Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

bexitGli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti.

I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa.

La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci.

Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la dola domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Mariana Mazzucato

Repubblica 13 luglio 2015

 

Paghetta e propensione al risparmio

paghetVuoi un figlio meno indebitato? Dagli la paghetta quando è piccolo. Si era sempre sospettato che responsabilizzare i bambini nell’uso del denaro fosse un buon antidoto contro il disordine delle loro finanze personali in età adulta. Ora lo prova anche una ricerca condotta dalla banca olandese Ing, su un campione di 12.000 suoi clienti in 13 paesi europei: “i bambini che ricevono la paghetta sviluppano solide capacità di pianificazione finanziaria e sono meno esposti al rischio di contrarre debiti una volta raggiunta l’età adulta“.

Queste capacità consistono in un maggiore controllo delle spese, minori probabilità di trovarsi con il conto in rosso, più propensione al risparmio sviluppata grazie all’uso più responsabile del denaro. Nel campione, il 55% di chi ha ricevuto la paghetta durante l’infanzia accantona risparmi con regolarità da adulto. Anche i genitori – cui tocca l’onere dello stipendio settimanale, e di questi tempi non è scontato affrontare un’uscita in più – conoscono i vantaggi di questo metodo: il 70% di chi remunera i figli si dice certo che una volta usciti di casa diventeranno autosufficienti, l’83% la considera una valida strategia per far comprendere ai bambini il valore dei soldi. Il 79% dei clienti europei di Ing elargisce con regolarità ai figli una piccola somma di denaro.

Il paese più favorevole è la Turchia, con il 95% dei genitori a concedere la paghetta, mentre all’ultimo posto c’è l’Olanda, con solo il 67% delle famiglie a farlo. Gli italiani sono quinti in classifica, con un 81% degli intervistati convinto che far gestire una piccola somma ai figli sia una buona abitudine. Piccola quanto? Qui gli italiani si rivelano i più generosi: i loro figli, superati i 15 anni, ricevono in media 30 euro a settimana, con un crescendo che parte da 5 euro fino a 10 anni, e raddoppia a 10 euro fino al 15esimo. Agli ultimi posti della classifica i Paesi Bassi e la Repubblica Ceca, con un distacco netto da parte di quasi tutti i restanti paesi, a parte la Gran Bretagna che li affianca con soli 11 euro settimanali. Dopo gli italiani, i più generosi sono i genitori francesi, seguiti da spagnoli e austriaci, con una media di 20 euro settimanali.

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/11/25/news/dare_la_paghetta_ai_figli_aiuta_a_crescere_adulti_pi_oculati_e_risparmiatori-101373416/?ref=HREC1-20

 

Deflazione non è il contrario di inflazione

 

deflSecondo quanto riporta il sito ufficiale della Bce, nel discorso alla Brookings Institution di Washington il 9 ottobre il presidente Draghi notava che la Bce si trova in una transizione da un quadro di politica monetaria fondato prevalentemente sulla fornitura passiva di credito della banca centrale, ad una gestione più attiva e controllata del proprio bilancio, nel tentativo di sollevare l’inflazione dal suo basso livello. Abbiamo verso il popolo europeo la responsabilità di assicurare la stabilità dei prezzi, il che oggi significa sollevare l’inflazione dal suo livello eccessivamente basso. E faremo esattamente questo’. Draghi interpreta correttamente e certo non pedissequamente il suo mandato, che è quello di assicurare la stabilità dei prezzi al 2%. Lo statuto della Bce si fonda sul concetto di simmetria della politica monetaria nel suo effetto sull’inflazione. Dato che per la Bce l’inflazione è un fenomeno monetario, se essa è eccessiva alla Bce tocca adottare una politica monetaria restrittiva, se essa è inferiore al 2% annuo alla Bce si impone una politica monetaria espansiva.

