La Cina taglia i dazi per tenere testa agli Usa

La drastica riduzione dei dazi sulle importazioni di 187 prodotti (numerosi quelli italiani) decisa ieri dalla Cina prova che la linea dura della Casa Bianca con Pechino sul free trade funziona? Donald Trump ne è certamente convinto, ma le cose non stanno così, se non in minima parte. Il mondo è complicato e anche le grandi scelte economiche della potenza asiatica hanno motivazioni complesse. Xi Jinping ha voluto certamente dare un segnale di disponibilità agli Usa e anche alla Ue, impegnata in negoziati infiniti con la Cina sulle barriere commerciali. Ma la sostanza è un’altra: l’abbattimento dei dazi, il secondo in due anni, è soprattutto una mossa rivolta all’interno che ha l’obiettivo di accelerare la trasformazione di un sistema fin qui sostenuto dall’export e da massicci investimenti in infrastrutture in un’economia basata soprattutto sulla crescita dei consumi interni.

Che si tratta di questo è evidente già dall’elenco delle merci su cui i dazi verranno ridotti dal 17 al 7 per cento (e in qualche raro caso addirittura azzerati): niente prodotti tecnologici, macchinari, beni d’investimento. Solo normalissimi beni di consumo — dai pannolini al latte in polvere, passando per le bevande alcoliche e i profumi — che il ceto medio asiatico ormai benestante e affamato di merci occidentali (soprattutto dopo gli scandali che hanno messo in dubbio la qualità e la sicurezza di alcuni prodotti cinesi) va sempre più spesso ad acquistare fuori dai confini nazionali. Meglio, allora, spingere i cittadini a comprare questi prodotti in patria: il margine che spetta alla distribuzione commerciale resterà in Cina e si ridurranno le spese per viaggi all’estero.

Certo, tutto questo ha anche un significato a livello di relazioni internazionali, ma sarebbe miope ridurlo a una sorta di inchino cinese davanti ai pugni battuti sul tavolo da Trump. Dopo il recente viaggio asiatico del presidente molti organi d’informazione e anche i servizi Usa di intelligence hanno sottolineato come, capita la vulnerabilità psicologica di un leader così narcisista, i leader da lui incontrati abbiano tentato di compiacerlo con elogi e concessioni formali. Più che un inchino, quindi, l’apertura sui dazi (come la possibilità di controllare fondi d’investimenti e altre attività finanziarie concessa alle imprese straniere pochi giorni fa, durante il viaggio di Trump) è un altro passo sulla via della trasformazione della Cina in una superpotenza politica, oltre che economica.

Non più la fabbrica del mondo che non raggiunge, però, l’eccellenza tecnologica, un’economia emergente retta da un regime autoritario, ma un Paese che, grazie anche alla crisi d’identità dell’America trumpiana, tende ad acquistare un ruolo centrale in varie aree: l’impegno per la tutela ambientale e lo sviluppo delle energie rinnovabili (Pechino protagonista dopo il sostanziale ritiro di Washington), la sfida agli Stati Uniti per la leadership nell’intelligenza artificiale, la tecnologia del futuro, strategica anche sul piano militare. E poi, ancora, questo stesso, forte sviluppo dei consumi interni destinato a rendere quello cinese un mercato irrinunciabile per le imprese di tutto il mondo e perfino l’impegno per la riduzione delle diseguaglianze economiche tra i cittadini: è lo slogan sbandierato da Xi Jinping al recente congresso del Partito comunista cinese che lo ha visto uscire da trionfatore. Ma non sono solo parole: i dati della Banca mondiale e dell’Ocse mostrano che in Cina le diseguaglianze, divenute estreme in 30 anni di rapido sviluppo economico, ora si stanno riducendo soprattutto grazie a un’industrializzazione che, dopo le città costiere, sta ora investendo le aree interne del Paese, le più povere.

