La Cina taglia i dazi per tenere testa agli Usa

La drastica riduzione dei dazi sulle importazioni di 187 prodotti (numerosi quelli italiani) decisa ieri dalla Cina prova che la linea dura della Casa Bianca con Pechino sul free trade funziona? Donald Trump ne è certamente convinto, ma le cose non stanno così, se non in minima parte. Il mondo è complicato e anche le grandi scelte economiche della potenza asiatica hanno motivazioni complesse. Xi Jinping ha voluto certamente dare un segnale di disponibilità agli Usa e anche alla Ue, impegnata in negoziati infiniti con la Cina sulle barriere commerciali. Ma la sostanza è un’altra: l’abbattimento dei dazi, il secondo in due anni, è soprattutto una mossa rivolta all’interno che ha l’obiettivo di accelerare la trasformazione di un sistema fin qui sostenuto dall’export e da massicci investimenti in infrastrutture in un’economia basata soprattutto sulla crescita dei consumi interni.

Che si tratta di questo è evidente già dall’elenco delle merci su cui i dazi verranno ridotti dal 17 al 7 per cento (e in qualche raro caso addirittura azzerati): niente prodotti tecnologici, macchinari, beni d’investimento. Solo normalissimi beni di consumo — dai pannolini al latte in polvere, passando per le bevande alcoliche e i profumi — che il ceto medio asiatico ormai benestante e affamato di merci occidentali (soprattutto dopo gli scandali che hanno messo in dubbio la qualità e la sicurezza di alcuni prodotti cinesi) va sempre più spesso ad acquistare fuori dai confini nazionali. Meglio, allora, spingere i cittadini a comprare questi prodotti in patria: il margine che spetta alla distribuzione commerciale resterà in Cina e si ridurranno le spese per viaggi all’estero.

Certo, tutto questo ha anche un significato a livello di relazioni internazionali, ma sarebbe miope ridurlo a una sorta di inchino cinese davanti ai pugni battuti sul tavolo da Trump. Dopo il recente viaggio asiatico del presidente molti organi d’informazione e anche i servizi Usa di intelligence hanno sottolineato come, capita la vulnerabilità psicologica di un leader così narcisista, i leader da lui incontrati abbiano tentato di compiacerlo con elogi e concessioni formali. Più che un inchino, quindi, l’apertura sui dazi (come la possibilità di controllare fondi d’investimenti e altre attività finanziarie concessa alle imprese straniere pochi giorni fa, durante il viaggio di Trump) è un altro passo sulla via della trasformazione della Cina in una superpotenza politica, oltre che economica.

Non più la fabbrica del mondo che non raggiunge, però, l’eccellenza tecnologica, un’economia emergente retta da un regime autoritario, ma un Paese che, grazie anche alla crisi d’identità dell’America trumpiana, tende ad acquistare un ruolo centrale in varie aree: l’impegno per la tutela ambientale e lo sviluppo delle energie rinnovabili (Pechino protagonista dopo il sostanziale ritiro di Washington), la sfida agli Stati Uniti per la leadership nell’intelligenza artificiale, la tecnologia del futuro, strategica anche sul piano militare. E poi, ancora, questo stesso, forte sviluppo dei consumi interni destinato a rendere quello cinese un mercato irrinunciabile per le imprese di tutto il mondo e perfino l’impegno per la riduzione delle diseguaglianze economiche tra i cittadini: è lo slogan sbandierato da Xi Jinping al recente congresso del Partito comunista cinese che lo ha visto uscire da trionfatore. Ma non sono solo parole: i dati della Banca mondiale e dell’Ocse mostrano che in Cina le diseguaglianze, divenute estreme in 30 anni di rapido sviluppo economico, ora si stanno riducendo soprattutto grazie a un’industrializzazione che, dopo le città costiere, sta ora investendo le aree interne del Paese, le più povere.

La Cina vera superpotenza in grado di tenere testa agli Stati Uniti resterà ancora a lungo un sogno per la leadership di Pechino che deve occuparsi prima di tutto di evitare il collasso di un’economia surriscaldata dall’eccesso d’investimenti alimentati dai prestiti facili delle banche e gravata da un enorme debito pubblico (il 260 per cento del Pil, il doppio di quello italiano).Ma il taglio dei dazi e il sostegno ai consumi interni servono proprio a tentare di riequilibrare questa situazione e a dare credibilità allo yuan come valuta alternativa a dollaro ed euro. Offrendo al tempo stesso agli altri Paesi emergenti del mondo il modello di una tecnocrazia illiberale ma efficiente (le misure annunciate ieri entreranno in vigore tra pochi giorni) contrapposto a quello di liberaldemocrazie occidentali tutte scosse in misura più o meno rilevante da crisi di governabilità e da perdite di credibilità.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 24 novembre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_25/cina-taglia-dazi-tenere-testa-usa-a9f1bb60-d156-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

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I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

Ma che cos’è il sale?

Condire con il sale è l’antefatto di ogni preparazione culinaria, così scrive il chimico francese Pierre Laszlo in un libro dedicato a questo fondamentale alimento. In tavola il sale non manca mai, e come potrebbe essere diversamente? Un adulto contiene circa 250 grammi di questa sostanza, quanto ne può riempire tre o quattro saliere, per quanto poi lo si perda di continuo attraverso sudore e urina. Ne servono da 300 grammi a 7 kg l’anno a testa, a seconda della zona del Pianeta in cui si vive. Ragione per cui ne abbiamo assoluto bisogno. Basta entrare in un negozio di alimentari ed è lì, a disposizione. Costa poco, ma fino a cento anni fa era un bene prezioso, uno dei più ricercati.

Era così importante che nel Libro dei Numeri il rapporto con Dio è definito un “patto di sale”. Sembra che già nel 6000 a.C. in Cina si raccogliesse il sale dalle acque evaporate dei laghi; gli abitanti dei villaggi limitrofi facevano incetta dei cristalli quadrati sulla superficie dell’acqua. Il più antico documento cinese in cui si parla della produzione del sale data 800 a.C., l’epoca della dinastia Xia; si bolliva acqua salata in contenitori di ferro, metodo che i romani utilizzeranno solo 200 anni dopo. Il sale è un composto chimico, il risultato della reazione di un acido con una base; quando il sodio, metallo instabile, reagisce con un gas venefico, il cloro, diventa l’alimento base della nostra cucina: il cloruro di sodio, il cui simbolo chimico è NaCl; appartiene all’unica famiglia di minerali che noi possiamo mangiare. Sono diversi i sali che possiamo ingerire, anzi dobbiamo (cloruro di magnesio, cloruro di potassio), ma questo è quello il cui gusto, al contatto con le nostre papille gustative, ci appare salato.

Il cloruro è decisivo per digerire e per respirare; senza il sodio, che il nostro corpo non riesce a produrre, non si riuscirebbe a trasportarvi le sostanze nutritive e l’ossigeno, niente impulsi nervosi o movimenti muscolari, compresi quelli del cuore. Per questo la ricerca del sale è sempre stata fondamentale. La civiltà è cresciuta intorno alla sua produzione, trasporto e commercio. Il sale è stato nel corso degli ultimi 5000 anni legato al potere e al suo esercizio. Senza di lui probabilmente ci saremmo estinti. Per fortuna i luoghi dove si può produrlo o estrarlo sono tanti, dal mare alle miniere di salgemma, anche se le tecniche per farlo hanno richiesto una messa a punto lenta e progressiva. Gli egizi sono stati dei grandi “coltivatori” di sale. Lo ottenevano facendo evaporare l’acqua del mare nel delta del Nilo; poi hanno creato delle vere e proprie saline. In Asia, in Europa e nelle Americhe, luoghi dove il sale veniva prodotto e raffinato, il trasporto era per via d’acqua: fiumi, laghi, mare.

Nel Sahara, da cui è sempre venuto un sale molto ricercato, il trasporto era, ed è ancora oggi, per via di terra, prima con i carri trainati dai buoi, quindi con i cammelli, 1000 anni dopo che erano stati addomesticati in Medio Oriente. Durante il Medioevo, raccontano le cronache del tempo, carovane di 40.000 cammelli trasportavano il sale da Taoudenni a Timbuctù: 700 chilometri percorsi in un mese. Senza il commercio del sale non ci sarebbero le ricche moschee delle città orientali e i palazzi fatati di Venezia, non esisterebbero le architetture sfarzose dell’Olanda e dei paesi del Nord, perché il sale è stata fonte di grande ricchezza: era una moneta.

Un’antropologa, Mary Douglas, ha scritto che “i beni sono i garanti delle relazioni sociali che contribuiscono a instaurare”. Intorno al sale si sono costruiti miti, hanno prosperato religioni, dinastie, classi sociali, oltre che mestieri e innumerevoli attività commerciali. I beni di consumo, tutti senza esclusione alcuna, costituiscono infatti una forma di comunicazione, dal momento che si prestano al baratto e allo scambio. Si può ben dire che il sale ha determinato le forme di governo. Un illustre botanico tedesco, Matthais Jacon Schleiden, nel 1875 ha pubblicato un libro, Das Salz, in cui sosteneva il nesso stretto tra le tasse sul sale e la tirannie. Il sale è stato inoltre decisivo per la conservazione del cibo, dal formaggio al merluzzo, dalle aringhe al maiale. Varie civiltà si sono edificate e hanno prosperato su questo alimento.

Mark Kurlansky, che ha scritto un libro sulla storia del merluzzo e poi uno sul sale, Sale. Una biografia, ricorda come la pesca dell’aringa e la sua salatura abbiano determinato l’irresistibile ascesa dei Paesi atlantici, che ne controllavano il commercio, a svantaggio delle città meridionali quali Genova e Venezia. La storia dell’economia è strettamente collegata alla storia degli alimenti e soprattutto alle tecniche di conservazione dei cibi, almeno fino all’Ottocento, così che i conflitti per il controllo del sale, principale strumento di conservazione, punteggiano l’intera storia della civiltà umana. All’inizio, come suo “fratello”, lo zucchero, il sale è stato considerato una medicina; così almeno presso i Maya, creatori di saline nel 1000 a. C. Non sono solo gli uomini ad avere bisogno di sale, ma anche gli animali, il bestiame in particolare. Oggi il dibattito sull’utilizzo del sale è aperto: fa male o fa bene? La discussione continua. Ma intanto il consumo del sale è diminuito in tutto il mondo.

L’europeo del XX secolo ha consumato la metà del sale dei suoi predecessori di cento anni prima. Si continuano a salare merluzzi, salcicce, aringhe, prosciutti, olive, verdure in salamoia, anatra e oca, tuttavia le nuove tecnologie della conservazione dei cibi l’hanno reso meno necessario. Il primo colpo l’ha dato un cuoco parigino, Nicolas Appert, che ha inventato all’inizio dell’Ottocento un metodo per conservare il cibo in barattoli: carne di bue e verdure sotto vetro. Sempre nell’Ottocento arrivano le tecnologie del freddo. Nel 1925 un newyorkese eccentrico, Clarence Birdseye, inventa il congelamento rapido applicato al pesce: sempre disponibile e fresco senza salarlo. Il prezzo del sale crolla. E pensare che proprio intorno al rifiuto della tassa sul sale nel 1930 Gandhi ha costruito la lotta per l’indipendenza dell’India. Alla fine resta un mistero che ancora nessun studioso ha risolto: perché il mare, da cui traiamo gran parte del sale – vedi le magnifiche e antiche saline di Trapani – è salato? Non si sa. Già l’esistenza degli oceani sulla Terra è misteriosa: collisione di comete che l’avrebbero arricchita d’acqua o decomposizione delle rocce di silicato con conseguente produzione d’acqua? Alcuni sostengono che il sale derivi dall’erosione provocata dai fiumi e dall’evaporazione. Risposta non c’è. Quello che è sicuro che nel cosmo sodio e cloro dovrebbero essere ben presenti e abbondanti. Sale dappertutto.

Cosa leggere per saperne di più

Mark Kurlansky, collaboratore di varie testate americane ha scritto una vera e propria storia del sale, Sale. Una biografia (Rizzoli), che anche un racconto storico dell’alimento; il chimico Pierre Laszlo è autore di Storia del sale (Donzelli) con un taglio scientifico originale; si segnalano tra i numerosi libri dedicati all’alimento: J.-F. Bergier, Une histoire du sel (Office du Livre), N. Le Foll, Le sel (Edition du Chêne), S.A.M. Adshead, Salt and Civilization (St. Martin Press).

Questo articolo è apparso in forma più breve su “La Repubblica”, che ringraziamo.

MARCO BELPOLITI

 

http://www.doppiozero.com/rubriche/3/201708/ma-che-cose-il-sale

La guerra dei cinque giganti Usa per dominare i nostri consumi

Cinque giganti americani stanno rivoluzionando le nostre abitudini di consumo. L’Europa vuole evitare che questo si traduca in un oligopolio incontrollato, soffocante, distruttivo per i diritti dei consumatori, per il libero mercato, la competizione, l’innovazione. Oggi tocca a Google, domani potranno essere Amazon e Facebook, Apple o Ebay. La posta in gioco è immensa: i consumatori abbandonano velocemente comportamenti consolidati, lo shopping online cresce con prepotenza, in America è già in atto il tramonto dei centri commerciali e tutta la grande distribuzione soffre una crisi profonda. Il rischio del nuovo scenario è che la libertà di scelta del consumatore sia più immaginaria che reale; i nuovi metodi di manipolazione delle nostre scelte sono più subdoli che mai. La decisione europea tenta di costringere uno dei giganti digitali a cambiare strada. Ci riuscirà? A vantaggio di chi?
Google Shopping è uno dei protagonisti più formidabili nel nuovo mondo del consumo. Figlio del motore di ricerca Google, è diventato lo spazio virtuale dove i nostri desideri e i nostri soldi cercano di tradursi in acquisti. Catalogo virtuale di tutto ciò che è in vendita, guida intelligente, promette un accesso rapido, semplificato, in pochi clic e frazioni di secondo percorriamo più “scaffali e vetrine” che in settimane di passeggiate tra grandi magazzini, boutique o ipermercati. È tutto più facile, e siamo grati a chi ha disegnato un mondo così fluido e confortevole. Ma l’inganno c’è. In realtà siamo meno sovrani che mai. Il consumatore è docile preda di un algoritmo che lo guida verso il risultato deciso da altri.
Google Shopping non fa mistero della sua regola principe: ordina i risultati delle nostre ricerche dando priorità agli annunci a pagamento. È una grande macchina di raccolta pubblicitaria e di manipolazione delle scelte di spesa. Applica alla Rete l’antica pratica dei supermercati che si fanno pagare dalle grandi marche per piazzare i loro prodotti negli scaffali più visibili e più accessibili. Ma su Google Shopping quel trucco antico raggiunge una potenza immensamente superiore, è molto più raffinato. L’algoritmo fa scomparire dall’universo online altri servizi specializzati nella spesa comparativa, che offrono cataloghi intelligenti, recensioni, paragoni su qualità- prezzo.
I rivali potenziali, tutto ciò che introduce concorrenza a vantaggio del consumatore, viene relegato “molte pagine” più in là, ben lontano dai nostri sguardi frettolosi. Peggio ancora se usiamo lo smartphone, dove lo spazio è più ridotto e quindi finiamo per accontentarci delle opzioni iniziali.
La magia dell’algoritmo spiega la storia fantastica di Google, che alla sua prima quotazione in Borsa nel 2004 collocò l’azione a un prezzo di 85 dollari e oggi ne vale quasi mille. Con un tesoro di guerra di 172 miliardi di asset, può ben permettersi di pagare la multa europea senza che questo sconquassi il suo bilancio. Più problematico invece sarà mettere le mani nell’algoritmo per aprirlo alla concorrenza. Anche perché nel frattempo i maggiori rivali sviluppano strategie alternative per occupare lo spazio online. Amazon – che da sempre si distingue perché assomiglia più a un grande magazzino virtuale, mentre Google è più “catalogo di annunci” – ha fatto notizia di recente rafforzandosi nella distribuzione di prodotti alimentari freschi con la scalata alla catena salutista Whole Foods. Apple dal canto suo sta investendo sul ruolo di banca o carta di credito con lo smartphone come sistema di pagamento.
I primi a trarre beneficio della sanzione europea su Google dovrebbero essere i siti alternativi specializzati nel “giudizio comparativo”, nel raffronto qualità-prezzo tra prodotti concorrenti. Sono piccoli ma agguerriti, tra questi alcune società inglesi come Foundem e Kelkoo che furono le prime a promuovere azioni legali contro Google Shopping. «Per più di un decennio – ha detto il chief executive di Foundem – il motore di ricerca di Google ha deciso cosa leggiamo, usiamo e compriamo online. Se nessuno interviene a controllarlo, questo guardiano dell’accesso alla Rete non conosce limiti al suo potere». Gli esperti di Bruxelles hanno dimostrato che quando Google Shopping iniziò a manipolare il suo algoritmo per “retrocedere” i concorrenti sempre più lontano dagli occhi dei consumatori, i siti rivali videro sparire dall’80% al 90% dei propri utenti.
L’Europa è ormai la vera protagonista mondiale delle politiche antitrust, dopo che l’America si è arresa allo strapotere oligopolistico dei suoi big. Ora si apre una sfida nuova, in cui le autorità di Bruxelles dovranno vigilare sulle modifiche che Google introdurrà nel suo servizio. Senza trascurare gli altri Padroni della Rete, che con strategie diverse perseguono la stessa occupazione sistematica della nostra attenzione e del nostro potere d’acquisto.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 28 giugno 2017

 

 

Automobili e computer meno cari, così il libero scambio ci ha aiutato

 gloglonSe oggi compriamo per poche centinaia di euro un computer laptop più che efficiente, per poche migliaia un’auto di media cilindrata, o possiamo permetterci a un prezzo ragionevole un capo di moda pret-à-porter, lo dobbiamo alla globalizzazione, cioè alla possibilità che venga assemblato un pc o una macchina con componenti fabbricate in diversi Paesi del mondo, oppure che si faccia lavorare la maglieria in aree a più basso costo del lavoro (ferma restando la condanna a qualsiasi forma di sfruttamento). Un mondo in cui, come spiegò due secoli fa l’economista inglese David Ricardo, il primo teorico della globalizzazione, «ad ogni Paese viene affidato il compito di fare quello che sa far meglio così che tutti possano goderne i vantaggi comparativi».
Secondo questa logica, aggiornata da Dani Rodrik, economista di Harvard, nessuno deve restare indietro perché in Italia sarà valorizzata la produzione di abbigliamento di alta qualità, oltretutto a più alti margini, così come in Germania si faranno le macchine di maggior prestigio, in Francia le fragranze più raffinate, in America i computer più costosi e sofisticati, e così via. Insomma quello che nei Paesi emergenti hanno più difficoltà a confezionare efficacemente per carenze di esperienza, know-how, cultura. Così facendo non è un’equazione “a somma zero”, in cui alla ricchezza creata nei Paesi terzi corrisponde un simmetrico impoverimento in occidente, bensì un gioco a valori moltiplicati perché le economie di scala che diventano possibili innescano un meccanismo di crescita generalizzata. Ma qui cominciano i guai: lo stesso Rodrik ne La globalizzazione intelligente parla della «trinità impossibile»: l’esperienza insegna che è durissima avere nello stesso tempo stati nazionali, democrazia e mercati aperti. Uno dei tre salta sempre, come Trump insegna.
La globalizzazione ha riscattato dalla fame centinaia di milioni di persone, ma ha creato incertezza e paure in altrettanti come non finisce di ricordare papa Francesco.
Le istituzioni internazionali, come quella del commercio, non hanno sostenuto un equilibrato sviluppo tra le diverse aree.
Eppure il concetto, che porta in sé la libertà degli scambi, dei commerci, della localizzazione, è affascinante, Ma perché la teoria virtuosa venga convertita in pratica occorre una classe politica internazionale all’altezza della sfida, in grado di coordinare efficacemente questa complessa transizione. Negli ultimi 40 anni la distribuzione senza più frontiere del lavoro e della produzione ha subito una brusca accelerazione, nella finanza è caduto il rapporto fra il risparmio di un Paese e il finanziamento del suo sistema produttivo, qualsiasi servizio – dai call center alle analisi di Borsa – viene ormai gestito telefonicamente in posti remoti spesso sconosciuti purché parlino un po’ della lingua dell’interlocutore. L’evoluzione è irrefrenabile: i cinesi, che da beneficiari sono diventati i vessilliferi della globalizzazione, cominciano – perché il costo del lavoro è triplicato – a costruire fabbriche all’estero, Italia e America comprese, una delocalizzazione produttiva alla rovescia.
La globalizzazione è la caratteristica più appariscente della moderna economia. Ma è anche l’accusato numero uno per le diseguaglianze, le povertà, le tensioni, le crisi. Le si fanno pagare anche colpe non sue: le viene attribuita l’emorragia di posti di lavoro in patria, e quindi l’impoverimento della classe media, mentre parte delle cause attengono sicuramente da un lato alla recessione e dall’altro all’innovazione tecnologica e alla carenza di investimenti (che andrebbero a loro volta canalizzati con una gestione politica). Le mancanze dei politici si riflettono nelle istituzioni sovranazionali: Joseph Stiglitz sostiene che il Fondo monetario, spingendo su privatizzazioni e austerity, ha messo in ginocchio le economie asiatiche nel 1997, l’Argentina nel 2001, la Grecia nel 2012. Altre istituzioni altrettanto internazionali come il Wto sono nate per contenere questi effetti negativi ripristinando condizioni di libero scambio e valorizzando la globalizzazione “buona”. Ma ora Trump lo ripudia, così come fecero i Samurai contro la prima industrializzazione nel ‘700 facendo perdere al Giappone due secoli di storia.

EUGENIO OCCORSIO

la Repubblica, 3 marzo 2017

La Cina festeggia 15 anni nel Wto. Ma sul commercio è guerra globale

 dummmppL’ex bambino è cresciuto ma non vogliono dargli ancora le chiavi di casa: ma a voi 15 anni sembrano davvero troppo pochi? Va bene che il ragazzino continua a farne di marachelle: dicono che gioca sui prezzi, nasconde le carte, non rispetta le regole del gioco. Soprattutto, continua ad alzare la voce: come adesso. L’ex bambino si chiama Pechino e 15 anni fa, 11 dicembre 2001, entrò trionfalmente nel Wto, l’Organizzazione internazionale del commercio, portato per mano da uno zio d’America chiamato Bill Clinton, il presidente allora uscente che aveva scommesso sullo sdoganamento economico della Cina: “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto”. Le ultime parole famose. Dieci anni più cinque dopo, provi a chiederlo a sua moglie, il vecchio Bill, se anche lei è fiera di quell’accordo che le ha impedito di riaccomodarsi alla Casa Bianca, questa volta da padrona di casa. “La Cina ha distrutto l’America” è stato lo slogan vincente che ha trasformato Donald Trump nel presidente eletto. E la Cina avrebbe distrutto l’America proprio nascondendo le sue truppe nel cavallo di Troia del Wto. Chi ha ragione?

Intanto, invece di festeggiare, i cinesi hanno appunto messo il broncio. Il regalo di compleanno dovrebbe prevedere la rimozione di quell’etichetta che, come da contratto d’ingresso, Pechino aveva accettato di vedersi affibbiata sul taschino: “non market economy”. Il consesso economico internazionale, insomma, consentiva al bambino di accomodarsi nel salotto del Wto, ma gli ricordava che per un po’ di tempo sarebbe stato trattato non alla pari: un’economia non di mercato è quella appunto in cui è allo stato che spettano allocazione di beni e risorse e determinazione dei prezzi. Che scoperta, direte: siamo o non siamo in una repubblica comunista? Invece non è tanto una questione ideologica, per quel che ormai vale, ma puramente economica. Continuare a definire la Cina “economia non di mercato” permette ai partner del Wto, America e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia le misure antidumping. Fare dumping, si sa, è abbassare il prezzo di un bene a un livello inferiore a quello del mercato interno per poterlo così esportare più facilmente guadagnando (scorrettamente) maggiori quote di export. Peccato che non essendo un’economia di mercato la Cina di un certo bene può stabilire in teoria tutti i prezzi che vuole: è per questo che per determinare se sta facendo dumping si prende a confronto non il prezzo di quel bene a Pechino ma dello stesso bene, mettiamo, a New York. Dopo 15 anni di questo trattamento, e infinite guerre sui dazi, ora il Dragone minaccia di prendere “le misure necessarie”, come dice il ministero del commercio, se i membri del Wto insistono su questa strada. E che misure? Saremo noi ad appellarci al Wto, dicono qui, e se l’Organizzazione stabilità che non riconoscendoci “economia di mercato” gli altri paesi hanno rotto il contratto, saranno loro a pagarne le conseguenze. Di più. Pechino minaccia anche di imporre lei stessa i dazi sui beni degli altri: la guerra commerciale globale.

Gli americani naturalmente hanno già fatto sapere che “il protocollo non cambia“. E figuriamoci adesso che Donald Trump continua a ripetere che “la Cina deve rispettare le regole”. La stessa cosa con un giro di parole sta dicendo l’Europa: “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Maelstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale”. Nell’attesa, la Ue ha lanciato proprio l’altro giorno l’ultima inchiesta antidumping sull’acciaio. Tutto come prima?

Già al compleanno del 2011 l’Economist tirò giù una pagella che è ancora straordinariamente attuale: dimostrando quanto poca strada da allora sia stata fatta per migliorare la situazione. “Molte delle critiche sono giuste” scriveva il settimanale. “La Cina aveva fatto riforme eroiche negli anni intorno alla sua entrata nel Wto. E questo ha fatto nascere aspettative che ha vistosamente fallito. Ha detto sì alle regole internazionali, ma a casa sua non rispetta il diritto. La liberalizzazione dei commerci non ha portato all’allargamento delle libertà, ed anche gli stessi commerci non sono poi cosi liberi”. Cinque anni dopo le ombre sono le stesse. Come le luci però: “In termini di commercio globale i consumatori di tutto il mondo ci hanno guadagnato con i prodotti cinesi a basso costo. E la crescita cinese ha creato un mercato enorme per l’export degli altri paesi”. Voto finale? “Dopo l’ingresso della Cina nel Wto siamo tutti più ricchi: ma i legislatori cinesi hanno bisogno di crescere. I loro trucchetti stanno facendo male ai loro stessi consumatori e stanno rafforzando il protezionismo all’estero. Il che potrebbe trasformarsi in un autolesionismo economico di dimensioni epocali”.

Il giudizio, purtroppo, vale ancora. Con l’aggravante che l’autolesionismo, adesso, è globale. L’ex bambino è davvero cresciuto: ma non è che è cresciuto così tanto che sarebbe meglio non farlo arrabbiare?

Angelo Acquaro

La Repubblica 11 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/12/11/news/la_cina_festeggia_15_anni_nel_wto_ma_sul_commercio_e_guerra_globale-153821488/

Salvo il trattato Ceta, sì in extremis del Belgio

bruzzz Il governo belga è riuscito a trovare un accordo con la Vallonia, la regione di Bruxelles capitale e la comunità francofona, che impedivano al Belgio di firmare il trattato commerciale tra Europa e Canada (Ceta) rendendone impossibile l’entrata in vigore.
Il compromesso prevede che il sistema di arbitraggio privato dei contenziosi tra imprese e governi, contestato dai valloni, venga sottoposto al vaglio della Corte di Giustizia di Lussemburgo e non sia comunque applicato fino alla completa ratifica dell’accordo da parte di tutti i Parlamenti. Un iter che potrebbe prendere alcuni anni.
Il nuovo accordo potrebbe essere approvato da tutti i governi europei già entro oggi. A quel punto potrà essere firmato dai rappresentanti della Ue e del Canada e, dopo la ratifica del Parlamento europeo, entrare in vigore già a partire dall’anno prossimo, seppure in regime temporaneo in attesa che si completi la procedura delle ratifiche nazionali.
La svolta nei negoziati intra-comunitari belgi è arrivata ieri mattina, proprio mentre circa duecento manifestanti dimostravano contro il Ceta, suonando pentole e casseruole davanti alla sede della Commissione europea, che è stata imbrattata di vernice. Nella mediazione per arrivare ad un’intesa hanno svolto un ruolo importante sia il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, sia il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, entrambi socialisti come il leader vallone, Paul Magnette.
Il probabile via libera all’intesa permetterà di ristabilire un po’ della credibilità internazionale perduta dalla Ue. Lo stop imposto dal parlamento della Vallonia aveva infatti minato l’attendibilità della Commissione, cui spetta il compito di negoziare gli accordi economici e commerciali per conto di tutta l’Unione, ma che poi deve passare sotto le forche caudine di ben 38 approvazioni da parte dei parlamenti nazionali e regionali.

Andrea Bonanni
La Repubblica 28 ottobre 2016