Quanto costa la politica?

La politica costa ogni anno oltre 23 miliardi di euro, pari a 757 euro per ogni cittadino. Questa cifra enorme è causata in larga parte da un sistema sovrabbondante che «si può e si deve» ridurre per almeno 7 miliardi senza nuocere alle istituzioni democratiche, «ma nessun indicazione» va in questa direzione e, anzi, con la legge di stabilità in discussione in Parlamento, nel 2014 potrebbe anche aumentare ulteriormente. 

A lanciare l’allarme è stata oggi la Uil che ha presentato un rapporto secondo cui in Italia ci sono più di 1,1 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica, il 5% degli occupati del paese…….

http://www.lastampa.it/2013/12/16/italia/politica/la-politica-in-italia-costa-miliardi-sono-euro-allanno-per-contribuente-5PbWc2OhDvfiHcnPnl6vdL/pagina.html

Operazione trasparenza alla Camera

Prosegue «l’operazione trasparenza» della Camera dei deputati. Da oggi sono online i dati sulle misure di riduzione delle spese per 8,5 milioni di euro già adottate in questa legislatura. Il documento è in un’apposita sezione del sito dove i cittadini possono consultare anche bilancio, bandi di gara, spese dell’istituzione ed emolumenti.

http://www.corriere.it/politica/13_maggio_27/camera-trasparenza-online-tagli-legislatura-8-milioni_664e2f3e-c6bf-11e2-91df-63d1aefa93a2.shtml

Gallio, indio, tantalio, niobio ecc…

terre-rare[1]James Clapper, direttore della National Intelligence e capo di tutte le spie d’America, non è appassionato di geologia e ha mille problemi: Iran, Nord Corea, droni, hacker cinesi. Eppure di questi tempi Clapper si preoccupa anche di gallio, indio, tantalio. Pure di niobio e di litio, con un occhio alle nuove trasformazioni della grafite (da cui si ricava il grafene) oltre che al vecchio uranio.

Materie secondarie, rispetto a gas e petrolio che spingono il mondo. Commodity scomode, quelle che si recuperano in piccole quantità setacciando la Terra, dalle Ande alle foreste africane. Pochi giorni fa, racconta alla «Lettura» l’esperto di resource wars Michael Klane, mister Intelligence ha fatto una relazione al Congresso in cui nella lista dei rischi per la sicurezza nazionale «per la prima volta» ha anteposto allo spettro terrorismo l’emergenza «risorse naturali». Con un riferimento particolare agli elementi chiamati «esotici». Vengono definiti anche cruciali (critical minerals) e per alcuni vale l’etichetta conflict minerals (tantalio e niobio si ritrovano uniti nel famigerato coltan, che alimenta la guerra nell’Est del Congo). Si tratta per la maggior parte di metalli poco diffusi in natura, recuperabili (come ogni sostanza preziosa) in modiche quantità. Dalle cosiddette «terre rare» (di cui la Cina detiene il monopolio controllando il 95% della produzione mondiale) al platino, dal palladio al tantalio di cui ogni anno vengono estratte soltanto 700 tonnellate (contro le 54 mila dell’uranio e i 7miliardi del carbone). A volte sono materiali semi sconosciuti, con nomi spaziali (e infatti li hanno scoperti di recente anche su Marte). Eppure spesso sono componenti essenziali del nostro (nuovo) mondo, dagli smartphone alle auto ibride ai moderni sistemi di difesa (laser, radar…). Secondo il ministero dell’Energia Usa, per esempio, il 20% delle terre rare è impiegato nelle applicazioni dell’energia verde. Sostanze davvero un po’ esotiche ma sicuramente strategiche, visto che il Pentagono ha cominciato a ricostruire le loro riserve smantellate al termine della guerra fredda….