La Cina vera superpotenza in grado di tenere testa agli Stati Uniti resterà ancora a lungo un sogno per la leadership di Pechino che deve occuparsi prima di tutto di evitare il collasso di un’economia surriscaldata dall’eccesso d’investimenti alimentati dai prestiti facili delle banche e gravata da un enorme debito pubblico (il 260 per cento del Pil, il doppio di quello italiano).Ma il taglio dei dazi e il sostegno ai consumi interni servono proprio a tentare di riequilibrare questa situazione e a dare credibilità allo yuan come valuta alternativa a dollaro ed euro. Offrendo al tempo stesso agli altri Paesi emergenti del mondo il modello di una tecnocrazia illiberale ma efficiente (le misure annunciate ieri entreranno in vigore tra pochi giorni) contrapposto a quello di liberaldemocrazie occidentali tutte scosse in misura più o meno rilevante da crisi di governabilità e da perdite di credibilità.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 24 novembre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_25/cina-taglia-dazi-tenere-testa-usa-a9f1bb60-d156-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Dumping cinese, l’Ue alza le difese In arrivo dazi più duri

L’Europarlamento ha chiesto il rafforzamento delle difese dei prodotti e dei posti di lavoro europei davanti all’avanzata dell’export extracomunitario (soprattutto cinese) quando pratica prezzi bassi da concorrenza sleale. Gli eurodeputati della commissione Commercio internazionale hanno votato una specifica risoluzione antidumping a larghissima maggioranza (33 a favore, 3 contrari e 2 astensioni) per far potenziare la più blanda proposta iniziale della Commissione europea. In questo modo l’Ue cerca anche di frenare gli effetti del riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, che sono stati alla base dei contrasti nell’ultimo summit a Bruxelles tra i vertici delle istituzioni comunitarie e il premier di Pechino Li Keqiang.

Le nuove regole dovrebbero portare alla definizione di dazi per l’esportazione in Europa davvero in grado di evitare la concorrenza sleale dei Paesi dove lo Stato interviene a sostegno delle industrie. Le indagini antidumping dovrebbero tenere conto se il Paese esportatore ha rispettato gli standard internazionali nelle regole su lavoro, tassazione e ambiente. Incideranno eventuali misure potenzialmente discriminatorie per gli investimenti stranieri, nel diritto societario e nella tutela di marchi e brevetti. Alla Commissione europea verrebbe assegnata l’elaborazione di rapporti sulla situazione di alcuni Paesi o settori con valore giuridico per il calcolo delle tariffe da applicare. Il «valore normale» del prodotto esportato verrebbe definito in base ai prezzi e ai costi internazionali.

Le imprese europee sarebbero sgravate dall’onere della prova, che viene trasferito sull’esportatore extracomunitario. «L’Europarlamento fa sentire la sua voce a tutela delle imprese per dotare l’Unione di strumenti destinati a combattere tutte le forme di dumping praticate da Paesi extra Ue», ha commentato il presidente dell’Assemblea Ue Antonio Tajani. «Creando regole antidumping più chiare e dure, possiamo proteggere i nostri cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione», ha detto l’eurodeputato del Ppe Salvatore Cicu, relatore della risoluzione della commissione Commercio. Vari organismi imprenditoriali europei hanno espresso apprezzamento per l’intervento dell’Europarlamento, che potrebbe essere approvato in Aula nella sessione di luglio a Strasburgo. Inizierà poi la trattativa con i 28 governi Ue per definire il testo finale. Nel summit Ue di giovedì e venerdì prossimi Germania, Italia e Francia dovrebbero sostenere la linea più restrittiva anti-Cina, rispetto ad altri Paesi più importatori commerciali che produttori industriali.

Gli accordi per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio hanno comunque reso superato l’attuale sistema di calcolo dei dazi in base all’appartenenza a una “lista nera” dei Paesi dove lo Stato sostiene l’economia. La Cina intende però continuare la sua avanzata internazionale: dall’acciaio fino alla finanza. A Wall Street, dopo la chiusura (nella notte in Italia), potrebbe già essere arrivato l’annuncio che alcune azioni primarie cinesi verranno ammesse per la prima volta nell’indice Msci dei mercati emergenti (Emi). La recente impennata degli investimenti stranieri sui titoli cinesi, tramite Hong Kong e gli altri mercati della Cina, è stata collegata da vari operatori finanziari di New York proprio all’imminenza di questa simbolica apertura.

Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 21 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_20/dumping-cinese-l-ue-alza-difese-arrivo-dazi-piu-duri-4c4d9f0a-55fb-11e7-84f0-6ec2e28c1893.shtml

Trump studia i dazi contro i prodotti europei. Colpita l’Italia, dalla Vespa alla San Pellegrino

Far scattare le ganasce commerciali alla Vespa per vendicare il blocco europeo alle carni americane. Colpisce anche il gioiello di casa Piaggio il braccio di ferro con cui l’amministrazione Trump intende impostare le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In particolare il capitolo che riguarda il divieto di importazione nel Vecchio Continente di carni derivate da bestiame trattato con ormoni, in riposta del quale sono al vaglio misure tariffarie sino al 100% del valore del prodotto. E che colpirebbero, ad esempio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Rocquefort di produzione francese, e la Vespa Piaggio, il mitico scooter simbolo dell’Italia che riscuote da anni un enorme successo anche in Usa. Complessivamente nel mirino dovrebbero finire importazioni per 100 milioni di dollari l’anno. La questione delle carni Usa trattate con ormoni è stata oggetto di discussione dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e l’organismo si era pronunciato nel 2008 a favore degli Usa. A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da Wto una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia hanno sospeso le tariffe in questione dopo che, nel 2009, Bruxelles acconsentì alle carni americane non trattate con ormoni di avere accesso al Vecchio Continente. In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a Canada e Messico. Il Congresso, nel 2015, ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all’amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico. Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi.

Francesco Semprini

la Stampa, 30 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/30/economia/contro-il-blocco-della-carne-americana-gli-stati-uniti-mettono-i-dazi-sulle-vespe-7x3apuN1FCgvf4nxLg9JSP/pagina.html

 

Ceta approvato dal Parlamento Ue

ceta11Via libera del Parlamento europeo al Ceta, l’accordo di libero scambio tra il Canada e l’Unione Europea. Il trattato (Comprehensive Economic and Trade Agreement), firmato lo scorso autunno dalla Commissione europea e il governo canadese, è stato approvato all’assemblea plenaria di Strasburgo con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni. L’intesa, le cui negoziazioni sono cominciate nel 2009, si è sviluppata all’ombra del TTIP, l’accordo discusso tra Stati Uniti ed Europa incoraggiato da Barack Obama e messo definitivamente nel cassetto da Donald Trump, che fin dall’inizio del suo mandato si è invece dato da fare per smantellare alcuni dei più importanti accordi multilaterali siglati dagli Stati Uniti. Non a caso ieri il presidente del Ppe Manfred Weber aveva sottolineato come ” il voto sul Ceta è la risposta di Europa e Canada alla politica di Donald Trump, una risposta anti-protezionista”.

Molto accese le proteste degli oppositori dell’intesa fuori dalla sede del Parlamento, dove alcune decine di manifestanti hanno provato a bloccare l’accesso alla struttura.

I PUNTI PRINCIPALI

L’entrata in vigore. Dopo il via libera del Parlamento europeo il trattato entra in vigore in fase transitoria, in attesa della ratufica dei singoli Parlamenti nazionali.

Gli obiettivi. L’accordo tra Ue e Canada prevede l’abolizione del 99% dei dazi doganali. Dall’entrata in vigore del Ceta, il Canada abolirà dazi sulle merci originarie dell’Ue per un valore di 400 milioni di euro, mentre alla fine di un periodo di transizione la cifra – secondo le stime della Commissione – dovrebbe superare i 500 milioni l’anno.

Apertura alle imprese Ue per le gare d’appalto. Con il Ceta, il Canada apre le proprie gare d’appalto pubbliche alle imprese dell’UE in misura maggiore rispetto a quanto abbia fatto con gli altri suoi partner commerciali. Le imprese europee potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale.

Riconoscimento reciproco delle professioni. Il trattato elimina alcuni ostacoli significativi per alcune professioni regolamentate come quelle di architetto, ingegnere e commercialista che verranno reciprocamente riconosciute, rendendo più facile l’interscambio professionale tra queste categorie di lavoratori

La tutela della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Il trattato prevede anche una maggiore forme di protezione della proprietà intellettuale e l’adeguamento e l’adeguamento del Canada agli standard europei delle norme sul diritto d’autore

Nuovo modello per le controversie fra investitori e Stati.  Il nuovo meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, quando un governo legifera nell’interesse pubblico arrecando danni all’investitore, rappresenta uno degli elementi  più discussi del Ceta, così come lo è stato per il TTIP. La differenza sostanziale però è che il Ceta prevede un meccanismo diverso da quello inizialmente inserito nel trattato transtlantico, il cosiddetto ISDS, fondato sugli arbitrati privati, sostituito invece da un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS), con un tribunale pubblico composto da giudici indipendenti e di carriera, nominati dall’Ue e dal Canada. Le procedure saranno trasparenti, grazie a udienze pubbliche e pubblicazione dei documenti. L’accordo prevede che, in caso di disputa, un soggetto pubblico non potrà essere costretto a modificare un testo di legge o condannato al pagamento di danni punitivi. Un compromesso che potrebbe attenuare uno dei rischi evocati più spesso dai detrattori dell’intesa, quello che uno Stato potesse essere giudicato da un tribunale privato per azioni che avessero danneggiato l’attività di una multinazionale.

Agricoltura e Indicazioni di origine. Con il Ceta il Canada si è impegnato a aprire il suo mercato a formaggi, vini e bevande alcoliche, prodotti ortofrutticoli e trasformati. Tutte i prodotti importanti dovranno essere conformi alle disposizioni dell’Ue, per esempio sulla carne agli ormoni. Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, come il formaggio francese Roquefort.
Per l’Italia, il Ceta prevede la protezione di 41 prodotti di denominazione di origine: dalla bresaola della Valtellina all’aceto Balsamico di Modena, passando per la Mozzarella di Bufala Campana e il Prosciutto di Parma. I prodotti europei godranno di una protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione e non correranno più il rischio di essere considerati prodotti generici in Canada.

 

http://www.repubblica.it/economia/2017/02/15/news/ceta_accordo_canada_ue-158351566/?ref=HREC1-32

 

Stop al TPP

trumptppDonald Trump si è messo al lavoro: e come primo atto formale della sua amministrazione ha firmato l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, quel Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio con 11 paesi affacciati sul Pacifico che Barack Obama aveva fortemente voluto e che gli erano costati due anni di sforzi diplomatici. Trump lo ha sempre giudicato “pericoloso per l’industria americana”: e nel primo giorno di lavoro dimostra ai suoi supporter di essere alla Casa Bianca per tener fede ad una delle promesse fatte in campagna elettorale. La più facile, in fondo: visto che il Tpp non era mai stato ratificato dal Congresso americano.

Accecato dai flash dei fotografi e sotto lo sguardo evidentemente soddisfatto dei collaboratori, lo stratega Steven Bannon in testa, Donald Trump ha dunque posto la sua firma sotto questo e altri due ordini esecutivi. Che ha poi mostrato a favore di telecamere dicendo: “Stiamo facendo grandi cose per i lavoratori americani”. L’obiettivo della Casa Bianca, ora, è siglare accordi bilaterali con le nazioni asiatiche. Ed è anche un curioso regalo alla Cina, che al Tpp si era sempre fortemente opposta perché tagliata fuori, e adesso può potenzialmente lavorare ad un blocco alternativo, proprio quello che Obama voleva scongiurare. Ha poi firmato l’ordine che congela le assunzioni del governo federale “fatta eccezione per i militari” anche questa, una promessa elettorale cara alla destra. Infine ha reintrodotto il “Mexico City abortion rules” di fatto ristabilendo il divieto di finanziare con fondi federali le Organizzazioni non governative internazionali che praticano aborti: un vecchio braccio di ferro fra conservatori e democratici. Introdotto per la prima volta nel 1984 dai repubblicani, è stato da allora revocato dai democratici e reintrodotto dai repubblicani, a ogni cambio di presidente.

Ma la giornata di Trump era in realtà iniziata ore prima: alle 9 del mattino ha incontrato infatti alcuni big dell’industria americana, gente come Michael S. Dell, capo, dell’omonima compagnia tecnologica, Alex Gorsky di Johnson&Johnson, Jeff Fields di Ford e, unico industriale di Silicon Valley presente, Elon Musk di SpaceX. A loro chiede di aiutarlo a rilanciare l’industria manufatturiera. Chiedendogli di elaborare un piano che stimoli il settore. Nel corso dello stesso incontro, Trump ha minacciato pesantissimi dazi a quelle aziende che sposteranno la produzione fuori dagli Stati Uniti per poi esportare in America Nello stesso incontro Trump ha promesso di ridurre le tasse a società e classe media del 15-20 per cento, contro l’attuale 35: “Tutto quel che dovete fare per aiutarmi – ha detto il Presidente agli industriali – è restare in America. E non licenziare i vostri lavoratori negli Usa”.

Protezionismo che però non sta facendo bene ai mercati: visto che secondo gli analisti l’euro sta consolidandoi guadagni, mentre il dollaro è calato ai suoi minimi da un mese e mezzo, con la valuta a 1,073. Ma Trump insiste: “Taglieremo anche massicciamente i regolamenti, forse del 75 per cento. Aprire una nuova fabbrica, creare un’impresa, sarà velocissimo”.

