Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

bexitGli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti.

I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa.

La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci.

Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la dola domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Mariana Mazzucato

Repubblica 13 luglio 2015

 

I costi dell’Europa non politica

images[7]Fiscal compact, six paks, two paks, semestre europeo: queste espressioni disegnano i contorni della politica europea Con quei vincoli auto-imposti dai governi di ieri, e subiti da quelli di oggi. Questo statodi fatto e di diritto pone due interrogativi: uno politico, l’altro economico. II primo attiene alla strana democrazia che caratterizza i Paesi dell’Eurozona, i cui cittadini conservano il diritto di cambiare governo, ma non quello di cambiare politica. In altri termini, una democrazia di forma, ma non di sostanza. Nasce da qui la questione economica. Se la politica attuata secondo i termini del Trattato avesse avuto esiti felici per l’occupazione e il tenore di vita, sarebbe razionale continuare sulla stessa strada; ma se al contrario portasse l’economia europea sull’orlo dell’abisso, sarebbe almeno il caso di interrogarsi sulla sua fondatezza. Certo, si potrebbe obiettare che questa politica non è finalizzata al benessere delle popolazioni, bensì alla riduzione del debito. Ma persino in rapporto a quest’obiettivo i risultati sono fallimentari. Non solo l’inflazione resta al di sotto dell’obiettivo indicato dalla Banca centrale europea, ma la deflazione che già colpisce alcuni Paesi sta minacciando l’Eurozona nel suo complesso. I governi che comprendono l’aritmetica ( il rapporto tra debito pubblico, crescita e inflazione) si sono «timidamente» azzardati a chiedere che questo circolo vizioso sia interrotto; ma sono stati subito richiamati all’ordine. Come si spiega quest’ostinazione delle istituzioni europee? Siamo quasi alla metafisica: «I vostri sforzi non sono ancora sufficienti per raccoglierne i benefici: perseverate, e sarete ricompensati». Ma le promesse di un futuro radioso hanno fatto cilecca. Non esiste alcuna teoria, né alcune prova empirica a indicare che dall’austerità possa emergere un mondo migliore. L’Europa è ammalata della dottrina da lei stessa iscritta nei suoi Trattati, in nome della quale va perseguendo a qualunque costo — sia economico che sociale — il Graal dell’equilibrio di bilancio.

 Eppure una politica del genere non ha alcuna prospettiva di successo. E ciò per i motivi che ho esposto nel Teorema del lampione ( Einaudi ). Ai governi non rimane più alcun margine di manovra, tranne che per l’attuazione di riforme strutturali, il cui risultato «involontario» potrebbe essere la deflazione. Privati degli strumenti del potere — la politica monetaria, di bilancio, di cambio e la politica industriale — non hanno oramai altra risorsa che quella di portare avanti una politica di competitività a breve termine, il cui strumento privilegiato è la cormpressione dei costi salariali. Per raggiungere quest’obiettivo possono disporre di alcune leve: sovvenzioni alle imprese sotto forma di riduzione degli oneri sociali, liberalizzazione del mercato del lavoro ( o meglio, se vogliamo dir pane al pane, minori tutele per i lavoratori ) e tagli alla spesa sociale della nazione. Ma se un Paese guadagna in competitività, vuol dire che altri l’hanno persa. Eppure esiste un’altra strategia, assai meno rischiosa, dato che non può in nessun caso portare alla deflazione; un modo più cooperativo per comprimere il costo unitario del lavoro e migliorare cosi i livelli di cornpetitività, non attraverso la riduzione dei salari, ma accrescendo la produttività del lavoro. Il suo strumento privilegiato: gli investimenti, sia privati che pubblici; i quali ultimi portano infatti a migliorare l’efficienza del settore privato ( basti pensare alle reti dei trasporti e delle comunicazioni ). Ma questa strategia è preclusa alla maggior parte dei Paesi dell’Eurozona dai vincoli di bilancio. L’aspetto più sconvolgente di queste politiche europee, irragionevoli sul piano economico, è la loro durezza sul quello sociale. Le tutele vengono ridotte nel momento stesso in cui la società ha più bisogno di essere protetta. fl modello sociale europeo, concepito in un periodo di piena occupazione viene progressivamente smantellato nel momento del maggior bisogno. In altri termini: quando c’è lavoro per tutti si promettono alte indennità ai disoccupati, per poi ridurle, col pretesto di una buona gestione finanziaria, via via che la disoccupazione aumenta.

