Nella contesa tra Usa e Cina l’ultima battaglia è sull’iPhone

images10Il prossimo iPhone sarà il primo smartphone di Apple dell’era Trump. Ma in Cina potrebbe non arrivare, togliendo alla Mela una fetta di guadagni importanti. Il Global Times di Pechino, ripreso dal Guardian, lo dice chiaramente: se Trump romperà l’asse commerciale Cina-Usa, Pechino bloccherà la vendita di iPhone e vetture americane e le aziende americane ne usciranno con le ossa rotte. Il primo iPhone fu presentato nel 2007 da Steve Jobs e il presidente americano era George W. Bush.
Poi otto anni di Obama, in cui i rapporti tra l’azienda di Cupertino, California, e la Cina, dove gli iPhone vengono fisicamente costruiti, si sono fatti sempre più stretti. Ma, dopo l’elezione di Trump, la tensione tra Washington e Pechino potrebbe intaccare la solidità dell’asse industriale.
E nell’iPhone di tecnologia progettata in Usa e costruita in Cina ce n’è tanta. È sufficiente scorrere l’elenco dei fornitori e dei costruttori di Apple per vedere come lo smartphone della Mela sia un prodotto superglobalizzato, con componentistica che arriva da tutto il mondo (alcuni elementi anche dalle filiali italiane di multinazionali) per essere poi messi insieme in uno degli stabilimenti cinesi che sfornano le decine di milioni di iPhone per il mercato mondiale. Nomi come Foxconn/Hon Hai, Pegatron, Wistron, contractor con quartier generale a Taiwan e fabbriche in Cina, catene industriali inarrestabili che portano dagli Usa all’Oriente progetti, know how e innovazione e poi riportano in America i prodotti con cui Apple è diventata un’azienda dai profitti record.
Se queste catene potranno resistere anche a uno strappo sul piano commerciale lo sapremo solo quando la macchina presidenziale di Trump girerà a regime. Intanto però, il giro d’affari è rilevante. Per iPhone 7, l’ultimo smartphone Apple, la cifra complessiva del Bom ( Bill of materials, il costo dei componenti) è aumentato rispetto ai precedenti iPhone 6/6S: produrre un iPhone 7 da 32 giga, il modello base, secondo l’analisi di Ihs Markit costa alla Mela circa 225 dollari, 212 euro. Sull’Apple Store lo smartphone costa 649 dollari, che in Italia tra cambio e balzelli diventano 799 euro.

Dentro il dispositivo, c’è un mondo. Il cuore dell’iPhone, il processore A10 Fusion, è prodotto dalla taiwanese Tsmc, che ha fabbriche sia in patria che in Cina. Costa a Cupertino 26 dollari e 90. L’altro cuore, la batteria, è cinese, la produce Huizhou Desay e incide sul costo per 2,50 dollari. Lo schermo lo produce Sharp (acquisita da Foxconn) e Japan Display, una joint venture tra le giapponesi Sony, Toshiba e Hitachi. Il comparto audio è Cirrus Logic, base negli Usa e fabbriche in oriente. Lo chassis, il telaio dello smartphone è di Jabil, costruito in Cina, dai chirurgici robot dell’industria elettronica e dalle dita piccole e velocissime degli operai, che dalle campagne si muovono incessantemente verso i distretti industriali. E insieme alle aziende che li assumono ballano la danza dei mercati e l’altalena delle percentuali che legano l’America e la Cina. Guidate dai profitti realizzati con i prodotti costruiti in Oriente, ma che si muovono solo se la musica dell’innovazione“made in Usa” è abbastanza bella da generare l’interesse degli utenti finali, gli unici che fanno davvero la fortuna o meno delle trimestrali. In calo per l’iPhone 6s, ma che si prevedono da nuovo boom per il 7.
«Una spaccatura con la Cina avrebbe effetti per il mercato statunitense che andrebbero oltre Apple», spiega Carolina Milanesi, analyst della società di ricerche Creative Strategies. «Non è la prima volta che la Mela avrebbe a che fare con il tono minaccioso del governo cinese, ma nonostante i chiari rischi, vista l’importanza del mercato orientale, preoccuparsi ora sarebbe il classico fasciarsi la testa. Magari il governo cinese cercava un supporto interno per influenzare la decisione di Trump».
Tutto il quadro degli scambi hi-tech Usa-Cina restituisce l’immagine di un settore che va a velocità pazzesche, muovendo miliardi di dollari, e che fermare sembra impossibile. E non è un caso che l’ad di Apple Tim Cook arrivi proprio dalla supply chain (la catena delle forniture), e conosca benissimo i meccanismi e l’organizzazione che porta un’idea concepita a Cupertino a diventare un prodotto reale, assemblato in Cina. Apple lo scrive anche sui prodotti (basta guardare dietro un iPhone), ma la Mela qualche anno fa ha anticipato Trump, tornando a produrre negli Stati Uniti: in Texas c’è lo stabilimento dove viene assemblato il Mac Pro, il “cilindro” top di gamma del segmento Macintosh. I componenti interni sono progettati in America, ma anche in questo caso in gran parte realizzati in Oriente. Tornano poi a casa, dove gli operai statunitensi li mettono insieme e fanno la loro parte nella battaglia del mercato globale.

Tiziano Toniutti
La Repubblica 15 novembre 2016

Opec, niente accordo la guerra del petrolio inonda il mercato. Crollo infinito dei prezzi

imakjkjkjkLa guerra continua. Un anno di massacri sul fronte dei prezzi non ha piegato l’Arabia saudita. Riad rilancia la strategia che, negli ultimi dodici mesi, ha fatto precipitare la quotazione del greggio intorno ai 40 dollari, un terzo del valore dello scorso novembre: continuare a produrre a tavoletta e chi ha costi superiori ai prezzi in vertiginosa discesa – come gli americani vada fuori mercato e lasci spazio a chi si può permettere di produrre a questi livelli.

Il vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, ieri, a Vienna, è stato teso, concitato e si è concluso, di fatto, senza un accordo. Ma Riad – l’unico produttore con le spalle abbastanza larghe da ridurre, se vuole, la produzione – non ne aveva bisogno. Di fatto, niente accordo significa prolungare la situazione attuale: il tetto alla produzione del cartello resta a 30 milioni di barili al giorno, quanto, oggi, sta già inondando il mercato e corrodendo i prezzi. Anzi, più realisticamente, l’Opec continuerà a produrre di più, 31,5 milioni di barili, il volume effettivo di greggio estratto, se si considera che molti paesi sforano sistematicamente le loro quote.

Il mercato del petrolio, infatti, non si capisce se non si tiene conto che, quando il prezzo scende, tutti tendono ad aumentare al massimo la produzione, nel tentativo di recuperare, con i maggiori volumi di vendita, quanto perdono con i prezzi più bassi.

Il risultato è che il prezzo scende ancora di più, ma è l’unico mezzo che i produttori più deboli hanno per restare a galla, anche se la spirale rischia di travolgerli. Ieri, quei produttori – Venezuela, Nigeria, Angola – che non riescono più a compensare, con gli introiti del greggio, i buchi dei loro bilanci, sono tornati alla carica per ottenere un taglio della produzione che ridia fiato ai prezzi. Puntavano sul fatto che anche l’Arabia saudita comincia ad avvertire i morsi dei minori incassi del greggio: ha dovuto rinunciare ad alcune ambiziose infrastrutture e, probabilmente, dovrà ricorrere a prestiti internazionali per pareggiare il bilancio. Ma pensa di poter tenere ancora duro più degli altri.

Del resto, ieri Riad ha ottenuto l’appoggio anche degli altri due più importanti membri dell’Opec: Iraq e Iran. Il primo è tornato da poco sul mercato, il secondo sta per ripresentarsi e tutt’e due sono interessati a conquistare quote di mercato più larghe possibile, non a ridurre la loro presenza, tagliando la produzione.

Chi pensava, insomma, che i sauditi fossero pronti ad alzare bandiera bianca e a frenare i pozzi è stato smentito e chi ci ha scommesso nelle borse dei futures è stato punito: il Brent ieri è sceso verso i 43 dollari a barile e il greggio americano intorno ai 40 dollari. La prospettiva, che quasi tutti danno per scontata con l’imminente rialzo dei tassi di interesse Usa, di una ulteriore risalita del dollaro renderà quei prezzi ancora più punitivi per i signori del greggio.

Riad, d’altra parte, ha fatto chiaramente capire che è disposta a mettere mano ai rubinetti solo se anche chi sta fuori dall’Opec si muove nello stesso modo. In altre parole, solo se gli altri non approfittano del rallentamento saudita per vendere loro il petrolio che Riad non produce più, rubandogli quote di mercato. Il problema è che l’unico interlocutore possibile – la Russia ha il problema di tutti gli altri, cioè produrre più possibile per incassare dollari, anche pochi, maledetti, ma subito. E questo è ancora più vero per i frackers americani, i veri concorrenti che i sauditi vogliono piegare.

E’ stata l’irruzione sul mercato dei protagonisti delle nuove tecniche di produzione, il fracking, con i loro 4 milioni di barili di greggio al giorno, infatti, a modificare radicalmente gli equilibri del mercato del petrolio.