Anna Lombardi

La Repubblica 23 gennaio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/trump_alza_il_primo_muro_stop_al_tpp_l_accordo_trans-pacifico-156712877/?ref=HREA-1

 

Perché la Cina non è ancora un’economia di mercato.

ccccnnnnaaaUn attacco duro. Procedurale nella forma. Pesante – e con un forte sostrato politico – nella sostanza. Il primo, inaccettabile, atto di una guerra commerciale. La Cina, che ha costruito un modello di “sviluppo” in cui il dumping ambientale e occupazionale è essenziale, porta di fronte alla Wto gli Usa e l’Europa. Nessuno dei quali è disponibile a riconoscere, alla prima, lo status – né pieno né parziale – di economia di mercato. La firma del protocollo che elaborava una road-map, fatta di automatismi ma anche di obblighi da ottemperare, avveniva 15 anni fa: l’11 dicembre 2001. Bene hanno fatto gli Stati Uniti e l’Europa a non aderire alla richiesta della Cina. G li Usa si sono opposti nella forma del soft power di Barack Obama, che assumerà la forma dell’hard power di Donald Trump, che in campagna elettorale ha prospettato dazi pari al 45% sulle merci cinesi. La Ue ha scelto la versione, non scevra di una certa ambiguità fomentata dagli istinti anti-manifatturieri e dagli interessi pro Pechino dei Paesi del Nord, di una riforma del protezionismo che comunque, per quanto conceda spazi nel perimetro dell’economia comunitaria alla Cina, non arriva per il momento a riconoscere questo status. Hanno fatto bene non per ragioni ideologiche, ma per un mix di buon senso razionale e di lungimirante interesse strategico.
Il buon senso razionale è necessario per rispondere a una semplice domanda: la Cina è o no una economia di mercato? La Cina miscela i grattacieli e le università ormai di standing occidentale con un profilo dickensiano: la sua crescita industriale è alimentata anche da un dumping ambientale che non appare particolarmente sensibile al rispetto della natura e della salute di chi lavora nelle sue fabbriche e di chi vive intorno ad esse. Allo stesso tempo la Cina, con il suo capitalismo di stato o il suo socialismo di mercato, elabora politiche economiche e industriali che hanno la forza finanziaria e l’energia volitiva della pianificazione più spiccatamente novecentesca. Una pianificazione pragmaticamente scientifica che adopera la leva dei prezzi finali con il doppio obiettivo di trovare, in Cina, il punto di equilibrio fra la minima efficienza economica e il massimo livello occupazionale e di conquistare, all’estero, quote di mercato su quote di mercato. No, la Cina non è una economia di mercato. È un’altra cosa. Desta meraviglia. È un interlocutore imprescindibile. Ma, con essa, occorrono prudenza e circospezione. Al buon senso razionale, utile per rispondere se la Cina sia o no una economia di mercato, va poi unita la disamina concreta degli interessi strategici, necessaria per capire che cosa succederebbe se questo status fosse riconosciuto appieno a Pechino. La caduta istantanea di ogni forma di tutela dalla distorsione della concorrenza praticata dalla Cina provocherebbe la disarticolazione del paesaggio industriale europeo. Siderurgia e tessile, calzaturiero e elettronica, meccanica e ceramica. Il cuore della manifattura europea. Che, per continuare a battere con vigore, ha bisogno di essere protetto dalla sindrome cinese.

Paolo Bricco
Il Sole 24 ore, 13 dicembre 2016

La Cina festeggia 15 anni nel Wto. Ma sul commercio è guerra globale

 dummmppL’ex bambino è cresciuto ma non vogliono dargli ancora le chiavi di casa: ma a voi 15 anni sembrano davvero troppo pochi? Va bene che il ragazzino continua a farne di marachelle: dicono che gioca sui prezzi, nasconde le carte, non rispetta le regole del gioco. Soprattutto, continua ad alzare la voce: come adesso. L’ex bambino si chiama Pechino e 15 anni fa, 11 dicembre 2001, entrò trionfalmente nel Wto, l’Organizzazione internazionale del commercio, portato per mano da uno zio d’America chiamato Bill Clinton, il presidente allora uscente che aveva scommesso sullo sdoganamento economico della Cina: “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto”. Le ultime parole famose. Dieci anni più cinque dopo, provi a chiederlo a sua moglie, il vecchio Bill, se anche lei è fiera di quell’accordo che le ha impedito di riaccomodarsi alla Casa Bianca, questa volta da padrona di casa. “La Cina ha distrutto l’America” è stato lo slogan vincente che ha trasformato Donald Trump nel presidente eletto. E la Cina avrebbe distrutto l’America proprio nascondendo le sue truppe nel cavallo di Troia del Wto. Chi ha ragione?

