Sony, una crisi «hollywoodiana» per il gigante giapponese

sonyssNon tutte le ciambelle riescono col buco, ma davvero un buco da un miliardo di dollari è la prova che la ciambella è ormai immangiabile? C’era una volta la media company più grande del mondo, la compagnia che in sé racchiudeva gli irriducibili opposti di quantità e qualità, hardware e software, forma e contenuto. C’era una volta la Sony, e c’è ancora: solo che nell’era di Netflix e Spotify, di Apple e Google, i giapponesi che un tempo furono all’avanguardia dell’elettronica e dell’intrattenimento sembrano all’improvviso tagliati fuori, irrimediabilmente sorpassati, tragicamente demodée. Non è sociologia dei consumi da quattro soldi: lo dice l’amministratore delegato Kazuo Hirai che la perdita da 962 milioni di dollari dovuta al buco di Sony Pictures, il ramo hollywoodiano del gigante, è la prova provata dei «cambiamenti drammatici nel mondo dell’home entertainment». Gli analisti, per la verità, si spingono più lontani nel tempo: fino agli anni ‘80 in cui Norio Ohga, il manager che raccolse l’eredità di Akio Morita, l’uomo che con Masaru Ibuka fondò l’azienda in un sottoscala di un grande magazzino della Tokyo sconvolta dalla guerra appena finita, si lanciò nell’acquisto di Columbia Pictures, una delle major di Hollywood. Altri tempi. Quelli delle Playstation che cambiarono il concetto di gioco, aggiungendoci il prefisso “video” per sempre. Quelli dei cd che mandarono in cantina i 45 e 33 giri. Quello dei walkman che trasformarono l’ascolto da pubblico a privato. Era davvero l’alba di un mondo nuovo, e come tale salutata con distopica preoccupazione: la stessa con cui oggi si guarda all’ingresso nel salotto hollywoodiano dei miliardari cinesi. E non è un caso che Wang Janlin, il patron di Wanda che già possiede la più grande catena di sale e si è pappato la Legendary che produsse Jurassic Park, proprio con Sony Pictures ha stretto un patto nell’attesa confessata di comprarsi una delle Grandi Sei. Di certo, non proprio la Sony. O almeno questo assicurano i giapponesi. «Il segmento della Pictures continua a essere un business importante» e non si tocca: malgrado le perdite. Che andrebbero attribuite semmai a una sfortunata scelta di titoli. La saga di Dan Brown ha stancato: l’ultimo “Inferno” è stato un flop. Così come la resurrezione di “Ghostbuster”.
Non un problema di forma ma di contenuti? Dice bene Kazuo Hirai che i consumi stanno, anzi sono già cambiati. Perché, per esempio, continuare a comprare dvd, un business crollato del 10% per 5.4 miliardi di dollari, quando Netflix, che i film li fa vedere online, raggiunge ormai i 100 milioni di abbonati al mondo? La domanda non è retorica: perché la risposta non ce l’ha ancora nessuno. Anzi. La scommessa intrapresa da Sony trent’anni fa sposando forme e contenuto, producendo sia la piattaforma fisica dei dvd che i film che ci finivano sopra, è la stessa su cui puntano oggi colossi come Amazon e Google. E in fondo Michael Lynton, l’amministratore delegato, sta lasciando dopo 13 anni non perché travolto dal nuovo che avanza: ma proprio perché il nuovo è stato chiamato, per i suoi meriti, a guidarlo. Lui, il manager che dopo l’imbarazzante attacco hacker di qualche anno fa si è ridotto a inviare le comunicazioni più riservate via fax, andrà a dirigere l’impresa più innovativa del momento: Snapchat, la piattaforma di messaggini. No, non tutte le ciambelle riescono col buco, e il buco della Sony somiglia davvero a quello della favola in cui si perse Alice. Spetterà al mercato dimostrare se ci si apre un mondo di nuove meraviglie. I, maledetto Dan Brown, un altro Inferno.

Angelo Aquaro
La Repubblica 1 febbraio 2017

Il giocattolo perfetto che resiste al digitale e alla crisi

legorQualche tempo fa la rivista americana Fortune organizzò un concorso per scegliere il giocattolo del secolo. A vincere, senza discussioni, e con distacco, furono i piccoli mattoncini colorati della Lego. Dagli anni Cinquanta a oggi, almeno all’apparenza, non sono cambiati. Chi, da allora, ne avesse conservato una scatola di qualche zio o addirittura nonno, potrebbe metterli insieme a quelli di oggi e scatenarsi: la compatibilità è perfetta. Ma il più tradizionale tra i passatempi per bambini è riuscito nella quadratura del cerchio: rimanere sempre uguale adeguandosi ai tempi. Un esempio: nel 2008 i manager dell’azienda decisero di abbattere il muro che da sempre frenava le vendite. I mattoncini per costruire piacevano più ai maschietti che alle bambine, che rappresentavano solo il 10% dei clienti. Avviarono uno studio su scala mondiale e l’esito fu una nuova serie di prodotti: Lego & Friends, ambienti Lego arricchiti da mini bamboline, con vestiti sfiziosi, colori brillanti e accessori frou-frou. Tra le pre-adolescenti di mezzo mondo il boom fu immediato. Per i maschietti, invece, l’accoppiata vincente è stata quella con la saga di Star Wars: personaggi e astronavi realizzati pezzo a pezzo come da tradizione. Destinati ai costruttori più sofisticati, invece, sono le serie di Lego Architecture: le riproduzioni, in centinaia di piccoli elementi, dei più famosi simboli architettonici mondiali, dalla Porta di Brandeburgo al Big Ben.
MARCIA TRIONFALE
Il risultato di questo fuoco di fila è che la crescita delle vendite è stata travolgente: con 5,2 miliardi di dollari di fatturato (più o meno il doppio di cinque anni fa), la Lego contende alla Mattel, l’azienda della Barbie, il primo posto tra i costruttori mondiali. Per gli analisti è la Apple dei giocattoli, il modello che i concorrenti inseguono per capacità innovativa e redditività.
Oggi, come al momento della fondazione, la capitale dei mattoncini è in uno sperduto paesino dello Jutland danese: Billund, in tutto 6mila abitanti. Qui, nel 1932, è iniziata la storia dell’azienda. I primi capitoli parlano di un falegname, Ole Kirk Kristiansen, messo ko dalla crisi economica del 1929. Alle prese con clienti che non ordinano più mobili e che, comunque, non pagano, deve darsi da fare per trovare una nuova fonte di reddito. Tenta la via dei giocattoli in legno: è una delle poche cose che può fare con la materia prima che conosce; in più i giocattolai tedeschi, grandi esportatori in Danimarca, sono tutti o quasi falliti e hanno lasciato scoperta una nicchia di mercato. Quanto al nome, Ole sceglie un’espressione danese «leg godt», in italiano «gioca bene». Solo anni più tardi si scoprirà l’assonanza con il verbo latino «lego», scelgo, raccolgo e anche «metto insieme». L’azienda si trova in casa un marchio che è già un lasciapassare per l’internazionalizzazione. La svolta successiva è della fine degli anni ’40: il legno viene abbandonato a favore della modernissima plastica e per i mattoncini iniziano gli anni del boom. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei 2000 arriva, però, la crisi: le perdite raggiungono le centinaia di milioni, fioccano le lettere di licenziamento.
L’ORA DELLA SVOLTA
Il nipote del fondatore, che di nome fa Kjeld Kirk Kristiansen, decide di farsi da parte e di affidare la prima linea a un giovane poco più che trentenne, brillante consulente di McKinsey ma senza particolari esperienze al timone di un grande gruppo. La scelta si rivela indovinata: il «ragazzino», Jorgen Vig Knudstorp, diventa il protagonista di uno dei più grandi turnaround aziendali del business europeo. Quanto a Kjeld Kirk Kristiansen, si gode i frutti della crescita del gruppo fondato dal nonno: oggi è l’uomo più ricco di Danimarca con un patrimonio di 12,5 miliardi di euro. La sua famiglia possiede anche il 30% della Merlin Entertainment, titolare di società famose, come i musei delle cere di Madame Tussauds.
Il motto che guida il boom del fatturato è semplice: «non vendiamo plastica, ma storie». E allora, tanto vale le storie raccontarle. Anziché aver timore della nuova era digitale, l’azienda mette lo zampino nell’ideazione di più di 40 videogiochi per bambini. Tutti, chi più chi meno, contribuiscono a vendere i mattoncini. A coronare la nuova immagine è addirittura un film The Lego Movie, prodotto da Warner Bros, e diventato un successo planetario (vedi l’altro articolo in pagina). La società decide di presidiare ogni settore di mercato: da quello dei più piccoli, con la linea Duplo (mattoni più grandi) a quelli più hi-tech, con il lancio di modelli di auto e aerei telecomandati.
ARRIVANO I ROBOT
L’ultima frontiera è la linea Mindstorm, kit programmabili con motori e sensori sofisticati, utilizzati spesso, nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti, come sussidio didattico nelle classi di scienze e informatica. Non è un caso che insieme ai bambini appassionati di mattoncini aumentino anche i cosiddetti Afol (Adult fan of Lego), spesso serissimi impiegati e professionisti di mezza età che, riuniti in circoli di appassionati, applicano la loro creatività alle creazioni del gruppo danese e contribuiscono a fornire nuove idee. In Italia, per esempio, è attivo l’ItLug (Italian Users Lego group), agguerrita associazione nata informalmente nel 1999 e formalizzata nel 2010, che aderisce al network internazionale degli appassionati. I tradizionali prodotti della società, sono ormai diventati, insomma, una sorta di oggetto di culto. Come dimostra il successo della mostra «The art of the bricks», attualmente alla Fabbrica del Vapore di Milano: la creazione di un artista americano, Nathan Sawaya, che ha usato un milione di mattoncini per riprodurre, con effetti sorprendenti, alcuni tra i maggiori capolavori figurativi, dalla Venere di Milo all’autoritratto di Van Gogh. Anche questa è una delle spiegazioni del successo. Che secondo molti analisti è legato pure alla capacità di interpretare al meglio una sorta di miracolosa «convergenza» tra mondo dei videogiochi e del digitale, caro ai bimbi di oggi, e mondo «fisico» in cui si trovano più a loro agio i genitori.
POLEMICHE AMERICANE
Certo, anche su questa marcia trionfale non manca qualche polemica. I puristi della pedagogia made in Usa, vedono nei nuovi prodotti, accompagnati da dettagliate istruzioni, un tradimento della vena creativa degli inizi, ispirata a una totale libertà. Un’accusa che però l’azienda respinge: le spiegazioni sono un suggerimento e un punto di partenza, la creatività si arricchisce attraverso il coordinamento delle capacità manuali con quelle di ragionamento.
Di sicuro i progetti sono quelli di crescere ancora. Da gennaio l’azienda ha un nuovo capo, il primo non danese: Bali Padda, nato in India e cittadino australiano. E in novembre è stata inaugurata una enorme fabbrica in Cina. L’obiettivo: far diventare i mattoncini una tradizione anche in Asia. 

