Italicum e Consultellum: due sistemi a confronto

porcellum-italicum1L’Italicum del governo Renzi alla Camera e il Porcellum di Calderoli al Senato, entrambi modificati sostanzialmente da due importanti sentenze della Corte Costituzionale, ma entrambi in vigore e applicabili. La prima conseguenza della sentenza della Consulta – che politicamente è tutt’altro che irrilevante – è che sui sistemi elettorali in Italia non si è creato un vuoto normativo e che quindi se il presidente della Repubblica decidesse di sciogliere le Camere (sulla spinta dei partiti che tifano per il voto) si può andare a votare immediatamente.

Anche se con due sistemi disomogenei, ma non così diversi.

Premio di maggioranza Alla lista più votata che ottiene su base nazionale più del 40% Nessun premio
Liste Solo capilista bloccati Niente liste bloccate
Preferenze Due preferenze Una preferenza
Soglie di sbarramento 3% su base nazionale Su base regionale:

·         8% per la lista (3% se la lista è in una coalizione)

·         20% per le coalizioni

Collegi elettorali 100 + collegio estero 20, uno per ogni regione, + collegio estero

Quello che sicuramente i due sistemi elettorali non garantiscono – né presi singolarmente né tantomeno combinati – è la governabilità. Con due leggi proporzionali, e vista la frammentazione tripolare presente nel sistema politico italiano, è molto difficile ipotizzare una maggioranza chiara e uguale in entrambe le Camere.

ALESSIO SGHERZA

La Repubblica 10 febbraio 2017

http://www.repubblica.it/politica/2017/01/25/news/italicum_e_consultellum_se_si_votasse_oggi_come_eleggeremmo_camera_e_senato-156862673/?ref=HREC1-6

 

Il valzer dei sistemi elettorali cinque leggi in undici anni

sisteneketTogli le preferenze, cancella il proporzionale e metti i collegi uninominali. No, meglio le liste bloccate e il premio di maggioranza. Contrordine, rimetti le preferenze e butta via il premio, si torna al proporzionale. Aspetta, riecco il premio ma con il ballottaggio. Fermi tutti, niente ballottaggio. L’elettore italiano è senza alcun dubbio il più esperto del pianeta in sistemi elettorali. Li ha sperimentati quasi tutti, ormai: ogni volta che va al seggio gli danno una scheda diversa, e c’è un nuovo meccanismo da imparare. Solo negli ultimi undici anni, per dire, la legge elettorale è cambiata quattro volte, e quasi certamente cambierà ancora prima che si torni alle urne: e così, battendo ogni record, saremmo il primo Paese ad aver avuto tre riforme del voto pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ma mai applicate: il Consultellum, l’Italicum e il Legalicum (soprannome già appioppato da Grillo al meccanismo sfornato ieri dalla Corte costituzionale). Regole nuove rimaste sulla carta, per quanto solenne.
Ricapitoliamo. Dopo aver votato per più di quarant’anni con il proporzionale, le liste di partito e le preferenze multiple – un meccanismo degenerato con le “quaterne” che garantivano il successo alle cordate di candidati e il controllo scientifico sul voto dei clientes – con il referendum Segni del 1993 gli italiani avevano scelto di passare al sistema maggioritario. E l’anno dopo il Mattarellum consegnò loro un sistema basato sui collegi uninominali a turno unico (come in America e in Gran Bretagna) ma corretto con un quarto di proporzionale, dove i partiti potevano presentare liste corte e bloccate. Finiva dunque la caccia alle preferenze ma cominciava il corso accelerato sul nuovo lessico elettorale, dallo sbarramento allo scorporo, passando per le liste civetta inventate dai partiti per aggirare lo scorporo (funzionarono così bene che nel 2001 Berlusconi ottenne più seggi dei candidati schierati nella quota proporzionale, e a Montecitorio undici seggi rimasero vuoti).
Seguì un lungo e appassionato dibattito sulla necessità di cambiare sistema, e dunque dovemmo imparare i pregi del sistema tedesco e i vantaggi di quello spagnolo, mentre i sostenitori del doppio turno alla francese cedettero il passo ai paladini del modello inglese, l’uninominale secco, che con il referendum del 1999 stava per diventare il nuovo sistema elettorale italiano, avviandoci definitivamente verso il bipartitismo.
Ma mancarono poche decine di migliaia di voti al quorum, e nel 2005 arrivò il Porcellum del leghista Calderoli. Via i collegi uninominali, sostituiti da listoni di partito che l’elettore doveva prendere o lasciare, ma con una novità: il premio di maggioranza. Un rimedio semplice al problema dell’ingovernabilità, che però sembrava congegnato per non funzionare: alla Camera scattava su base nazionale, mentre al Senato veniva assegnato regione per regione, qui al centrodestra e là al centrosinistra. Una legge pasticciata, che per due volte ha fatto vincere Berlusconi ma la terza (2013) non ha fatto vincere nessuno, rendendo obbligatorie le alleanze tra avversari.
Così non è dispiaciuto a nessuno che la Consulta, nel gennaio 2014, lo abbia dichiarato incostituzionale. Però ha abolito il premio di maggioranza e le liste bloccate, sostituendole con il proporzionale e le preferenze. Un ritorno al passato. Prima che si votasse con il nuovo sistema – il Consultellum – otto mesi fa Renzi ha fatto approvare a passo di carica la sua legge elettorale, l’Italicum, che ripescava il premio di maggioranza e riduceva l’elezione automatica ai soli capilista, ma introduceva una novità assoluta per l’Italia: il ballottaggio tra le prime due liste, se nessuno raggiungeva il 40 per cento richiesto per assegnare il premio.
E già ci preparavamo al doppio turno, immaginando di votare per il governo come già facciamo per i sindaci, quando la Corte – per la seconda volta – ha bocciato la legge elettorale. Il doppio turno all’italiana è rimasto dunque in vigore per meno di un anno, senza mai essere applicato nei seggi. E ora abbiamo il Legalicum, che ha corretto l’-I-talicum, che sostituiva il Consultellum, che modificava il Porcellum. Sognando di tornare al Mattarellum.
Sebastiano Messina
La Repubblica 26 gennaio 2017

