Economia europea più forte Ma l’Italia è vulnerabile

Dieci anni dopo lo scoppio della crisi più profonda dal dopoguerra, scatenatasi dopo il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, è legittimo chiedersi se il sistema economico e finanziario sia oggi più solido di allora, e maggiormente in grado di far fronte ad una eventuale nuova recessione. In effetti, ci sono seri motivi per dubitarne, come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel suo recente intervento all’Assemblea annuale dell’Abi. A livello europeo, l’architettura economica e monetaria è stata notevolmente rafforzata. È stato creato il Meccanismo europeo di Stabilità, che ha erogato fondi a cinque Paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro e Spagna), finanziando programmi di aggiustamento che sarebbero altrimenti stati molto più onerosi. Ha preso avvio l’Unione bancaria, con l’istituzione di un Meccanismo di Vigilanza Unico, collocato presso la Banca centrale europea, che regolamenta su basi comuni le principali istituzioni bancarie europee. Infine, la Bce ha adottato strumenti innovativi di politica monetaria, come l’Omt (Outright Monetary Transactions) che consente di effettuare interventi illimitati sui mercati finanziari, e il Quantitative easing, in vigore fino alla fine di questo anno.

L’architettura non è ancora completa, e va rafforzata in varie parti, come riconosciuto da tutti, anche se rimangono divergenze sui tempi e sulle modalità. Ma non c’è dubbio che il sistema sia oggi più robusto e più resiliente agli shock rispetto a dieci anni fa. Le condizioni economiche dell’area dell’euro nel suo insieme sono anch’esse notevolmente migliorate. Nella maggior parte dei Paesi il reddito nazionale ha superato i livelli raggiunti prima della crisi, anche se la disoccupazione rimane superiore, in media di circa un punto rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni l’area dell’euro è cresciuta in media a un ritmo lievemente superiore a quello degli Stati Uniti, al netto della diversa crescita della popolazione. Il principale punto di vulnerabilità riguarda le divergenze tra i vari Paesi. Queste divergenze sono maggiori rispetto al 2008, e in alcuni casi si sono accentuate, rendendo alcune parti dell’Unione più fragili.

Uno dei principali fattori di vulnerabilità riguarda proprio l’Italia. In questi dieci anni la crescita italiana è stata la più bassa dell’area, con l’eccezione della Grecia, e il reddito medio pro-capite italiano risulta ancora inferiore di circa l’8% rispetto al 2008.

La disoccupazione è scesa, ma rimane più alta di oltre 4 punti percentuali rispetto a dieci anni fa.

Il debito pubblico è passato da circa il 106% al 131% del prodotto lordo. Peraltro, negli ultimi cinque anni il debito italiano non ha dato segni di riduzione, mentre è calato, non solo per l’insieme dell’area ma anche nei Paesi che avevano adottato programmi di aggiustamento, come l’Irlanda (di 40 punti percentuali), Cipro (10), il Portogallo (5) e la Spagna (3).

Per quel che riguarda il sistema bancario italiano, esso è oggi, nel suo insieme, sicuramente meglio capitalizzato, ma la quota di Npl (Non Performing Loans) sul totale dell’attivo, pur in netto calo negli ultimi 2 anni, rimane superiore al livello del 2008, così come la quantità di titoli di Stato detenuti dalle banche.

In sintesi, gli indicatori macroeconomici e finanziari mostrano che, soprattutto rispetto al resto dell’Unione, l’Italia rimane particolarmente vulnerabile. Lo confermano gli indicatori di rischio, come lo spread sui titoli di Stato, che già prima delle elezioni del marzo scorso era il più elevato dell’area, con l’eccezione della Grecia.

La situazione non è irrimediabile. Si tratta di proseguire, e magari accentuare, l’azione avviata negli ultimi anni. Se viene confermato il ritmo di riduzione delle sofferenze bancarie, e delle altre esposizioni deteriorate, che è stato messo in atto negli ultimi mesi, è possibile raggiungere la media del sistema europeo nell’arco del prossimo biennio. Se viene mantenuto lo sforzo di risanamento delle finanze pubbliche, la dinamica del debito può avviarsi verso una riduzione significativa e duratura già dall’anno in corso. Questo processo di convergenza trarrebbe un grande beneficio, e potrebbe addirittura accelerarsi, se fosse accompagnato da un definitivo chiarimento sull’appartenenza incondizionata dell’Italia all’unione monetaria, che ridurrebbe il profilo di rischio del Paese. Questo circuito virtuoso contribuirebbe peraltro ad accrescere il clima di fiducia necessario per concordare con gli altri partner europei le misure di rafforzamento dell’architettura dell’euro.

