cola, Nestlé e McDonald’s – al secolo rispettivamente Muhtar Kent, Paul Bulcke e Steve Easterbrook – ovvero il Gotha del capitalismo alimentare globale. Ma riusciranno i nostri eroi a istruire un gioco che non sia un inutile blabla e che ingaggi davvero il diavolo e l’acqua santa, McDonald’s e Slow food?
Noi italiani con le multinazionali abbiamo un rapporto contrastato. Da una parte vogliamo attrarle – tutti in tv lo dicono anche se militano in Sel o nella Lega – ma poi le consideriamo ingombranti e predatorie. Qualcuna riesce, grazie ai prodotti, a far breccia nel nostro cuore e quindi ci dimentichiamo che Apple o Ikea siano yankee o scandinave, entrano a far parte del nostro quotidiano e non ne escono più. Altre non ce la fanno magari solo perché hanno prodotti di minor fascino o perché, come le agenzie interinali, vengono accusate dai NoExpo «di trattare il lavoro come fosse merce».

In realtà non siamo in grado di definire una sorta di rating sociale delle multinazionali, non sappiamo giudicarle in base ai comportamenti concreti. Senza rifarci a parametri oggettivi (investimenti sulla ricerca e sviluppo, rapporto con il territorio, welfare aziendale o meno) ci muoviamo al buio, magari amiamo la singola multinazionale ma ne odiamo la categoria. La realtà di tutti i giorni di spunti ne fornisce in quantità: prendiamo i francesi che hanno conquistato i nostri calzaturifici della Riviera del Brenta ma alla fine appaiono come degli spartani affascinati dalla cultura ateniese. Oppure proprio la Nestlé che ha fatto della San Pellegrino un’acqua venduta sui mercati globali dando occupazione e reddito alla Lombardia. Gli svizzeri volevano fare lo stesso con la Pizza Buitoni, prodotta a Benevento, e farne un altro brand globale ma nessuno ha dato loro retta né a Roma né in Campania.
L’Expo è il luogo giusto per far vivere queste contraddizioni e se i Ceo delle grandi corporation capiscono che ha senso venire a Canossa possono scaturirne delle sintesi interessanti. L’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi, ogni volta che gli capita di parlare sostiene che sta spostando il budget degli acquisti tutto verso l’Italia e aggiunge che nei suoi menu ha inserito pasta, frutta e verdura ovvero la summa della dieta mediterranea. Persino Coca Cola avrebbe intenzione di aumentare gli acquisti in Italia di arance siciliane e quanto a Barilla il principio è che il grano si compra là dove si produce la pasta. Vale per l’Italia ma anche per la Turchia, la Grecia e gli States.
Ai no global tutte queste appariranno buone intenzioni e niente di più, di vero c’è che finora le multinazionali non hanno firmato la Carta di Milano. Gli organizzatori dell’Expo però ci sperano fortemente, «i grandi attori devono essere parte di questo processo» e avendo deciso che il documento sarà consegnato a fine Expo nelle mani del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon confidano che ciò produca una persuasione morale sui grandi manager del cibo. Per ottenere questo risultato è comunque al lavoro una diplomazia sotterranea che vede protagonisti il nostro ministro dell’Agricoltura Martina e la responsabile del padiglione statunitense Dorothy Hamilton.
Vedremo come andrà a finire, intanto però Stefano Scabbio, l’amministratore delegato di Manpower, ci tiene a supportare il buon nome delle multinazionali del lavoro e racconta: «Noi agiamo per portare legalità. E in questi giorni abbiamo contrattualizzato i lavoratori del padiglione polacco che stavano operando senza norme. In accordo con il commissario governativo di Varsavia li abbiamo regolarizzati e così faremo con gli altri padiglioni di Paesi esteri che si dovessero trovare nella stessa situazione».
Dario Di Vico
Multinazionali? Non sono tutte uguali Responsabilità (e marketing) a Expo

LA CARTA DI MILANO

CARESXOggi nel mondo circa 800 milioni di persone soffrono di fame cronica e più di due miliardi di persone sono malnutrite. Eppure ogni anno,1,3 miliardi di tonnellate di cibo viene sprecato mentre le risorse della terra, le foreste e i mari sono sfruttati in modo insostenibile”: parte da questo la Carta di Milano, il documento su diritto al cibo e all’acqua che resterà come eredità di Expo.

http://www.panorama.it/news/cronaca/expo-2015-limpegno-della-carta-di-milano/

Per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, il grande Evento internazionale è stato preceduto da un ampio dibattito nel mondo scientifico, nella società civile e nelle istituzioni sul Tema di Expo Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Questo intenso e profondo processo ha portato per volontà del Governo italiano alla definizione della Carta di Milano: un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo.

