Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere

Sembra che stiamo vivendo in una terrificante epoca della post-verità, quando non solo alcuni eventi militari, ma intere storie e nazioni potrebbero essere falsificate.

Ma se questa è l’era della post-verità, quando, esattamente, si sarebbe verificata l’alcionica età della verità? Negli anni ottanta del secolo scorso? Negli anni cinquanta? Negli anni trenta? E che cosa ha provocato la nostra transizione all’epoca della post-verità: Internet? I social media? L’ascesa di Putin e Trump?

Una rapida occhiata al corso della storia rivela che la propaganda e la disinformazione non rappresentano affatto novità assolute, e perfino l’abitudine di negare intere nazioni e creare stati fantoccio vanta una lunga tradizione. Nel 1931 l’esercito giapponese inscenò un finto attacco contro se stesso per giustificare la sua invasione della Cina, e quindi creare lo stato fantoccio del Manciukuò per legittimare le sue conquiste. La Cina stessa ha negato a lungo che il Tibet sia mai esistito come paese indipendente. La colonizzazione britannica in Australia fu giustificata appellandosi alla dottrina giuridica della terra nullius (in latino, «terra di nessuno»), che in effetti cancellò 50.000 anni di storia degli aborigeni. (…)

In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell’era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall’Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di «autoconforto» reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all’abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.

Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come «informazioni» e «fatti» nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all’inferno dopo la morte, o che al creatore dell’universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile – eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre.

Sono consapevole che molti potrebbero essere sconcertati dal fatto che metto sullo stesso piano la religione e le notizie false, ma è proprio questo il punto. Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese – questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni – questa è una religione, e siamo ammoniti di non chiamarla «notizia falsa» per non ferire la sensibilità dei credenti (o incorrere nella loro ira). Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l’efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l’opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell’umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi – proprio come altre grandi opere di finzione, come il Don Chisciotte, Guerra e pace, Harry Potter. (…)

La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens. Molti ritengono che se una particolare religione o ideologia rappresenta in modo errato la realtà, i suoi seguaci presto o tardi lo scopriranno, perché non potranno competere con rivali con una visione più chiara delle cose. Anche questo è solo un altro confortante mito. In pratica, il potere della cooperazione umana dipende da un delicato equilibrio tra verità e finzione.

Yuval Noah Harari

Il Giornale, , 30/08/2018

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

 

Dal libro: “21 lezioni per il XXI secolo”

70 anni di ONU

flagonu Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre centinaia di monumenti in 75 paesi del mondo sono sati illuminati di blu per celebrare il 70esimo anniversario della nascita delle Nazioni Unite, l’organizzazione creata alla fine della Seconda guerra mondiale per evitare l’inizio di un nuovo grande conflitto. Oggi le Nazioni Unite sono un’organizzazione enorme, con un budget annuale di 40 miliardi di dollari, 193 stati membri e decine di agenzie impegnate a risolvere i grandi problemi del mondo, come la fame, le epidemie e le discriminazioni.

La nascita delle Nazioni Unite non era un fatto scontato alla fine della Seconda guerra mondiale. La Società delle Nazioni, un’organizzazione simile creata 25 anni prima, aveva completamente fallito il suo principale obiettivo: impedire l’inizio di una nuova guerra mondiale. Le ambizioni e le rivalità dei singoli stati si erano dimostrati ostacoli troppo difficili da superare, e il fatto che gli Stati Uniti – i principali promotori della Società delle Nazioni – avessero deciso di non entrare a farne parte tolse all’organizzazione gran parte delle possibilità che aveva di influenzare i paesi membri. Nel 1945 bisognava essere dotati di una forte dose di idealismo per credere che ripetere l’esperimento avrebbe sortito risultati diversi. La nascita dell’ONU fu proprio il prodotto del contributo di intellettuali, attivisti e politici animati da buone intenzioni, oltre che di uomini di stato che in mente avevano sopratutto la cosiddetta “realpolitik”, il pragmatismo in politica.