L’Italicum: cosa resta dopo la sentenza della Consulta

elllVia il ballottaggio e la possibilità di scelta del collegio nel caso di candidature plurime. Resta il premio di maggioranza per il partito che prende almeno il 40%, restano i capilista bloccati ma se eletti in più collegi saranno scelti con sorteggio. È un Italicum molto diverso quello che esce dalla sentenza della Consulta, che di fatto lo ha ridotto a un proporzionale con un premio di maggioranza difficile da raggiungere. Tutt’altra cosa rispetto alla legge che – per il premier Renzi – doveva garantire la sera stessa delle elezioni di sapere chi avrebbe governato.

La Consulta – nella sua nota – ha detto poi una cosa fondamentale: “La legge è suscettibile di immediata applicazione”. Ovvero si può – se i partiti vogliono – andare alle urne.

COSA CAMBIA DELL’ITALICUM – Il nuovo Italicum resta un sistema elettorale proporzionale (ovvero il numero di seggi verrà assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti). Il calcolo sarà fatto utilizzando la regola “dei più alti resti” e sarà fatto su base nazionale.

Stop al ballottaggio. La caratteristica principale dell’Italicum era il secondo turno. Ovvero che tra i due partiti più votati senza raggiungere il 40% dei voti si tenesse uno ‘spareggio’ due settimane dopo per assegnare una maggioranza assoluta dei seggi della Camera. La Consulta ha bocciato questo aspetto che quindi scompare dalla legge.

Sì al premio di maggioranza. Via libera della Corte Costituzionale invece al premio di maggioranza alla lista più votata, se questa dovesse ottenere almeno il 40% dei voti. Alla lista saranno assegnati 340 seggi su 617 (sono esclusi dal calcolo il seggio della Valle d’Aosta e i 12 deputati eletti all’estero): si tratta del 55% dei seggi.

Candidature multiple. La consulta non ha toccato il sistema delle candidatura plurime, quindi un capolista potrà essere inserito nelle liste in più di un collegio elettorale, come già succedeva nel Porcellum, fino a un massimo di 10. Quello che la Consulta ha bocciato è la possibilità – in caso di elezioni in più di un collegio – che sia l’eletto a scegliere in quale collegio risultare eletto. In questo caso interverrà invece un sorteggio.

COSA RESTA – Sono molti i punti che non sono stati toccati e su cui la Corte non è dovuta intervenire. Eccoli:

Capilista bloccati – Le liste non sono bloccate, ma i suoi capilista sì. Questo punto non è stato toccato dalla Consulta. Quindi i capilista saranno i primi ad ottenere un seggio, mentre dal secondo eletto in poi intervengono le preferenze (ogni elettore ne potrà esprimere due), reintrodotte rispetto al Porcellum.