Ma nonostante la retorica sulla loro efficienza, con il greggio a 40 dollari per loro è dura resistere. Gli equilibri economici dei nuovi petrolieri sono fragili. Le loro tecniche di trivellazione portano ad esaurire un pozzo nel giro di uno-due anni. Di fatto, più che pompare, scavano, ma questo comporta investimenti crescenti e costosi, finanziati, finora, con il debito. Banche e investitori, con il greggio a 40 dollari, sono diventati sempre più diffidenti e decine di frackers stanno fallendo o chiudendo, dando ragione alla strategia dei sauditi.

Quando i prezzi saranno risaliti, molti di loro ripartiranno, ma questo significa solo che il mercato del greggio è destinato a diventare sempre più volatile, con continue guerre dei prezzi.

Per i paesi consumatori, la conferma che la guerra dei prezzi continua vuol dire che continua anche la bonanza dell’energia a basso costo. Se ne lagna chi pensa che questo ritardi il boom delle energie alternative, ma per economie ai limiti del congelamento, come quella europea e quella italiana, è uno stimolo potente alla crescita.

Solo che gli effetti sono assai inferiori a quello che sarebbe lecito, sulla base delle esperienze precedenti, aspettarsi. I benefici dell’energia a basso costo fanno fatica a farsi strada fra la debolezza della domanda interna ed estera e le esitazioni delle banche a dare credito. Paradossalmente, anzi, il crollo del petrolio, tirando verso il basso gli indici dei prezzi, solidifica le paure di deflazione che stanno paralizzando l’economia europea.

Maurizio Ricci

Repubblica 5 dicembre 215

OPEC

http://www.opec.org/opec_web/en/

 

Prezzi freddi

defllazzVent’anni fa, prima di diventare un blogger di successo, Paul Krugman ha avuto un’intuizione brillante. Ha colto quello che sarebbe diventato un tratto dell’epoca, i prezzi freddi.
L’economia mondiale del ventunesimo secolo somiglia a un solo grande mercato, da Ho Chi Minh City a Boston, con al suo interno diseguaglianze enormi. Un operaio cambogiano lavora a una frazione del costo di uno tedesco, e così via. Questa concorrenza fra sette miliardi di persone tiene strutturalmente sotto pressione al ribasso la dinamica dei prezzi nell’emisfero Nord del mondo. Non è un caso se le banche centrali dei Paesi ricchi hanno già stampato qualcosa come settemila miliardi di dollari (quattro volte e mezzo il reddito dell’Italia) nel tentativo di scongiurare la deflazione. Questa è una parola che inquieta, perché ne conosciamo le conseguenze. Le famiglie rinviano gli acquisti aspettando che fra qualche mese un’auto o una vacanza costino meno. Le imprese sospendono gli investimenti perché temono di dover vendere in futuro un manufatto a un prezzo troppo basso rispetto al costo di produzione attuale. Tutti aspettano, i prezzi scendono ancora di più, e la spirale fa un altro giro.

Se ci sono cause secolari di queste minacce (non ancora realtà), ce ne sono altre più vicine. La Cina è in una brusca frenata. In Brasile è ormai aperta quella che chiamano la «Caipirinha Crisis». L’America cresce, ma meno di quanto si sperasse un anno fa, e persino Germania e Spagna danno segnali di affanno.
Questo non è un replay del 2009, perché l’espansione continua. Ma il paradosso per l’Italia è che vive una ripresa più vivace proprio mentre quasi ovunque nel mondo accade il contrario. L’insidia della deflazione prende spunto proprio da qui: meno crescita, dunque meno domanda di petrolio, che ne fa crollare i corsi e spinge verso l’Europa una seconda ondata di freddo sui prezzi.
Per l’Italia possono esserci anche conseguenze positive: la Banca centrale europea reagisce ai rischi creando moneta e iniettandola nell’economia tramite l’acquisto di titoli pubblici, e forse in futuro lo farà ancora di più. Così il governo gode di tassi più bassi. Nessuno beneficia dell’azione della Bce come uno Stato debitore da 2.200 miliardi, che di solito pagherebbe interessi più pesanti degli altri: non è un caso se proprio ora l’Italia migliora, in controtempo sul resto del mondo.

Ci sono però anche dei rischi. Quando l’inflazione è sottozero il reddito nazionale, contato in euro, sale meno di quanto non si sperasse. Soprattutto sale meno del debito, perché questo cresce per inerzia a causa dei tassi d’interesse. Meno euro del previsto in entrate, stessi euro di interessi da pagare. Il risultato può essere un debito pubblico più alto.
Proprio in una fase così il governo sta perseguendo una forte detassazione del mondo produttivo, giusta e coraggiosa. Basta che non dimentichi la profezia di Krugman, se per caso esita di fronte ai tagli di spesa corrispondenti.

Il dilemma dei prezzi

Federico Fubini

Corriere della Sera – 2 ottobre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_ottobre_02/dilemma-prezzi-12bcbfe2-68c1-11e5-a7ad-17c7443382c3.shtml