Il primo documento che secondo alcuni storici può essere considerato la “nascita delle Nazioni Unite” è la Dichiarazione Atlantica formulata da Stati Uniti e Regno Unito nell’agosto del 1941, circa due anni dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale. Pochi mesi dopo i contenuti di quella prima Dichiarazione furono ripetuti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, un documento firmato dalle principali potenze in guerra contro l’Asse, cioè Stati Uniti, Regno Unito, Russia e Cina, più altri 26 paesi. Fu la prima volta in cui si citò il termine “Nazioni Unite”, che per tutta la guerra sarebbe stato spesso usato per indicare quelli che oggi identifichiamo come “gli alleati”.

La due dichiarazioni contenevano una serie di principi che sarebbero considerati ambiziosi ed idealisti anche al giorno d’oggi. La guerra, era scritto, non avrebbe dovuto portare ad allargamenti territoriali per nessuno dei belligeranti, alla fine delle ostilità i popoli avrebbero avuto diritto all’autodeterminazione e i loro diritti umani e politici avrebbero dovuto essere rispettati. Le dichiarazioni avevano anche contenuti più prosaici, come ad esempio l’impegno a combattere contro Germania, Giappone e Italia senza firmare accordi separati – era quello il punto fondamentale per i principali belligeranti: stabilire chiaramente che non ci sarebbe dovuta essere alcuna pace separata fino alla vittoria.

Nelle dichiarazioni c’era anche una considerevole dose di ipocrisia da parte di molti dei contraenti. Il Regno Unito, ad esempio, governava all’epoca quasi un terzo del mondo e aveva sotto di sé decine di popoli a cui non era mai stato chiesto cosa pensassero del governo britannico. L’Unione Sovietica aveva milioni di cittadini imprigionati nei gulag e stava procedendo proprio in quegli anni a spostare milioni di suoi cittadini di etnie ritenute “infedeli” da un angolo all’altro del paese.

Negli anni successivi alle dichiarazioni, mentre la guerra era ancora in corso, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Russia continuarono le trattative e stabilirono la necessità di sostituire la vecchia Società delle Nazioni con un nuovo organismo, più dinamico ed efficiente. Le caratteristiche dell’ONU furono decise durante una serie di conferenze tra il 1943 e il 1945 e alcuni degli errori commessi una generazione prima – o almeno, quelli che erano considerati degli errori – non furono più ripetuti. Venne stabilito ad esempio che le cinque potenze vincitrici della guerra avrebbero goduto di una posizione di preminenza speciale all’interno della nuova organizzazione: nacque così il Consiglio di Sicurezza, i cui cinque membri permanenti, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e Russia, avrebbero goduto del diritto di veto su qualunque iniziativa dell’organizzazione.

Durante le ultime settimane di guerra in Europa, nell’aprile del 1945, i paesi che avevano aderito alla Dichiarazione delle Nazioni Unite si riunirono a San Francisco per decidere sull’istituzione di un’organizzazione che li rappresentasse. Si accordarono sulla Carta delle Nazioni Unite che, come la Costituzione di uno stato nazionale, costituisce il fondamento dell’ONU e stabilirono che il nuovo documento sarebbe entrato in vigore il 24 ottobre di quell’anno. Il 6 gennaio del 1946 a Londra si celebrò la prima Assemblea Generale della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite.

Sono passati 70 anni e finora non si è mai arrivati a una terza guerra mondiale. Un altro conflitto mondiale avrebbe potuto essere anche più devastante dei primi due, vista l’esistenza delle armi nucleari. Quanto sia merito dell’ONU o se l’ONU non abbia a che fare con questo successo è ancora oggetto di dibattito tra storici, analisti e politici. Ma l’ONU non ha solo cercato di impedire una nuova guerra mondiale e con gli anni le sue competenze si sono allargate, dagli sforzi contro la diffusione di epidemie a quelli per limitare la malnutrizione e le discriminazioni. Le attività dell’ONU hanno anche fallito, a volte in maniera spettacolare: per esempio come quando nel 1994 le forze di pace delle Nazioni Unite non riuscirono a impedire il genocidio di quasi un milione di persone in Ruanda.

