Opinioni e trascrizioni

constatoLa vicenda era scaturita per iniziativa del sindaco di Roma imitato poi da altri primi cittadini: Marino, nel corso di una folkloristica cerimonia in Campidoglio, aveva riconosciuto il legame “nuziale” sancito oltreconfine per 16 coppie romane formate da uomini o da donne. Il Viminale si era subito attivato, invitando l’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, e tutti i colleghi d’Italia nella cui giurisdizione fossero stati compiuti simili riconoscimenti, a disporre l’immediato loro annullamento.

Roma Capitale e le coppie interessate avevano promosso un ricorso al Tar del Lazio, che con sentenza pronunciata in marzo aveva dato ragione al Ministero – il matrimonio è solo tra uomo e donna – accogliendo però sotto il profilo procedurale la prospettazione dei ricorrenti: il prefetto non ha titolo per annullare nessun atto di stato civile, semmai, è competente il tribunale ordinario. Conseguenza pratica: perché questi “matrimoni” venissero dichiarati nulli sarebbe servita l’iniziativa del pubblico ministero. Di qui l’appello del Viminale e del suo rappresentante per Roma al Consiglio di Stato. 

La sentenza è stata pronunciata l’8 ottobre, ma solo ora ne è giunta notizia. Nel merito, il più alto organismo della giustizia amministrativa ha confermato la pronuncia di primo grado: partendo infatti dal dato per cui, a norma del diritto internazionale, «i presupposti di legalità del matrimonio» sono quelli regolati «dalla legge nazionale di ciascun nubendo», ha chiaramente affermato che «prima condizione di validità ed efficacia» per l’Italia è «la diversità di sesso». Analizzando poi quali siano i poteri-doveri dell’ufficiale di stato civile a cui venga chiesta la trascrizione di nozze all’estero i giudici amministrativi hanno ricordato che il Dpr 396/2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile) impone loro l’accertamento degli «elementi» e dei «contenuti» perché l’atto sia valido. Requisito mancante nel caso in esame, perché la stessa norma prevede una «dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie». 

A questo punto, il Consiglio di Stato ha dimostrato come tale inquadramento sia conforme sia alla giurisprudenza della Corte costituzionale sia a quella europea. Quanto alla prima, ha ricordato infatti come la Consulta abbia «già affermato la coerenza dell’omessa omologazione del matrimonio omosessuale a quello eterosessuale», affermando quindi la «costituzionalizzazione» del requisito della diversità di sesso. Quanto alla seconda, ha sottolineato che la Corte europea dei diritti dell’uomo, decidendo di recente su un caso simile, ha chiesto all’Italia «di assicurare una tutela giuridica alle unioni omosessuali» affermando però a chiare lettere che «l’eventuale ammissione» delle nozze gay rientra nella «discrezionalità riservata agli Stati». Nessun obbligo, insomma, ma piena libertà al Parlamento. I massimi giudici amministrativi hanno messo nero su bianco un importante principio: «A fronte della pacifica inconfigurabilità di un diritto al matrimonio omosessuale, resta preclusa all’interprete ogni opzione ermeneutica creativa che conduca all’equiparazione dei matrimoni omosessuali a quelli eterosessuali». Poi hanno lanciato un monito ai giudici del Paese: «Il dibattito politico e culturale in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualsiasi forzatura nella lettura della normativa di riferimento». Infine hanno evidenziato ciò che accadrebbe in caso contrario: «Si finirebbe per ammettere, di fatto, surrettiziamente ed elusivamente il matrimonio omosessuale anche in Italia, tale essendo l’effetto di quello celebrato all’estero tra cittadini italiani».

Chiarito ciò, i giudici amministrativi hanno spiegato perché i prefetti possono e devono annullare questo tipo di riconoscimenti, nonostante le vertenze relative allo stato civile siano per legge affidate ai tribunali ordinari. «Tra le materie affidate alla cura del sindaco quale ufficiale di Governo – scrive il Consiglio di Stato – è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile». Dunque per queste funzioni il primo cittadino «resta soggetto alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno». E ciò anche nell’ottica di «assicurare l’uniformità di indirizzo su tutto il territorio nazionale», uniformità che «verrebbe vanificata se ogni sindaco potesse decidere autonomamente sulle regole generali di amministrazione della funzione». 

Può dunque un prefetto annullare la trascrizione di un matrimonio omosessuale? Sì, perché le «funzioni di direzione, sostituzione e vigilanza» che la legge assegna ai rappresentanti territoriali del Governo, comprendono anche un «potere di annullamento gerarchico d’ufficio» sugli «atti illegittimi adottati dal sindaco». Purché il contenuto di questi atti, per legge, abbia visto partecipare il primo cittadino «nella sua qualità di ufficiale di Governo». E non di organo locale come lo sono Giunta e Consiglio comunale. Conseguenza di tutto ciò: ogni “matrimonio” gay celebrato all’estero e trascritto in Italia sarà definitivamente annullato. Senza più nessuna possibilità d’appello.

Mario Palmieri

Nozze gay: si torna alla Costituzione

Avvenire 27 ottobre 2015

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/consiglio-di-stato-nozze-gay-contratte-all-estero-non-sono-trascrivibili.aspx

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È SOLO apparentemente un paradosso. Ma la sentenza mette in mora la politica sui diritti civili.

Persino una decisione ispirata da una chiara matrice conservatrice, ha dato atto che sono le Corti europee «ad imporre allo Stato di assicurare una tutela giuridica delle unioni omosessuali ». Come ancora il Consiglio di Stato ha dovuto ricordare «la violazione da parte dello Stato italiano dell’art. 8 della Carta dei diritti dell’Uomo, nella misura in cui (il nostro Paese) non assicura alcuna protezione giuridica alle unione omossessuali».

Se quindi anche una sentenza, come quella dell’altroieri, scritta senza alcun favore per i movimenti omossessuali, deve dar conto dello straordinario ritardo di cui si sta macchiando il nostro sistema sul fronte di basilari diritti civili, allora diventa ineludibile l’obbligo repubblicano del Parlamento di esaminare e definitivamente varare il noto testo di legge che è in questi giorni al suo esame.

Non c’è davvero più spazio per meline e rinvii, tanto più se strumentalmente motivati addirittura sulla negazione di diritti che devono riguardare tutte le unioni, anche quelle tra uomo e donna, come l’adottare il figlio del proprio compagno o della propria compagna di vita. È il capitolo dell’ormai nota stepchild adoption che solo in Italia si vorrebbe impedire con la davvero goffa motivazione che ciò potrebbe in qualche modo incentivare la pratica, che invece resterebbe pacificamente vietata, dei cosiddetti uteri in affitto. È come dire che impediamo la costruzione di automobili e i progressi meccanici perché altrimenti si incentiva la violazione dei limiti di velocità e del codice della strada.

Si tratta all’evidenza di pretesti che qualsivoglia governo responsabile, vi è più se a dichiarata guida riformista, deve respingere senza infingimenti, lasciando stare l’ipocrita scappatoia dei voti segreti o di coscienza. Se si è giunti a ipotizzare questioni di fiducia su controverse riforme elettorali e costituzionali, risulta doverosa una analoga determinazione su un fronte che sta alla base della convivenza civile. Quando anche le sentenze che aderiscono alle ipotesi interpretative più conservative, devono necessariamente rimarcare l’oggettivo ritardo del nostro ordinamento.

Del resto anche a diritto vigente esistono pure conclusioni in gran parte diverse da quelle del giudice amministrativo, avendo anche di recente il giudice ordinario (Corte d’Appello di Napoli) ritenuto doverosa la trascrizione di un matrimonio omosessuale celebrato da cittadini francesi trasferitisi in Italia.

Ma altro non è che la ulteriore conferma dell’urgenza che impone alla politica e al legislatore di non tardare un giorno ancora. Non possiamo essere la maglia nera d’Europa, il ridotto medievale di un oltranzismo conservatore che giunge a negare elementari diritti civili; né una sorta di lotteria d’Arlecchino, dove questioni così basilari, risultano affidate al bussolotto della diversa opzione culturale dei giudici che occasionalmente ti trovi di fronte. A volte il legislatore è debordante. Ma altre, quando tace, si macchia di inaccettabile ignavia.

L’IGNAVIA 

GIANLUIGI PELLEGRINO

Repubblica 28 ottobre 2015

 

 

 

 

 

Inglese & Costituzione

polimiSarà la Corte costituzionale a stabilire se sia legittima la scelta del Politecnico di Milano, che ha deciso di passare all’inglese come lingua esclusiva per i corsi e gli esami delle lauree magistrali e dei dottorati. Il passaggio (nelle intenzioni dell’Università) a un’istruzione internazionale e all’avanguardia è stato bocciato da una sentenza del Tar del 2013. Nei mesi successivi, con un contro-ricorso del Politecnico e del ministero dell’Istruzione, la questione è arrivata al Consiglio di Stato. Che ora, con un’ordinanza pubblicata ieri, sospende il giudizio e trasferisce tutto alla Consulta. Affermando però alcuni punti: il Politecnico ha fatto una scelta del tutto legittima con la legge di riforma dell’università del 2010, ma allo stesso tempo quella legge presenta profili potenzialmente contrari alla Costituzione, che devono essere quindi approfonditi.

Per mettere ordine in questa contesa che riguarda il futuro del mondo universitario italiano bisogna riannodare i fili dall’inizio. Una delibera del senato accademico del Politecnico (21 maggio 2013) stabilisce che l’inglese diventi lingua obbligatoria per lauree superiori e dottorati, attuando «l’obiettivo di internazionalizzazione degli atenei» fissato nel 2010. Un corposo numero di professori presenta un ricorso al Tribunale amministrativo della Lombardia. E il Tar boccia il Politecnico: l’ateneo avrebbe «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano». Non solo.

Il Politecnico, secondo i giudici amministrativi, «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera». Dopo questa decisione, il progetto del Politecnico va avanti, ma non si completa: circa un quarto dei corsi, oggi, è ancora in italiano. Con la decisione pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ribalta in parte le conclusioni del Tar lombardo. E afferma: se si considera la legge del 2010, la decisione del Politecnico, «che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria», è stata pienamente legittima. Il dubbio però non scompare, e anzi si sposta alla radice: il quadro legislativo entro il quale si è correttamente mosso il Politecnico rispetta la Costituzione?

Cambiando il piano di giudizio, il Consiglio di Stato manifesta notevoli perplessità. E lo fa su tre punti. Pur con complicate forme linguistiche, i giudici sostengono che «l’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 3 della Costituzione». Certo, la formula «non manifestamente congruente» non vuol dire contrario. Il tema è questo: un conto è insegnare in inglese «tecnica delle costruzioni», un altro è usare esclusivamente la lingua straniera per la storia dell’arte. In quest’ottica «appare ingiustificata – dicono i giudici – l’abolizione integrale della lingua italiana».

Altro nodo controverso è la tutela delle minoranze linguistiche assicurata dall’articolo 6 della Costituzione: siamo sicuri, sembrano chiedersi i giudici, che si possa passare all’inglese come lingua unica ed eliminare l’italiano, che si ritroverebbe così senza nemmeno la tutela riservata alle minoranze? Sotto esame sarà infine la conformità con il valore della libertà di insegnamento (articolo 33). L’obbligo dell’inglese «non appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell’insegnamento».

Corriere della  Sera 23 gennaio 2015
http://www.corriere.it/scuola/universita/15_gennaio_23/consulta-dilemma-dell-inglese-ed4fa630-a2d1-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml