Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Automobili e computer meno cari, così il libero scambio ci ha aiutato

 gloglonSe oggi compriamo per poche centinaia di euro un computer laptop più che efficiente, per poche migliaia un’auto di media cilindrata, o possiamo permetterci a un prezzo ragionevole un capo di moda pret-à-porter, lo dobbiamo alla globalizzazione, cioè alla possibilità che venga assemblato un pc o una macchina con componenti fabbricate in diversi Paesi del mondo, oppure che si faccia lavorare la maglieria in aree a più basso costo del lavoro (ferma restando la condanna a qualsiasi forma di sfruttamento). Un mondo in cui, come spiegò due secoli fa l’economista inglese David Ricardo, il primo teorico della globalizzazione, «ad ogni Paese viene affidato il compito di fare quello che sa far meglio così che tutti possano goderne i vantaggi comparativi».
Secondo questa logica, aggiornata da Dani Rodrik, economista di Harvard, nessuno deve restare indietro perché in Italia sarà valorizzata la produzione di abbigliamento di alta qualità, oltretutto a più alti margini, così come in Germania si faranno le macchine di maggior prestigio, in Francia le fragranze più raffinate, in America i computer più costosi e sofisticati, e così via. Insomma quello che nei Paesi emergenti hanno più difficoltà a confezionare efficacemente per carenze di esperienza, know-how, cultura. Così facendo non è un’equazione “a somma zero”, in cui alla ricchezza creata nei Paesi terzi corrisponde un simmetrico impoverimento in occidente, bensì un gioco a valori moltiplicati perché le economie di scala che diventano possibili innescano un meccanismo di crescita generalizzata. Ma qui cominciano i guai: lo stesso Rodrik ne La globalizzazione intelligente parla della «trinità impossibile»: l’esperienza insegna che è durissima avere nello stesso tempo stati nazionali, democrazia e mercati aperti. Uno dei tre salta sempre, come Trump insegna.
La globalizzazione ha riscattato dalla fame centinaia di milioni di persone, ma ha creato incertezza e paure in altrettanti come non finisce di ricordare papa Francesco.
Le istituzioni internazionali, come quella del commercio, non hanno sostenuto un equilibrato sviluppo tra le diverse aree.
Eppure il concetto, che porta in sé la libertà degli scambi, dei commerci, della localizzazione, è affascinante, Ma perché la teoria virtuosa venga convertita in pratica occorre una classe politica internazionale all’altezza della sfida, in grado di coordinare efficacemente questa complessa transizione. Negli ultimi 40 anni la distribuzione senza più frontiere del lavoro e della produzione ha subito una brusca accelerazione, nella finanza è caduto il rapporto fra il risparmio di un Paese e il finanziamento del suo sistema produttivo, qualsiasi servizio – dai call center alle analisi di Borsa – viene ormai gestito telefonicamente in posti remoti spesso sconosciuti purché parlino un po’ della lingua dell’interlocutore. L’evoluzione è irrefrenabile: i cinesi, che da beneficiari sono diventati i vessilliferi della globalizzazione, cominciano – perché il costo del lavoro è triplicato – a costruire fabbriche all’estero, Italia e America comprese, una delocalizzazione produttiva alla rovescia.
La globalizzazione è la caratteristica più appariscente della moderna economia. Ma è anche l’accusato numero uno per le diseguaglianze, le povertà, le tensioni, le crisi. Le si fanno pagare anche colpe non sue: le viene attribuita l’emorragia di posti di lavoro in patria, e quindi l’impoverimento della classe media, mentre parte delle cause attengono sicuramente da un lato alla recessione e dall’altro all’innovazione tecnologica e alla carenza di investimenti (che andrebbero a loro volta canalizzati con una gestione politica). Le mancanze dei politici si riflettono nelle istituzioni sovranazionali: Joseph Stiglitz sostiene che il Fondo monetario, spingendo su privatizzazioni e austerity, ha messo in ginocchio le economie asiatiche nel 1997, l’Argentina nel 2001, la Grecia nel 2012. Altre istituzioni altrettanto internazionali come il Wto sono nate per contenere questi effetti negativi ripristinando condizioni di libero scambio e valorizzando la globalizzazione “buona”. Ma ora Trump lo ripudia, così come fecero i Samurai contro la prima industrializzazione nel ‘700 facendo perdere al Giappone due secoli di storia.

EUGENIO OCCORSIO

la Repubblica, 3 marzo 2017

Ecco perché cresciamo troppo poco

ripresa-mercato-auto[1]Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari .

Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque – sul breve – un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo – e a me è capitato molte volte – che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

LE IMPRESE SALMONE CHE TORNANO A CASA

salmA fine settembre erano 4, l’anno scorso sono arrivate a 11, due anni fa a 12, nel 2009 erano 17. Sono ormai un centinaio le imprese italiane che nell’ultimo decennio, con alcuni impianti, hanno risalito la corrente come salmoni. La loro è una silenziosa ondata di rimpatrio delle produzioni dai Paesi emergenti a basso costo verso Paesi avanzati, Italia inclusa, dal costo del lavoro più alto ma con competenze e talenti difficili da imitare.

Fra i protagonisti del controesodo si contano marchi di moda e design come Tod’s, Prada, Piquadro, Ferragamo, Nannini, Natuzzi. Ma non ci sono solo quelli. Prysmian, leader mondiale nel settore dei cavi, sta decidendo di rafforzare gli investimenti in Europa e anche in Italia. Interpump nella meccanica ha ormai depotenziato l’attività nei suoi impianti cinesi per rafforzare proprio l’Italia.

È un movimento in direzione inversa rispetto a quello dell’epopea della globalizzazione, e in qualche modo ne contraddice la retorica segnando una seconda fase. L’erosione dei costi della manodopera per alcuni non ha mantenuto tutte le promesse di redditività. Le imprese-salmone, quelle che risalgono la corrente da Est verso Ovest e da Sud verso Nord del mondo, vogliono essere più vicine ai mercati, dipendere meno dall’imprevedibilità di sistemi politici opachi e lontani, pagare meno in assicurazione e trasporto.

A questo punto costituiscono un fenomeno così diffuso da guadagnarsi un neologismo: “re-shoring” al posto dell’off-shoring verso l’Asia di vent’anni fa. ……. Secondo uno studio di Uni-Club, un gruppo di quattro atenei, il made in Italy è secondo dopo il sistema d’impresa americano per intensità del “re-shoring”. La Cina è il Paese dal quale rimpatriano più spesso; la moda è il settore più interessato dalla nuova tendenza: vi appartengono circa 40 del centinaio di imprese che negli ultimi dieci anni hanno deciso di rimpatriare. Ma anche meccanica e elettrotecnica sono presenti. Fra le motivazioni portate dai manager, spiccano quelle che ricordano che anche un’economia matura ha un posto nella globalizzazione 2.0. Il costo del lavoro in Italia è sì elevato, ma non nella manifattura di alta qualità o nelle funzioni ad alto contenuto di competenza e cultura. Che il costo del cuneo fiscale è eccessivo, ma mai come l’imprevedibilità della Cina dove i salari sono ormai triplicati. E il messaggio delle imprese-salmone è che l’Italia ha sì molti problemi, ma non ci sono scuse: prendersela con l’euro o Angela Merkel, per loro, è come andare alla carica contro i mulini a vento.

Anni sprecati

images8NXCIMFMSi riportano alcuni passi dell’articolo di L. Gallino “Quattro anni sprecati”, pubblicato su Repubblica il 19 agosto 2014

….. Dal 2009 ad oggi il Pil è calato di dieci punti.
QUALCOSA come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. …..
Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.
Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro. Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. ….
Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari. Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della
“casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. …..

http://www.dirittiglobali.it/2014/08/anni-sprecati/

 

Quanto costa un’ora di lavoro

Uno dei principali obiettivi del governo di Matteo Renzi – insieme all’aumento del peso delle buste paga per gli italiani meno abbienti – è quello di abbassare il costo del lavoro. Una necessità invocata ormai storicamente dalle imprese, che si ritrovano ogni giorno a denunciare l’incidenza di imposte, contributi e affini sulla voce del costo del loro personale, con evidenti restrizioni alla possiblità di assumere nuovi lavoratori. 

Una fotografia comparata della situazione a livello europeo arriva da recenti dati di Eurostat. Secondo le statistiche comunitarie, nel 2013 il panorama continentale è stato estremamente variegato: nella media dell’Unione a 28 membri un’ora di lavoro costa 23,7 euro, che diventano 28,4 nella zona della moneta unica. Ma le differenze sono enormi, visto che si passa dai 3,7 euro della Bulgaria agli oltre 40 euro della Svezia e fino ai 48,5 della Norvegia. In questa classifica, a sorpresa l’Italia è lontana dalle posizioni di vertice se si considera il costo nel suo complesso, cioè come risultante dei salari veri e propri e del peso del Fisco. Nel Belpaese, infatti, il costo del lavoro si è attestato a 28,1 euro l’ora poco, appunto poco sotto la media dell’Eurozona e molto al di sotto di Francia (34,3) e Germania (31,3). Il Belgio, tra quelli che condividono l’euro, si trova in vetta con 39 euro l’ora; dalla parte opposta la Slovacchia.

………

http://www.repubblica.it/economia/2014/03/30/news/eurostat_costo_del_lavoro-82303237/?ref=HRLV-5

 

 

Cuneo fiscale e pressione tributaria

Il valore medio del cuneo fiscale e contributivo per i lavoratori dipendenti è pari al 49,1% del costo del lavoro“. Lo riferisce l’attuale presidente dell’Istat, Antonio Golini, in Commissione finanze del Senato, basandosi su un modello di microsimulazione sulle famiglie che si basa su dati 2012. “I contributi sociali – riferisce ancora – rappresentano la componente più elevata del cuneo fiscale (28% a carico del datore di lavoro e 6,7% a carico del lavoratore”. In busta paga, inoltre, “ai lavoratori vengono trattenute le imposte sul reddito (14,5%) inclusive dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali”.

Golini ha notato anche che “i percettori di un solo reddito da lavoro dipendente ricevono in media, nel 2012, una retribuzione netta di 16.153 euro circa all’anno, di poco superiore alla metà del valore medio del costo del lavoro (31.719 Euro)“. …

L’Istat nota poi che nel complesso, mentre tra il 2000 e il 2012 la pressione fiscale nei 27 paesi dell’Ue è diminuita complessivamente di 0,5 punti percentuali, in Italia è aumentata di quasi 3 punti, l’incremento più elevato se si escludono i casi di Malta e Cipro. La pressione fiscale nel Belpaese si attesta nel 2013 al 43,8% del Pil (44% nel 2012). Pessime notizie arrivano poi per le famiglie: nel 2012 il potere d’acquisto delle famiglie è calato quasi del 5% (4,7%). Una caduta “di intensità eccezionale” prodotta dall’aumento del prelievo fiscale (Imu, contributi sociali, ecc) che ha “notevolmente contribuito alla forte contrazione del reddito”: -2% quello “disponibile” 2012.  …

http://www.repubblica.it/economia/2014/03/11/news/fisco_il_cuneo_si_mangia_met_busta_paga-80748479/?ref=HREC1-1

Cos’è il CUNEO FISCALE

Con il termine cuneo fiscale o cuneo contributivo si intende, nel diritto tributario la differenza tra il costo del lavoro che una impresa deve sostenere verso i lavoratori, e la redistribuzione netta del salario che rimane a disposizione del lavoratore.

 In pratica il cuneo fiscale va a formarsi commisurando le imposte e i contributi relativi alla retribuzione del lavoratore, pagati dal lavoratore e dal suo datore di lavoro.

Quindi il cuneo fiscale è costituito da un insieme di componenti che vanno a gravare su più di un soggetto.

Dunque parliamo di cuneo fiscale intendendo la differenza fra ciò che il datore paga e quanto in realtà viene incassato dal lavoratore, considerando il resto dei contributi versati al fisco e agli enti di previdenza in generale.

http://www.portaldiritto.com/il-cuneo-fiscale.htm