L’ONU ha ottenuto anche grandi successi, come l’eradicazione del vaiolo nel 1980. Negli ultimi anni l’Agenzia Mondiale della Sanità, una delle agenzie che fanno parte dell’ONU, è arrivata a un passo dall’eradicazione della poliomielite (il Guardian ha messo insieme un piccolo elenco di questi successi). Oggi si discute molto di quale sarà il futuro dell’ONU, di quale sia stato il suo contributo nel passato e di come può essere riformata l’organizzazione per renderla più efficiente. Quello che è certo è che senza le Nazioni Unite gli ultimi 70 anni sarebbero stati un periodo molto diverso.

http://www.ilpost.it/2015/10/24/nascita-onu-70-anni-fa/

 

Il nuovo mondo

APXCIl mondo è in movimento rapido. Lo è da tempo. E’ cambiata sostanzialmente la geoeconomia del mondo e i riflessi geopolitici non sono ancora del tutto ben definiti. L’unica cosa certa è che il mondo non ha i tempi dell’Europa, che sembra stare a guardare. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due eventi che non possono essere liquidati solo per il loro impatto mediatico. La Cina ha ospitato a Pechino la riunione periodica dell’Asia-Pacific Economic Co-operation (Apec). Il presidente cinese ha ricevuto i grandi del mondo come il capo di una nazione “making the running” (copyright dell’Economist), cioè che conduce il gioco. Ha fatto scalpore l’annuncio dell’intesa con gli Stati Uniti sul controllo delle emissioni di CO2, e la promessa di un ulteriore accordo sull’eliminazione delle tariffe sui prodotti della “information technology”. Ma alla maggiore apertura mostrata su molti dossier spinosi, come si conviene a una potenza che si considera leader globale e, quindi, pronta a condividere la governance del mondo, si è affiancata l’azione di potenza che sta dietro l’annuncio della disponibilità a finanziare una nuova “via della seta”, cioè una strada di connessione tra l’Asia centrale e la Russia, con l’eventuale estensione fino all’Europa e al medioriente e all’Africa. Un programma d’investimenti di dimensioni enormi e che, soprattutto, sembra sottolineare lo spostamento dell’asse geoeconomico del mondo e il ruolo che la Cina si propone di giocare nel nuovo assetto, offrendo una base concreta di riavvicinamento sia alla Russia sia agli altri paesi asiatici interessati.

Altro segno di questa politica è stata la firma di un “memorandum of understanding” con altri venti paesi asiatici per istituire una nuova banca multilaterale di sviluppo, della quale la Cina sarà la principale azionista, e che probabilmente servirà anche a finanziare la nuova “via della seta”. Si susseguono anche accordi bilaterali con paesi emergenti per regolare l’interscambio in moneta nazionale e non più in dollari. E’ iniziata la sfida all’assetto di Bretton Woods, cioè alle istituzioni come la Banca mondiale e il Fmi. Istituzioni dominate dai paesi avanzati a guida americana, e poco propense a dare spazio nella loro governance ai paesi emergenti in base al loro nuovo peso economico nel mondo. Ancor più importante e significativa è stata la richiesta di Xi Jinping all’Apec di studiare la costituzione di una Free trade area of the Asia-Pacific (Ftaap). Qui si entra nel vivo della sfida per la leadership globale, perché è la risposta alla Trans pacific partnership, sponsorizzata dagli americani. Quest’ultima non piace alla Cina, che si confronta anche con l’avanzamento, sempre a guida americana, della Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), destinata a creare una zona di libero scambio con l’Europa, con l’esclusione della Russia, in tal modo spinta verso l’Asia. Ciò ci conduce all’altro evento recente, la riunione del G20 di Brisbane, che in sintesi certifica tre cose. Il riconoscimento che non ci sarà crescita senza un impegno corale degli stati per sostenere un programma massiccio di investimenti. L’isolamento dell’Europa, accusata di essere l’area che frena la crescita mondiale con la sua insistenza nelle politiche di rigore fiscale. L’isolamento della Russia da parte degli Stati Uniti e dei membri europei del G20, con qualche attenuazione nella posizione italiana, per la sua politica aggressiva nell’est europeo, ma non il suo isolamento dal resto del mondo, in particolare dalla Cina.