Quest’affermazione di fede monetarista, quale espressa nello statuto della Bce, ha il problema che la politica monetaria non è simmetrica nella sua azione deflattiva e in quella inflattiva. Per fare uscire un’area dalla deflazione non si usa il contrario della politica monetaria che si adopera per ridurre il tasso di inflazione perché il fenomeno inflazione è qualitativamente diverso dalla deflazione. Supponiamo che per ridurre il tasso di inflazione si riduca la quantità di moneta. Se lo si vuol far salire basta incrementare in quantità equivalente la massa monetaria? Purtroppo no, perché quando si è determinato uno stato di deflazione per far sì che l’economia ne esca bisogna convincere imprenditori e consumatori a investire e consumare di più, mentre quando si vogliono spezzare le reni all’inflazione basta chiudere il rubinetto del credito e investitori e consumatori saranno obbligati a ridurre investimenti e consumi. Convincere è diverso da obbligare. Quando si è spento un incendio versandovi una montagna d’acqua, se si vuol ridar fuoco a quello che si è spento non basta avvicinare ai materiali inondati d’acqua una fonte di fuoco. Prima i materiali devono asciugarsi e poi prenderanno di nuovo fuoco. Per accelerare il processo non si può moltiplicare la forza della fonte di fuoco. Altrimenti, i materiali all’inizio non si accendono e poi – ma in economia non lo si sa con la stessa certezza che danno le analisi fisiche e chimiche – la forza eccessiva della nuova fiamma determina un nuovo rovinoso incendio e non una utile fonte di calore. Si aggiunga che i materiali coi quali si ha a che fare non sono sempre gli stessi, in uno stesso Paese o in Paesi diversi. Confrontando Europa e Stati Uniti si nota che l’indebitamento privato delle due aree e la sua composizione strutturale sono assai diversi. Se basta togliere credito ai consumi e ai mutui negli Usa dove tutti sono ultraindebitati per ottenere una riduzione di domanda, in un’Europa nella quale Italia, Germania e Francia conoscono un forte risparmio individuale, occorre una azione monetaria ben diversa per ottenere una riduzione di domanda equivalente a quella ottenuta diminuendo il credito negli Stati Uniti. Se è vero che persino nel credito automobilistico le differenze sono forti tra Europa e Usa perché gli europei comprano le auto in contanti, per non parlare di case, elettrodomestici, elettronica, è facile dedurre che l’effetto reflazionistico di una politica monetaria espansiva sarà più pronto e profondo negli Stati Uniti che in Europa. Si aggiunga che una cospicua parte della popolazione europea sente l’influenza del suo passato agricolo (con gli imperativi di risparmio che i contadini hanno avuto per qualche migliaio di anni) e che la classe dirigente europea incoraggia quest’atteggiamento perché le banche, che in Europa espletano gran parte dell’intermediazione, operano raccogliendo risparmi delle famiglie e prestandoli alle imprese piccole e medie che in Europa prevalgono. Tradizionalmente in Europa il debito pubblico è stato in buona misura detenuto, fino a pochi anni fa, dalle famiglie. Non è solo una differenza soggettiva, ma un’oggettiva necessità delle economie europee, dove buona parte del risparmio delle famiglie prende la forma dei depositi bancari, a far pendere la bilancia dalla parte della deflazione. Se si aggiunge che le banche, in vista della asset quality review, hanno aumentato il capitale di 200 miliardi di euro, togliendo munizioni a una reflazione creditizia, si conclude che inflazione e deflazione non sono solo fenomeni asimmetrici, ma hanno caratteristiche diverse in Europa e Usa. La Gran Bretagna va esclusa perché somiglia più, dal punto di vista finanziario, dell’indebitamento privato e della attitudine dei cittadini verso i debiti, agli Stati Uniti che all’Europa. In Europa il risparmiatore è un uomo virtuoso che si comporta secondo i precetti sia della tradizione romana che di quella cristiana (ma anche di quella coranica). La formica è la virtù, la cicala è il vizio, in Europa è diventata da due anni perfino una regola costituzionale. Malgrado il monetarismo di Chicago, gli Stati Uniti sono invece un paese post-keynesiano dove le formiche distruggono l’economia e le cicale la salvano. Sarebbe vero anche in Europa, ma bisognerebbe che le riforme delle quali parla Draghi portassero a comportamenti bancari di incentivazione del debito, alla riduzione dei controlli sullo shadow banking, in breve alla liberalizzazione in senso americano dell’economia europea. Ma è questo che vogliono veramente la signora Merkel e i suoi caudatari finlandesi o olandesi? Si direbbe il contrario, a giudicare dalle prediche ai paesi mediterranei. E’ bene che questi signori si chiariscano le idee prima di prendersela coi debitori e persino, come ha fatto il governatore della Bundesbank qualche giorno fa, con lo stesso Draghi.

Marcello De Cecco

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/13/news/deflazione_non_il_contrario_di_inflazione-97966228/

Bce e deflazione

Nelle otto conferenze stampa che ha tenuto dall’inizio dell’anno, Mario Draghi ha sempre parlato della ripresa in arrivo. Cambiavano giusto gli aggettivi scelti dal presidente della Bce per descriverla. Da gennaio a marzo era “lenta”. Ad aprile questa sfumatura di cautela è caduta, quasi che le nubi si stessero sollevando. A giugno però la ripresa è diventata di colpo “un po’ più debole del previsto” e a inizio agosto “moderata e diseguale”. Poi a metà agosto l’Europa ha capito che la ripresa semplicemente non esisteva: crescita zero. Sarebbe facile ora rimarcare che nell’ultimo anno e mezzo lo staff della Banca centrale europea ha regolarmente sbagliato i suoi calcoli. Ha sempre previsto una crescita superiore a ciò che poi è successo e non ha mai messo in conto che l’intera zona euro si sarebbe trovata sull’orlo della deflazione.

Se queste previsioni erano la base delle scelte, non sorprende che la Bce stia fallendo nel suo compito principale: garantire la stabilità dei prezzi, cioè un’inflazione “vicina ma sotto al 2%” nel medio periodo. Quest’estate i prezzi sono in caduta in Spagna, Portogallo, Grecia e di fatto anche in Italia, mentre nella media dell’area l’inflazione (in frenata) è ad appena lo 0,4%. Angel Ubide dal Peterson Institute nota che i mercati non credono affatto che i prezzi ripartiranno: i valori impliciti nei tassi forward – stime di mercato sul futuro – danno un ritorno alla normalità non prima di un decennio.

Le conseguenze sono note. Famiglie e imprese rinviano consumi e investimenti in attesa di prezzi ancora più bassi domani. L’economia ristagna più a lungo. E poiché con un’inflazione a zero il peso reale dei debiti aumenta, l’intera contabilità di famiglie, imprese e governi in Europa sta già cambiando in peggio. Oggi circolano obbligazioni emesse in euro da europei per 13.300 miliardi (quasi un terzo del Pil del mondo), di cui 7.300 miliardi a carico degli Stati dell’area. Tutti coloro che si sono sobbarcati dei debiti in questi anni, lo hanno fatto nell’idea che la Bce avrebbe rispettato il proprio impegno a difendere un’inflazione attorno al 2%. Non a quota zero. Ora quell’impegno viene meno e rende la gestione di tutti i debiti molto più pesante: gli interessi restano uguali, i ricavi per pagarli scendono. Lo stesso Fiscal Compact diventa più difficile da rispettare e meno credibile, quasi nato morto.

Sarebbe facile notare adesso questi errori della Bce, non fosse che nessuno si illude che una banca centrale possa sempre evitarli. Non succede mai. Dall’inizio di questa crisi la storia dell’Eurotower è piena di errori commessi e poi corretti. Soprattutto è piena di errori della Bundesbank e delle persone espresse dalla banca centrale tedesca nell’Eurotower, sempre convinte che creare moneta e allargare il bilancio della Bce avrebbe creato troppa inflazione. Non è mai andata così: al suo massimo il bilancio dell’Eurotower è quadruplicato, eppure l’inflazione è scesa. Nel 2007 Jürgen Stark, tedesco nell’esecutivo Bce, si lamentò quando la banca lanciò le prime iniezioni di liquidità con la crisi dei subprime; la storia ha dimostrato che si sbagliava. Nel 2010 e nel 2011 lo stesso Stark e Axel Weber, allora presidente della Bundesbank, votarono contro gli acquisti di titoli di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, furono messi in minoranza e anche questa volta la storia ha dato loro torto. Lo stesso vale per Jens Weidmann, successore di Weber alla Buba, quando nel 2012 si oppose alla svolta con cui Draghi promise sostegno illimitato ai Paesi che avessero accettato un programma di riforme. Quella promessa non costò un euro, salvò l’Italia e la moneta unica e dimostrò che la Buba si sbagliava e andava messa in minoranza.

Se questa storia ha ancora un senso, è perché continua: la banca centrale tedesca si oppone a ciò che serve per scongiurare la deflazione. Come hanno già fatto la Federal Reserve americana, la Banca del Giappone e quella d’Inghilterra, per fare il suo dovere oggi la Bce ha bisogno di creare almeno mille miliardi di euro e comprare a tappeto titoli pubblici e privati dei Paesi dell’area euro. È il cosiddetto “quantitative easing”, inaugurato dalla Fed nel 2009. Avrebbe già dovuto farlo, risparmiando un po’ dei problemi di debito, crollo degli investimenti e stallo dell’export che oggi affliggono l’Italia e altri Paesi. Non è successo perché Draghi non ha voluto muovere un passo del genere contro la Bundesbank.

Il presidente italiano della Bce ha due ottimi argomenti dalla sua. Il primo è che già la sua promessa del 2012 di difendere l’euro a tutti i costi, ricreando fiducia, ha di fatto prodotto un effetto “quantitative easing”: da settembre 2012 a marzo 2014 le banche private estere hanno riportato in Italia 163 miliardi di dollari (dati Bri), eppure il paziente non si riprende. La differenza è che nuovi interventi della Bce svaluterebbero l’euro e darebbero finalmente ossigeno all’export, mentre gli afflussi di denaro privato invece rafforzano il cambio.

Il secondo argomento di Draghi è anche più serio: poiché la Germania è di gran lunga il primo azionista Bce, è difficile imporle il rischio di sobbarcarsi debito italiano per centinaia di miliardi contro la sua volontà. In questo l’Italia può aiutare, cercando di ricostruire una credibilità che in Europa ha perso da un pezzo. Ma per la Bce combattare la deflazione è un dovere. È stata creata apposta: se condizionasse le sue scelte in proposito a quelle dei governi, di fatto rinuncerebbe all’indipendenza.

Ormai Draghi è davanti a un bivio, forse il più difficile della lunga carriera di successi. Può fargli comodo un consiglio contenuto nelle memorie di un suo vecchio amico, l’ex segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner: meglio prendersi la colpa dei propri errori, che di quelli degli altri. Inclusa, al solito, la Bundesbank.

Federico Fubini

http://www.repubblica.it/economia/2014/08/18/news/il_superbanchiere_e_la_deflazione-94013652/

Com’è andata a finire?

Ecco un post del settembre 2012…

Com’è andata a finire?