Se non si innesta un circuito virtuoso, le vulnerabilità del Paese rischiano di accentuarsi. Il mantenimento di uno spread sui livelli attuali, intorno a 250 punti base, produce effetti negativi non solo sulle finanze pubbliche, come siamo abituati a pensare, bensì anche sull’economia reale. L’aumento dei tassi tende infatti a ridurre le riserve disponibili del settore bancario per erogare nuovo credito alle famiglie e alle imprese; crea un incentivo per le banche ad accrescere le loro posizioni in titoli, a scapito del credito al sistema produttivo; aumenta il costo di indebitamento per le imprese e crea un clima di incertezza che tende a rallentare gli investimenti. Rischia così di innescarsi un circuito perverso, tra economia reale e mercati finanziari e bilancio pubblico. Un circuito perverso che solo una forte azione di politica economica può arrestare.

Lorenzo Bini Smaghi

Corriere della Sera, 17 luglio 2018

https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_17/economia-europea-piu-forte-ma-l-italia-vulnerabile-0d66538c-8925-11e8-b6ba-4bfe4aefe0a3.shtml

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Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

L’addio alla Ue costa 400 sterline a famiglia

Era la medaglia d’argento del G7, il club delle sette potenze economiche mondiali, con una crescita che superava il 2%, a giri più veloci della locomotiva tedesca e seconda sola agli Usa. Quei numeri, con il fermo immagine al 2015, sono però oggi solo un lontano ricordo. La frattura provocata dal referendum del 23 giugno 2016 si è consumata sul piano politico nei rapporti con Bruxelles, ha lasciato un segno indelebile tra i partiti di Westminster e al numero 10 di Downing Street fino a rappresentare una minaccia per l’economia che mese dopo mese sta diventando sempre più reale. Così, improvvisamente, il gigante al di là della Manica che aveva fatto dell’opt out il suo credo, dicendo no all’euro e a Schengen,si è scoperto con i piedi d’argilla. 
La prima piazza finanziaria del Vecchio continente, con oltre un milione di persone che gravitano nel mondo degli affari, polo di attrazione per studenti e imprese, ha iniziato a vivere sulla propria pelle gli effetti della decisione di dire addio all’Unione europea. Uncertainty, incertezza, è oggi il mantra che accompagna tutte le previsioni degli organismi internazionali pubblicate da un anno e mezzo a questa parte. È la prima volta che un Paese della Ue lascia il club e ci si muove in una terra sconosciuta. Così, dopo le revisioni al ribasso da parte di Fmi, Ocse e Commissione europea, nel budget d’autunno presentato mercoledì scorso il Cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, ha dato una sforbiciata di ben mezzo punto alle stime sul Pil per quest’anno: non più crescita del 2%, miraggio dei bei tempi che furono, ma dell’1,5 per cento. Nei prossimi anni andrà ancora peggio, fino ad arrivare all’1,3% nel 2019 (quando si consumerà il divorzio dalla Ue) e nel 2020. Non solo. La produttività langue, ogni indiscrezione sulla tenuta del governo o sullo stallo delle trattative provoca un nuovo deprezzamento della sterlina. I prezzi al consumo galoppano del 3% secondo l’ultimo dato di ottobre, ai massimi da cinque anni, e preoccupano anche la Bank of England, che il 2 novembre ha alzato i tassi di 25 punti base dopo dieci anni a bocce ferme. 
Un quadro a tinte fosche, insomma, degno delle tele di John Constable esposte alla National Gallery. Uno dei pochi spiragli di luce arriva dai dati sulla disoccupazione (4,2%, rispetto alla media Ue del 7,5 secondo Eurostat a settembre). Bassa crescita significa però meno margini di manovra per interventi a favore delle famiglie, già colpite duramente dalla spending review. Secondo uno studio del Centre for economic performance, l’incertezza legata alla Brexit si è già tradotta in un costo medio per le famiglie britanniche di 404 sterline all’anno. Senza contare i costi, diretti e indiretti,, dell’uscita dalla Ue, che avranno un nuovo impatto negativo sull’economia. A cominciare dal conto del divorzio, uno dei tre punti fondamentali su cui dovrà essere trovato un accordo con Bruxelles prima di passare alla «fase 2» della trattativa, con i negoziati sulla relazione futura. La Ue chiede una cifra intorno ai 60 miliardi, Londra punta a ottenere un po’ di sconto, ma l’assegno avrà comunque un impatto considerevole sulle casse britanniche. Per ora Hammond ha ammesso di aver già speso 750 milioni per fronteggiare l’emergenza e ne ha accantonati 3 per la preparazione delle frontiere, del sistema di immigrazione e della nuova relazione commerciale.
Di certo, poi, Londra perderà le due prestigiose agenzie Ema (l’Authority del farmaco) ed Eba (quella bancaria), assegnate la settimana scorsa ad Amsterdam e Parigi con il sorteggio. E con esse anche un indotto di oltre 2 miliardi. Con la Brexit si ridimensionerà anche il peso della City. La stessa Sabine Lauteschlaeger, numero due della vigilanza bancaria della Bce, ha sollecitato le banche ad accelerare i piani di trasferimento in vista del marzo 2019, quando si consumerà il divorzio. Se si pensa che il mondo della finanza rappresenta circa il 12% del Pil britannico, la portata dello scossone potrebbe essere davvero dirompente.