Attraverso un percorso partecipato, infatti, i maggiori esperti italiani e internazionali hanno contribuito a identificare le principali questioni che interessano l’utilizzo sostenibile delle risorse del Pianeta. In particolare, i grandi temi affrontati dalla Carta di Milano sono quattro, tutti inseriti all’interno della cornice del diritto al cibo:
  • quali modelli economici e produttivi possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale
  • quali tra i diversi tipi di agricoltura esistenti riusciranno a produrre una quantità sufficiente di cibo sano senza danneggiare le risorse idriche e la biodiversità
  • quali siano le migliori pratiche e tecnologie per ridurre le disuguaglianze all’interno delle città, dove si sta concentrando la maggior parte della popolazione umana
  • come riuscire a considerare il cibo non solo come mera fonte di nutrizione, ma anche come identità socio-culturale.
I singoli cittadini, le associazioni, le imprese sottoscrivendo la Carta di Milano si assumono responsabilità precise rispetto alle proprie abitudini, agli obiettivi di azione e sensibilizzazione e chiedono con forza ai governi e alle istituzioni internazionali di adottare regole e politiche a livello nazionale e globale per garantire al Pianeta un futuro più equo e sostenibile.

http://www.expo2015.org/it/la-carta-di-milano

Il testo

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/carta-di-milano-bcdc79b4-9916-4069-a3ed-3a8d6233dd09.html

IL SITO

http://carta.milano.it/it/

 

Ttip: favorevoli e contrari

tttt«Quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia». Sono le parole usate dal Guardian, il giornale britannico, a proposito del Ttip, l’accordo per facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Un accordo di cui si parla dal 2013, anno di avvio delle trattative e che è arrivato ormai all’ottavo round negoziale. La fase di studio è finita. «Ci sono state finora quasi 1500 ore di colloqui» ha fatto sapere il commissario Ue per il commercio Cecilia Malmstrom. Con da una parte i detrattori e dall’altra i sostenitori del libero mercato che vedono nel Ttip una possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rilanciare la crescita e ridurre i prezzi dei consumatori. Proprio come si legge sul sito della Commissione europea.

Cos’è il Ttip

Ma che cos’è di preciso il TTIP? Un sistema per far circolare le merci più facilmente senza le barriere definite dai tecnici «non tariffarie». Ossia quei controlli e leggi che oggi impediscono ancora l’import-export di alcuni prodotti tra Europa e Usa. Un esempio? I salumi. Era il 1971 quando Dino Risi portava sugli schermi Sofia Loren nei panni di un’operaia di un salumificio che doveva raggiungere New York per coronare il suo sogno di nozze. I colleghi le regalano una mortadella gigante, un regalo di matrimonio che la bloccherà all’aeroporto per giorni interi a causa di una legge americana che vieta l’importazione di insaccati per vincoli di natura veterinaria. La mortadella di Bologna oggi negli Stati Uniti può arrivare, ma non una serie di alimenti la cui esportazione è limitata da leggi restrittive. Leggi che ora, con il Ttip, potrebbero cambiare. Perchè tra gli obiettivi di questo accordo c’è proprio la necessità di uniformare le regole sui controlli delle filiere, di certificazione del Dop e dell’Igp, di sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Allargando così le maglie del libero scambio.