La base economica dei problemi strategico-politici è il mutamento delle prospettive geoeconomiche. Entro poco più di una decade il 70 per cento del pil mondiale sarà prodotto da quello che eravamo abituati a chiamare il sud del mondo (Asia e Africa in primo luogo) e il 30 per cento nel nord del mondo, cioè essenzialmente l’occidente. Nulla di strano, si ritorna ai pesi relativi degli inizi dell’Ottocento, ma in una situazione del tutto cambiata. La questione centrale non è il mutamento in atto dei pesi economici relativi, dovuto alla riduzione del gap tecnologico e di produttività e alla stessa demografia, ma il fatto che il mutamento deve essere governato. In altri termini, la strategia cinese pone di fronte al resto del mondo, agli Stati Uniti e all’Europa in primo luogo, l’alternativa tra cooperazione per la crescita o la concorrenza e il conflitto. I segnali sono che la Cina, e con lei parte dell’Asia, è ancora disponibile alla prima strada, ma è già pronta all’opzione più pericolosa. Forse gli Stati Uniti se ne accorgeranno in tempo, ma l’Europa brancola nel buio, colta sempre impreparata dalla rapida evoluzione dei contesti.

di Ernesto Felli e Giovanni Tria

Il Foglio  -23 novembre 2014

APEC

http://www.apec.org/

 

 

Bambini soldato ancora impiegati nei conflitti di 19 paesi

Oggi, 12 febbraio, è  la Giornata internazionale contro l’uso dei bambini e delle bambine soldato.

bsSebbene  arruolare e impiegare persone di età inferiore a 15 anni sia un crimine di guerra e nonostante 150 paesi si siano impegnati a non farlo attraverso il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, nei conflitti che insanguinano una ventina di paesi la scuola viene sostituita dall’addestramento militare, i fumetti dai manuali di guerra, le matite dai fucili. La vita dalla morte.

Negli ultimi anni, Amnesty International, che fa parte della Coalizione Child Soldiers International, ha documentato l’uso o ha ricevuto denunce sull’impiego di bambini e bambine soldato in numerosi altri paesi, tra cui Repubblica centrafricana, Ciad, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo , Myanmar, Sri Lanka, Somalia e Yemen.

http://lepersoneeladignita.corriere.it/2013/02/11/bambini-soldato-ancora-impiegati-nei-conflitti-di-19-paesi/

Tutte le 23 lingue di babele Europa sono uguali.

Tutte le 23 lingue di babele Europa sono uguali. Non ce ne possono essere di `più uguali´ delle altre. E quindi no ai bandi di concorso pubblicati solo in inglese, francese e tedesco. La Corte di Giustizia europea oggi ha annullato una sentenza di primo grado che li ammetteva. Per l’Italia, che aveva presentato il ricorso, e per l’uso dell’italiano è una vittoria politica di spessore. Perché è sul trilinguismo di fatto che domina nelle istituzioni che si fonda anche l’impianto del sensibile dossier del brevetto europeo. Che andrà avanti comunque col regime della cooperazione rafforzata, senza Italia e Spagna unite nella contestazione appunto del “trilinguismo”. Ma il principio fissato dalla Corte peserà…..

Per i giudici di Lussemburgo la scelta di pubblicare un bando in sole tre lingue costituisce effettivamente «discriminazione basata sulla lingua», cosa che invece non era stata riconosciuta in primo grado con la sentenza del 13 settembre 2010. La decisione di oggi comunque non rimette in discussione i concorsi svolti, «al fine di salvaguardare il legittimo affidamento dei candidati selezionati».

Il caso contestato è partito nel febbraio e maggio 2007 quando vennero pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione e solo in francese, inglese e tedesco, i bandi di selezione per personale nel settore dell’informazione, della comunicazione e nei media. In essi si chiedeva la conoscenza «approfondita» di una delle 23 lingue e la conoscenza «soddisfacente» di una tra tedesco, inglese e francese. Lingue in cui si sarebbero svolti i test di preselezione, nonché le prove scritte del concorso.