Meglio sarebbe, per uscire dal binario morto su cui ci troviamo, riconoscere che l’architettura europea è fragile in ragione dei suoi vizi di costruzione, e tentare di porvi rimedio. Il principale di questi vizi sta nell’aver concepito l’Unione politica e monetaria come uno spazio ove i debiti nazionali sono sovrani, mentre la moneta non ha sovrano. Non si tratta di una formula. Gli stati membri dell’Eurozona emettono prestiti in una valuta sulla quale non hanno alcun controllo. In questo modo si lascia libero corso agli umori e alle profezie autorealizzatrici dei mercati. Se questi ultimi diffidano — anche se a torto — di un dato Paese, i capitali si affretteranno a lasciarlo, creando al suo interno una crisi di liquidità (diminuzione della sua massa monetaria ). La quale però non suscita alcun meccanismo di correzione ( una svalutazione ) e si trasforma di conseguenza in una crisi di solvibilità. A quel punto, lo Stato potrà ottenere prestiti solo a tassi notevolmente più alti, dato che non può costringere la propria banca centrale e sottoscrivere i suoi titoli. Ma c’è di peggio: questa minaccia sulla solvibilità di uno Stato mette in pericolo il suo si-sterna bancario, se i titoli pubblici che detiene si svalutano e i depositi bancari diminuiscono per effetto della riduzione della massa monetaria. E si vieta alla Banca centrale europea, pure consapevole di questo problema, di porvi rimedio. Le soluzioni sono facili da enunciare, ma politicamente difficili da attuare. La più logica sarebbe quella di chiudere lo spazio speculativo nel quale i mercati si stanno ingolfando; o in altri termini, creare nell’Eurozona un titolo di debito unico, e al tempo stesso assegnare un sovrano alla moneta. Fu indubbiamente la creazione della moneta unica a porre fine alla speculazione sui mercati di cambio, e quindi allo spread dei tassi d’interesse. Ma piuttosto che rischiare una maggior integrazione, i Paesi dell’Eurozona hanno preferito l’austerità di bilancio.

Quella che ho raccontato è una storia triste. La storia di un deficit di democrazia crescente, della distruzione di un capitale umano e sociale, di un deprezzamento del futuro. Eppure l’Europa è ricca, per le sue risorse, la sua qualità di vita, il suo capitale di conoscenze, la competenza delle sue donne e dei suoi uomini. Una politica diversa avrebbe potuto rivelare queste ricchezze. Per quanto tempo pagheremo ancora i costi economici e sociali dell’assenza di un’Europa politica?

Repubblica 24 novembre 2014 

I costi dell’Europa non politica

di Jean Paul Fitoussi
Quasi tutti conoscono la storia del tizio che cercava le chiavi sotto un lampione non perché le avesse perse lì, ma perché quello era l’unico punto illuminato della strada….
Il teorema del lampione

Euro troppo forte: vantaggi e svantaggi

euro dollariNato a Genova da una famiglia di migranti italiani, ma ministro delle Finanze del Brasile, Guido Mantega è stato il primo a rompere il tabù. Nell’autunno del 2010 disse che nel mondo era in corso una “guerra valutaria“: ciascun Paese e ognuno dei grandi blocchi economici cercava di svalutare per rendere più competitive le proprie esportazioni. Da allora la ripresa ha  messo radici quasi  ovunque, ma il conflitto   di cui parla Mantega non è sedato. Il bilancio del 2013 mostra anzi che  ha un chiaro perdente, l’euro. La moneta unica è praticamente  la  sola al mondo di fronte alla quale tutte le altre divise, grandi, medie e  piccole,  hanno perso valore. Sull’euro  si sono svalutati il dollaro   americano (del 4,2%), quello canadese (dell’11%), lo yuan cinese (del  2%), per non parlare dello yen giapponese (meno 22%), del real  brasiliano  (meno 19,7%), del dollaro australiano (meno 20%), del rublo  russo (meno 13%) o della  lira turca (meno 24%). La lista  continua per  decine di monete, inclusi il franco svizzero  (meno 1,5%), la corona  norvegese (meno 15%) e la rupia  indiana (meno 14,5%).
La maggior parte  di queste svalutazioni  sono a doppia cifra e gran parte delle divise  estere, incluso il biglietto verde, hanno  toccato i minimi dell’anno  sull’euro ieri sera. È un segno che lo smottamento è ancora in corso.  Dai Paesi avanzati alle economie emergenti, tutte le aree del pianeta  stanno conquistando competitività di prezzo sui mercati globali  rispetto  ai prodotti venduti a partire da Eurolandia.
Una moneta  forte ha anche dei vantaggi, ovviamente. L’Italia  per esempio acquista  da fuori dall’area a moneta unica beni e servizi per circa 216 miliardi   di euro l’anno, pari a circa  il 14% del Pil (dati Eurostat sul 2102).  Il rafforzamento valutario  del 2013 contribuisce dunque a ridurre il  costo di molti beni esteri e aumenta il potere d’acquisto dei  consumatori  italiani. È così che una moneta forte in teoria aiuta a  contenere il carovita, ma il bilancio  di questo 2013 mostra che il  troppo successo può produrre il suo opposto: il tasso  d’inflazione  nell’area euro e in Italia è oggi oltre un punto  percentuale sotto al  livello che la Banca centrale europea ufficialmente vuole e la stessa  Bce non vede all’orizzonte un ritorno alla quota preferita, che è sotto  ma vicina al 2%. Più immediato è il rischio di una spirale deflattiva  che può spingere famiglie e imprese a congelare le spese in attesa di  prezzi sempre più bassi in futuro.
Chi si disinteressa del tasso di  cambio, sostiene che l’area euro è relativamente chiusa all’esterno  perché i suoi Paesi commerciano in prevalenza fra loro. Dunque la forza  dell’euro  cambierebbe poco. Ma non è più vero. Eurostat, l’agenzia   statistica Ue, mostra che nel 2012 l’Italia ha venduto  fuori dalla zona  euro beni e servizi per 231 miliardi, pari al 59% del suo export  totale. È il 15% del Pil. Un euro sempre più forte erode dunque la  competitività del Paese più di quanto faccia per esempio per la Spagna e  la Francia, le quali piazzano in area euro circa metà del loro export.  Le imprese italiane fatturano in Turchia oltre dieci miliardi l’anno,  dunque per loro la svalutazione del 24% della lira turca nel 2013 incide  a fondo. Considerazioni simili valgono  per i dieci miliardi di vendite   del made in Italy in Russia ora che il rublo è giù del 13%, per i  19 miliardi del mercato britannico a sterlina giù del 3% o per i quasi  sei miliardi di export in Giappone con lo yen giù di quasi un quarto o  per i 26 miliardi di fatturato italiano  negli Stati Uniti con un  dollaro  cronicamente debole.
Forse era inevitabile, vista  l’aggressività delle altre grandi  banche centrali. La Federal Reserve  Usa quest’anno ha creato e immesso sui mercati qualcosa come mille  miliardi di dollari. La Banca del Giappone  ogni mese interviene  iniettando yen per l’equivalente  di circa 70 miliardi di dollari e la  Banca d’Inghilterra  negli ultimi anni ha comprato  più di un terzo  dell’enorme stock di debito pubblico  di Londra.
La Bce invece per  adesso non fa niente di simile,  ma per quanto tempo ancora potrà  evitarlo? Alla Spagna, all’Italia o alla Grecia, la Germania e la stessa  Bce chiedono di recuperare terreno  sui mercati globali attraverso   svalutazioni interne: tagli  ai costi di produzione e ai salari dei  lavoratori per poter vendere nel mondo a prezzi più competitivi. È una  strategia  che comporta costi sociali elevati, con l’aumento della  disoccupazione, un lungo congelamento o il taglio degli stipendi  pubblici e l’erosione dei salari privati. Ora però la forza dell’euro  lasciato a se stesso nella guerra valutaria globale sta vanificando  buona  parte di questi sacrifici, o rischia di farlo presto.
L’alternativa  non può essere  il modello argentino, default  e svalutazione brutale.  Dieci anni dopo quella svolta, nel Paese sudamericano l’inflazione   resta fuori controllo e la popolazione alla fame sta ancora  saccheggiando i negozi.  Ma la storia recente insegnerà  pure qualcosa:  fra il 2007 e il 2009 lo yen si impennò  un terzo del valore su euro e  dollaro e fu proprio allora  che l’export tedesco prese  il volo. Ora è  l’Europa ad avere davanti un destino giapponese, più un altro rischio:   il crollo della sua legittimità  fra i cittadini, perché rifiutando  di  governare la moneta  manda in fumo i sacrifici che chiede ai lavoratori  più deboli dei Paesi in crisi.

