Come cambia il processo penale

 1.014 giorni dalla sua presentazione, la riforma del Guardasigilli Andrea Orlando (codice e processo penale, ordinamento penitenziario) è legge dello Stato. Alla Camera, «Articolo 1» e i centristi di Ap hanno votato la fiducia insieme al Pd (poi i «bersaniani» si sono astenuti sul voto finale) mentre il ministro per la Famiglia, Enrico Costa (Ap), ha disertato la fiducia e ha votato no al testo. Il premier Paolo Gentiloni: «Ora più equilibrio e più garanzie nelle procedure, pene severe per i reati più odiosi».

Stretta sulla condizionale. E chi commette reati lievi sarà libero se risarcisce
Gli interventi sul codice penale puntano a rendere più difficile la concessione della sospensione condizionale della pena. Per questo sono state aumentate le pene minime per il furto in abitazione (ora la forbice è da 3 a 6 anni), la rapina semplice (4-10 anni), la rapina aggravata (5-20 anni), l’estorsione aggravata (7-20 anni). Previsto poi anche l’aumento della pena anche per il voto di scambio politico mafioso (416 ter): si passa infatti da 4-10 anni a 6-12 anni. La riforma – illustrata in Aula dalla relatrice Donatella Ferranti (Pd) – prevede anche forme di depenalizzazione per i reati procedibili a querela e per quelli minori contro la persona o il patrimonio salvo che la vittima sia un soggetto debole: il giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiara estinto il reato quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituzione o risarcimento e ne elimina le conseguenze.

Più notizie alle vittime Il pm garantirà il segreto degli ascolti irrilevanti
Più trasparenza nelle indagini, meno gossip nei brogliacci delle intercettazioni. A 6 mesi dalla presentazione di una denuncia o querela, la persona offesa ha il diritto di ottenere informazioni dal pm sullo stato del procedimento. La persona offesa avrà più tempo per opporsi alla richiesta di archiviazione che gli dovrà essere notificata anche se ha subito uno scippo o un furto in casa. Entro 3 mesi, il governo predisporrà norme per evitare la pubblicazione di intercettazioni non rilevanti o riguardanti persone estranee. Il pm sarà il «garante» della segretezza delle intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti e anche dopo la «discovery» delle prove gli atti non allegati dovranno essere custoditi in cassaforte, con possibilità di ascolto (ma non di copia) per la difesa, fino all’udienza stralcio. Nessuna limitazione per la lista di reati intercettabili.

Tempi contingentati per chiedere il giudizio o archiviare un’inchiesta
C’è una novità che mette un paletto a tutela degli indagati e che solleva critiche nelle procure della Repubblica. Una volta chiuse le indagini, il pm avrà tassativamente tre mesi di tempo (prorogabili di altri tre nei casi complessi) per chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. La nuova regola – che non vale per le notizie di reato iscritte prima dell’entrata in vigore della legge, consentendo così alle procure di adeguare l’organizzazione del lavoro – concede 15 mesi ai pm che indagano su mafia e terrorismo. Se il termine dei tre mesi (o dei 15) non viene rispettato, il procuratore generale presso la Corte d’Appello avoca d’ufficio il fascicolo. Tra i giudici questa norma è stata accolta favorevolmente perché i ritardi delle procure, che a volte dimenticano i fascicoli nei cassetti, erodono in maniera sostanziale i tempi della prescrizione dei reati.


Corruzione nel mirino. Si allarga la finestra per arrivare a sentenza
Si allungano, con una modulazione per fase processuale, i tempi di prescrizione dei reati commessi dopo l’entrata in vigore della riforma. La prescrizione resta sospesa per 18 mesi dopo la condanna di primo grado e per altri 18 mesi dopo la condanna in appello. La sospensione, dunque, non vale in caso di assoluzione. La prescrizione, poi, viene sospesa oltre che nelle ipotesi già previste anche quando si procede (per un massimo di 6 mesi) a rogatorie internazionali. Inoltre, per i reati di violenza contro i minori (violenza sessuale, stalking, prostituzione, pornografia, maltrattamenti in famiglia) la prescrizione decorre dal momento in cui la parte offesa compie 18 anni. Infine – come chiesto dall’Ocse che aveva sollecitato l’Italia ad approvare la riforma Orlando – aumenta la prescrizione (pena edittale più la metà, anziché un quarto) per i reati di corruzione.
a cura di Dino Martirano