Angelo Allegri
Il Giornale 23 gennaio 2017
THE ART OFTHE BRICK

La legge del mercato

Esce in sala il film di Stephane Brizé con Vincent Lindon che a Cannes ha vinto il premio per la migliore interpretazione

Thierry ha 51 anni, una moglie, un figlio disabile. Thierry aveva un lavoro fino a 20 mesi fa, oggi ha solo un assegno di disoccupazione. Quando dopo mesi di stage, corsi e tentativi di ricollocarsi trova finalmente un impiego nella sicurezza di un supermercato dovrà rispondere alla domanda: fino a che punto sono disposto a venire a patti con la mia coscienza pur di tenermi il posto? “Prima ancora di arrivare sul set ci siamo fatti questa domanda che è il cuore del film – dice Vincent Lindon che interpreta Thierry – In realtà poi rispondere alla domanda è molto complicato. Non accettare qualcosa di inaccettabile e dire basta è coraggioso, comporta opporsi al sistema. Ma allo stesso tempo il contrario è ugualmente coraggioso: soffrire, soffrire e soffrire in silenzio per portare a casa una bistecca da mettere in tavola per la propria famiglia. Il mondo è complesso e ambiguo. Io non so se avrei potuto sopportare così a lungo come lui, ma come Thierry sono convinto che esistano dei limiti. Io amo la sua dignità e il suo sangue freddo, persino la sua dolcezza. Ho molta ammirazione per chi riesce a stare calmo come Thierry perché io sono un tipo piuttosto focoso”.

 

 

Il film

http://www.mymovies.it/film/2015/laloidumarche/

10 film sul lavoro

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/10/10/foto/dieci_film_sul_lavoro_da_tempi_moderni_di_chaplin_a_smetto_quando_voglio-97799761/1/#1

 

Lego numero uno

LEGLEGCopenaghen – Ma chi l’ha detto che la vecchia Europa perde sempre nella gara di competitività efficienza e successo economici e finanziari contro gli Stati Uniti o nuove superpotenze come la Cina? A volte è vero il contrario. Se non ci credete, fate un attimo attenzione a questa success story, la storia di Lego, il colosso danese dei mattoncini da costruzione in plastica dura. Lego, che è tuttora un’azienda di famiglia, e che all’inizio del nuovo secolo accumulava perdite con conti in rosso anno dopo anno, si vedeva negati nuovi crediti dalle sue banche di fiducia e sembrava un’azienda condannata al declino, è tornata alla grande. Per l’esattezza, è diventata il numero uno mondiale nel comparto dei giocattoli. Sorpassando appunto due giganti americani, cioè Mattel, quella famosa per la bambola sexy Barbie, il suo boyfriend Ken e le loro amiche e amici, e Hasbro, che ha l’esclusiva mondiale del Monopoli, il più famoso e comprato gioco da tavolo del mondo. Kjeld Kirk Kristiansen, nipote del fondatore dell’azienda – quello Ole Kirk Kristiansen che cominciò tutto nel 1932 aprendo nel tranquillo villaggio di Billund una ditta di costruzioni-giocattolo con mattoncini ancora in legno – è oggi il più ricco cittadino del piccolo, prospero regno di Danimarca. Il nome è rimasto uguale, ovviamente, è il marchio: Lego, molti ormai lo sanno, è un’abbreviazione delle parole danesi “leg godt”, cioè “gioca bene”. E siccome parliamo di un’azienda familiare, ricchissimi sono anche i suoi figli, Sofie, Thomas e Agnethe che possiedono il 37 per cento dell’azienda, cioè circa 5,3 miliardi di dollari. Il patrimonio personale di papà è stimato a 5,9 miliardi.

Ma veniamo a cifre più essenziali: rinunciando all’errore che compiono molte aziende (nel comparto giocattoli e in altre branche dell’economia) di diversificarsi troppo, Lego ha rinnovato e continua a rinnovare i prodotti essenziali, cioè i mattoncini. Ha lanciato un primo film i cui eroi e antieroi sono figure di mattoncini. Ha aperto la prima fabbrica in Cina. E possiede ormai cinque Legoland – i parchi da divertimento per famiglie dedicati ai personaggi in mattoncini – in Europa, America e Asia. Con altre che probabilmente verranno. ………

E intanto la piccola Billund, senza nulla perdere delle tradizioni e del suo centro storico, né delle campagne circostanti con le pittoresche case contadine con lo spesso tetto in paglia, è diventata una città modernissima, location d’investimenti. Accanto all’azienda (e alla più grande e antica tra le cinque Legoland, visitata da tutta Europa con famiglie che vi arrivano anche in volo). L’aeroporto è diventato il secondo del regno dopo l’enorme Copenhagen- Kastrup, quello che insieme a Stoccolma-Arlanda è uno dei due hub della compagnia scandinava Sas. La Sas stessa, i suoi consociati di Star alliance (capofila Lufthansa) e i low cost fanno a gara per rotte e orari di decollo e atterraggio. Ma qual è il segreto del successo? Probabilmente la scelta. “Barbie si è ingelosita”, titolavano molti notiziari anglosassoni pochi giorni fa. Probabilmente, la bambola dalle misure d’attrice hollywoodiana d’un tempo, il suo aitante Ken, e il loro mondo da fiabe tra cavalli chiomati, case di sogno e auto-camper rosa, sono troppo simbolo del vecchio sogno americano del dopoguerra. Fanno giocare non solo più le bambine che non i ragazzi, bensì fanno giocare in un mondo troppo irreale. Lego punta alla fantasia di tutti: bimbe e bimbi, adolescenti, adulti. Ha anche una linea di produzione di mattoncini per vecchi clienti, ormai 40enni o pensionati. E insegue i nuovi miti e idoli dell’infanzia e dell’adolescenza dei nostri giorni. Aveva cominciato anni fa con la popolarissima serie di kit dedicati a Guerre stellari, con Anakin, Luke, Han Solo e gli altri, le loro astronavi e mezzi fantastici, e i cattivi. Poi sono venute le serie di confezioni dedicate al maghetto Harry Potter e ai suoi amici, e ancora dopo quelle che ti portano a costruire in piccolo il mondo del Signore degli anelli, la saga di Tolkien divenuta serie di film di successo girata in Nuova Zelanda. Infine il film-Lego, con l’eroe Emmet che con i suoi cannoni laser lotta contro malvagi tiranni di fantascienza. Negli States, è uno dei quattro cartoni animati che ha realizzato i maggiori incassi in assoluto da quando il cinema esiste. “Stiamo crescendo in modo bilanciato in tutto il mondo”, afferma John Goodwin, responsabile finanziario di Lego, “abbiamo una crescita a due cifre sia in America, sia in Europa, sia in Asia”. Come numero uno del settore, Lego controlla il 65 per cento dei giocattoli di costruzioni a livello mondiale. Fantasia, ma anche gestione con i piedi per terra, sembrano le ricette del signor Kristiansen, che egli domani passerà in eredità ai figli. “Mio nonno e mio padre m’insegnarono come prima cosa il precetto di non essere mai stravagante”, usa dire. E infatti la più ricca famiglia di Danimarca vive nello stile più semplice possibile. Siamo nella moderna Scandinavia, non nella Russia aggressiva degli oligarchi ad appena due ore di volo da Billund. ……

Andrea Tarquini
Affari &finanza 22 settembre 2014
 http://www.repubblica.it/economia/affari-efinanza/2014/09/22/news/lego_la_volata_vincente_sulla_mattel_una_leadership_costruita_a_mattoncini-96368335/
LEGO
LEGOLAND – BILLUND
BILLUND
The LEGO® Movie

Ladri di biciclette

LADRIDIBICICLETTENegli  ultimi anni il Vecchio continente è tornato a innamorarsi della bicicletta. Un  ritorno di fiamma per il  mezzo di trasporto più green: che porta già ben 35 milioni di persone a spostarsi lasciando l’auto in garage: è come se ogni giorno in Europa tutti gli abitanti della  Polonia salissero in sella. Ma potremmo dire che obbedendo alla legge del mercato, a questa esplosione della domanda corrisponde non solo la crescita dell’offerta, ma anche del furto.

Qualche cifra generale per avere la dimensione del fenomeno. Il  2011 è stato l’anno dello storico sorpasso, riconfermato poi nel 2012,  della vendita di bici su quella delle automobili. Le due ruote in Italia hanno  infatti superato le auto di 12.143 unità, andamento confermato  anche nel 2012 dove la differenza è di ben 200 mila mezzi. E ad  aumentare è stata anche la percentuale di furti che in dieci anni è  passata dal 2,5% al 3,8%. Quasi due italiani su tre sono stati gabbati dai ‘ladri di biciclette’. Si stima che ne spariscano circa tremila al giorno

Ma solo 1 su 5 ha denunciato il furto. Il boom delle vendite e  la mancanza di una cultura della bici ‘legale’ hanno dato il via a un  circolo vizioso che favorisce i ladri. Con un livello così basso di  denunce e senza un sistema di riconoscimento valido del mezzo è  difficile recuperare la propria bicicletta.  Inoltre, spesso inconsapevolmente, sono ancora molti ad acquistare bici  in nero e di dubbia provenienza, allettati dai prezzi stracciati. Una bicicletta nuova da passeggio costa all’incirca tra 150 e 400 euro,  contro i 30-40 di una rubata. Per dare l’idea del peso economico di  quello che sembra un reato ‘da niente’, in Italia ogni anno ‘spariscono’  un milione di biciclette, per un valore medio di oltre 200 milioni di euro.  Una cifra pari ai finanziamenti stanziati dal Governo per sostenere i  mutui e gli affitti degli italiani. …………..

