La rivoluzione dei negozi con i prodotti made in China

MLe candeline per le torte di compleanno, le mollette per il bucato, i guinzagli per i cani, le spine elettriche, le ciabatte multipresa, gli adattatori, gli stivali di gomma, le grattugie, gli zerbini, le borse per l’acqua calda, le spazzole anti-pelucchi e ovviamente le onnipresenti cover per gli smartphone. L’elenco potrebbe continuare per righe e righe perché si stima che gli oggetti prodotti (ormai) solo dai cinesi siano almeno un centinaio. Basta girare per uno dei megastore asiatici che troneggiano alle porte delle grandi città del Nord Italia — appena 48 ore fa a Padova l’Ingrosso Cina è stato multato per oltre 1 milione di euro — per avere davanti agli occhi un catalogo di prodotti che una volta venivano fabbricati dalle Pmi italiane e oggi vengono dalla Grande Fabbrica del mondo con la scritta «made in Prc». Volendo le merci si possono raggruppare in due categorie: da una parte quelle che i cinesi producono in regime di sostanziale monopolio e dall’altra la fascia bassa di prodotti che l’Italia sforna ancora ma solo nella gamma alta (due esempi su tutti: occhiali da sole e caffettiere). Tra i tanti effetti della globalizzazione c’è anche questa sorta di informale divisione internazionale del lavoro che ha finito per penalizzare più di altri Paesi la piccola industria italiana, dominatrice in passato di questo segmento «povero» di mercato. Del resto quante Pmi italiane sono nate grazie ad operai messisi in proprio replicando pedissequamente i prodotti della casa-madre? Tantissime, una buona parte nell’industria meccanica ma anche nella plastica, nella gomma o nei metalli leggeri.

Gli aspetti singolari dell’intera vicenda sono molti. Innanzitutto la clientela è nella stragrande maggioranza occidentale e possiamo pensare che sia analoga a quella dei discount alimentari. I commessi non parlano quasi mai l’italiano, i lay out dei centri commerciali sono ampli, non c’è però un ordine riconoscibile di esposizione e le merci spesso sono ammassate. In qualche caso i cinesi per evitare furti hanno introdotto tornelli agli ingressi e telecamere nelle grandi superfici, le scale mobili — dove esistono — mostrano la loro età mentre i parcheggi fanno invidia all’Ikea. Spesso i prodotti di cui stiamo parlando non hanno mercato a Pechino o a Chendu, come la grattugia che a noi serve per il parmigiano e nessun cinese amante del tofu (morbido) comprerebbe mai. I connazionali di Xi Jinping producono quasi tutta l’oggettistica e i gadget che troviamo negli alberghi e i kit distribuiti nei convegni. Delle volte capita che a regalare penne biro cinesi sia anche qualche organizzazione che vuole stoppare l’invasione di prodotti asiatici. La posizione di monopolio non viene però utilizzata — come sostengono i classici del business — per alzare i prezzi, anzi.

 

Il costo dei prodotti in discussione non supera mai i 10 euro, la maggior parte è addensata sotto i 5. Il nastro adesivo per pacchi costa un euro, il guinzaglio per Fido costa 2 euro (una ditta italiana si ostina a produrlo ma lo vende a 15 euro), la grattugia 4, un set di forchette/coltelli/cucchiaini 2, un thermos 4, un ombrello a 4, il portamonete 2, la soletta per le scarpe anche 0,90. È il trionfo dell’usa e getta mentre noi celebriamo le virtù dell’economia circolare — dallo spreco al valore — i prodotti cinesi fanno l’inverso perché la spesa è cosi contenuta che si ripaga anche se l’oggetto viene utilizzato una volta solo. E mentre la cultura del commercio occidentale ricerca la massima profilatura del cliente per stanarlo meglio, i cinesi hanno una sola strategia. Abbassare il prezzo. Secondo gli artigiani della Cna l’effetto di questa silenziosa penetrazione è stato devastante perché le Pmi italiane non avevano nessuna chance di competere in quantità e prezzo. Le cererie sono scomparse completamente, stessa sorte per le ombrellerie del Piemonte e della Brianza tranne quelle che sono riuscite a scavarsi una nicchia di qualità, nelle ferramenta i cinesi hanno sfruttato il loro know how nelle biciclette e primeggiano anche nei fuochi d’artificio e nei gadget per le feste. Gli asiatici hanno sfondato anche negli abiti da sposa, sono in grado di venderne uno più che dignitoso a 50 euro (contro prezzi italiani a 1.000 euro). «Ci battono sui materiali perché sono un Paese ricco di materie prime e poi sono in grado di fare le prime lavorazioni a costi della manodopera che per noi sono incredibili» aggiungono alla Cna.

È chiaro che visto da un economista il processo di sostituzione di offerta cinese a produzione italiana è nient’altro che distruzione creativa — nelle province di Padova e Venezia secondo la Cna dal 2009 al 2015 le imprese a titolare italiano sono calate del 12,6% e le cinesi salite del 40,6% — perché ha fatto pulizia di una fascia di aziendine inefficienti e che non avrebbero saputo nemmeno da dove iniziare per innovare. Probabilmente è così ma un tributo all’avanzata asiatica l’Italia l’ha pagato in termini di occupazione. La risposta del nostro associazionismo d’impresa al dilagare delle merci cinesi punta innanzitutto a denunciare l’assenza di standard legali e qualitativi, specie per i giocattoli o i prodotti che vanno a contatto della pelle. «Altroconsumo» ha parlato addirittura di presenza di amianto tra le pareti dei thermos low cost e di recente la Confindustria Ceramica ha allargato l’iniziativa suonando l’allarme per la scadenza dei dazi doganali europei sull’importazione di ceramiche e i rischi di «un nuova invasione di piastrelle cinesi sottocosto». Nessuno però in fondo si illude e pensa che si possa tornare indietro, al massimo si spera di far diga. Di evitare che il monopolio giallo si allarghi.

di Dario Di Vico (ha collaborato Diana Cavalcoli)

Corriere della Sera 31 agosto 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_31/rivoluzione-negozi-cina-8eb96c86-6ee6-11e6-adac-6265fc60f93f.shtml

Un trattato transatlantico a misura dell’America

tttpppL’integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico è un vecchio progetto, vecchio almeno quanto la formazione della Unione europea. Io stesso, molti anni fa, ho scritto un articolo auspicandone la realizzazione. Ognuno naturalmente ne ha una visione propria. Ad esempio, se ne può auspicare la nascita per meglio contrastare la crescente supremazia economica della Cina e in generale dell’Asia orientale. O anche si può considerarne il potenziale di contrasto della rinascita russa e specialmente della integrazione tra Russia e Cina.

L’ultima versione, conosciuta col nome di Ttip, Transatlantic trade and investment partnership, si pone come obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di fungere da veicolo, a profitto delle grandi imprese europee e specialmente americane, per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale e della regolazione dei mercati da parte degli Stati.

E’ un progetto che parte, per iniziativa del Commissario de Gucht e della rappresentanza a Bruxelles degli Usa, nel 2011. Ma parte, nella presente temperie di contrasti tra Europa e Stati Uniti e in particolare tra Stati Uniti e Germania, con il piede sbagliato, in una atmosfera di segretezza e non trasparenza. Il primo risultato di questa falsa partenza è di suscitare contro il progetto l’ostilità dell’opinione pubblica europea, preoccupata del crescente deficit di democrazia che sta avvolgendo l’Europa e della possibilità che il nuovo partenariato serva specialmente a indebolire gli apparati apprestati per assicurare il massimo rispetto dell’ambiente e la massima limitazione delle trasformazioni genetiche dei prodotti naturali.

La prospettata unione euroamericana, infatti, farebbe aumentare assai poco sia il commercio totale che specialmente il Pil delle parti contraenti, e quel poco solo nel lungo periodo. Questo a detta persino degli studi di parte condotti per promuovere l’iniziativa. Il progetto, nato male, non riesce a fare molta strada prima di suscitare una rivolta, non generalizzata, ma sotto forma di ostilità da parte di gruppi di attivisti nel campo della protezione sociale e biologica, delle norme di protezione del lavoro e dell’ambiente. Fanno clamore rivelazioni come quella, specialmente efficace sulla opinione pubblica tedesca, dell’ammissibilità in Germania, se il partenariato sarà realizzato, di prodotti americani come i polli disinfettati con il cloro, pratica comune dei produttori statunitensi per impedire l’infestazione delle carcasse mentre viaggiano dagli allevamenti d’oltreoceano al consumatore europeo. Sembra una campagna anti-americana, l’ennesima rivolta dopo quelle causate dalle rivelazioni sulle intercettazioni della Nsa dei telefoni della Merkel. A spingere per la realizzazione del nuovo partenariato sono le associazioni industriali europee, che vedono in esso un cavallo di Troia contro gli eccessi di regolamentazione degli stati nazionali La Confindustria tedesca emette dichiarazioni dall’esplicito tenore favorevole. Il suo presidente Ulrich Grillo dice che gli europei hanno da imparare dagli americani nel campo della difesa dei consumatori e dei prodotti naturali. Ma qualche giorno prima la signora Merkel aveva dichiarato che mai avrebbe permesso che ai tedeschi fossero dati da mangiare polli al cloro. Quel che è letale per il partenariato, il cui negoziato dovrebbe, secondo quanto deciso dal Congresso Usa, concludersi a fine 2015, è la inclusione proditoria nel negoziato e quindi nel Trattato, di una sezione dedicata a una rivoluzione nelle procedure usate per risolvere i contenziosi tra privati e Stati. In tale sezione, Individual State Dispute Settlement, si ammette la possibilità che gli Stati possano essere chiamati in giudizio, davanti a corti arbitrali di tre membri, appositamente formate da specialisti del diritto commerciale internazionale, da individui e società che si ritengono danneggiati da divieti imposti a loro comportamenti da parte degli stati stessi, nella ipotesi che tali comportamenti statali abbiano causato loro danni anche solo di riduzione dei profitti attesi dalle attività interrotte o ridotte.

Si tratta, come si capisce bene, di una innovazione giuridica che serve a limitare drasticamente la sovranità degli stati, favorendo ad esempio grandi società multinazionali, che non esiterebbero a chiamare in giudizio, davanti alle già dette corti arbitrali, gli stati invadendo la sovranità giuridica che essi hanno sui propri territori. Non si capisce come abbiano potuto, i fautori del Trp, come lo si designava all’inizio, aggiungere la “I” all’acronimo, e cioè la sezione relativa alle dispute tra stati e individui, pensando di riuscire a far passare una modifica tanto radicale dell’assetto del diritto internazionale che prevale da parecchi secoli, e da quasi due millenni di tradizione giuridica europea. Proprio l’aggiunta della sezione sugli investimenti e sulle dispute ad essi relative è bastata a far condannare l’intero progetto anche da parte di coloro che erano favorevoli ad esso. I socialdemocratici tedeschi che per bocca del ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, hanno reiterato il favore di massima ma qualificandolo con clausole di grande prudenza. Così, a difendere il tentativo di “aprire” l’assetto chiuso del welfare state europeo, dominato da entità nazionali non dedicate a fini di lucro, sono rimasti in pochi. Essenzialmente quelli che avevano avuto l’idea e l’avevano promossa attivamente, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito. Entrambi sono rappresentanti di interessi forti, come quelli degli intermediari finanziari internazionali, che hanno visto la loro libertà di azione ridotta da interventi legislativi e amministrativi dopo la crisi. Anche parecchie multinazionali industriali di origine anglo-americana si avvantaggerebbero della riduzione delle regole sui mercati europei come strumento di ulteriore penetrazione organica in tali mercati, dato che il futuro non sembra offrire loro prospettive favorevoli in altre aree dell’economia mondiale, come quella asiatica, assai meno aperta alle loro incursioni. A coronare il cambio di atteggiamento dei governi dell’Europa continentale è giunta la dichiarazione del ministro francese per il commercio estero, Mathias Fekl: allineandosi ai socialdemocratici tedeschi, ha detto di non aspettarsi che il governo francese porti al proprio parlamento una proposta di Trattato Transatlantico che includa la sezione sulla risoluzione delle dispute tra individui e Stato. L’ultima parola per ora è venuta da Jean Claude Juncker, che ha affermato che in materia tanto delicata gli organi di decisione europei non permetteranno che nessuno tenti di forzare loro la mano. La montagna, dunque, con buona pace di inglesi e americani, partorirà un topolino e forse nemmeno quello.  

Massimo De Cecco

Repubblica – 24 novembre 2014

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/11/24/news/un_trattato_contro_il_welfare_europeo-101275826/?ref=search

 

Perché il TTIP non è un bene per l’Europa (e neppure per l’America)

http://www.pagina99.it/news/economia/7486/Perche-il-TTIP-non-e-un.html