OBAMA, XI E MODI: LE SORTI DEL PIANETA NELLE MANI DEI GRANDI INQUINATORI

imagesW0DG2B5CPARIGI. Occhio  a quei tre. Oggi il primo giorno del vertice sul clima si gioca tra Stati Uniti, Cina, India. Due vertici bilaterali, tra Barack Obama e Xi Jinping, poi tra Obama e Narendra Modi, racchiudono il nucleo della sfida. Sono il nuovo club dei Grandi Inquinatori del pianeta. Quel che si diranno è essenziale. Il summit ha rinunciato in anticipo alla strategia – perdente – di Kyoto e Copenaghen, quella che inseguiva impegni vincolanti giuridicamente, tetti alle emissioni di CO2 imposti dalla comunità internazionale ai singoli paesi. Quell’opzione si è dimostrata irraggiungibile. Proprio per questo diventa essenziale la volontà politica, l’approccio strategico che le singole superpotenze decidono di adottare.
Obama-Xi-Modi: il futuro della specie umana, dell’abitabilità del pianeta per noi, è nelle loro mani.
La Cina è la prima generatrice di emissioni carboniche; superò gli Stati Uniti nella grande recessione occidentale nel 2008. L’India rincorre la Cina, quest’anno la supera in velocità di crescita del Pil, i consumi energetici ne sono il riflesso. L’India è già numero tre se l’Unione europea non si considera come un’entità singola. Gli americani restano però i massimi inquinatori su base individuale. L’americano medio produce il triplo di gas carbonici di un cinese e il decuplo di un indiano. L’anacronismo è evidente. L’insostenibilità politica anche. La sfida riguarda il pianeta, il genere umano, gli oceani e i ghiacciai, l’atmosfera e le temperature; cose che non conoscono confini nazionali. Ma continuiamo a misurare le emissioni di CO2 su base nazionale. Nascono da qui i paragoni inaccettabili: 315 milioni di americani si confrontano con 2,5 miliardi tra cinesi e indiani.
In queste misurazioni l’Europa finisce ai margini. Il Vecchio continente produce “solo” il 9% di tutte le emissioni di CO2. Può nascerne un senso di impotenza: per quanto facciano gli europei, pesano poco. Ma anche qui le illusioni ottiche distorcono la percezione. Quel 9% di emissioni carboniche è il frutto della “decrescita” europea, così come il sorpasso Cina-Usa avvenne quando l’economia americana si fermò. Se l’Europa dovesse ritrovare lo sviluppo – cosa che si augurano i suoi giovani disoccupati – anche le sue emissioni torneranno a salire. L’altra illusione ottica viene dalla deindustrializzazione. L’Europa ha smesso di ospitare molte produzioni manifatturiere ad alta intensità di consumo energetico. Ma ogni volta che un consumatore europeo compra un prodotto “made in China” (o in Corea, Bangladesh, Vietnam) contribuisce alle emissioni carboniche che l’Occidente ricco ha delegato alle economie emergenti.
La triangolazione Obama-Xi-Modi riassume i problemi reali, offre uno spaccato del mondo com’è davvero. Il premier indiano Modi può irritare con il suo nazionalismo rivendicativo, che ne ha fatto il leader del Sud del pianeta. Può disturbare un atteggiamento che trasforma la sfida ambientale in una partita contabile: dimmi quanto mi paghi, e ti dirò quanto sono disposto a fare. È il nodo dei trasferimenti Nord-Sud, i 100 miliardi di dollari promessi alle nazioni emergenti per finanziare la loro riconversione a uno sviluppo sostenibile; fondi insufficienti; e comunque stanziati solo in piccola parte. Questa partita Nord-Sud è circondata di sospetti reciproci. Quanta parte di quei fondi serviranno a esportare tecnologie “made in Usa”, “made in China” o “made in Germany”? Quanta parte finirà assorbita dalla corruzione di classi dirigenti predatrici?
C’è però dietro il dibattito Nord-Sud una realtà innegabile. Basta ricordare un esercizio che i lettori di
Repubblica conoscono, perché più volte è stato fatto su queste colonne: le fotografie del pianeta scattate dai satelliti di notte. L’intensità delle luci artificiali riflette la distribuzione della ricchezza. Chi sta meglio illumina meglio. Vaste zone della terra sono sprofondate in un’oscurità quasi totale: gran parte dell’Africa, ed anche una porzione consistente del subcontinente indiano. Quelle immagini vanno affiancate al discorso rivendicativo di Modi. È un diritto umano basilare, avere una lampadina accesa la sera in casa per fare i compiti e ripassare la lezione. Il problema è quando la lampadina in casa serve per una nazione con 1,2 miliardi di abitanti. L’energia meno costosa per loro è il carbone. La peggiore di tutte.
La Cina è già un passo più in avanti. La lampadina ce l’hanno quasi tutti, anche il frigo, la lavatrice e l’auto. Il prezzo da pagare è un’aria così irrespirabile, che ormai l’élite cinese compra seconde case in California non solo come status symbol ma come una polizza assicurativa sulla propria salute. Perciò Xi ha deciso che la riconversione dell’economia cinese è una priorità, non una concessione all’Occidente. Lui può operare queste svolte senza i vincoli del consenso che ha Obama. In nessun altro paese al mondo è attiva una furiosa campagna negazionista sul cambiamento climatico, come quella condotta dal partito repubblicano. I suoi finanziatori della lobby fossile non arretrano davanti a nulla. La multinazionale petrolifera Exxon falsificò per decenni le conclusioni dei suoi stessi scienziati, che coincidevano con quelle della comunità scientifica mondiale. Esiste un altro capitalismo americano, guidato da Bill Gates, che mette in campo vaste risorse per finanziare l’innovazione sostenibile. È un passaggio importante: uno dei problemi delle energie rinnovabili è che le sovvenzioni pubbliche, pur sacrosante, stanno rallentando il ritmo del progresso tecnologico necessario per renderle più competitive, e risolvere problemi come l’immagazzinamento dell’energia pulita. L’Onu definisce l’appuntamento di oggi a Parigi come «la nostra ultima speranza». Di certo è l’occasione per i leader mondiali di dimostrare che la sfida ci riguarda tutti, e chi pensa di lasciare ad altri le scelte difficili non fa un investimento lungimirante neppure nell’ottica del suo interesse nazionale.
Federico Fubini
Repubblica 30 novembre 2015

Cop21

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Troppi “ricchi di Stato” e la classe media soffoca

supmakkDall’inizio dell’Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa l’85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l’agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene. Secondo Deirdre McCloskey, oggi l’americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d’acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.

Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e — fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane — ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent’anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.

È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull’ambiente) di prima.

Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l’intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»  uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.

È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d’imputazione differenti.

Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l’impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l’inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi. Com’è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché  non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale » è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere.

Questo non significa affatto, come ha ben spiegato Danilo Taino su «la Lettura» del 5 luglio, che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell’«1 per cento» dei più ricchi, c’è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.

È giusto chiedersi, come fa Taino, perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un’impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all’istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine».

L’età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L’obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano. Sono cinquant’anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

Alberto Mingardi

Corriere della Sera 12 luglio 2015

http://lettura.corriere.it/debates/troppi-ricchi-di-stato-e-la-classe-media-soffoca/

 

Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices