Potere concentrato e potere diffuso

olioliL’OLIGARCHIA è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono, salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum ” . Eugenio Scalfari, che scriveva queste parole nell’editoriale di domenica scorsa, ci stimola con la sua lapidaria catalogazione a chiederci se questa riproposizione di Robert Michels sia utile a capire ( e soprattutto a gestire) la forma di governo nella quale viviamo, il governo rappresentativo. Un governo che agli elitisti antidemocratici del primo Novecento sembrava null’altro che un’astuta riedizione dell’oligarchia appunto, con le masse illuse che bastasse votare per vivere in democrazia. Parlare di democrazia rappresentativa all’interno di questo universo concettuale, attivato proprio quando l’odiata democrazia si presentava sulla scena europea, ha poco senso. Meno ancora ne ha pensare di rubricare il governo rappresentativo come democratico. Nello schema duale proposto da Scalfari – decidere direttamente oppure essere governati da un’oligarchia – è difficile far posto al governo rappresentativo. Difficile, anche, vedere lo scivolamento del governo rappresentativo verso una concentrazione oligarchica del potere.

Però la democrazia rappresentativa non è un ossimoro. Ha un’identità e una tradizione sua specifica, con un pantheon di studiosi ( certamente diversi tra loro) di tutto rispetto, a partire da Montesquieu e Condorcet, dai Federalisti americani a J. S. Mill, autori a Scalfari familiari. Circa vent’anni fa Bernard Manin ha sistematizzato queste idee e proposto il governo dei moderni come un ” governo misto”, che tiene insieme forma oligarchica e forma democratica. L’oligarchia non è democrazia. E quando ha un fondamento nel consenso elettorale libero e ciclico può combinarsi con la democrazia ( per questo, Madison rifiutava il termine oligarchia e parlava di ” aristocrazia natuale”, per distinguerla da quella cetuale che non discende dalla selezione elettorale).

L’elemento democratico non sta solo nel voto ( eguale nel peso e individuale) ma nel voto che prende corpo all’interno di una società plurale, fatta di un reticolo di opinioni, liberamente formate, comunicate, associate, discusse e cambiate. È il libero e plurale dibattito che dà alla selezione elettorale ( di natura aristocratica, secondo gli antichi e i moderni) un carattere democratico. Quindi la democrazia elettorale e discorsiva limita l’oligarchia, non è oligarchia. Perché è importante tenere insieme i pochi e i molti, o se si preferisce la distinzione di chi compete ( poiché per competere occorre mostrare un’identità distinguibile) con la dimensione dell’eguaglianza democratica? Tra le tante ragioni che si potrebbero addurre, una soprattutto merita attenzione: per impedire la solidificazione del potere dei selezionati;

ovvero per scongiurare la formazione di una classe separata, oligarchica. La temporalità del potere ( la sua brevità di esercizio) che l’elezione immette nel sistema e la subordinazione dell’eletto ( o del candidato) all’opinione di ordinari cittadini: questo fa della democrazia rappresentativa non un ossimoro e non una malcelata oligarchia, ma un governo unico nel suo genere, che contesta l’identificazione della democrazia con il voto diretto. E fa comprende perché nelle democrazie moderne la lotta, perenne, è sulle regole che presiedono alla formazione del consenso, all’organizzazione elettorale, e infine alla limitazione del tempo in cui il potere è esercitato. Nella tensione mai risolta fra diffusione e concentrazione del potere ( democrazia e oligarchia) sta la dinamica della democrazia rappresentativa.

Nadia Urbinati

La Repubblica, 4 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/10/04/news/urbinati_potere_concentrato_e_potere_diffuso_-149056689/

 

Ecco alcuni passi tratti dall’articolo di Eugenio Scalfari citato da Nadia Urbinati

“Il primo errore riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum. Pessimo sistema è la democrazia diretta….

L’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche. E se vogliamo cominciare dall’epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della vita politica i filosofi. I filosofi vivevano addirittura separati dal resto della cittadinanza; discutevano tra loro con diversi pareri di quale fosse il modo per assicurare il benessere alla popolazione; i loro pareri erano naturalmente diversi e le discussioni duravano a lungo e ricominciavano quando nuovi eventi accadevano, ma ogni volta, trovato l’accordo, facevano applicare alla Repubblica i loro comandamenti.

Ma questa era una sorta di ideologia filosofica. Nell’impero ateniese il maggior livello di oligarchia fu quello di Pericle, il quale comandava ma aveva al suo fianco una folta schiera di consiglieri. Lui era l’esponente di quella oligarchia che fu ad Atene il punto più elevato di buon governo e purtroppo naufragò con la guerra del Peloponneso e contro Sparta (a Sparta non ci fu mai un’oligarchia ma una dittatura militare).

Nelle Repubbliche marinare italiane l’oligarchia, cioè la classe dirigente, erano i conduttori delle flottiglie e delle flotte, il ceto commerciale e gli amministratori della giustizia. Amalfi, Pisa, Genova e soprattutto Venezia ne dettero gli esempi più significativi.

Veniamo ai Comuni. Avevano scacciato i nobili dalle loro case cittadine. L’oligarchia era formata dalle Arti maggiori e poi si allargò alle Arti minori. Spesso i pareri delle varie Arti differivano tra loro e il popolo della piazza diceva l’ultima parola, ma il governo restava in mano al ceto produttivo delle Arti e quella era la democratica oligarchia.

Nel nostro passato prossimo l’esempio ce lo diedero la Democrazia cristiana e il Partito comunista. La Dc non fu mai un partito cattolico. Fu un partito di centrodestra che “guardava a sinistra” come lo definì De Gasperi; l’oligarchia era la classe dirigente di quel partito, i cosiddetti cavalli di razza: Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti, Scelba, Forlani e poi De Mita che fu tra i più importanti nell’ultima generazione. Quasi tutti erano cattolici ma quasi nessuno prendeva ordini dal Vaticano. De Gasperi, il più cattolico di tutti, non fu mai ricevuto da Pio XII con il quale anzi ebbe duri scontri. Tra le persone che davano il voto alla Dc c’erano il ceto medio ed anche i coltivatori diretti che frequentavano quasi tutti le chiese, gli oratori, le parrocchie.

I braccianti invece votavano in massa per il Partito comunista, ma non facevano certo parte della classe dirigente. Gli operai erano il terreno di reclutamento dell’oligarchia comunista, scelta tra i dirigenti delle Regioni e dei Comuni soprattutto nelle province rosse, dove c’erano molti intellettuali, nell’arte, nella letteratura, nel cinema e nella dolce vita felliniana. Al vertice di quella classe dirigente c’erano Amendola, Ingrao, Pajetta, Scoccimarro, Reichlin, Napolitano, Tortorella, Iotti, Natta, Berlinguer e Togliatti. Al vertice di tutto c’era la memoria di Gramsci ormai da tempo scomparso.

Togliatti operava con l’oligarchia del partito e poi decideva dopo aver consultato tutti e a volte cambiava parere. Ascoltava anche i capi dei sindacati. Gli iscritti erano moltissimi, quasi un milione; i votanti erano sopra al 30 per cento degli elettori con punte fino al 34. Ma seguivano le decisioni dell’oligarchia con il famoso slogan “ha da venì Baffone….

 

http://www.repubblica.it/politica/2016/10/02/news/zagrebelsky_renzi_scalfari-148925679/

 

Le scelte del popolo sovrano

demodemoLo choc di Brexit ha innescato ovunque furiose discussioni sul valore e il significato della democrazia. Ci si è chiesti se sia opportuno affidare al «popolo» le decisioni più delicate. La discussione è divampata anche da noi. Influenzata però dallo stato di precarietà e confusione in cui da sempre versano in Italia le idee democratiche. Ricordiamoci che questo è il Paese nel quale fior di opinionisti sono sempre stati pronti a lodare il popolo, ad esaltarne la maturità democratica, quando esso votava per la loro parte politica e, viceversa, ad accusarlo di barbarie, di essere preda di nefande (e stupefacenti) «mutazioni antropologiche» quando non lo faceva. La discussione innescata da Brexit su valore e limiti della democrazia è utile ma solo a patto di sgombrare il campo da un equivoco. Quelli che si raccontano che il popolo è troppo bue e ignorante per poter decidere alcunché di serio (sottintendendo che loro non fanno parte del suddetto popolo), sono i peggiori, i meno affidabili di tutti. Del resto, con le sciocchezze dette e scritte dai colti, veri o presunti, sulle faccende pubbliche in due secoli di storia della democrazia occidentale ci si potrebbe riempire la Biblioteca del Congresso (che è uno spazio piuttosto ampio).

Il tema dunque è: ha senso fare decidere il «popolo» (plurilaureati compresi) sulle faccende pubbliche? Non sarebbe meglio, almeno in certi frangenti, mettere da parte l’ambiguo mito della sovranità popolare? Per dare ordine a una discussione piuttosto confusa bisogna distinguere fra i due significati della parola «democrazia». Stiamo parlando della democrazia rappresentativa (l’elezione di rappresentanti a cui vengono affidate le decisioni collettive) oppure della democrazia diretta (sono gli elettori che prendono le decisioni collettive)? Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono cose diversissime, modi antitetici di governare la cosa pubblica. Con l’eccezione della piccola Svizzera, con la sua particolare storia, in nessun Paese occidentale la democrazia diretta ha un peso e un ruolo paragonabili a quello della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa, al di là del mito, è il miglior meccanismo per contare le teste anziché tagliarle, per assicurare ricambi pacifici nelle élite di governo. È uno strumento, forse insuperabile, di risoluzione non violenta dei conflitti politici. Non richiede da parte del cittadino – elettore particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma o, quanto meno, una prova d’appello, oppure che occorra sostituirli senza indugi con qualcun altro il quale poi, a sua volta, dovrà essere messo alla prova. Il popolo non decide sulle questioni pubbliche, fa una scelta fra coloro che, dicendo il vero oppure millantando, asseriscono di sapere prendere decisioni sagge.

Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa non richiede uguaglianza di reddito o di livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge. Impagabile strumento di risoluzione pacifica dei conflitti, la democrazia rappresentativa ha anche un’altra virtù: è il migliore habitat per la protezione delle libertà personali. In teoria, quelle libertà potrebbero anche essere assicurate, entro certi limiti, da un dispotismo illuminato e, inoltre, le democrazie corrono sempre il rischio di degenerare, di diventare democrazie autoritarie. Tuttavia, l’esperienza storica mostra che la democrazia rappresentativa è, in genere, il miglior baluardo a difesa di quelle libertà.

La democrazia diretta è un’altra cosa. Qui agli elettori è richiesto un minimo di conoscenza delle poste in gioco. Ma ciò li consegna mani e piedi ai vari gruppi di élite che hanno il potere di trasmettere tali conoscenze. Ad esempio, il fatto che i laburisti britannici abbiano fatto una campagna reticente e ambigua (e in vari luoghi del Paese, probabilmente, nessuna campagna) in occasione del referendum, ha comportato che certi elettori — più facilmente raggiungibili dai laburisti che dai conservatori —, in alcune zone depresse della Gran Bretagna, scegliessero Brexit senza neppure sapere quale fosse l’entità dei finanziamenti europei a sostegno di quelle zone depresse. Finanziamenti che, ovviamente, non arriveranno più. Forse è effettivamente saggia la Costituzione italiana che vieta referendum su trattati internazionali, leggi tributarie e di bilancio, amnistia e indulto. Ed è anche evidente che le varie utopie circolanti sulla «democrazia del web», la democrazia diretta in salsa informatica, non prefigurano chissà quali nuovi luminosi traguardi democratici ma incubi totalitari ove il massimo di manipolazione del «popolo» da parte di ristrettissimi gruppi si accompagnerebbe al massimo di retorica sull’ormai raggiunto obiettivo della «vera democrazia».

Non è contrario alla deontologia democratica sostenere che Cameron abbia fatto un errore indicendo il referendum sull’Unione (anche se forse la situazione del suo partito era tale che egli non aveva scelta). La democrazia diretta non è la migliore risposta a problemi complessi, anche se può essere un strumento assai utile quando si tratta di decidere su temi relativamente circoscritti (come fu il caso del divorzio in Italia). Sfortunatamente, il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere. Un espediente che a volte ha successo ma a volte aggrava il male. Naturalmente, vanno esclusi da questo discorso i referendum costituzionali. In questo caso, «l’appello al popolo», come insegna la dottrina costituzionalista, serve a dare la più ampia legittimazione alla nuova costituzione. Non si devono commettere due errori. Pensare che siccome solo in pochi, per ragioni di mestiere, sono addentro ai problemi, hanno sufficienti conoscenze per farsi un quadro abbastanza chiaro (ma mai completamente chiaro) delle varie poste in gioco, allora tanto vale lasciarli decidere senza neppure controlli ex post. Il secondo errore, se e quando la democrazia diretta dà esiti che riteniamo insoddisfacenti, consiste nel gettare discredito anche sulla preziosa democrazia rappresentativa.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 5 luglio 2016

Le conseguenze pratiche della Brexit

 images[10]CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

IL VISTO

L’effetto Brexit più immediato ed evidente dovrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d’identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dovrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare in Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

VIAGGI

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell’euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d’acquisto, ma anche in virtù di accordo comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell’Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. «Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa», ha ricordato nei giorni scorsi Michael O’Leary, l’amministratore delegato della compagni aerea a basso costo britannica. Per non parlare degli oneri per i telefoni cellulari, che sono stati finora ammortizzati a livello europeo, o delle norme europee per ottenere rimborsi in caso di ritardi o cancellazione di voli.

LAVORO

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell’occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna; tuttavia è probabile che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Per esempio, le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 2.000 persone delle 6.000 che ha nel Regno Unito verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600.

 CONSEGUENZA PER GLI ITALIANI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

Tra Londra e il resto dell’Inghilterra vivono mezzo milione di italiani. Ora, dopo la vittoria della Brexit, cosa cambierà per loro? Nessuno lo sa con certezza, ma si possono fare previsioni.

LAVORO

Chi paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. C’è chi l’ha già fatto, prendendo la doppia cittadinanza (britannica oltre che italiana). Chi ha intenzione di farlo adesso dovrà scontrarsi con una macchina burocratica che richiede tempo e denaro, un anno e almeno mille sterline. Chi non intende restare per sempre potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro. Chi, invece, vuole trasferirsi a Londra, da oggi in poi, non può più farlo senza avere già trovato un’occupazione prima della partenza.

TURISMO

Non cambia nulla. Gli italiani che vogliono andare in vacanza a Londra lo faranno senza la necessità di un visto. Questo potrebbe spingere molti connazionali a utilizzare questo mezzo per fermarsi un po’ di più. Entrare da turisti, probabilmente con la possibilità di fermarsi fino a tre mesi, cercare lavoro e, nel caso ciò accadesse, richiedere un visto di lavoro. La trafila, ovviamente, si prospetta molto più complicata.

STUDIARE IN GRAN BRETAGNA

La retta annuale in un’università britannica si aggira attorno ai 12 mila euro. Con la Brexit salirà tra i 16 e i 22 mila euro. Facilitazioni, sconti e opportunità normalmente in atto nel Regno Unito sarebbero tutte da riclassificare. E molto probabilmente tutto costerebbe di più.

ASSISTENZA SANITARIA

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN UE  

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all’1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

PENSIONI

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

COPERTURA SANITARIA

Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell’ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

VERSO NUOVE FRONTIERE?  

La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici. Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

http://www.lastampa.it/2016/06/24/esteri/visto-lavoro-pensioni-ecco-le-conseguenze-pratiche-per-i-britannici-dopo-brexit-BOmVZ8hP2KE2PrgNAE0R5J/pagina.html

 

Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni

anagrafe[1]In Italia siamo sempre di meno. A lanciare l’allarme è l’Istat che quantifica come, nel corso del 2015, il numero dei residenti abbia registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni.  Risultato? Il saldo complessivo è “negativo” per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che ha pubblicato il “Bilancio demografico nazionale”.

In particolare l’Istituto nazionale di statistica pone l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Continua a ridursi anche la consistenza della popolazione in età attiva (15-64 anni) che nel 2015 si è attestata al 64,3%. Chi cresce? La popolazione di 65 anni e oltre (22%).

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che – secondo l’Istituto di statistica – è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

Sono in molti a muoversi in Italia e verso fuori. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: ammontano infatti a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).

La Repubblica 10 giugno 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/10/news/istat_calano_i_residenti_in_italia_per_la_prima_volta_dopo_90_anni-141705028/

L’Europa ha bisogno di una frontiera unica

schenL’Europa avrà presto o tardi una unica frontiera, quella esterna. Negli ultimi tre mesi dello scorso anno, circa un milione di persone ha varcato illegalmente i confini europei e su quei confini, dal 1988, sono morte circa 28 mila persone. Sono problemi che non possono essere gestiti da un solo Paese, ad esempio dalla Grecia o dall’Italia, anche perché la maggior parte dei migranti non vuole stabilirsi in queste nazioni, ma attraversarle per stabilirsi in altre, più al Nord.

Singoli Stati si oppongono alla cessione di sovranità che questo comporta, ma dovranno necessariamente cedere, perché la storia ha dimostrato che le migrazioni esercitano pressioni alle quali anche l’enorme muro innalzato tra Stati Uniti e Messico non riesce a resistere. Occorre, quindi, cooperare. E per cooperare l’Unione Europea ha istituito due organismi. Il primo è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione (Frontex), operante dal 2004. Il secondo è l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, del 2010. Questi uffici agiscono in collaborazione con l’Europol. Per capire l’importanza della loro azione, ricorderò che Frontex ha solo in Grecia più di 700 addetti e altri ne sta cercando.

L’idea di nazione è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

Ma territorio e confini si indeboliscono. Le comunicazioni superano i territori e non possono essere tenute completamente sotto controllo dagli Stati (basti pensare a Internet). I confini sono sempre più porosi: vengono varcati, si perdono, si rafforzano, avanzano, arretrano, si ridefiniscono. Sono ogni giorno superati da una enorme quantità di merci. Il commercio internazionale, misurato dall’Organizzazione mondiale del commercio in dollari, nel 2014 ammontava a 19 trilioni (merci) e 5 trilioni (servizi). In altri casi, i confini scompaiono: quelli tra la Siria e l’Iraq, nella zona sotto il controllo di fatto del cosiddetto Stato Islamico, non esistono più.

Vi sono poi frontiere che arretrano e frontiere che avanzano. Nel 1996, pur rimanendo fermi i confini cartografici, i confini definiti degli Stati Uniti, ai fini dell’immigrazione, sono stati arretrati di 100 miglia. Gli immigrati irregolari colti entro le 100 miglia dalla frontiera cartografica vengono trattati come se stessero sulla linea di confine.

In altri casi, le frontiere sono spostate in avanti. Ad esempio, la guardia costiera americana, operando fuori delle acque territoriali, ha intercettato nel 1991 imbarcazioni che trasportavano migranti che fuggivano da Haiti verso la Florida e li ha riportati ad Haiti, rimpatriandoli con la forza, senza assicurarsi che non fossero rifugiati.

Infine, si ridisegnano le frontiere dell’Unione Europea. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ha previsto un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. La Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, e il codice frontiere di Schengen del 2006 hanno disciplinato frontiere esterne e frontiere interne, regolando le verifiche da compiere, disponendo comuni regole su visti e diritto di asilo. Alla Convenzione di Schengen partecipano 22 Paesi membri dell’Unione Europea e quattro Paesi esterni (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera). È allo studio della Commissione europea la creazione di una Guardia europea delle frontiere e delle coste comunitarie.

Il dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen verte sul ruolo che debbono giocare le frontiere interne rispetto a quelle esterne. Gli Stati europei centrali richiedono a quelli periferici di gestire l’immigrazione, quelli periferici che questo avvenga a carico dell’Unione e con la distribuzione degli immigrati tra i diversi Paesi europei. Pretendere, in questa situazione magmatica, di irrigidire i vecchi confini nazionali, invece di cooperare per il rispetto di una unica frontiera, è illusorio.

Sabino Cassese

Corriere della  Sera,  3 marzo 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_aprile_03/europa-ha-bisogno-una-frontiere-unica-12083cee-f902-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

Perché gli stranieri vogliono diventare italiani?

Perché gli stranieri vogliono diventare italiani?

Da tempo si parla del disegno di legge sullo ius soli, la possibilità per chi è nato in Italia, anche da genitori stranieri, di diventare italiano. Ma già oggi molti stranieri diventano italiani ogni anno. Ecco quanti sono, da dove vengono, chi sono e come la nostra società sta cambiando grazie alla loro presenza.

Di Raphael Zanotti

La Stampa

Schengen, l’addio costa 100 miliardi

scesceL’addio a Schengen potrebbe costare all’Europa fino a 100 miliardi l’anno. A calcolare i danni economici di un ripristino delle frontiere legato alla crisi-rifugiati è stato France Strategie, autorevole think-tank governativo francese: un intervento soft e ridotto nel tempo – spiega lo studio – avrebbe effetti relativamente “limitati” e colpirebbe soprattutto il turismo giornaliero e dei week-end (previsti in calo del 5 e del 2,5%), i lavoratori transfrontalieri e il trasporto merci. Se i controlli al confine durassero nel tempo, invece, le conseguenze rischiano di essere pesantissime: gli scambi commerciali all’interno dell’Unione calerebbero del 10-20%, un danno pari all’imposizione di una tassa del 3% su tutti i beni trasportati. Mandando in fumo – al netto dei mancati investimenti esteri – lo 0,8% del Pil continentale. Percentuale pari a 28 miliardi per la Germania, 13 per l’Italia, 10 per la Spagna e 6 per l’Olanda.

I problemi, in qualche caso, sono già ben visibili sul campo. I pendolari sul ponte tra Danimarca e Svezia hanno allungato di circa 45 minuti il loro viaggio da quando Copenaghen ha ripristinato – costo circa 150mila euro al giorno – la verifica dei documenti. L’attesa di auto e Tir alla dogana tra Francia e Belgio, dove fino a poco fa si transitava senza staccare il piede dall’acceleratore, si sono allungate fino a mezz’ora. L’aeroporto di Helsinki dovrà aggiungere 15 addetti ai varchi dell’immigrazione per smaltire le code bibliche che si sono formate dopo la decisione di controllare l’identità anche ai passeggeri in arrivo dalla Ue.

Quanto costano questi tappi di bottiglia? Una coda di 10 minuti al confine per gli 1,7 milioni di transfrontalieri vale un buco da 1,2 miliardi in dodici mesi per l’economia europea. Un’ora di attesa per i camion alla frontiera – dicono gli autotrasportatori olandesi – comporterebbe un pedaggio da 600 milioni per Amsterdam. In Europa circolano 60 milioni di mezzi pesanti l’anno, in Germania ne entrano 54mila al giorno. E bloccarli ad ogni valico significherebbe ingolfare il motore della crescita continentale. Senza contare che il semplice riposizionamento di due agenti (il minimo sindacale) ad ognuno dei 3.100 posti di confine cancellati da Schengen, comporterebbe un onere di almeno 300 milioni.

Tanti soldi. Briciole però rispetto ai danni potenziali causati da uno stop prolungato al Trattato di libera circolazione. A pagare il conto più salato, in questo caso, sarebbero i paesi più piccoli e più dipendenti dagli scambi interni all’Unione. Il 70% dell’economia della Slovacchia, per dire, dipende dai rapporti commerciali con gli altri paesi continentali. Merci che oggi viaggiano da uno Stato all’altro senza difficoltà e che nell’Europa prossima ventura – separata di nuovo dalle frontiere – aumenterebbero di molto tempi e costi di trasporto.

Il ritorno dei confini costerebbe moltissimo anche all’Italia. Nei primi undici mesi del 2015 il nostro paese ha esportato verso l’Unione beni per 208 miliardi, importandone per 197. Nel 2014 sono arrivati da noi 17 milioni di turisti Ue. Numeri destinati inevitabilmente a ridimensionarsi.

Ettore Livini

La Repubblica 4 febbraio 2016

È sulla bocca di tutti, ma molti ignorano le origini, la storia e le regole del trattato di Schengen, diventato il simbolo dell’Europa unita senza frontiere attraverso la concessione della libera circolazione.

1. La nascita in Lussemburgo

Schengen è il nome di una cittadina lussemburghese sulle rive della Mosella, all’incrocio simbolico dei confini tra Francia, Germania e Benelux.
Qui, nel 1985, venne firmato l’accordo omonimo da parte del primo nucleo di Paesi pionieri per l’abolizione dei controlli alla frontiera, che rallentavano mobilità e commercio tra Stati confinanti e interdipendenti: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Francia e l’allora Germania Ovest.

2. L’estensione e l’ingresso nel quadro Ue

L’accordo nacque come intergovernativo, fuori dal quadro Ue, in quanto nel 1985 non fu possibile trovare un consenso tra i 10 Stati membri dell’allora Comunità europea. Nel 1990, però, firmò la Convezione di Schengen anche l’Italia e negli anni immediatamente successivi fecero lo stesso Spagna e Portogallo (1991), Grecia (1992), Austria (1995), Danimarca, Finlandia e Svezia (1996). I Paesi europei decidono allora di farlo rientrare nel quadro legale comunitario, integrandolo a pieno diritto nell’ ‘acquis’ con il Trattato di Amsterdam (1997).

3. L’adesione di 26 Stati, 22 membri dell’Unione

Lo spazio Schengen è composto da 26 Paesi europei, di cui 22 membri dell’Ue. Dei 28, ne fanno parte 22, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda (opt-out), Cipro (l’isola è divisa in due dall’invasione della Turchia), Croazia (ingresso previsto 2015-2016), Bulgaria e Romania (via libera della Commissione, ma veto di Germania, Olanda e Finlandia). Vi rientrano poi Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera.

4. Abolizione sistematica dei controlli alle frontiere interne

Dal 1995 (per l’Italia dal 1997) sono stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere interne dei Paesi aderenti all’area Schengen (restano possibili controlli a campione), mentre sono obbligatori quelli alle frontiere esterne. Non sono messi in discussione i controlli all’interno di un Paese. C’è poi il sistema d’informazione comune di scambio di informazioni (il Sis, potenziato nel 2013, ora Sis 2), che è responsabilità degli Stati membri utilizzare e implementare.

5. I controlli reintrodotti in sei Paesi

Danimarca, Francia, Germania, Austria, Norvegia e Svezia hanno reintrodotto i controlli alle frontiere.
La decisione del governo francese è stata presa in seguito all’attacco terroristico del 13 novembre, gli altri per far fronte al flusso eccezionali di migranti.

6. Reintroduzione massima di sei mesi

È possibile reintrodurre i controlli alle frontiere interne, ma solo previa informazione a Bruxelles in caso di seria minaccia alla sicurezza interna o per problemi di ordine pubblico o per situazioni eccezionali previste (manifestazioni, eventi sportivi o politici, ecc.). Gli articoli da 23 a 25 del Codice di Schengen prevedono la reintroduzione dei controlli per un massimo di sei mesi. Il prolungamento ulteriore richiede l’adozione da parte del Consiglio – su proposta della Commissione – di una raccomandazione basata sull’articolo 26, che può essere adottata in circostanze eccezionali per far fronte a una situazione in cui esistano deficit seri e ricorrenti nei controlli lungo le frontiere esterne e le misure previste da Schengen non risultino efficaci

Lettera43

http://www.lettera43.it/capire-notizie/trattato-di-schengen-le-cose-da-sapere_43675231594.htm

Schengen Area

http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/borders-and-visas/schengen/index_en.htm

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I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

Gianni Riotta

La Stampa 3 gennaio 2015

 

http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

 

http://riotta.it/

 

Cittadini si nasce o si diventa?

iusssolliCittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”. Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.

Nadia Urbinati

Repubblica 15 ottobre 2015

http://www.libertaegiustizia.it/2015/10/15/cittadini-si-nasce-o-si-diventa/

Ius soli: tutto quello che c’è da sapere

http://www.lastampa.it/2015/10/13/italia/cronache/ius-soli-tutto-quello-che-c-da-sapere-uXm3S3ov6iUgMZWnPehTkL/pagina.html

La nazione invisibile

unhcrLa nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Alcuni nella fuga perdono, oltre alla propria casa, anche il diritto di cittadinanza. Ci sono poi 10 milioni di persone nel mondo per cui l’apolidia resterà uno status insuperabile. Senza documenti la vita è difficile. Non si può lavorare, se non al nero. Non si può accedere alle cure, a parte i ricoveri urgenti. Non ci si può sposare né si possono seguire percorsi di formazione. Non si hanno diritti, almeno tutti quelli garantiti da una cittadinanza.

Il grado zero. Tutti iniziano da un grado zero: la maggior parte di coloro che fugge da guerre e persecuzioni non ha documenti. Quando poi arrivano nel paese ospite, con mezzi di fortuna o per vie al 99% illegali, si trovano a dover affrontare il mostro della burocrazia. Si parte con una domanda di asilo in cui si dichiara, tramite autocertificazione, la propria provenienza, i dati anagrafici e il motivo della fuga. Poi la pratica deve seguire il suo iter e in Italia la disamina tocca alle Commissioni territoriali, che attraverso un’intervista approfondita dovranno riconoscere lo status di rifugiato. Ma l’attesa per un appuntamento può durare mesi, a volte addirittura anni, durante i quali la loro vita sarà a ricasco di organizzazioni umanitarie e sistemi assistenziali. In Europa e Nord America sono circa 900 mila le domande di asilo in attesa di una risposta ufficiale.

Requisiti. Capita poi che il richiedente non sia in possesso dei requisiti giusti per ottenere lo status di rifugiato. Nel 2014, secondo i dati Cir, su 64.886 domande presentate solo il 50% è stato esaminato e di queste 36.330 solo 21.861 hanno avuto un responso positivo. Il restante 37% ha visto rifiutata la propria richiesta. Nel frattempo la vita continua. Per chi si ritrova in questa condizione di semi-legalità, in attesa di un responso o con il visto negato, non resta che arrangiarsi con permessi temporanei, in attesa dei ricorsi al Tribunale, che permettono di prendere tempo, aspettando che arrivi una sanatoria o il miracolo di un santo qualsiasi.

Diverso iter. Ancora più marginale rimane la posizione degli apolidi, i quali senza volerlo hanno scarsissime possibilità di vedere riconosciuto ufficialmente il loro status. L’apolide infatti, nonostante abbia il diritto di veder riconosciuta la propria condizione e successivamente di acquisire la cittadinanza italiana, segue un iter diverso per l’istruttoria. Proprio loro, a cui per definizione manca un riconoscimento giuridico documentato, devono produrre prove documentali della loro residenza sul territorio. Questo paradosso crea ovviamente enormi difficoltà per la domanda. Dai dati del Ministero dell’Interno risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni solo l’1% delle domande di certificazione presentate in via amministrativa è stata accolta. Il riconoscimento dell’apolidia ottenuto tramite questo percorso è infatti precluso a tutti coloro che non possiedono, cumulativamente, un titolo di soggiorno in Italia, un certificato di nascita e un certificato di residenza. Altra strada percorribile sarebbe quella giudiziale, ma ha un costo spesso troppo elevato per chi si trova a doverla affrontare. In entrambe i casi alla base c’è una grossa carenza di informazioni……….

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/07/06/news/le_7_rotte_inseguite_dagli_immigrati-115332134/?ref=HREC1-35