http://www.repubblica.it/cronaca/2013/10/31/news/furti_di_biciclette_in_italia_e_nel_mondo-69704561/?ref=HREC1-25

LADRI DI BICICLETTE

Derubato della bicicletta, indispensabile per il lavoro appena trovato, disoccupato va col figlioletto alla ricerca del ladro attraverso la Roma del dopoguerra, incontrando solidarietà, indifferenza, aperta ostilità. Tratto dal romanzo (1946) omonimo di Luigi Bartolini, la cui sceneggiatura risulta firmata anche da O. Biancoli, S. Cecchi D’Amico, A. Franci, G. Gherardi, G. Guerrieri, è _ con Umberto D (1952) _ il risultato più alto del sodalizio De Sica-Zavattini e uno dei capolavori del neorealismo, quello che con Roma, città aperta (1945) fu più conosciuto all’estero. L’amore per i personaggi diventa vera pietà, la poesia del quotidiano non nasconde la realtà sociale. Oscar speciale 1949, 6 Nastri d’argento e altri premi (Locarno, New York, Londra, Knokke-le-Zonte, Bruxelles ecc.). La parte di Maggiorani era stata offerta a Cary Grant. Sergio Leone giovane compare vestito da seminarista. AUTORE LETTERARIO: Luigi Bartolini

http://www.mymovies.it/film/1948/ladridibiciclette/

IL FILM

http://youtu.be/Pg1DB5fwJ8w

Cresce la domanda di film in lingua originale

cinemaIl cinema? Meglio nella lingua originale, basta col doppiaggio. Nell’epoca di Internet e dell’inglese per tutti, cresce anche la richiesta fra il pubblico italiano di una maggiore offerta di film non doppiati. La prova? Django Unchained, per esempio, in programma al cinema Barberini di Roma, sta incassando più nella versione originale con sottotitoli che in quella doppiata. D’accordo, le cifre sono sproporzionate: la versione originale del film di Tarantino a Roma è in programmazione in un’unica sala, mentre in italiano occupa 47 schermi. Ma è un segnale …..

Secondo molti critici ci sono film che, a prescindere dalla professionalità dei doppiatori, non si dovrebbero tradurre, la versione italiana risulta sempre deludente. Ha sollevato parecchie riserve, per esempio, il doppiaggio di Lincoln, dove, per dar voce a Daniel Day-Lewis è stato scelto Pierfrancesco Favino, la cui recitazione enfatica non ha convinto tutti. Secondo Marco Mete, direttore di doppiaggio, “non è tanto questione di attore o doppiatore, ma di tempi a disposizione. In un momento di crisi la parola d’ordine è “deve costare meno” e i lavori affrettati non sempre garantiscono qualità”. …

Da regista” dice Pupi Avati “odio il doppiaggio, quando, per problemi tecnici, devo doppiare alcune parti dei miei film soffro da morire. Da spettatore non saprei dire se un film sia più penalizzato dai sottotitoli, che sottraggono qualcosa alla visione, o dal doppiaggio. Ciò che mi infastidisce nelle versioni italiane è un certo compiacimento nella recitazione che si nota spesso nei nostri pur bravissimi doppiatori”. Insomma, per non perdere nulla, non ci sarebbe altra soluzione che vedere un film in originale senza sottotitoli. Assurdo? Non del tutto, secondo Giordana: “Oggi le lingue si parlano molto più di ieri. Per le giovani generazioni che si muovono sulla rete si può quasi dire che l’inglese non sia più una lingua straniera e, dunque, pensare di vedere film in originale senza aiuti aggiuntivi non è così strano”. Del resto i canali di Sky già trasmettono film e telefilm in originale con o senza sottotitoli e probabilmente qualcosa del genere si verifica anche nel consumo domestico di dvd..

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/01/28/news/film_lingua_originale-51432963/?ref=HREC2-12