Intanto, invece di festeggiare, i cinesi hanno appunto messo il broncio. Il regalo di compleanno dovrebbe prevedere la rimozione di quell’etichetta che, come da contratto d’ingresso, Pechino aveva accettato di vedersi affibbiata sul taschino: “non market economy”. Il consesso economico internazionale, insomma, consentiva al bambino di accomodarsi nel salotto del Wto, ma gli ricordava che per un po’ di tempo sarebbe stato trattato non alla pari: un’economia non di mercato è quella appunto in cui è allo stato che spettano allocazione di beni e risorse e determinazione dei prezzi. Che scoperta, direte: siamo o non siamo in una repubblica comunista? Invece non è tanto una questione ideologica, per quel che ormai vale, ma puramente economica. Continuare a definire la Cina “economia non di mercato” permette ai partner del Wto, America e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia le misure antidumping. Fare dumping, si sa, è abbassare il prezzo di un bene a un livello inferiore a quello del mercato interno per poterlo così esportare più facilmente guadagnando (scorrettamente) maggiori quote di export. Peccato che non essendo un’economia di mercato la Cina di un certo bene può stabilire in teoria tutti i prezzi che vuole: è per questo che per determinare se sta facendo dumping si prende a confronto non il prezzo di quel bene a Pechino ma dello stesso bene, mettiamo, a New York. Dopo 15 anni di questo trattamento, e infinite guerre sui dazi, ora il Dragone minaccia di prendere “le misure necessarie”, come dice il ministero del commercio, se i membri del Wto insistono su questa strada. E che misure? Saremo noi ad appellarci al Wto, dicono qui, e se l’Organizzazione stabilità che non riconoscendoci “economia di mercato” gli altri paesi hanno rotto il contratto, saranno loro a pagarne le conseguenze. Di più. Pechino minaccia anche di imporre lei stessa i dazi sui beni degli altri: la guerra commerciale globale.

Gli americani naturalmente hanno già fatto sapere che “il protocollo non cambia“. E figuriamoci adesso che Donald Trump continua a ripetere che “la Cina deve rispettare le regole”. La stessa cosa con un giro di parole sta dicendo l’Europa: “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Maelstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale”. Nell’attesa, la Ue ha lanciato proprio l’altro giorno l’ultima inchiesta antidumping sull’acciaio. Tutto come prima?

Già al compleanno del 2011 l’Economist tirò giù una pagella che è ancora straordinariamente attuale: dimostrando quanto poca strada da allora sia stata fatta per migliorare la situazione. “Molte delle critiche sono giuste” scriveva il settimanale. “La Cina aveva fatto riforme eroiche negli anni intorno alla sua entrata nel Wto. E questo ha fatto nascere aspettative che ha vistosamente fallito. Ha detto sì alle regole internazionali, ma a casa sua non rispetta il diritto. La liberalizzazione dei commerci non ha portato all’allargamento delle libertà, ed anche gli stessi commerci non sono poi cosi liberi”. Cinque anni dopo le ombre sono le stesse. Come le luci però: “In termini di commercio globale i consumatori di tutto il mondo ci hanno guadagnato con i prodotti cinesi a basso costo. E la crescita cinese ha creato un mercato enorme per l’export degli altri paesi”. Voto finale? “Dopo l’ingresso della Cina nel Wto siamo tutti più ricchi: ma i legislatori cinesi hanno bisogno di crescere. I loro trucchetti stanno facendo male ai loro stessi consumatori e stanno rafforzando il protezionismo all’estero. Il che potrebbe trasformarsi in un autolesionismo economico di dimensioni epocali”.

Il giudizio, purtroppo, vale ancora. Con l’aggravante che l’autolesionismo, adesso, è globale. L’ex bambino è davvero cresciuto: ma non è che è cresciuto così tanto che sarebbe meglio non farlo arrabbiare?

Angelo Acquaro

La Repubblica 11 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/12/11/news/la_cina_festeggia_15_anni_nel_wto_ma_sul_commercio_e_guerra_globale-153821488/