Questo sistema avrà come conseguenza che i partiti più piccoli, che difficilmente eleggeranno più di un parlamentare in una circoscrizione, vedranno eletti i capilista, mentre i partiti più grandi avranno anche una quota di parlamentari scelti con le preferenze.

Soglie di sbarramento. L’Italicum prevede una distribuzione dei seggi su base nazionale ma al tempo stesso, per limitare il proliferare di gruppi parlamentari, al riparto potranno accedere solo le liste che supereranno la soglia del 3%.

È prevista anche una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni che le prevedono: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove si presenta.

Circoscrizioni più piccole e tornano le preferenze. Invece delle 27 circoscrizioni previste dalla precedente legge elettorale si passa a circoscrizioni di dimensione minore. Saranno 100 collegi (in media di circa 600mila abitanti ciascuno) e in ognuno verranno presentate mini-liste, in media di 6 candidati.

L’eccezione in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. La legge prevede che la regione Val d’Aosta e le province di Trento e Bolzano siano escluse dal sistema proporzionale. Qui si voterà in nove collegi uninominali (8 per T.A.A. e 1 per la Val d’Aosta), come già avveniva con il precedente sistema elettorale. Se alla regione Trentino-Alto Adige sono assegnati più di 8 seggi, questi verranno assegnati con il sistema proporzionale.

Quote rosa. Nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% (con arrotondamento all’unità inferiore) e nella successione interna alle liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Inoltre ciascuno dei due sessi può essere rappresentato massimo nel 50% dei capilista e se l’elettore esprimerà due preferenze, dovranno essere relative a due candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza.

ALESSIO SGHERZA
La Repubblica 25 gennaio 2017

Italicum sotto esame

italicum[1]L’Italicum di fronte alla Consulta. E non solo per il controllo preventivo di costituzionalità previsto dalle riforma costituzionale, ma anche per azione di un giudice che dubita della costituzionalità della nuova legge elettorale. Tra i `nodi´ da sciogliere, il premio di maggioranza e l’assenza di una soglia minima per il ballottaggio. A rimettere gli atti alla Corte Costituzionale è stato il tribunale civile di Messina, dopo aver esaminato uno dei ricorsi presentati in 17 tribunali italiani per iniziativa del Coordinamento democrazia costituzionale e di un gruppo di legali coordinati da Felice Besostri.

…….

E la Consulta risponderà in tempi «ragionevolmente rapidi», assicura il neo presidente Paolo Grossi. La notizia sull’Italicum arriva poco prima della sua elezione. Anche il nuovo presidente, come chi lo ha preceduto, Alessandro Criscuolo, non esita, tra l’altro, a manifestare perplessità sul controllo preventivo di legittimità sulle leggi elettorali che è richiesto alla Corte dalla riforma costituzionale varata dal governo Renzi. Ma qui i giudici sono chiamati a rispondere ai rilievi di un tribunale.

Nel ricorso presentato a Messina dall’avvocato Vincenzo Palumbo, vice coordinatore del pool di legali anti-Italicum, erano proposti 13 motivi di incostituzionalità. Il tribunale ne ha accolti sei: il «vulnus al principio di rappresentanza territoriale»; il «vulnus al principio di rappresentanza democratico», punto connesso col premio maggioranza; la «mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio»; la «impossibilità di scegliere direttamente e liberamente i deputati», questione legata ai capilista; le «irragionevoli soglie di accesso al Senato residuate dal Porcellum»; la «irragionevole applicazione della nuova normativa limitata solo alla Camera dei Deputati, a Costituzione invariata», e non al Senato.

……..

Il Tribunale di Messina, a quanto si apprende, ha rinviato alla Corte Costituzionale l’Italicum, facendo propri 8 dei 13 motivi di incostituzionalità proposti dai ricorrenti. I ricorsi erano stati presentati in più tribunali italiani.

 

L’Italicum è stato approvato dal Parlamento il 4 maggio scorso e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. Il ricorso presentato a Messina è uno dei 18 depositati presso diversi tribunali italiani.  

Da un articolo pubblicato su La Stampa del 25 febbraio 2016

http://www.lastampa.it/2016/02/24/italia/politica/litalicum-va-alla-consulta-il-tribunale-di-messina-accoglie-un-ricorso-contro-la-legge-elettorale-Qs94oe8i4fVfoMUYKVjgkL/pagina.html

La Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/24/news/italicum_alla_consulta_accolto_in_parte_il_ricorso_al_tribunale_di_messina-134145936/

Com’ è l’Italicum

http://www.lastampa.it/2015/05/04/italia/politica/capilista-bloccati-e-premio-cos-funziona-litalicum-dBCVANVcvalKaJrf9lSH5J/pagina.html

 

 

 

Inglese & Costituzione

polimiSarà la Corte costituzionale a stabilire se sia legittima la scelta del Politecnico di Milano, che ha deciso di passare all’inglese come lingua esclusiva per i corsi e gli esami delle lauree magistrali e dei dottorati. Il passaggio (nelle intenzioni dell’Università) a un’istruzione internazionale e all’avanguardia è stato bocciato da una sentenza del Tar del 2013. Nei mesi successivi, con un contro-ricorso del Politecnico e del ministero dell’Istruzione, la questione è arrivata al Consiglio di Stato. Che ora, con un’ordinanza pubblicata ieri, sospende il giudizio e trasferisce tutto alla Consulta. Affermando però alcuni punti: il Politecnico ha fatto una scelta del tutto legittima con la legge di riforma dell’università del 2010, ma allo stesso tempo quella legge presenta profili potenzialmente contrari alla Costituzione, che devono essere quindi approfonditi.

Per mettere ordine in questa contesa che riguarda il futuro del mondo universitario italiano bisogna riannodare i fili dall’inizio. Una delibera del senato accademico del Politecnico (21 maggio 2013) stabilisce che l’inglese diventi lingua obbligatoria per lauree superiori e dottorati, attuando «l’obiettivo di internazionalizzazione degli atenei» fissato nel 2010. Un corposo numero di professori presenta un ricorso al Tribunale amministrativo della Lombardia. E il Tar boccia il Politecnico: l’ateneo avrebbe «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano». Non solo.

Il Politecnico, secondo i giudici amministrativi, «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera». Dopo questa decisione, il progetto del Politecnico va avanti, ma non si completa: circa un quarto dei corsi, oggi, è ancora in italiano. Con la decisione pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ribalta in parte le conclusioni del Tar lombardo. E afferma: se si considera la legge del 2010, la decisione del Politecnico, «che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria», è stata pienamente legittima. Il dubbio però non scompare, e anzi si sposta alla radice: il quadro legislativo entro il quale si è correttamente mosso il Politecnico rispetta la Costituzione?

Cambiando il piano di giudizio, il Consiglio di Stato manifesta notevoli perplessità. E lo fa su tre punti. Pur con complicate forme linguistiche, i giudici sostengono che «l’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 3 della Costituzione». Certo, la formula «non manifestamente congruente» non vuol dire contrario. Il tema è questo: un conto è insegnare in inglese «tecnica delle costruzioni», un altro è usare esclusivamente la lingua straniera per la storia dell’arte. In quest’ottica «appare ingiustificata – dicono i giudici – l’abolizione integrale della lingua italiana».

Altro nodo controverso è la tutela delle minoranze linguistiche assicurata dall’articolo 6 della Costituzione: siamo sicuri, sembrano chiedersi i giudici, che si possa passare all’inglese come lingua unica ed eliminare l’italiano, che si ritroverebbe così senza nemmeno la tutela riservata alle minoranze? Sotto esame sarà infine la conformità con il valore della libertà di insegnamento (articolo 33). L’obbligo dell’inglese «non appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell’insegnamento».

Corriere della  Sera 23 gennaio 2015
http://www.corriere.it/scuola/universita/15_gennaio_23/consulta-dilemma-dell-inglese-ed4fa630-a2d1-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml

La Corte si pronuncia sulla Fini-Giovanardi.

La Corte Costituzionale «boccia» la legge Fini-Giovanardi che equipara droghe leggere e pensanti. E motiva: nella norma di conversione furono inseriti emendamenti estranei all’oggetto e alle finalità del decreto.

Sarebbe stato violato, in particolare, l’articolo 77 della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei dl.  Con la decisione rivive la legge Iervolino-Vassalli come modificata da referendum del ’93, che prevede pene più basse per le droghe leggere.

Le ricadute sono immense: una buona parte dei detenuti si trova in carcere grazie alle pene rafforzate della Fini-Giovanardi. Le pene del piccolo spacciatore andrebbero ora riconteggiate e l’esito sarebbero scarcerazioni in massa.