F.Fubini su Repubblica del 28 dicembre 2013

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/28/news/l_italia_paga_il_prezzo_pi_alto_per_la_corsa_infinita_del_super_euro-74635474/

(28 dicembre 2013)

Euro troppo forte

euro-forteL’euro continua a muoversi ai massimi livelli degli ultimi 15 mesi sul  dollaro (ieri a quota 1,34), e ai massimi sullo yen giapponese da tre  anni. Vuol dire che gli investitori ritengono l’economia europea più  solida di quella americana o giapponese?….

.In quanto alle economie reali: la ripresa  in Europa tarda ad arrivare, mentre la crescita Usa procede da due anni.  Di fronte a un simile divario,  la politica monetaria americana   dovrebbe essere più restrittiva  di quella europea. Invece è vero il  contrario. La Federal Reserve  pratica il tasso zero, mentre quello  della Bce pur essendo basso  è positivo (0,75%). A questo costo del  denaro nullo, la banca centrale americana aggiunge un promessa  esplicita: non alzerà i tassi fino a quando la disoccupazione  Usa non  scende dal 7,9% attuale al 6,5%. E come non bastasse,  la Fed stampa  moneta vigorosamente:  85 miliardi di dollari  al mese, che usa per  comprare  titoli pubblici e semipubblici (obbligazioni degli istituti di  credito  immobiliare) il che crea liquidità  abbondante e credito  facile.  Il Giappone si è adeguato, con la banca centrale che  addirittura  si impone un obiettivo definito  di “creazione  d’inflazione”.  Dollaro e yen reagiscono di conseguenza: i mercati si  lasciano  guidare da quello che le banche  centrali fanno..