Il dio delle commodity scomode si è divertito a spargerle senza seguire sempre le classifiche dei Paesi per peso geopolitico o pedigree democratico. Così il litio, che dà la carica alle auto ibride ed elettriche, oggi si trova principalmente sulle Ande, tra Cile e Argentina, mentre le maggiori riserve ancora intatte (quasi il 50% del totale mondiale) sono nascoste sotto la crosta salata del Salar de Uyuni in Bolivia, governata dal leader indio Evo Morales, mentre tra le montagne a ovest di Kabul a guerra ancora in corso è già cominciata (tra americani e cinesi) la gara per il litio afghano. Così lo Zimbabwe dell’autoritario Robert Mugabe è il paradiso futuro del platino, per ora lasciato in sfruttamento agli amici cinesi e alle compagnie sudafricane che in casa propria già estraggono il 75% della produzione mondiale. La disastrata Repubblica democratica del Congo è al primo posto per il cobalto (45 mila tonnellate, lo Zambia secondo con 11 mila). Il Kazakhstan del dittatore Nazarbayev è corteggiato da ogni parte per il suo uranio (33% dell’offerta globale).

Le rare earth sono un po’ meno rare in Cina, anche se Pechino sembra fare di tutto per nasconderlo. Da una parte c’è una progressiva stretta strategica (per sviluppare le proprie imprese high-tech a scapito della concorrenza), dall’altra le fluttuazioni del mercato che dal dicembre 2012 al marzo 2013 hanno visto calare le esportazioni di Ree del 60%. Negli anni la superpotenza asiatica ha conquistato il monopolio del settore, con i competitor schiacciati dai costi di estrazione. Ora Australia e Usa provano a riprendere la produzione, mentre il Giappone cerca di aggirare il nodo cinese, investendo in ricerca e puntando su nuovi fornitori come Vietnam e Kazakhstan.

Le guerre per le risorse, diceMichael Klane, fanno parte della storia dell’uomo. Rispetto al passato, però, oggi diminuiscono le risorse, mentre aumentano i Paesi cacciatori. Klane è appena stato in Spagna e racconta la storia di Las Médulas, situata nei pressi dell’attuale Ponferrada, la più importante miniera d’oro dell’impero romano conquistata e difesa a fil di spada. Plinio il Vecchio descrive la tecnica della Ruina Montium, che ha modellato quelle montagne perforandole a forza di schiavi e introducendovi grandi quantità d’acqua (in pratica, il fracking degli antichi). A millenni e migliaia di chilometri di distanza, nelle foreste del Nord Kivu contese da milizie armate, gli schiavi del Congo spaccano a mano le rocce del coltan da cui secondo Klane proviene sottobanco un quinto del tantalio mondiale, l’oro bluastro che, ridotto in polvere, fa funzionare i nostri telefonini.
mfarina

http://lettura.corriere.it/debates/gallio-indio-tantalio-scontro-sotterraneo-tra-potenze-globali/

Sempre meno iscritti all’Università

Si sono persi 30.000 nuovi iscritti negli atenei italiani e in meno di 10 anni, nove per la precisione, addirittura più di 70.000.
Era da 25 anni che in Italia non si registrava un numero di matricole così basso: nel 1988/1989 gli immatricolati erano 276.249. Quest’anno appena 267.076.
Il calo maggiore lo hanno subito i corsi triennali, che in meno di un decennio hanno perso quasi un terzo degli iscritti: 92.749 iscritti per l’esattezza. Nell’anno in corso se ne registrano 226.283, oltre 8.000 in meno rispetto a 12 mesi fa. Nello stesso periodo il numero dei diplomati è addirittura cresciuto di oltre 11.000 unità. Perché in Italia sempre meno giovani si iscrivono all’università? La recente crisi economica e occupazionale ha probabilmente fatto la sua parte: ormai tutti, laureati compresi, trovano difficoltà a centrare il primo impiego. Perché laurearsi?
Ma con tutta probabilità, l’interruzione degli studi dopo il diploma dipende anche dai costi sempre più alti che le famiglie sono costrette a sostenere, prima per la preparazione alla lotteria dei test di ammissione – ormai diffusi nella maggior parte degli atenei – e una volta ammessi, per le tasse di iscrizione, i trasporti e il vitto e l’alloggio per i fuorisede. Spese che evidentemente scoraggiano famiglie e giovani.
Una situazione che rischia di fare precipitare l’Italia ancora più in basso nella classifica degli iscritti all’università. Attualmente, il nostro paese è al quart’ultimo posto in Europa, con 3.302 iscritti all’università per 100.000 abitanti. Un valore che, se allarghiamo lo sguardo, ci colloca dietro l’Egitto, la Thailandia e il Paraguay.

http://www.repubblica.it/scuola/2013/03/06/news/crollo_degli_iscritti_nelle_universit_italiane_mai_cos_bassi_da_25_anni_e_cala_la_qualit-53971626/?ref=HREC2-10

Un reale Stato europeo per il nostro futuro

La nostra unica realtà possibile, l’unica che possa garantire sicurezza e stabilità, è l’Europa. Uno Stato europeo, un vero Stato – federale, decentrato, ma con una sua coesione e una sua cogente autorità, come gli Stati Uniti d’America – un’Europa di cui gli attuali Stati nazionali diventino regioni, ognuna con la sua autonomia ma nessuna delle quali abbia ad esempio diritto di veto in merito alle decisioni politiche di un governo che realmente governi né diritto di darsi leggi e tantomeno costituzioni in contrasto con i principi della Costituzione europea. Uno Stato europeo la cui autorità si affidi non ad avvertimenti o a moniti, ma all’effettività di un vero diritto.

Un reale Stato europeo è l’unica possibilità di un nostro futuro dignitoso. Oggi i problemi non sono più nazionali, riguardano tutti; è ridicolo ad esempio avere leggi diverse, nei diversi Paesi, riguardo all’immigrazione, come sarebbe ridicolo avere a questo proposito leggi diverse a Bologna e a Genova. Un autentico Stato europeo potrebbe inoltre ridurre molti costi, ad esempio le spese per tutte le infinite commissioni, rappresentanze e istituzioni parassitarie. L’Europa è, in sé, una grande potenza ed è penoso vederla spesso ridotta a litigiosa o, peggio, cauta e impotente assemblea condominiale. Per essere all’altezza di se stessa, per diventare veramente Europa, l’Unione Europea dovrebbe essere governata con decisione e autorità, senza vaporosi ecumenismi né paura di mettere in riga, a seconda dei casi, chi vuol tener pulita casa propria gettando le immondizie in quella del vicino. Probabilmente l’Unione Europea non è in grado di agire con robusta fermezza, ma se continuerà a non esserlo sarà la sua fine, un progressivo spegnersi di luci in un cinema che si vuota. Per la prima volta nella Storia, si cerca di costruire una grande comunità politica senza lo strumento della guerra. Proprio il rifiuto della guerra esige un’autorità che funzioni; la titubanza non è democrazia, ma la sua morte.

Se si ha la sensazione che l’Europa unita stia scricchiolando e sfilacciandosi……. Naturalmente ciò non significa arrendersi alla malinconia; non siamo al mondo per indulgere ai nostri stati d’animo, alle malinconie delle nostre animucce che talvolta derivano da una cattiva digestione. Disagio o no, si continua a lavorare come si può per ciò che si ritiene giusto o il meno peggio, nella testarda convinzione che «non praevalebunt». Il malessere e la stanchezza pessimista sono un male da combattere, tanto più quanto più essi sono, come oggi, sempre più diffusi. Certo, a leggere i grandi documenti così pieni di fede, dei padri fondatori dell’idea di un’Europa unita, come ad esempio il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni ci si accorge che, in quell’epoca orrenda – come diceva Karl Valentin, geniale cabarettista e ispiratore di Brecht – il futuro era migliore.

http://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_23/magris-disagio-europei-cerca-futuro_df4d3aea-1cf3-11e2-99b8-aac0ed15c6ac.shtml

