L’austerità fa male

I partigiani delle politiche di austerità imputano i mali dell’Europa, e in particolare di alcuni paesi, a governi ipertrofici e inefficienti, che mantengono stati sociali insostenibili e soffocano l’economia in una ragnatela di norme e regolamentazioni impedendo innovazione e dinamismo. L’austerità, e le riforme strutturali, dovrebbero secondo questa visione consentire di liberare le forze vive del mercato e rilanciare la crescita. Così, mentre il resto del mondo contrastava la crisi con politiche monetarie e fiscali espansive, l’Europa si avvitava in una recessione amplificata da politiche fiscali procicliche (e da un’eccessiva timidezza della Bce). 

E’ chiaro che la maggior parte dei paesi dell’eurozona, tra il 2009 e il 2012, hanno avuto un impulso fiscale negativo (vale a dire hanno globalmente ridotto il deficit al netto delle componenti cicliche). I dati mostrano chiaramente che che l’austerità è negativamente correlata con la crescita del Pil. La favola dell’”austerità espansiva”, la dottrina portata avanti da economisti di successo secondo cui tagliare le spese aumenta il Pil, si è rivelata per quello che era. Una favola, appunto.

Gli effetti negativi dell’austerità hanno rilanciato il dibattito sulla dimensione dei moltiplicatori fiscali. Il moltiplicatore misura l’effetto di una variazione del deficit pubblico sul Pil. Può essere elevato se la spesa pubblica innesca, aumentando occupazione e potere d’acquisto del settore privato, spese aggiuntive da parte di quest’ultimo. Ma può essere inferiore a uno se la spesa pubblica non va ad aggiungersi a quella privata ma a sostituirla (crowding out).

A sua volta, il deficit pubblico è influenzato dal Pil: nei periodi di bassa crescita diminuiscono le entrate fiscali e aumenta la spesa sociale, aumentando il deficit. Se il moltiplicatore è elevato, un consolidamento delle finanze pubbliche avrà un effetto recessivo importante. E la recessione può avere impatto negativo sul deficit, se questo è sensibile al ciclo. L’austerità può essere recessiva e controproducente.  Prima della crisi, il Fondo monetario internazionale, la Bce e la Commissione, tradizionalmente scettici sul ruolo dell’intervento pubblico in economia, si accordavano su un valore del moltiplicatore abbastanza basso, intorno a 0,5. Una riduzione del deficit di un punto comporterebbe cioè una riduzione del Pil di mezzo punto. I piani di salvataggio per i Paesi in difficoltà si basavano su queste stime: per quanto draconiana, l’austerità avrebbe provocato al più una blanda recessione, e avrebbe rimesso in sesto le finanze pubbliche, così stimolando domanda privata e crescita. Non è andata così. Il valore del moltiplicatore dipende da fattori che i modelli di Fondo e Commissione tendono a sottostimare, come per esempio l’interazione con la politica monetaria, o gli effetti di programmi di austerità condotti in più paesi simultaneamente.(è ormai famoso il mea culpa del Fondo Monetario, nell’autunno 2012, che ha riconosciuto di aver sottostimato i valori dei moltiplicatori, e quindi l’impatto negativo dell’austerità). E così i paesi in difficoltà si sono trovati a gestire crisi del Pil oltre le peggiori aspettative.

C’è di peggio. Non solo l’austerità non porta crescita, ma fatica anche a raggiungere il proprio obiettivo principale, vale a dire il ristabilimento della sostenibilità delle finanze pubbliche.  I paesi che hanno condotto le politiche più restrittive sono quelli che hanno visto il loro debito (in rapporto al Pil) crescere di più. Ovviamente, una correlazione non significa causazione. Rimane tuttavia il fatto che il modo più efficace di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è una robusta crescita dell’economia. È celebre la frase di Keynes per cui è il boom, non la recessione, il momento giusto per l’austerità.

Ai partigiani dell’austerità rimane un ultimo argomento. È vero, l’austerità è recessiva; ed è vero che proprio per questo fatica a stabilizzare il debito. Essa rimane tuttavia l’unica politica possibile per liberare le forze vive del mercato e ritrovare una crescita sostenibile nel lungo periodo. Si tratterebbe insomma di soffrire oggi per avere più crescita domani. Ma anche questo sembra un argomento opinabile. …..

Francesco Saraceno

http://www.pagina99.it/news/idee/3580/L-austerita-fa-male–Lo.html