Yellen e la curva di Phillips

Curva di Phillips, lotta di classe, ripartizione del reddito nazionale tra salari e profitti. Sembra di essere tornati agli anni ‘70. Di questo si discute, nelle controversie che oppongono falchi e colombe nella Fed. E di questo discutono gli accademici che premono per influenzarne le decisioni.

La curva di Phillips, parte integrante dei modelli neokeynesiani, stabiliva un nesso tra il livello dell’occupazione e l’inflazione salariale. Se la disoccupazione scende al di sotto di un certo livello, i salari cominciano a salire più vigorosamente e alimentano un rincaro dei costi di produzione. Che si traduce in un innalzamento dell’indice dei prezzi e del costo della vita. Da questa relazione, nata come constatazione empirica, negli anni Settanta si ricavarono conseguenze politiche importanti. Milton Friedman, padre del monetarismo, spiegò che bisognava limitare la quantità di moneta per impedire quei rigurgiti d’inflazione. Paul Volcker, mai dimenticato presidente della Fed, usò l’arma dei tassi con una severità implacabile, per impedire la spirale prezzi-salari. La missione delle banche centrali divenne quella: intervenire con il cappio del caro-denaro per spegnere gli incendi dei prezzi. Nessuno ha cestinato la curva di Phillips. Quando Janet Yellen ha annunciato un rinvio nell’aumento dei tassi, l’ha fatto semplicemente per aspettare che ci siano segnali più credibili che la riduzione della disoccupazione americana (ormai al 5%) sta per riaccendere l’inflazione. Ha detto che con i venti di deflazione dalla Cina, non c’è fretta di intervenire sulla spirale salari-prezzi. Ma non ha negato che quella spirale esista. E invece c’è chi pensa proprio che la curva di Phillips descriva un mondo che non esiste più. Alcune formulazioni della “stagnazione secolare” (Larry Summers) vanno proprio in quella direzione. La curva di Phillips era empiricamente vera in una società occidentale dove i sindacati erano forti, e in situazioni di piena occupazione (o quasi) riuscivano a negoziare robusti aumenti salariali. Oggi in America i sindacati organizzano appena un decimo della forza lavoro. I giovani, nei settori che li assumono, tendono ad essere dei free-lance: atomizzati, non organizzati fra loro. Senza parlare della concorrenza indiretta coi salari cinesi o indiani, messicani o vietnamiti. La Yellen non vuole occuparsi di dirimere controversie teoriche, perché non la pagano per questo. Ma prima o poi il tema finirà per imporsi: esiste ancora la curva di Phillips?

Federico Rampini

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/21/news/far_west-123441700/

curvaphillips

 

La guerra del petrolio

frakÉ una partita durissima, giocata a colpi di bluff sui mercati, da cui dipende l’assetto che il mondo del petrolio avrà nei prossimi anni. Gli schieramenti si intersecano e si incrociano, fra vecchi e nuovi protagonisti, con sintonie e scontri inattesi, dove, più che le alleanze di sempre, pesa il diverso impatto, su ognuno degli attori, della guerra dei prezzi in corso. A trarne vantaggio, finora, chi delle guerre del petrolio è stato sempre spettatore impotente: i consumatori, almeno nei paesi in cui — diversamente dall’Italia — il crollo delle quotazioni del greggio si traduce in risparmi alla pompa. Ma le incognite della geopolitica sono un rischio per tutti. E alcune di queste incognite dovrebbero sciogliersi già questa settimana, in un vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, che, dopo parecchio tempo, ritrova il ruolo di snodo decisivo.

L’innesco è il crollo del prezzo del greggio, colato a picco in meno di sei mesi, da 110 dollari al barile a 80 in Europa e 75 dollari in America, con una decurtazione del 30 per cento. Il motivo è noto: il boom del petrolio da fracking dei pozzi americani, che ormai vale oltre 3 milioni di barili di greggio al giorno, quasi il 3 per cento della produzione mondiale, ha saturato l’offerta mondiale di petrolio, a cominciare da quella americana. Grazie al fracking, gli Usa, storicamente i maggiori acquirenti di greggio sul mercato mondiale, hanno visto le loro importazioni crollare. Quelle dai paesi dell’Opec sono al livello più basso degli ultimi 30 anni. E’ un fenomeno in corso da qualche anno, ma, finora, il suo impatto era stato mascherato dalle difficoltà di altri produttori, come Libia e Nigeria. Negli ultimi mesi, però, i due paesi africani sono tornati a produrre normalmente, mentre le difficoltà dell’economia mondiale hanno tenuto bassa la domanda di petrolio. Il risultato è un surplus di greggio sui mercati e un crollo dei prezzi.
Niente di nuovo. E’ già capitato spesso in questi anni. Quello che pochi si aspettavano è che l’Arabia saudita, la mano decisiva del petrolio mondiale, non facesse quello che ha sempre fatto: tagliare la propria produzione, in modo da ridurre l’offerta e far risalire i prezzi. Riad, invece, non ha battuto ciglio, accettando le quotazioni più basse. Anche qui, nonostante le smentite ufficiali, il motivo è chiaro: mettere fuori mercato il petrolio americano da fracking, che ha costi di produzione alti. Naturalmente, ogni pozzo Usa ha i suoi costi di estrazione: si va da 47 dollari a barile fino a 137, a secondo delle condizioni. Tuttavia, le grandi banche di investimento calcolano un costo medio di estrazione di 75 dollari, che è il prezzo attuale. A queste quotazioni, il 15-20 per cento di quei 3 milioni di barili da fracking è destinato a rimanere nel sottosuolo. In realtà, molti analisti americani sono convinti che i protagonisti del fracking siano in grado di ridurre i propri costi e reggere meglio l’offensiva di Riad. Ma potrebbe non bastare. Il fracking richiede interventi continui sui pozzi, che si esauriscono rapidamente e comportano un ritmo alto di nuove trivellazioni. In una parola, investimenti che, in questo clima di prezzi, potrebbe essere più difficile finanziare. In buona misura, sta già avvenendo.
La scommessa dei sauditi, dunque, è vincente? Non è detto. Gli alfieri americani del fracking non sono i soli ad avere bisogno di quotazioni alte del greggio per far quadrare i conti. I petrolieri di Houston si ritrovano — presumibilmente con qualche disagio — spalla a spalla con gli ayatollah di Teheran, i chavisti di Caracas e gli oligarchi di Mosca. Nella stessa situazione, in realtà, sono quasi tutti i paesi esportatori, dentro e fuori l’Opec, in qualche misura sauditi compresi. Nel caso dei produttori tradizionali, il problema non è il costo di estrazione del greggio, normalmente assai basso. È che i soldi del petrolio servono a far quadrare i bilanci pubblici. Due terzi degli incassi dello Stato nigeriano vengono dal petrolio e, per far quadrare il bilancio pubblico, il grande paese africano avrebbe bisogno di una quotazione del greggio a 128 dollari al barile, altro che 80. Per colmare la differenza, nelle casse pubbliche ci sono solo 40 miliardi di dollari. In una situazione analoga ci sono Libia, Iran, Venezuela. Solo gli emirati del Golfo non hanno queste apprensioni. Gli stessi sauditi avrebbero bisogno di un prezzo più alto dell’attuale, ma hanno i forzieri abbastanza pieni da poter reggere ancora a lungo la guerra dei prezzi. Ma possono reggere anche l’assedio politico che li aspetta, nei prossimi giorni, nelle riunioni di Vienna? Il pallino è nelle loro mani. Nessun altro paese può ridurre in misura significativa la produzione per rianimare i prezzi, perché significherebbe veder affondare la propria spesa pubblica. Solo i sauditi hanno i polmoni finanziari per farlo. Ben sapendo che far risalire i prezzi significherebbe ridare fiato ai concorrenti americani, ma anche i nemici storici dell’Iran sciita e l’assai poco amata Russia di Putin. La geopolitica è materia complessa e nel petrolio non c’è mai solo il petrolio
25 novembre 2014 di MAURIZIO RICCI / La Repubblica

Prove di sindacato nella più grande fabbrica del mondo.

foxcPer la prima volta una grande azienda con sede in Cina consentirà agli operai di eleggere i propri rappresentanti sindacali. Per il mondo del lavoro cinese è una svolta storica. Lo è però anche per il resto del pianeta, perché il gruppo asiatico che si appresta a dire sì al sindacato è la Foxconn, la “fabbrica più grande del mondo“, con oltre 1,2 milioni di dipendenti solo in Cina. La “caduta del muro” anti-sindacale nella seconda economia globale, in allarme per la diminuzione senza precedenti della forza-lavoro, oltre che per piccole e medie imprese nazionali, annuncia enormi cambiamenti anche per le multinazionali, che assieme ai bassi costi produttivi per trent’anni hanno contato sull’assenza di conflittualità sindacale. L’annuncio di prossime elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Foxconn è stato anticipato informalmente da tre manager del colosso taiwanese, primo produttore mondiale di elettronica per conto terzi, tra cui marchi come Apple, Sony, Nokia, Dell e i brand di maggior successo di telefonia e computer….

In Cina, fino ad oggi, i rappresentanti dei lavoratori sono scelti tra gli stessi proprietari aziendali, tra i manager, oppure tra i funzionari locali del partito comunista. Di fatto, azionisti privati e Stato esercitano sia il ruolo di datori di lavoro, che quello di difensori dei diritti dei dipendenti. Il risultato dell’assenza sostanziale di un sindacato libero, è stato e resta drammatico. Ad essere tutelati, risultano solo gli interessi della proprietà. …

La Foxconn, prima di essere riconosciuta come la fucina pressoché unica di telefoni cellulari, pc portatili e tablet, è diventata universalmente famosa tra il 2009 e il 2010. Gli stabilimenti di Shenzhen furono sconvolti da un’ondata di suicidi, con una ventina di giovani operai che a causa di turni di lavoro massacranti e trattamenti umilianti, scelsero di uccidersi gettandosi dai tetti dei capannoni. Altre inchieste hanno portato alla scoperta di un diffuso sfruttamento del lavoro minorile, di stipendi da fame e di un generale clima da caserma, con migliaia di operai impossibilitati per mesi ad uscire dai reparti. Lo scorso autunno, l’ultima rivolta in fabbrica, con l’azienda costretta a chiudere per giorni. …..

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/04/news/svolta_in_cina_ok_all_elezione_dei_sindacati_foxconn_promette_rappresentanti_veri-51930025/?ref=HREC1-12

Uno studio pubblicato a fine gennaio da due economisti del Fondo monetario internazionale (Fmi), Mitali Das e Papa N’Diaye, dice che la Cina raggiungerà tra pochi anni il cosiddetto «Punto di svolta di Lewis»: e che c’è poco che possa fare per evitarlo. Il Premio Nobel Sir Arthur Lewis calcolò il punto nel quale, in un’economia, il lavoro diventa scarso al punto da provocare un innalzamento repentino dei salari, una compressione dei profitti delle imprese industriali, una conseguente caduta degli investimenti. Secondo i due economisti, il punto di svolta dovrebbe arrivare tra il 2020 e il 2025: ma se la sindacalizzazione dovesse prendere piede e gli operai cinesi volessero lavorare meno ore di oggi, grazie anche ad aumenti salariali, potrebbe presentarsi molto prima.

http://www.corriere.it/opinioni/13_febbraio_05/taino-fabbrica-cina-sindacalizza_d0949776-6f70-11e2-b08e-f198d7ad0aac.shtml