Il caso di una nuova azienda ( start up) che sfida l’oligopolio nel settore della telefonia cellulare

E’ partito ufficialmente Bip Mobile, il primo operatore italiano di telefonia mobile low-cost. Tante le promesse: una tariffa unica (così non bisogna cervellarsi con mille calcoli) e competitiva. Non una tariffa bando (come qualcuno si aspettava) ma un 3×3: 3 centesimi al minuto verso tutti (e non solo in Italia) con scatto alla risposta di 16 cent, senza opzioni né canoni. Si tratta della tariffa più bassa sul mercato: il 75% in meno dei 12 cent che applicano attualmente gli altri operatori……

Ci sono tre parole che sintetizzano la mission di Bip Mobile: be smart, fast e simple.Tre parole che riassumono un mondo nuovo: quello di un’azienda che utilizza la logica cloud ed ha una struttura di costi completamente innovativa. Be smart, per dire al cliente che può fare una scelta intelligente, spendendo di meno e ottenendo un servizio di qualità. Be fast, perché l’azienda sarà veloce e reattiva alle esigenze del mercato, capace di cambiare gli elementi competitivi in pochi giorni. Be simple, perché i clienti e anche i rivenditori devono capire nell’immediato quello che si offre..

La società punta a 700.000 clienti entro 6 -8 mesi (break even) e a un milione  entro un anno…

L’Antitrust qualche giorno fa  ha avviato un’istruttoria nei confronti di Telecom Italia, Vodafone e Wind per verificare che i tre colossi non abbiamo messo in atto una sorta di cartello per ostacolare l’ingresso sul mercato del nuovo operatore.

http://www.helpconsumatori.it/secondo-piano/bip-mobile-al-via-la-tariffa-3×3-delloperatore-low-cost/52611

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Gennaio 2014

Brutta sorpresa di fine anno per i 220 mila italiani con un numero di cellulare Bip Mobile: da due giorni si trovano con la linea staccata. Non possono più fare né ricevere telefonate. E ora su quest’operatore mobile virtuale, caratterizzato da tariffe molto low cost, si rincorrono voci di imminente chiusura. Le linee sono mute, infatti, perché il fornitore di Bip Mobile, Telogic, ha staccato la linea il 30 dicembre accusando il cliente di una pesante insolvenza.

http://www.repubblica.it/economia/2014/01/01/news/bip_mobile-74929860/

PARTE LA CLASS ACTION..

http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/01/03/news/bip_mobile_class_action-75043680/

Il Panettone si mangia i Krumiri

krumiriI Krumiri cambiano casa o se si vuole il panettone si mangia i biscotti. La ditta Bistefani della famiglia Viale è stata infatti ceduta alla veronese Bauli che con questa acquisizione fa un salto di fatturato: da 420 a 500 milioni con assorbimento dei   140 lavoratori dello stabilimento dolciario di Villanova…

La trattativa tra Bistefani e Bauli andava avanti da qualche mese ora arriva l’ufficialità dell’accordo tra la famiglia Viale al gruppo veronese, che vanta già i marchi Motta, Doria Biscotti e Casalini. Il passaggio di consegne comincerà già lunedì. E così i panettoni si sono mangiati i biscotti…

I krumiri sono ormai conosciuti in tutto il mondo per quella forma «a manubrio» che ricorda i baffi di Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia morto nello stesso anno in cui nasceva la loro ricetta, il 1878. Prima di stilare il piano industriale del nuovo gruppo, e dare vita alle nuove sinergie, Bauli dovrà verificare gli assetti organizzativi interni. Le sinergie, comunque, saranno notevoli e permetteranno alla multinazionale veneta di destagionalizzare la sua produzione, per metà legata ai prodotti (panettoni e colombe) da ricorrenza

http://www.corriere.it/economia/13_febbraio_09/krumiri-bauli-compra-bistefani_9369bba0-72d2-11e2-bdf7-bdbb424637ab.shtml

Vittorio Emanuele II, il re Galantuomo, per il suo  carattere brusco faceva «pedalare» molti interlocutori, non a caso portava i  baffi «a manubrio». Erano talmente popolari che nel 1878 Domenico Rossi, un  pasticciere di Casale Monferrato, volle dare la loro forma ai celebri krumiri.

http://www3.lastampa.it/cucina/sezioni/ricette/fratelli-di-teglia/articolo/lstp/408445/