CHIARA BUSSI

Crescita lenta, spread e instabilità. Le tre ragioni della crisi italiana

Il «pericolo-Italia» sta infiltrando la psiche dei mercati. Quasi tutte le conversazioni che ho avuto con banchieri, investitori e politici internazionali nelle ultime settimane hanno un momento in cui la voce si abbassa, l’interlocutore mi guarda negli occhi e chiede: «Ma secondo te l’Italia potrebbe…?».

Il non detto la dice lunga. La grande paura dei signori della finanza è che l’Italia riesca dove la Grecia ha fallito: nel distruggere la zona euro con una miscela esplosiva di debolezza economica, fragilità politica e panico dei mercati. Non è difficile costruire una narrativa apocalittica. Un Paese che ha una stazza economica inferiore solo a Germania e Francia tra i membri della moneta unica ma cresce pochissimo ormai da anni e non ha grandi prospettive di ripresa a breve termine.

Una montagna di debito pubblico – la più grande del mondo dopo Giappone e Stati Uniti – che grava sulle scelte fiscali e sociali di governi incapaci di adottare spese pubbliche «keynesiane» per spingere l’economia. E una classe politica che è in alto mare con pochissime scialuppe di salvataggio, in preda agli attacchi di corsari populisti che vogliono distruggere tutto, compresa la zona-euro. La situazione non è rosea, come si vede anche dal famigerato «spread» tra il costo del debito italiano e quello dei secchioni tedeschi che di recente ha toccato il livello più alto degli ultimi tre anni. Attenzione però alle conclusioni affrettate. E a farsi sedurre dalle Cassandre dei mercati, che spesso e volentieri, hanno ragioni finanziarie per essere pessimisti (una scommessa contro l’Italia da parte degli hedge fund o la speranza di nuovi mandati per le banche d’affari internazionali).

C’è una differenza fondamentale tra un malessere, anche se cronico, e un crollo definitivo. Chi predice «Italeave» – la versione nostrana della Brexit – postula che l’economia italiana che finora stava camminando lentamente in una lunga valle sia arrivata sull’orlo del precipizio. E i dati non supportano questa visione distopica.

Parto dai numeri ufficiali, che parlano di crescita del 1.1%nel prodotto interno lordo quest’anno. Non è certo velocità da Ferrari ma è un’accelerazione sullo 0.9% del 2016. Magari i ragionieri di Gentiloni sono ottimisti di mestiere e il Pil quest’anno si fermerà allo 0.9% predetto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Un risultato del genere non sarebbe fantastico, anzi sarebbe uno dei peggiori della zona-euro, ma non sarebbe nemmeno disastroso, non nel senso di chi pensa che l’Italia sia la dinamite della moneta unica.  

E se passiamo dagli aridi conti alle tasche degli italiani, ricordiamoci che l’inflazione è pressoché inesistente, che è un’ottima notizia per i consumatori. Le aziende ne soffrono, perché non possono aumentare i prezzi delle loro merci ma anche qui ci sono barlumi di speranza. Questa settimana, il dato che ha sorpreso gli investitori internazionali è stato l’indicatore di crescita dei servizi per aprile preparato dalla società di ricerca Markit. Ha toccato il livello più alto degli ultimi dieci anni, «battendo» quasi tutte le previsioni degli esperti. L’indice combinato di servizi e manifatturiero ha anch’esso raggiunto i livelli più alti dal luglio del 2007 in aprile.

Una rondine non fa primavera, ma il trend non è quello di un’economia che sta per sprofondare nel baratro. Se continua, ci potrebbero essere persino dei miglioramenti sul fronte della disoccupazione, il vero Tallone d’Achille del Belpaese. È ormai a più del 10% da anni, con livelli ancora più ridicoli per i giovani, ma ci sono segnali di miglioramento. Il Fondo Monetario, per esempio, pensa che calerà nei prossimi anni per finire sotto quel fatidico 10 per cento nel 2020. Anche qui, non siamo certo gli Usain Bolt della zona-euro, ma nemmeno della maglia nera del gruppo. E con la disoccupazione in calo, le sirene populiste sono meno attraenti. La vera mina vagante per la nostra economia è stato, fino a poco tempo fa, il traballante sistema bancario. Ma il peggio è stato evitato grazie a un inciucio tra Roma e Bruxelles che ha fatto disperare i puristi delle regole europee ma ha permesso alle tante banche inferme di respirare.

L’Italia non è certo un capolavoro politico-finanziario o una tigre economica stile-Cina. Anzi. È un’economia in difficoltà, con tantissimi problemi e altrettante incognite, soprattutto sul fronte politico. Ma la pochezza economica dell’Italia non porterà direttamente alla crisi dell’euro, a meno che non ci siano altri fattori esogeni (una guerra tra Usa e Corea che spaventa i mercati, un disastro con la Russia che spinge alle stelle i prezzi del petrolio ecc…). 

«Ma secondo te l’Italia potrebbe…?» , per il momento non è una domanda che fa paura.

Francesco Guerrera

La Stampa, 5 maggio 2017

http://www.lastampa.it/2017/05/05/economia/crescita-lenta-spread-e-instabilit-le-tre-ragioni-della-crisi-italiana-OaoVi5R8C7nEF6SfQGwrqM/pagina.html

“Il taglio di tasse più grande della Storia”

«Il taglio di tasse più grande della Storia», annuncia Gary Cohn, consigliere economico della Casa Bianca. «Le imprese americane saranno ancora più competitive e riporteranno migliaia di miliardi negli Stati Uniti», aggiunge il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin.

Grande enfasi, ma numeri ancora da precisare: Cohn e Mnuchin hanno presentato ieri lo schema della riforma fiscale, una delle promesse bandiera del presidente Donald Trump. La manovra sarà discussa nel Congresso, dove i repubblicani sono preoccupati per la tenuta dei conti pubblici, tanto da spingere il presidente a rinunciare al finanziamento immediato per la costruzione del muro con il Messico.

Diverse le novità illustrate in diretta televisiva e accolte dal rialzo, quasi record, di Wall Street. Innanzitutto cambia il sistema di imposte sulle persone fisiche: gli scaglioni passano da sette a tre. Oggi il picco del prelievo è il 39,6%: scenderà al 35%. Poi ci saranno solo altre due fasce: 10 e 20%. Saranno abolite diverse deduzioni chiave, ma rimarranno quelle ultra popolari sugli interessi per il mutuo della casa.

Secondo Cohn alla fine «le famiglie del ceto medio e basso pagheranno meno imposte». Mnuchin ha fatto un esempio: una coppia non verserà nulla sui primi 24 mila dollari guadagnati in un anno. Di fatto si crea una specie di «no tax area» per i meno abbienti

L’altro capitolo tocca le imprese. Confermata la riduzione della «corporate tax» dal 35% al 15% su tutta la platea di imprese, comprese le piccole e quelle a conduzione famigliare. Con questa mossa, sostiene Mnuchin, le società americane riporteranno sul territorio nazionale «migliaia di miliardi» parcheggiati nei Paesi con un prelievo più basso.
Per fare rientrare la liquidità bisognerà, però, versare un prelievo una tantum: una misura, ancora allo studio, simile allo scudo fiscale sperimentato anche in Italia negli anni passati. I parlamentari e gli osservatori si interrogano sulle coperture di bilancio. Secondo gli esperti del centro studi «Tax Foundation» di Washington, la riduzione delle tasse sulle imprese scaverà un buco di duemila miliardi di dollari nelle entrate fiscali

È una cifra che si può calcolare facilmente analizzando le stime fornite dall’«Office Management and Budget» della Casa Bianca. Solo nel 2018 verranno a mancare 283 miliardi di dollari. Per Steven Mnuchin il piano complessivo è «in grado di ripagarsi da solo». Il Segretario al Tesoro prevede «massicci incassi fiscali, grazie alla ripartenza dell’economia». Il meccanismo è quello della cosiddetta «Curva di Laffer»: il taglio delle tasse stimola consumi e investimenti che a loro volta alimentano la crescita. Sulla nuova ricchezza prodotta si applicano le imposte e quindi l’erario dovrebbe recuperare il gettito perso all’inizio del ciclo. Ma nella storia americana questa leva ha funzionato parzialmente solo con Ronald Reagan (1981-1989): il Prodotto interno lordo salì fino al 4,1%, ma il buco fiscale si scaricò sul debito.

La riforma prevede altri sgravi, ancora da definire nei dettagli. Saranno riviste le imposte sugli immobili e sui capital gain, i guadagni da attività finanziarie. Sparirà la tassa di successione.

Giuseppe Sarcina

Corriere della Sera, 27 aprile 2017


http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_27/riforma-fiscale-trump-il-taglio-tasse-piu-grande-storia-e29d5634-2abe-11e7-aac7-9deed828925b.shtml