Favorevoli e contrari

Tutte questioni che preoccupano i detrattori per diverse ragioni, prima tra tutte l’arrivo di cibi nell’Unione europea, ora vietati. Non è un caso che la stessa cancelliera Angela Merkel, abbia più volte fatto presente le sue perplessità. Dietro le difficoltà del negoziato c’è infatti l’idea che gli Usa userebbero l’accordo per imporre agli europei il famoso “pollo al cloro” o la carne imbottita di ormoni. In America ad esempio gli allevamenti avicoli hanno obblighi in materia di standard igienici e sanitari molto inferiori a quelli europei. «Non ci sarà alcuna modifica delle regole europee sulla sicurezza del cibo. Non cambierà il nostro principio di precauzione» ha rassicurato Paolo De Castro, 57 anni, eurodeputato del Pd e responsabile della trattativa per il capitolo forse più importante: l’agricoltura. Ma mentre i rappresentanti europei e statunitensi hanno continuato a dialogare su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono aumentate le proteste di consumatori, ambientalisti, piccoli agricoltori che continuano a vedere in questo accordo, un rischio sui controlli delle tutele ambientali, etichettatura e tracciabilità dei prodotti. «Questo trattato viene spacciato come la soluzione di tutti i mali – spiega Tiziana Beghin, capo delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa – persino alla crisi. Ma gli stati europei non stanno affatto avendo problemi commerciali. Ci dicono che questo accordo farà aumentare le esportazioni di alcuni prodotti, tipo i prosciutti. Vogliamo vedere quante aziende italiane ne beneficerebbero davvero? È piuttosto vero che chi acquisterà, lo farà scegliendo il prodotto economicamente più vantaggioso a discapito della qualità. Negli anni’ 90 in Messico con il trattato di libero scambio si promettevano più di 500 mila nuovi posti di lavoro – aggiunge Beghin -. Sapete com’è andata a finire? Un milione di posti di lavoro persi negli Stati Uniti e due milioni di imprenditori agricoli locali in meno, spazzati via dall’arrivo delle grandi multinazionali americane». Secondo il Movimento 5 stelle le lobby americane avranno libero accesso a tutti gli appalti pubblici indetti negli Stati membri dell’Unione europea distruggendo le piccole medie imprese e danneggiando la qualità dei servizi. Accuse definite da De Castro «di un certo anti-americanismo preconcetto, propagandato proprio dal Front National in Francia e dal Movimento 5 stelle in Italia». «Non siamo antiamericanisti – risponde Beghin – e con il Front National non abbiamo nulla a che spartire. Questa sarà una battaglia di prezzi e le nostre piccole aziende non saranno in grado di competere con le grandi multinazionali. Fino ad ora ci ha protetto la qualità , una volta che si apre?»

I complottismi

La materia, fin troppo tecnica, ha giustificato secondo l’Istituto Bruno Leoni, complottismi ingiustificati. «La competenza in materia di commercio con l’estero è devoluta in esclusiva all’Unione europea – ha scritto Giacomo Lev Mannheimer – gli esponenti delle istituzioni italiane non hanno nessun potere in proposito, se non meramente informale. Le trattative con gli USA, pertanto, sono condotte da una delegazione della Commissione. Da quanto emergerà da tali trattative, la Commissione formulerà una proposta di fronte al Parlamento europeo, il quale – rappresentando direttamente i cittadini dell’Unione europea – avrà l’ultima parola sul TTIP». E non si tratterebbe di una mera formalità: «nel 2012 – ha scritto ancora Mannheimer – il Parlamento europeo respinse la ratifica di un accordo commerciale plurilaterale noto come ACTA, i cui negoziati iniziarono già nel 2007». Inoltre non è affatto detto, secondo l’istituto, che il trattato andrà a vantaggio delle multinazionali. «Bisogna considerare che i costi causati dalla burocrazia fanno aumentare i prezzi dei beni importati tra UE e USA fino al 20%. L’eliminazione di tali costi, pertanto, consentirà ai produttori italiani ed europei di incrementare le vendite agli americani e ai consumatori di avere sempre più scelta e minori costi sui prodotti da acquistare. Sono proprio le piccole e medie imprese a esportare con più difficoltà al di fuori dell’UE, a causa delle tariffe doganali e dei costi della burocrazia». Nel frattempo la petizione online contro il Ttip è arrivata a raccogliere un milione e seicento mila firme di cittadini europei.

http://www.corriere.it/economia/15_marzo_20/pro-contro-perche-l-accordo-scambi-europa-usa-fa-discutere-ec771f5e-cf0e-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml

Chipotle va all’assalto di McDonald’s con “Scarecrow”

Chipotle va all’assalto di McDonald’s con “Scarecrow”, un video di tre minuti nel quale accusa la concorrenza di produrre cibo modificato al punto da essere quasi plastica. Chipotle è la catena di fast food “Mexican Grill” che, numeri alla mano, sta rubando clienti e mercati a McDonald’s: apre i punti vendita a ridosso dei McDonald’s più in difficoltà, offrendo cibi messicani confezionati in loco, sullo sfondo di musiche caraibiche e in locali ben curati. E’ una ricetta che contrappone un fast food che vuole essere “di qualità” ed esotico rispetto a quello standard del gigante degli hamburger del secolo passato. Il video “Scarecrow” contiene proprio tale messaggio perché è un cartoon nel quale si descrive dal di dentro la produzione di cibi in serie, da parte di una sorta di Grande Fratello che fa mangiare alle persone cibi contraffatti, modificati e plastificati, dove il protagonista è un contadino che si ribella e punta sugli ortaggi del proprio giardino per confezionare un prodotto alternativo, che rivaluta l’amore per il vero cibo……..

http://www.lastampa.it/2013/09/19/multimedia/esteri/lo-spot-perfetto-che-lancia-la-sfida-a-mcdonalds-R5EE8FWTsWfCXI0ejAooiN/pagina.html