La Corte ha ragionato per sillogismo: visto che è obbligatoria e «senza alcuna eccezione» la pubblicazione dei bandi sulla Gazzetta Ufficiale in tutte le 23 lingue ufficiali, anche quei bandi lo dovevano essere. I giudici comunque hanno sottolineato l’ovvio, ovvero la conoscenza di inglese, francese e tedesco oltre alla propria lingua madre è fondamentale per lavorare nelle istituzioni europee. Semmai bisogna stabilire principi chiari per non favorire chi è anglofono, francofono o germanofono per nascita. Ecco perciò che i test si potranno fare in lingua madre, ma anche il riconoscimento che «le conoscenze linguistiche costituiscono un elemento essenziale della carriera dei funzionari».

http://www.lastampa.it/2012/11/27/esteri/la-corte-ue-da-ragione-all-italia-no-ai-bandi-in-sole-tre-lingue-D3TGk6TG5WxD9eUPSZ8kjI/pagina.html

Un reale Stato europeo per il nostro futuro

La nostra unica realtà possibile, l’unica che possa garantire sicurezza e stabilità, è l’Europa. Uno Stato europeo, un vero Stato – federale, decentrato, ma con una sua coesione e una sua cogente autorità, come gli Stati Uniti d’America – un’Europa di cui gli attuali Stati nazionali diventino regioni, ognuna con la sua autonomia ma nessuna delle quali abbia ad esempio diritto di veto in merito alle decisioni politiche di un governo che realmente governi né diritto di darsi leggi e tantomeno costituzioni in contrasto con i principi della Costituzione europea. Uno Stato europeo la cui autorità si affidi non ad avvertimenti o a moniti, ma all’effettività di un vero diritto.

Un reale Stato europeo è l’unica possibilità di un nostro futuro dignitoso. Oggi i problemi non sono più nazionali, riguardano tutti; è ridicolo ad esempio avere leggi diverse, nei diversi Paesi, riguardo all’immigrazione, come sarebbe ridicolo avere a questo proposito leggi diverse a Bologna e a Genova. Un autentico Stato europeo potrebbe inoltre ridurre molti costi, ad esempio le spese per tutte le infinite commissioni, rappresentanze e istituzioni parassitarie. L’Europa è, in sé, una grande potenza ed è penoso vederla spesso ridotta a litigiosa o, peggio, cauta e impotente assemblea condominiale. Per essere all’altezza di se stessa, per diventare veramente Europa, l’Unione Europea dovrebbe essere governata con decisione e autorità, senza vaporosi ecumenismi né paura di mettere in riga, a seconda dei casi, chi vuol tener pulita casa propria gettando le immondizie in quella del vicino. Probabilmente l’Unione Europea non è in grado di agire con robusta fermezza, ma se continuerà a non esserlo sarà la sua fine, un progressivo spegnersi di luci in un cinema che si vuota. Per la prima volta nella Storia, si cerca di costruire una grande comunità politica senza lo strumento della guerra. Proprio il rifiuto della guerra esige un’autorità che funzioni; la titubanza non è democrazia, ma la sua morte.

Se si ha la sensazione che l’Europa unita stia scricchiolando e sfilacciandosi……. Naturalmente ciò non significa arrendersi alla malinconia; non siamo al mondo per indulgere ai nostri stati d’animo, alle malinconie delle nostre animucce che talvolta derivano da una cattiva digestione. Disagio o no, si continua a lavorare come si può per ciò che si ritiene giusto o il meno peggio, nella testarda convinzione che «non praevalebunt». Il malessere e la stanchezza pessimista sono un male da combattere, tanto più quanto più essi sono, come oggi, sempre più diffusi. Certo, a leggere i grandi documenti così pieni di fede, dei padri fondatori dell’idea di un’Europa unita, come ad esempio il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni ci si accorge che, in quell’epoca orrenda – come diceva Karl Valentin, geniale cabarettista e ispiratore di Brecht – il futuro era migliore.

http://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_23/magris-disagio-europei-cerca-futuro_df4d3aea-1cf3-11e2-99b8-aac0ed15c6ac.shtml