Gli investitori vedono due banche centrali  aggressive nello stampar moneta;  capiscono che Tokyo e Washington   malgrado le smentite ufficiali perseguono le svalutazioni  competitive.  Quindi i capitali  abbandonano le monete deprezzate e rifluiscono sull’euro.
Così  facendo, però, i mercati rendono ancora più difficile la ripresa   nell’eurozona. O per essere  più precisi: in mezza eurozona.  Come ha  dimostrato la settimana  scorsa un importante studio di Morgan  Stanley, la divaricazione  dell’eurozona in termini di competitività è  impressionante.  La Germania è in grado di conquistare  i mercati  mondiali non solo con l’euro così com’è (forte) adesso; ma sarebbe  competitiva perfino se l’euro salisse ancora, fino a quota 1,53 sul  dollaro. Nell’altra  Europa, c’è la Francia che arranca perché la sua  industria ha bisogno di una parità a 1,26 per farcela. L’Italia sta  ancora peggio, ci vuole un cambio a 1,19 sul dollaro per rimettere i  nostri esportatori pienamente in gioco sui mercati mondiali. I mercati  non ci aiutano, dunque. Nonostante  tutti i fattori di debolezza europei  — da ultimo le incertezze  elettorali italiane, gli scandali per  corruzione in Spagna, perfino  la piccola Cipro che ha bisogno  di un  salvataggio — alla fine contano di più i comportamenti delle banche centrali.
Mario  Draghi ha provato a moderare l’eccessiva forza dell’euro,  indicando  che essa merita  l’attenzione della Bce. Ma il suo combattimento con la  Federal  Reserve e la Banca del Giappone  non è ad armi pari. La Fed ha  un grosso vantaggio di partenza,  che si aggiunge al “privilegio   imperiale” di chi emette la moneta della nazione leader. Il suo  vantaggio è istituzionale: nel mandato della Fed è esplicitamente   indicato al primo posto tra i suoi compiti “promuovere attivamente il  pieno impiego”. Nulla di simile c’è nello statuto della Bce, che ricalca  quello della Bundesbank tedesca, ed ha come  unico compito la stabilità  dei prezzi. Perfino la piccole Banca centrale svizzera, ricorda il suo  ex governatore Philipp Hildebrand  sul Financial Times, impose  la  sua volontà ai mercati quando annunciò che avrebbe stampato franchi a  oltranza pur d’impedirne la sopravvalutazione.  E’ un gesto che la Bce  non può fare. A meno di interpretare elasticamente  i propri statuti,  sfidando  l’ortodossia tedesca.

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/19-lavoro-economia-a-finanza-nel-mondo/42210-francoforte-ha-le-armi-spuntate-contro-lo-strapotere-della-fed-.html

La tempesta perfetta?

L’AUSTERITY FABBRICA RECESSIONE
Non è vero che l’austerity piace ai mercati. Non quando è la ricetta per rendere ancora più insostenibili i debiti. Gli investitori internazionali osservano che più la Spagna si sforza di applicare le direttive di Bruxelles Francoforte e Berlino, più si allontana la ripresa: ora il governo Rajoy prevede recessione fino al 2014, con disoccupazione fissa al 24%. E’ una logica implacabile che i mercati hanno già visto all’opera in Portogallo, Irlanda e Grecia: di tagli si uccide il paziente. Da notare l’andamento anomalo della Francia. Dall’elezione di François Hollande il suo spread con la Germania si è ridotto. Hollande «fa cose di sinistra», come l’addizionale sull’imposta patrimoniale e l’assunzione di insegnanti. Eppure viene premiato dai mercati. Perché ha una strategia pro-crescita (fondi alla scuola) e persegue il rigore di bilancio a carico di chi può finanziarlo (i ricchi).
LA BEFFA (PER NOI) DEI TASSI NEGATIVI
Beata Germania: colloca i suoi buoni del Tesoro biennali con un tasso negativo (meno 0,07%). Il tasso negativo sembra un controsenso: significa che l’investitore-risparmiatore è disposto a pagare il Tesoro tedesco pur di prestargli i suoi soldi. Il fenomeno innaturale avviene nelle situazioni di grave incertezza: equivale al prezzo che paghiamo per affittare una cassetta di sicurezza, dove pensiamo che i gioielli di famiglia sono al sicuro. L’effetto perverso è che i tassi negativi dei bond tedeschi trascinano al ribasso tutta la struttura dei rendimenti in Germania. Il credito costa sempre meno per le imprese tedesche, mentre diventa più caro per quelle italiane. Si accentua così quella perdita di competitività del made in Italy, che è la vera causa strutturale capace di rendere insostenibile tutta l’unione monetaria.

Da un articolo di Federico Rampini su La Repubblica  del 24 luglio 2012

https://triskel182.wordpress.com/2012/07/24/la-speculazione-austerita-contagio-greco-e-allarme-regioni-ecco-le-sei-cause-della-tempesta-perfetta-federico-rampini/

Un anno di spread

Ogni punto in più dello spread significa gli italiani devono pagare nei tre anni successivi 120 milioni di euro in più di interessi sul debito tricolore. I trecento punti di rialzo segnati nell’annus horribilis della spreaddite acuta ci sono già costati carissimi: nel primo trimestre del 2011, quando nessuno si filava di pezza il differenziale con i Bund (allora a quota 140), i Btp decennali rendevano il 4,8% mentre a inizio 2012 viaggiavano attorno al 6%. Risultato: lo Stato italiano ha pagato tra gennaio e marzo dello scorso anno 16,1 miliardi di interessi, una bolletta che la corsa dello spreaddometro ha spedito nel 2012 a 18,7 miliardi, il 16% in più. Il governo Monti ha già messo le mani avanti. E il Documento di economia e finanza di quest’anno vaticina un’impennata da 78 a 84 miliardi del conto per onorare la nostra esposizione.

Ma perché sale lo spread? Un po’ (un bel po’, ammettiamolo) è colpa nostra. L’Italia ha accumulati per anni debiti come una cicala. L’esposizione dello stato è arrivata quasi a 2mila miliardi di lire, il 20% in più del Pil. E chi ha
tanti debiti, succede sempre, deve pagare tassi più alti ai creditori che tendono a fidarsi di meno……

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/34772-spread.html

Scudo anti spread e altri nodi da sciogliere

Sembrava che il 29 giugno un inedito fronte italo-franco- spagnolo avesse messo la Germania con le spalle al muro portano a casa due risultati importanti. Uno “scudo anti-spread”: la facoltà di usare il fondo salva-Stati per interventi sistematici di acquisto di bond spagnoli e italiani, con l’obiettivo di fissare un tetto massimo allo spread, limitando così il costo di rifinanziamento del debito pubblico nei due paesi in questione. Il secondo risultato era la ricapitalizzazione diretta delle banche spagnole, sempre da parte del fondo salva-Stati, senza far transitare gli aiuti dalle casse del Tesoro di Madrid. Onde evitare di gonfiare ulteriormente il debito pubblico spagnolo. I mercati hanno capito per primi che le due “vittorie” erano fasulle…

La “spending review” in atto in Italia non ha spostato di un millimetro il giudizio dei mercati su di noi. Tantomeno i nuovi sacrifici annunciati in Spagna, dove tutte le aziende municipalizzate vengono riportate sotto un controllo stringente con l’obbligo di pareggio di bilancio. Nessuna di queste manovre di austerità aggredisce il nodo di fondo. Che si riassume in un dato dell’Ocse: dalla nascita dell’euro, l’Italia ha perso il 30% di competitività verso la Germania. I nostri costi sono saliti in modo tale da renderci sistematicamente perdenti, in ogni settore in cui dobbiamo confrontarci con la concorrenza degli esportatori tedeschi. Non è un problema limitato a noi, ai greci o agli spagnoli. Ieri le imprese francesi hanno lanciato un drammatico appello a Hollande chiedendogli una “curashock per la competitività”: anche loro sono allo stremo, nei confronti del made in Germany ……..

Non potendo svalutare la moneta, la strada per recuperare competitività è la “svalutazione interna”. Cioè una deflazione di tutti i costi nazionali: salari, tariffe, prezzi. Auto-riducendo il proprio tenore di vita, e il proprio potere d’acquisto, si può ottenere lo stesso risultato di una svalutazione: i prodotti nazionali tornano ad essere competitivi…….

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ecco-i-nodi-da-sciogliere-per-salvare-l%e2%80%99euro/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMega-online+%28MicroMega.net%29