La Corte costituzionale, nella odierna Camera di consiglio – si legge nel comunicato integrale della Consulta – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale – per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge – degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti).   

La Corte costituzionale contesta che le nuove norme in materia di droga, infatti, erano state inserite con un emendamento, in fase di conversione, nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006.

A sollevare la questione di legittimità era stata la terza sezione penale della Cassazione. Viene così cancellata la norma con cui si erano parificate «ai fini sanzionatori» droghe pesanti e leggere: con la Fini-Giovanardi erano infatti state elevate le pene, prima comprese tra due e sei anni, per chi spaccia hashish, prevedendo la reclusione da sei a venti anni con una multa compresa tra i 26mila e i 260mila euro.  

Le motivazioni della Corte saranno rese note nelle prossime settimane: la bocciatura della Fini-Giovanardi dovrebbe far rivivere automaticamente la precedente normativa Iervolino-Vassalli, varata nel ’90. Di certo, la pronuncia della Consulta avrà notevoli ripercussioni sia sul numero degli attuali detenuti arrestati per reati legati agli stupefacenti, sia sui procedimenti in corso per questi stessi reati.

http://www.lastampa.it/2014/02/12/italia/cronache/bocciata-la-finigiovanardi-la-consulta-e-illegittima-UHwh3ue8WrNjERAzAdVgrJ/pagina.html

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-12/droga-consulta-boccia-legge-fini-giovanardi-133734.shtml?uuid=ABq5V5v

 

IL TESTO UNICO IN MATERIA DI STUPEFACENTI

http://www.altalex.com/index.php?idnot=33849

IL TESTO DELLA LEGGE FINI GIOVANARDI

Troppe leggi poche regole

labirinto…Abbiamo in circolo leggi sui tosaerba, sulle camicie da notte, sulle galline, sui pedaggi stradali dei camionisti. Il virus legificatore ha contagiato pure i prosciutti, con tre leggi sul San Daniele (rispettivamente del 1970, del 1990, del 1999) e un’altra sul pignoramento dei prosciutti (vi si provvede «con l’apposizione sulla coscia di uno speciale contrassegno indelebile»: legge n. 401 del 1985).

Tuttavia non basta, non basta mai. E il parapiglia normativo che s’è scatenato attorno al decreto salva Roma ne è solo l’ultima esibizione: regole sulle lampade a incandescenza, sulle slot machine, sui chioschi in spiaggia, sulle sigarette elettroniche. Non regole qualunque, no: regole di legge. Quelle che Calderoli, nel 2010, finse di bruciare col suo lanciafiamme spento. Quelle che Bassanini, nel 1997, voleva eliminare attraverso un ampio processo di delegificazione, rimpiazzandole con altrettanti regolamenti. Senza curare il male alla radice, dato che il male è il troppo diritto che ci portiamo in groppa, e dato che per noi asinelli cambia poco se a spezzarci la schiena è una norma regolamentare anziché legislativa. Ma almeno i regolamenti sono flessibili, rapidi da approvare così come da abrogare. Se invece confezioni il prosciutto in una legge, per sconfezionarlo avrai bisogno del voto di mille parlamentari, della promulgazione del capo dello Stato, del visto di legittimità della Consulta.

Risultato: se il secondo millennio si è chiuso all’insegna della delegificazione, il terzo ha inaugurato l’epoca della rilegificazione. Magari con meno provvedimenti rispetto alla prima legificazione (negli anni Sessanta le Camere approvavano una legge al giorno, escluse le domeniche), tuttavia con provvedimenti più corposi, ciascuno gonfio come un panettone. E con una pletora di norme astruse, di ridondanze, di strafalcioni sintattici e giuridici. La qualità della nostra legislazione è peggiorata, come no. Anche la quantità, però: nel 1962 le 437 leggi decise in Parlamento sviluppavano 2 milioni di caratteri; nel 2012 le leggi sono state 101, ma i caratteri sono diventati 2,6 milioni.

Da qui un paradosso: l’Italia delle troppe leggi è un Paese senza legge. Perché nel diritto, così come nella vita, dal pieno nasce un vuoto. Se ti martellano troppe informazioni t’ubriachi, e alla fine resti senza informazioni. Se la legislazione forma una galassia, nessuna astronave potrà esplorarla per intero. E il cittadino sarà solo, ignaro dei propri poteri, alla mercé d’ogni sopruso……

M.Ainis Corriere della Sera 30 dicembre 2013

http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_30/troppe-leggi-poche-regole-29bafae4-711d-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml