Piena occupazione, ritorno al futuro

occuppp Ci sono dati a cui non ci si può e non ci si deve abituare. Ancora oggi, in Europa, a sette anni dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione rimane superiore al dieci per cento, con punte che in talune aeree e categorie (tra cui i giovani) superano il venti. Senza contare gli scoraggiati usciti dal mercato del lavoro e il diffuso peggioramento delle condizioni di chi riesce a lavorare.

Nel secondo dopoguerra, J. M. Keynes si battè affinché la piena occupazione costituisse l’obiettivo di fondo della politica economica dei Paesi occidentali. Nella convinzione che economia e democrazia si tengono necessariamente la mano. Sono quasi trent’anni che un tale obiettivo è sparito dall’agenda dei governi. E, dopo sette anni di crisi, una decisa virata ancora non si vede: le istituzioni centrali — specie quelle europee — continuano a considerare gli obiettivi di controllo dell’inflazione il criterio della loro azione. Non sta forse in questa paradossale inversione la ragione dei nostri problemi?

  I rapporti di forza interni all’Unione e la distanza abissale tra le classi dirigenti e la vita reale delle persone ci bloccano in questo stallo. Il risultato è quello che vediamo: molti dei sistemi politici europei, senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, sembrano fortini assediati con coalizioni di governo, elettoralmente fragili, asserragliate nel Palazzo. Mentre nelle piazze rumoreggiamo populismi di varia natura.

Eppure, ancora non si vede il superamento di un modello che compensava i propri squilibri attraverso la sua stessa malattia (l’aumento del debito pubblico e privato).

Le vie canoniche per combattere la disoccupazione sono due.

La prima dice: più crescita. Giusto. A condizione di non dimenticare che con i livelli di disoccupazione raggiunti e la velocità con cui si procede (ammesso e non concesso che il segno più si stabilizzi), il processo di riassorbimento richiede anni. Ma il tempo, nella vita delle persone, non è variabile neutra. Tanto più che l’allargamento della forbice tra produttività del lavoro, prodotto interno lordo, occupazione e le tendenze nella concentrazione della ricchezza fanno sì che l’effettivo aumento dei posti di lavoro sia tutto da confermare. Per questo, dire che la risposta al problema è la crescita non basta.

La seconda dice: più investimenti. Privati, ma sopratutto pubblici. Anche questo secondo argomento è corretto. Ma, sul fronte privato, gli investimenti sono fiacchi da anni sia perché le aspettative di profitto sono basse (dove sono i settori in cui si può pensare di guadagnare?) sia perché l’enorme mercato finanziario è un mostro a due teste che, mentre genera risorse, le inghiotte. Senza contare che gli investimenti non vanno là dove ci sono i problemi più pressanti (leggi il nostro Mezzogiorno o i giovani senza esperienza). E per quanto riguarda gli investimenti pubblici — la cui spinta nell’era della globalizzazione è più debole che in passato — essi dipendono dalla esistenza di uno Stato forte. Condizione che, almeno in Europa, non c’è.

E allora? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, occorre ammettere che, senza una diversa prospettiva, il riassorbimento dell’occupazione resterà una chimera. Almeno in quei Paesi dove la crisi ha desertificato persone e territori.

Come non si stanca di ripetere Mario Draghi, una politica monetaria espansiva ha senso solo per prendere tempo e fare le riforme. Giusto. Ma sia la stessa politica monetaria sia le riforme avranno effetti diversi a seconda degli obiettivi perseguiti (piena occupazione vs stabilità monetaria).

Nella situazione in cui siamo, l’errore sta nel continuare a considerare efficienza economica e coesione sociale come obiettivi divergenti. Cosa che dopo il 2008 non è più vera.

Al contrario, ci sono molti segnali che dicono che oggi la relazione tra efficienza e coesione torna a essere positiva: sappiamo che questo vale per le imprese che operano sui mercati internazionali, per le quali la manodopera, ma anche la scuola o le infrastrutturale logistiche, sono condizioni per essere competitive; per il tenore generale dell’economia domestica, che può davvero riprendersi solo grazie ad un’azione di corretta redistribuzione delle risorse; per lo sviluppo di settori nuovi — quali il digitale, la sanità, i servizi alla persona, la qualità del territorio e dell’ambiente — che possono svilupparsi solo condividendo le stesse priorità; per la stessa Europa che, se avesse il coraggio mostrato nel secondo dopoguerra, potrebbe fare dei propri squilibri la leva su cui far ripartire l’economia interna, finanziando con i surplus di bilancio dei Paesi in attivo il rilancio di quelle aree avviate alla desertificazione.

keynescolour[1]Ci sono dei momenti nella storia in cui la logica del gioco cambia. Prima lo si riconosce, meglio è. Così oggi, quando per rilanciare l’economia e salvare la democrazia occorre un riorientamento politico di fondo in grado di capire che, per ragioni economiche e politiche, è venuto il momento di rimettere in linea la spinta individuale, l’efficienza di sistema, l’integrazione sociale. Cominciando dal lavoro per rilegare, come fece Keynes nel dopoguerra , economia e società.

Mauro Magatti

Corriere della Sera

23 giugno 2015

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_25/piena-occupazione-ritorno-futuro-f53b0da2-1b09-11e5-8694-6806f55cfc9e.shtml

Se l’economia dei numeri minaccia la convivenza

Quando dice che la tenuta della società è a rischio se non si mette subito mano a una manovra per la crescita, il ministro Pier Carlo Padoan sa di sfiorare la leva della estrema emergenza, sa di fare come chi avvicina la mano al bottone che scatena le sirene dell’allarme. Si tratta di una minaccia, non ancora di un fatto compiuto. Ma il senso di quelle parole è chiaro: o si comincia a risalire o si annega. Dietro le schermaglie europee sui parametri del debito e i tempi del rientro si affaccia un incubo sociale, il peggio è dietro l’angolo. Padoan è un economista collaudato nelle valutazioni macro e non proviene da una formazione strettamente keynesiana.
Ma sa che una crisi della coesione sociale è l’equivalente di un fallimento assoluto, per chi fa il suo mestiere. E per tutti noi con lui. L’equilibrio infatti è l’obiettivo degli economisti, i quali sanno pure che la crisi della «coesione» e cioè un collasso dei fattori che tengono in vita una società sono l’estremo male da cui ogni mossa di governo è tenuta a preservarci. La crisi del ‘29 insegna.
I requisiti della «tenuta» sociale sono parenti stretti di una gestione economica funzionante e sono fatti di occupazione, reddito, istruzione, sicurezza sociale, servizi sanitari efficienti e accessibili a tutti. La macroeconomia si è definita, in negativo, attraverso la catastrofica esperienza degli anni seguiti alla Grande Guerra. Allora, nel 1919, il promettente, prodigioso talento di Cambridge, che partecipava alle trattative di Versailles come delegato del Tesoro britannico, fu sconfitto e le clausole punitive nei confronti della Germania furono dure come le volevano soprattutto i primi ministri francese e britannico, Clemenceau e Lloyd George. Keynes abbandonò i lavori e scrisse di getto un’opera, Le conseguenze economiche della pace , che ebbe grande successo sul piano intellettuale, ma esiti politici purtroppo tardivi, solo trent’anni e molti milioni di morti dopo, con il Piano Marshall, che è stato il rovesciamento speculare della politica di Versailles, quella che aveva spinto la Germania nelle spire dell’inflazione e di Hitler.
Appresa la lezione — sostenere la crescita e la domanda, soprattutto nei paesi sconfitti —, l’economia europea e quella di tutto l’occidente attraversarono un luminoso periodo di stabilità, sviluppo industriale, aspettative crescenti, benessere e coesione sociale; un periodo definito di «compromesso socialdemocratico ». Un compromesso i cui contraenti erano le imprese, il capitale e «il mercato», da una parte, e il lavoro, i partiti, i sindacati dall’altra. Chi c’era ricorda anche violenti conflitti, ma il senso generale della storia era chiaro. In quei decenni benigni, ‘50, ‘60, ’70, i requisiti della «coesione sociale » hanno messo radici diventando come il teatro naturale non solo di una ragionevole equità, ma anche dell’affermazione dei diritti, delle diverse generazioni di diritti della persona, dei diritti di libertà attraverso lo Stato, vale a dire dei diritti garantiti da una prestazione pubblica. La società ne ha ricevuto benefici di sicurezza, crescita economica e civile attraverso molte contraddizioni, ma sempre confermando per l’essenziale uno scambio di comunicazioni tra l’individuo e la collettività.
Da almeno due decenni questo scambio presenta aspetti inquietanti. L’idea che «il diritto di avere diritti» si presenti come una linea semiretta, da qui verso l’infinito futuro, non è più moneta corrente. La qualità dei diritti non ha perso il suo fascino e nemmeno la sua attualità (dalla scuola alla casa, dalla sicurezza sul lavoro all’ambiente): quel che ha perso forza è la loro capacità di attuarsi in sintonia con la crescita economica, che si è fermata, mentre si sono allargate le distanze sociali e si sono allentate le prestazioni dello Stato che ne attenuavano la percezione. Aumenta la povertà e lo sguardo verso il futuro non offre più autostrade dei diritti, né prospettive migliori per i figli.
In Italia la presa d’atto del cambio di orizzonte è stata più lenta che altrove e il conto degli arretrati (che ha preso la forma di un terribile debito pubblico) si presenta più pesante. Le ragioni del ritardo sono oggetto del dibattito a destra e a sinistra. Il campanello delle politiche di Terza Via è suonato in Gran Bretagna e in Germania dalla fine degli anni Novanta ed ha tenuto il campo per quasi tutto il decennio successivo. Nella sua forma più esplicita, quella del New Labour, si è affermato anche grazie alla forza ideologica con cui Tony Blair ha voluto annunciare un cambiamento di orizzonte: meno protezioni pubbliche più responsabilità individuale, meno garanzie dall’assistenza sociale più spinte all’intraprendenza privata. Unica certezza l’assegno universale di disoccupazione, che da noi ancora non c’è. Ora il campanello suona anche qui, davanti alla minaccia di un declino che non è cominciato oggi, ma che produce scricchiolii ai quali può seguire il frastuono di un cedimento strutturale.
Da una parte la linea punitiva — fate i compiti — deve essere piegata, anche in questa Europa che non è reduce da una guerra, ma solo dalla crisi dell’euro e dell’Unione, ed è indispensabile far cambiare verso alla Merkel. In metafora: quello che non riuscì a Keynes nel 1919 contro Clemenceau- Lloyd George. Dall’altra il cambiamento di orizzonte deve essere reso esplicito se si vogliono attenuare i contraccolpi su una società, la nostra, alla quale le cattive notizie sono state, in un certo senso, taciute e messe in ombra da varie promesse. La tentazione dei politici è stata a lungo quella di rinviare il momento doloroso, con la conseguenza di renderlo ancora più difficile e di prolungare aspettative non più realistiche. È ormai chiaro che la combinazione virtuosa per l’Europa di crescita economica, crescita demografica e compromesso sociale redistributivo dei benefici, si è interrotta non solo a causa degli errori dell’Unione, ma anche perché ne sono venute meno le basi materiali e le condizioni internazionali. Ma evitare il disastro di una lacerazione sociale senza fine resta l’assoluta priorità, anche degli economisti.
GIANCARLO BOSETTI
REPUBBLICA
3 ottobre 2014

Figli di Locke e di Rousseau

demokSappiamo che c’è un grande divario tra ciò che i popoli chiedono ai regimi democratici e ciò che è effettivamente loro consegnato. Grazie ad un nuovo esame effettuato dall’European Social Survey è possibile quantificare la differenza tra l’ideale e il reale. Il progetto, disegnato da Hanspeter Kriesi, Leonardo Morlino e i loro colleghi, conferma che la stragrande maggioranza degli europei condivide la fede democratica. In tutti i paesi i cittadini lodano l’opportunità di essere governati da rappresentanti eletti e in 24 su 29 paesi partecipanti all’indagine il punteggio è superiore a 8/10. Russi e ucraini sono quelle che attribuiscono un’importanza inferiore all’auto-governo, e il dato non sorprende vista la poca esperienza che hanno finora maturato. L’assenza di fiducia nella democrazia di quei popoli aiuta a capire perché i loro capi sono così irrispettosi dello Stato di diritto; sanno che è improbabile che pagheranno il conto — in termini di riduzione del consenso — quando reprimono la stampa e l’opposizione.
L’Europa è lunga e larga, e la parola democrazia ha sempre più numerosi significati. Siamo sicuri che il termine significhi la stessa cosa in paesi diversi quale Irlanda e Cipro? La definizione minima di democrazia ricevuta dai libri di testo è di un governo scelto in elezioni libere e competitive, con libertà per i media e l’opposizione, e dove operano controlli e contrappesi tra istituzioni. Questo è ciò che chiamiamo democrazia liberale. Ma i cittadini identificano sempre di più il potere del popolo anche con la distribuzione di benefici sociali, e richiedendo ai governi che eleggono di assistere e proteggere i più deboli. La contrapposizione tra democrazia liberale e sociale ha generato accaniti dibattiti tanto nell’accademia che nei parlamenti, ma qual è la visione dei popoli, che dovrebbero essere i primi a beneficiarne?
Per i popoli del Nord, la democrazia è prima di tutto il rispetto delle regole e delle libertà individuali, uguaglianza di fronte alla legge; libertà dei media. I popoli del Sud, invece, sono più determinati nell’aggiungervi la protezione sociale, e rivendicano un sistema politico che si faccia carico della povertà e delle disuguaglianze. Si conferma, insomma, che a Nord i cittadini sono figli di John Locke e a Sud di Jean-Jacques Rousseau. I popoli dell’Est, che hanno sperimentato le libere elezioni meno di un quarto di secolo fa, vogliono tutto, e presto. Non sono disposti ad abbandonare la protezione sociale garantita dai vecchi regimi comunisti, ma esigono anche uno stato di diritto liberale.
Mentre nel Nord e nella Scandinavia la componente liberale della democrazia è promossa, essa è bocciata nel Sud e, ancora più severamente, nei paesi dell’Est. In molti di questi paesi, i cittadini dubitano che il proprio regime possa essere considerato democratico. Ma ciò che accumuna i popoli a Nord e Sud, Ovest e Est è l’insoddisfazione per quanto è stato raggiunto sotto il profilo sociale. Anche lì dove l’opinione pubblica dà spesso la sufficienza in termini di libertà civili e stato di diritto, si lamenta l’assenza di azioni per la coesione sociale. In 26 paesi su 29 la componente sociale della democrazia è bocciata. Si tratta di un telegramma importante che l’indagine ESS manda ad Angela Merkel, Ecofin e alla BCE: il malcontento per quello che i regimi politici europei riescono a conseguire in termini di coesione unisce tedeschi ed inglesi ai greci e agli spagnoli.
Solo i popoli scandinavi promuovono il proprio regime. In questi paesi emerge un vero e proprio orgoglio democratico, e la differenza tra i desideri e quanto conseguito è veramente modesta.
Che i cittadini del vecchio continente sognino nella stessa lingua democratica è la condizione essenziale per un progetto politico europeo. La classe politica dovrebbe cogliere questa opportunità e coinvolgere più direttamente la popolazione, con forme di autogestione e democrazia diretta, nella realizzazione del progetto. Altrimenti c’è il rischio che il sogno deluso finisca per spazzare via non solo i regimi, ma anche le istituzioni costituite in decenni di duro lavoro.
Che dire poi della valutazione che gli italiani danno del proprio sistema politico? E’ umiliante vedere che un paese con settant’anni di tradizione democratica, e tra i fondatori dell’Unione Europea, sia oggi classificato dai suoi stessi cittadini al terz’ultimo posto, dopo il Kosovo e un soffio prima della Russia. Oramai distanziata non solo da Spagna e Portogallo (diventati democratici trent’anni dopo di noi), ma addirittura da Bulgaria e Albania, l’Italia deve correre ai ripari se non vuole far svanire per sempre il sogno europeo.

La democrazia in Europa italiani sempre più sfiduciati dietro il Kosovo e l’Albania

di Daniele Archibugi

Repubblica 15 settembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/09/democrazia-in-europa-italiani-sempre-sfiduciati-dietro-kosovo-lalbania/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=democrazia-in-europa-italiani-sempre-sfiduciati-dietro-kosovo-lalbania

 

 

UE: accordo sul bilancio per i prossimi 7 anni

bilancio ue“Un bilancio equilibrato e orientato alla crescita”, anche se “non perfetto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, commentando l’intesa sul bilancio, che “ha dimostrato il senso di responsabilità collettivo” dei leader Ue. “E’ fatta! I 27 membri dell’Ue hanno trovato l’accordo sul quadro di bilancio 2014-2020. L’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire”, è invece quanto ha scritto il portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, su Twitter. Salutando Mario Monti al termine del Summit, i principali leader europei gli hanno detto “mai l’Italia aveva ottenuto risultati così buoni”: lo ha riferito lo stesso ex premier a Bruxelles al termine del Vertice europeo. “Un buon compromesso”, ha detto il presidente francese François Hollande…..

Ma a farla da padrone sono soprattutto i tagli, che vanno maggiormente a colpire aree nevralgiche per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/08/news/ue_proposta_bilancio-52176825/?ref=HREA-1

 

BILANCIO EUROPEO

Ognuno di noi paga 75 cent al giorno per il bene comune a dodici stelle. Meno di un caffè al bar sotto casa. 

Gli amici dell’integrazione europea ripetono che i soldi messi nel bilancio europeo tornano. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ama ricordare che ogni euro investito in progetti transfrontalieri ne attira almeno altri tre o quattro. Si è vista fomentare una gran letteratura nelle capitali a proposito dell’Europa che ruba dai conti nazionali per spenderli a piacimento, ma è retorica populista. I soldi finiscono in programmi comuni e si moltiplicano, generano benessere e dunque domanda. Certo il principio della solidarietà fa sì che i più ricchi ci rimettano qualcosa. Ma i club si formano per condividere i denari, oltre che i sogni. E per dare una chance a chi a meno.

Il meccanismo di definizione è preciso, abbastanza democratico e certamente laborioso. Si lavora su una pianificazione settennale, disegnata inizialmente dalla Commissione Ue (il braccio esecutivo), poi discussa e in generale riformulata dal Consiglio (gli stati), che chiudono un pacchetto da sottoporre al Parlamento Ue (eletto a suffragio universale). …

I soldi da spendere vengono versati dagli stati membri in proporzione del pil (circa 76% del totale), corroborati da una percentuale dei dazi doganali (12%), e da parte dell’Iva (11%). Il metodo fa si che i paesi più ricchi mettano più soldi in cassa, dunque Germania prima, poi Francia e Italia. I soldi, in genere, si rivedono. Però la regola della solidarietà fa si che chi sta meglio spenda più di quanto raccolga. In gergo si chiamano “contributori netti” e noi siamo i re della categoria per due motivi. Uno l’ha spiegato più volte il premier Monti, l’intesa 2006-2013 non è stata ben negoziata (da Berlusconi). L’altro è la nostra storica limitata capacità di assorbimento dei fondi.

Sin dall’inizio della comunitaria la principale destinazione di spesa è la Pac, politica agricola comune. «Si tratta di assicurare la certezza alimentare», l’ha riassunta François Hollande. Francia e Italia sono i principali beneficiari degli aiuti (58,7 nel 2011 per le risorse naturali) che rappresentano una ricetta composita di protezione e sviluppo (nonché consenso). C’è chi dice che senza la Pac mangeremmo solo cinese, ma anche chi ritiene che le vacche si siano mantenute grasse coi soldi dei contribuenti. Gli scandali sulle quote latte violate e le arance buttate non hanno fatto bene a una strategia che ha certamente avuto il merito di accelerare l’ammodernamento del comparto.

Seconda voce è la coesione. Gli aiuti regionali, sono 309 miliardi nella proposta Van Rompuy. L’Italia ne ha incassati a bizzeffe, costruendo e frodando con quasi pari dedizione. La Spagna ne ha fatto l’arma segrete per uscire dalla depressione postfranchista. I falchi del rigore vorrebbero tagliarli, insieme con l’agricoltura, per puntare sull’innovazione, 152 miliardi (2014-20, bozza) per le reti di Trasporto, Energia e Tlc. Queste saranno smagrite, mentre si cerca di salvare l’umanitario (l’Ue è il primo fornitore di aiuti) e piccoli gioielli come Erasmus, il più amato dai giovani. Come la Formazione di cui è parte (1,2 miliardi nel 2011) e la Ricerca (8,6 miliardi)

L’amministrazione europea costa fra il 5 e il 6 del totale, (8,2 miliardi nel 2011). E’ meno di quanto spende una media città italiana per la sua funziona pubblica. ….

http://www.lastampa.it/2013/02/08/economia/bilancio-ue-di-cosa-stiamo-parlando-ognuno-di-noi-paga-cent-al-giorno-aN70zDBnIp1Wac3vytbWnI/pagina.html