 

Perchè le imprese fuggono dall’Italia

Ecco, in sintesi i quattro motivi di  fondo per cui non conviene investire in Italia.
Energia.
Il costo  del megawatt in Italia è mediamente intorno ai 60 euro, in Germania è di  38, in Spagna di 36. Pesa non tanto la scelta di rinunciare al nucleare  quanto l’assenza di un piano alternativo.  Si è esagerato  nell’incentivo  al fotovoltaico (che costerà  90 miliardi ai  contribuenti nei prossimi dieci anni) e nella dipendenza  dai gasdotti.  L’attuale governo ha ridotto gli incentivi al fotovoltaico e punta su  altre rinnovabili.  Con il fotovoltaico infatti  si intasa la rete di  energia durante  il giorno mentre di notte si vive con le centrali  tradizionali che per recuperare gli introiti diurni fanno pagare il  megawatt notturno più della media. Un paradosso.
Burocrazia.
Per ottenere l’autorizzazione  a realizzare un capannone  industriale in Italia sono  necessari 258 giorni, in Francia  184, in  Germania 97, negli Usa 26. Per ottenere il pagamento di una commessa (contratto)  dalla Pubblica amministrazione un’azienda privata impiega mediamente 65  giorni in Europa. In Italia aspetta il triplo: 180 giorni, più della  Grecia  (174).
Infrastrutture.
Nel corso dei decenni l’Italia ha  perso il vantaggio  competitivo accumulato negli  anni del boom  economico. L’indice di dotazione di autostrade  per abitante era di 154  nel 1970 e si è dimezzato nel 2006 (73). La quota di merci trasportate  su ferrovia  è rimasta inalterata per 18 anni, dal 1990 al 2008. Il  problema riguarda soprattutto il Sud dove non sono previsti collegamenti ad  Alta velocità ferroviaria nei prossimi anni tranne la Napoli-Bari. La  rete ordinaria di strade e ferrovie è invece molto al di sotto delle  necessità. Recentemente il ministero di Passera ha imposto per legge la  riduzione dei tempi infiniti con cui la Corte dei Conti approvava le  delibere Cipe, portandoli  da 14 a 3 mesi.
Produttività.
Per  effetto di tutti  i fattori precedenti e non solo, l’indice di  produttività del lavoro italiano è in fondo alle classifiche. I dati  Eurostat, su cui sta lavorando  in questi mesi il ministero guidato  da  Corrado Passera, non lasciano  molto spazio alle interpretazioni.  Dal  2000 a oggi la produttività  di ogni ora lavorata è salita in media in  Europa dell’11 per cento.  In Germania l’incremento è stato del 17,  in Francia del 13, in Italia del 3 per cento. L’Italia, con l’1,4 per  cento, è all’ultimo posto in Europa per l’incremento di produttività del  lavoro, molto sotto  alla Grecia (che ha un incremento  superiore alla  Germania) e alla Spagna. «Quello della produttività  per ora lavorata è  il nostro punto debole», ha rivelato nei giorni scorsi Mario Monti  nell’incontro  con le parti sociali. Aggiungendo  che senza interventi  su questo punto la speculazione potrebbe tornare a colpire l’Italia.  La  domanda che si sentono rivolgere  gli uomini delle task force  governative in questi mesi è: per quale motivo investire in un Paese   che soffre di questi gravi ritardi?

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/36636-costi-alti-burocrazia-e-bassa-produttivita-ecco-perche-le-imprese-fuggono-dallitalia.html

Pagelle con pubblicità

Con Stato e città al collasso finanziario, le scuole pubbliche del Texas, a corto di fondi, vendono spazi pubblicitari ovunque: sulle fiancate degli school bus gialli, nelle paestre, perfino sulla facciata e sui tetti degli istituti. In Colorado sono andati ancora più in là: pubblicità anche nelle pagelle, tra le colonne dei voti.

pubblicità e pagelle