Mille giorni sprecati per un compromesso al ribasso
Allegria: con 18 mesi in più dopo la sentenza di tribunale e altri 18 dopo quella d’appello, prima di prescriversi un processo per corruzione potrà durare quasi vent’anni. C’è da stappare lo champagne?
Magari sì, per chi intende le «riforme» come medagliette da appuntarsi su vestiti rattoppati alla vigilia (domani) della periodica tirata d’orecchie europea dell’Ocse; o come segnaletica stradale da spendere ai semafori del mercato elettorale (come negli aumenti di pena per furti e rapine). Magari no, invece, per le vittime di reato più interessate a sentenze in tempi accettabili, e per gli imputati immeritevoli di restare appesi a vita a un processo. Il 70% di 1 milione e 550 mila prescrizioni in 10 anni è maturato in indagini, e 4 distretti di Corte d’Appello (22% Napoli, 12% Roma, e 7,5% l’uno Torino e Venezia) producono da soli quasi metà di tutte le prescrizioni d’Italia, mentre 70 tribunali su 135 stanno sotto il 3%. Eppure non si è avuto il coraggio di puntare su una prescrizione del reato non troppo lunga, ma combinata dopo la sentenza di primo grado a uno stop definitivo della clessidra, temperato poi da rimedi compensativi (sconto sulla pena in caso di condanna, indennizzo in caso di assoluzione) per evitare che gli imputati restino in indefinita attesa di un verdetto per colpa non loro ma di patologiche lentezze giudiziarie.
Il ritornello di ogni compromesso al ribasso recita che il testo votato sarebbe il più avanzato equilibrio raggiungibile negli attuali rapporti di forza parlamentari. Ma la verità è che riforme davvero ottime – come l’ordinamento penitenziario frutto del lavoro sul carcere della commissione Giostra, o la semplificazione delle impugnazioni mutuata dalla commissione Canzio – sono state usate come norme «ostaggio» da opporre al fuoco amico nella maggioranza, e come norme «digestivo» per farne invece trangugiare altre discutibili. È il caso della delega sulle intercettazioni: ondivaga quando tra i concetti di «irrilevante» e «non pertinente» perde il «manifestamente» contenuto invece nelle tanto lodate circolari dei capi pm; confusa quando non fa più capire come avverrà il contradittorio con i difensori sullo stralcio delle intercettazioni irrilevanti, ora che il testo non parla più di «udienza»-stralcio; e talmente generica, laddove prevede «prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni», che tutti sarebbero insorti se a scriverla fosse stato Berlusconi.
Ma è il caso anche dell’estensione dei processi a distanza in videoconferenza, che oggettivamente sacrifica parte del margine di manovra del diritto di difesa, specie se si fa la legge prima che siano attrezzati i tribunali dove oggi penzolano moncherini di rari microfoni gracchianti. Ed è il caso persino del problema delle indagini scadute che il pm né mandi a processo né archivi: «malattia» reale, che le toghe sbagliano a vivere come lesa maestà, ma che la legge affronta con la «medicina» (controproducente come tutti i rigidi automatismi) dell’avocazione allo scadere di 3 mesi, destinata a risolversi nel mero spostamento di carte dalle Procure alle Procure Generali: quando, invece, ben si sarebbe potuto pensare a un potere del gip di valutare di volta in volta la fondatezza delle contingenze addotte dal pm per chiedergli un (limitato e variabile) tempo supplementare.
Su questo, come su altri punti, sarebbe bastata una paziente manutenzione. Invece sia al Senato sia ieri alla Camera il governo ha imposto di nuovo la camicia di forza del voto di fiducia sul non-senso di 95 commi stipati (sui più eterogenei temi) in un unico articolo. E pensare che, dal primo annuncio nel Consiglio dei ministri del 30 agosto 2014, sono passati 1.018 giorni: una media di 10 giorni interi per ciascun comma, a volerli discutere nel merito.

Diego Martirano, Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 15 giugno 2017

http://www.corriere.it/politica/cards/come-cambia-processo-penale-via-libera-camera-deputati/approvata-fiducia_principale.shtml

 

Se dici schiavitù pensi al passato, invece è ancora presente

aschiaIl termine «schiavitù» evoca immagini del passato, dalla rivolta di Spartaco alla guerra di secessione americana, come se quell’offesa alla dignità umana – così radicale, così inammissibile – fosse ormai un capitolo chiuso, definitivamente sepolto da un processo di maturazione etica ormai diventato senso comune anche all’interno di diverse tradizioni culturali e religiose. Ma è davvero così? È legittimo relegare la schiavitù nel museo dei più orrendi crimini contro l’umanità, come un tema da rievocare soltanto come monito e come motivo di autocompiacimento per il trionfo del progresso? Ebbene, le cose non stanno proprio in questi termini. In realtà la compravendita di esseri umani non è finita nel XIX secolo.
Le donne yazidi catturate dallo Stato islamico sono state comprate e vendute, e lo stesso è probabilmente avvenuto con le giovani sequestrate in Nigeria da Boko Haram. In Africa, come denunciano ong internazionali e coraggiosi attivisti locali, esistono ancora residui di una schiavitù antica. Pensiamo alla Mauritania, dove la schiavitù è stata abolita legalmente solo nel 1981 e criminalizzata ancora più recentemente nel 2007, ma dove si calcola che il 17 per cento della popolazione – gli haratin, discendenti da africani neri – vivano in condizioni di schiavitù ereditaria trasmessa per via matrilineare, soggetti ai beydanes, mauritani berbero-arabi. Una schiavitù che si traduce in veri e propri diritti di proprietà anche se non comporta un palese mercato di compraven-dita, e che viene mantenuta – in presenza di una sostanziale passività degli organismi governativi – dal riferimento all’islam (gli abolizionisti locali vengono accusati di essere apostati e «agenti di Stati Uniti e Israele»). Pesano anche realtà sociali che rendono difficile spezzare i tradizionali rapporti di dipendenza, tanto che gli schiavi liberati spesso rimangono volontariamente in un rapporto con i precedenti padroni simile a quello dei liberti nella tradizione romana. In alcune zone rurali dell’Africa occidentale permane tuttora una peculiare forma di schiavitù, il trokosi, sulla cui base giovani donne vengono forzosamente tenute, per punire le colpe delle rispettive famiglie, in condizioni di «mogli degli dei», prigioniere di preti di culti tradizionali che le usano come serve e, in sostituzione degli dei di cui si qualificano come rappresentanti, concubine.
Sono orrori reali, che meritano di essere combattuti senza remore, e soprattutto senza un perverso riguardo a tradizioni che non meritano certo rispetto, ma che sono fortunatamente in ritirata grazie soprattutto alla lotta che viene condotta, più che da governi spesso dittatoriali e culturalmente reazionari, dalla società civile dei paesi interessati.
Schiavitù non è ogni sfruttamento – nel senso della presenza di condizioni inique rese possibili da un dislivello economico- sociale fra i contraenti di un rapporto di lavoro – ma uno sfruttamento basato non sul semplice squilibrio di potere contrattuale, bensì sull’inesistenza del potere stesso, sulla mancanza totale di libertà e di possibilità di autodeterminazione di un soggetto. Siamo qui di fronte alla più estrema fra le violazioni dell’etica: la trasformazione di un soggetto in oggetto, con l’inversione del principio kantiano secondo cui l’essere umano deve essere trattato «sempre anche come fine, mai solo come mezzo». Esiste certamente un continuum fra sfruttamento e schiavitù, ma non è né legittimo né utile eguagliare i punti estremi di questo continuum, che rivela numerose fasi intermedie.
Il discorso si fa in ogni caso molto più grave e inquietante quando ci spostiamo dalla schiavitù «tradizionale» e dai suoi residui alla schiavitù contemporanea. Una schiavitù che non si sviluppa solo in aree arretrate ma che convive benissimo con il nostro mondo, anzi è ad esso pienamente integrato e funziona sulla base di connivenze – nostre connivenze – nemmeno troppo occulte.
Nel mondo contemporaneo, il mondo della globalizzazione, la schiavitù si articola lungo tutta una serie di modalità e fattispecie tutt’altro che misteriose, ma su cui non ci fa comodo soffermarci in quanto ci chiamano in causa non solo configurando una colpa di omissione, ma perché spesso risultiamo essere «utilizzatori finali» di beni e servizi che vengono prodotti da esseri umani in condizioni di sfruttamento schiavistico.
Un’inchiesta del Guardian ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulle condizioni in cui in Qatar si stanno realizzando i preparativi per la Coppa mondiale di calcio che si terrà nel 2022.
Non si tratta certo di una novità per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori immigrati (attualmente 1,2 milioni su una popolazione di soli 2,2 milioni) impiegati negli ultimi anni nel vertiginoso sviluppo edilizio del Qatar. Lavoratori che, come ripetutamente denunciato da varie ong, lavorano continuativamente per oltre otto ore in cantieri dove la temperatura arriva ai 50 gradi centigradi, spesso con un accesso limitato all’acqua. Le conseguenze sono spesso mortali: nell’estate del 2013 si sono registrati 44 decessi di lavoratori nepalesi. Ma come si fa a dire che siamo di fronte a una forma contemporanea di schiavitù e non a un semplice, seppure estremo, sfruttamento? Un dato risulta a questo proposito centrale: il sequestro dei passaporti da parte dei datori di lavoro, che rende i lavoratori immigrati prigionieri di fatto, tanto è vero che si sono ripetutamente registrati casi di richiesta di asilo nelle rispettive ambasciate di lavoratori (nepalesi, filippini, indonesiani) che chiedono protezione e rimpatrio.
Esiste poi una nostra responsabilità, indiretta ma non troppo, rispetto a situazioni esistenti al di là dei nostri confini. In molte parti del mondo meno sviluppato il lavoro si svolge in condizioni che possono essere definite soltanto come schiavistiche, mentre i prodotti di quel sistema schiavistico entrano nella rete di scambi che caratterizza l’economia globale, arrivando a noi come consumatori. Un caso concreto è recentemente emerso grazie a un’inchiesta giornalistica dell’Associated Press, che ha ottenuto per questo un premio Pulitzer: si tratta dell’industria della pesca di molluschi nel Sud-Est asiatico, attività nella quale sono impiegati da parte di industrie indonesiane e thailandesi soprattutto pescatori provenienti dal Myanmar, ingannati con contratti fraudolenti, malpagati o non pagati, sottoposti a condizioni di prigionia e lavoro forzato. Grazie all’inchiesta dell’Ap è risultato evidente che il prodotto di quei lavoratori schiavi viene acquistato soprattutto da parte di grandi catene di distribuzione e finisce sulle tavole dei consumatori occidentali, in particolare americani.
Non manca nella nostra legislazione penale lo strumento per un’efficace repressione. Si tratta dell’articolo 600 del codice penale (nella versione del suo aggiornamento del 2003). Un testo che appare sufficientemente chiaro ma che andrebbe forse inasprito, data la gravità del crimine. Si discute molto, nel nostro paese e altrove, sulla pena dell’ergastolo. Diciamo che finché questa pena sarà prevista gli schiavisti dovrebbero esserne legittimi destinatari.

Roberto Toscano
La Repubblica, 22 luglio 2016

A proposito di legittima difesa

ladroooLa lunga discussione sulla legittima difesa Il tema della legittima difesa e dei suoi limiti ritorna ciclicamente nel dibattito italiano, solitamente in corrispondenza di fatti di cronaca simili a quello che riguarda Francesco Sicignano. L’istituto della legittima difesa è disciplinato dall’articolo 52 del codice penale, che stabilisce: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

La norma è stata poi modificata nel 2006, durante il governo Berlusconi III, allo scopo di estendere il concetto di “legittima difesa” aggiungendo la legittimità dell’uso di un’arma da fuoco legalmente detenuta se al fine di difendere “la propria o altrui incolumità” oppure “i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione”. Ammettendo in questi casi la legalità dell’uso di un’arma, la modifica del 2006 ne ha esteso la legittimità oltre i criteri iniziali della proporzionalità; quel criterio però rimane ed è il motivo per cui poi, valutando caso per caso, i magistrati decidono comunque se aprire indagini per eccesso colposo di legittima difesa o per presunti reati più gravi. Per esempio, la legittima difesa potrebbe non essere riconosciuta nei casi in cui venga attaccata una persona alle spalle o mentre sta scappando.

http://www.ilpost.it/2015/10/21/omicidio-vaprio-d-adda-legittima-difesa/

Per conoscere meglio …

http://dirittosemplice.altervista.org/riassunti-diritto-penale-parte-generale-legittima-difesa-art-52-cp

http://www.studiocataldi.it/guide-diritto-penale/la-legittima-difesa-art-52-del-codice-penale.asp

 

La fretta e i dubbi

justtt Ad ogni azione corrisponde una reazione. È la terza legge della dinamica, ma è anche la prima legge della politica. Che infatti s’emoziona solo quando un’onda emotiva turba l’opinione pubblica. Troppi detenuti nelle carceri? Depenalizziamo. Troppi corrotti nella municipalità capitolina? Penalizziamo. Sicché in Italia siamo giustizialisti o garantisti a giorni alterni. Basta consultare Google: 141 mila risultati per «aggravamento delle pene», 143 mila per «diminuzione delle pene».

Ma oggi è il giorno dell’inasprimento, del giro di vite e di manette. Il Consiglio dei ministri ha appena licenziato un testo urgente, benché non tanto urgente da confezionarlo in un decreto. E quel testo stabilisce la confisca dei beni del corrotto (meglio tardi che mai). Innalza i termini di prescrizione che altre leggi avevano abbassato. E per l’appunto aggrava la pena detentiva di due anni. Succede sempre, quando c’è un allarme sociale da placare. È già successo con le norme approvate dopo l’ultimo caso di pedofilia (settembre 2012) o dopo il penultimo disastro ambientale (febbraio 2014).

Funzionerà? Come dice il poeta, «un dubbio il cor m’assale». Perché chi ruba e chi intrallazza non pensa al codice penale, pensa di farla franca. E se ci pensa, non saranno dieci anni di galera anziché otto ad arrestare i suoi progetti. Perché inoltre il deterrente non risiede nella durezza della pena bensì nella sua certezza; ma alle nostre latitudini è sempre incerta la condanna non meno della pena. Perché l’ordinamento giuridico italiano ospita già 35 mila fattispecie di reato, che chiunque può commettere senza nemmeno sospettarne l’esistenza. Rendendo così insicuro il cammino degli onesti, mentre rimane lesto il passo dei disonesti. E perché infine quell’ordinamento è volubile e sbilenco come i politici che l’hanno generato. Per dirne una, la legge di depenalizzazione del 1981 inasprisce le sanzioni per chi divulghi le delibere segrete delle Camere.

Eppure una via d’uscita ci sarebbe: passare dalla (finta) repressione alla (vera) prevenzione. Come? Per esempio sforbiciando le 8 mila società partecipate dagli enti locali. O con misure efficaci contro il conflitto d’interessi, che tuttavia alla Camera rimbalzano dalla commissione all’Aula senza che i nostri deputati cavino mai un ragno dal buco. Con una legge sulle lobby: gli americani se ne dotarono nel 1946, gli italiani hanno visto 55 progetti di legge andare in fumo l’uno dopo l’altro. Con l’anagrafe pubblica degli eletti, che i Radicali propongono (invano) dal 2008. O quantomeno potremmo uscirne fuori rendendo obbligatorio per legge il provvedimento deciso dal sindaco Marino dopo la scoperta dei misfatti: rotazione dei dirigenti, degli incarichi, dei ruoli di comando. Una misura anticorruzione già emulata in lungo e in largo, dal Comune di Canicattì al Policlinico di Bologna. E già benedetta da Cantone il mese scorso, quando sempre Marino avviò la rotazione territoriale dei vigili urbani, dopo l’arresto per tangenti del loro comandante.

Dopotutto, è l’uovo di Colombo. Se non resti per secoli inchiodato alla poltrona, ti sarà più difficile poltrire, ti sarà impossibile ordire. E il corruttore avrà i suoi grattacapi, se il corruttibile cambierà faccia a ogni stagione come una maschera di Fregoli. Dice: ma così diminuirà la competenza, che cresce in virtù dell’esperienza. Vallo a raccontare agli italiani, alle vittime di un’amministrazione incompetente e per giunta inamovibile. Vallo a raccontare a chi ha dovuto specchiarsi per vent’anni nelle facce immarcescibili degli stessi politici, degli stessi alti burocrati. Qui e oggi, una ministra fresca di stampa come Boschi sta facendo meglio di tanti suoi stagionati predecessori. E comunque l’uovo non lo inventò Colombo: fu deposto nell’antica Grecia. In democrazia si governa e si viene governati a turno, diceva Aristotele. Sarebbe bello se l’Italia sapesse riparare la sua democrazia. Di più: sarebbe onesto.

Michele Ainis

Corriere della Sera 13 dicembre 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_13/fretta-dubbi-89174238-8295-11e4-a0e7-0a3afe152a95.shtml

Il decreto legge sul femminicidio è stato convertito in legge

E’ legge il dl di contrasto al femminicidio dopo il sì del Senato alla conversione in legge del decreto licenziato il 14 agosto scorso dal governo. Con una votazione a tempi record, che ha destato diversi malumori nell’opposizione così come nella maggioranza, le nuove norme sono ora pronte per essere promulgate dal presidente della Repubblica e pubblicate in Gazzetta ufficiale. L’aula di Palazzo Madama si è espressa con 143 voti favorevoli e 3 contrari.

Il decreto sul femminicidio approvato in via definitiva oggi dal Senato è quello uscito dalla Camera e lì profondamente modificato dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia…….

LE PRINCIPALI NOVITA’

RELAZIONE AFFETTIVA

E’ il nuovo parametro su cui tarare aggravanti e misure di prevenzione. Rilevante sotto il profilo penale è da ora in poi la relazione tra due persone a prescindere da convivenza o vincolo matrimoniale (attuale o pregresso).

VIOLENZA ASSISTITA

Il codice si arricchisce di una nuova aggravante comune applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte. …..

QUERELA A DOPPIO BINARIO

Il dilemma revocabilità/irrevocabilità della querela nel reato di stalking è sciolto fissando una soglia di rischio: se si è in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi, la querela diventa irrevocabile. Resta revocabile invece negli altri casi, ma la remissione può essere fatta solo in sede processuale davanti all’autorità giudiziaria, e ciò al fine di garantire (non certo di comprimere) la libera determinazione e consapevolezza della vittima.

AMMONIMENTO

Il questore in presenza di percosse o lesioni (considerati ’reati sentinella’) può ammonire il responsabile aggiungendo anche la sospensione della patente da parte del prefetto. Si estende cioè alla violenza domestica una misura preventiva già prevista per lo stalking. Non sono ammesse segnalazioni anonime, ma è garantita la segretezza delle generalità del segnalante. L’ammonito deve essere informato dal questore sui centri di recupero e servizi sociali disponibili sul territorio.

ARRESTO OBBLIGATORIO

In caso di flagranza, l’arresto sarà obbligatorio anche nei reati di maltrattamenti in famiglia e stalking.

ALLONTANAMENTO URGENTE DA CASA

Al di fuori dell arresto obbligatorio, la polizia giudiziaria se autorizzata dal pm e se ricorre la flagranza di gravi reati (tra cui lesioni gravi, minaccia aggravata e violenze) può applicare la misura precautelare dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

BRACCIALETTO ELETTRONICO E INTERCETTAZIONI

Chi è allontanato dalla casa familiare potrà essere controllato attraverso il braccialetto elettronico o altri strumenti elettronici. Nel caso di atti persecutori, inoltre, sarà possibile ricorrere alle intercettazioni telefoniche.

OBBLIGHI DI INFORMAZIONE

A tutela della persona offesa scatta in sede processuale una serie di obblighi di comunicazione in linea con la direttiva europea sulla protezione delle vittime di reato. La persona offesa, ad esempio, dovrà essere informata della facoltà di nomina di un difensore e di tutto ciò che attiene alla applicazione o modifica di misure cautelari o coercitive nei confronti dell’imputato in reati di violenza alla persona.

IMMIGRATE

In analogia a quanto già accade in attuazione di direttive europee per le vittime di tratta, il permesso di soggiorno potrà essere rilasciato anche alle donne straniere che subiscono violenza, lesioni, percosse, maltrattamenti in ambito domestico. Sarà sempre però necessario un parere dell’autorità giudiziaria. I maltrattanti (anche in caso di condanna non definitiva) potranno essere espulsi.

GRATUITO PATROCINIO

A prescindere dal reddito, le vittime di stalking, maltrattamenti in famiglia e mutilazioni genitali femminili potranno essere ammesse al gratuito patrocinio.

PROCESSI PIU’ RAPIDI

Nella trattazione dei processi priorità assoluta ai reati di maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, atti sessuali con minori, corruzione di minori e violenza sessuale di gruppo. Si accelerano anche le indagini preliminari, che non potranno mai superare la durata di un anno per i reati di stalking e maltrattamenti in famiglia.

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http://www.lastampa.it/2013/10/11/italia/politica/via-libera-in-tempi-record-del-senato-il-decreto-sul-femminicidio-legge-8kgVRcxvPsATU8WX1kdJmL/pagina.html

Diffamazione via fb

FacebInsultare qualcuno sulla propria pagina Facebook può essere considerato «un delitto di diffamazione aggravato dall’aver arrecato l’offesa con un mezzo di pubblicità» equiparato «sotto il profilo sanzionatorio alla diffamazione commessa con il mezzo della stampa». Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Livorno, come riferisce oggi Il Tirreno, le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi.

Al centro del caso le affermazioni di R.M., 27 anni: poco dopo essere stata licenziata dal centro estetico in cui lavorava, la ragazza ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook affermazioni offensive contro l’azienda e l’ex datore di lavoro…

Il giudice ha richiamato l’articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l’offesa sia recata con il mezzo della stampa così come attraverso «qualsiasi altro mezzo di pubblicità». Secondo la sentenza, facebook ha una «diffusione incontrollata»…..

http://www.lastampa.it/2013/01/13/italia/i-tuoi-diritti/responsabilita-e-sicurezza/diffamazione-su-facebook-aggravante-come-per-stampa-zhHQq9ZIfkSmB1ZWvdKzdN/pagina.html

 

Codice penale . Art. 595. Diffamazione.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente ( ingiuria)  comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico [c.c. 2699] , la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516 .

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate [c.p. 29, 64]

 

La parola “pedofilia ” entra nel codice penale

Il Senato approva all’unanimità, con 262 sì, la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, siglata a Lanzarote nel 2007. Dopo la sesta lettura è finalmente legge. Entra nel nostro codice penale (art.414-bis) la parola pedofilia

La Convenzione di Lanzarote  è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007. Ancora in corso invece il processo di ratifica.
Si tratta di un documento con il quale i Paesi aderenti si impegnano a rafforzare la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, adottando criteri e misure comuni sia per la prevenzione del fenomeno, sia per il perseguimento dei colpevoli e la tutela delle vittime…

Con l’introduzione del nuovo articolo 414 bis infatti l'”istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia” sarà punita con la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni. Alla medesima pena sarà sottoposto anche chi “pubblicamente, fa apologia di questi delitti”. Non potranno essere invocate “a propria scusa, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/09/19/news/approvata_convenzione_lanzarote-42848368/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter