Conti pubblici, il rigore non frena lo sviluppo

Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore. Quelle regole europee che vengono presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici, regole che sembrano esigere solo sacrifici, sono invece quelle che oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità. Troppo spesso si confonde il rigore sui conti pubblici come un freno allo sviluppo. Non è vero. È grazie alla prudenza fiscale seguita quando l’economia va bene che, nel momento in cui arriva una recessione, si possono usare tasse e spesa per attenuarne gli effetti sulle famiglie. Tanto più che l’Italia già oggi rispetta le regole del Fiscal compact. Contrariamente al marzo 2012, quando lo approvammo solennemente nel mezzo di una grave recessione, oggi applicarne le regole è nel nostro interesse. Ma che cos’è il Fiscal compact ? È un trattato europeo negoziato inizialmente dal governo Berlusconi e poi firmato dal governo Monti nel 2012, che è fatto di tre regole: 1) il deficit pubblico deve non essere superiore a mezzo punto di Prodotto interno lordo (con una clausola che consente deficit più alti durante una recessione); 2) l’impegno per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di ridurne ogni anno l’eccedenza di un ventesimo, che per l’Italia significa ridurre il debito ogni anno di tre punti e mezzo del Pil. E infine il punto 3): l’impegno a mantenere il deficit al di sotto del 3 per cento del Pil sempre, cioè senza tener conto di un eventuale ciclo economico negativo. 
La legge di Stabilità appena approvata dal Parlamento prevede un deficit corretto per il ciclo economico pari all’1 per cento del Pil quest’anno (superiore quindi di mezzo punto rispetto alla prima regola) e 0,2 nel 2020, quindi al disotto della soglia del Fiscal compact. La stessa legge prevede anche un deficit (non corretto per il ciclo economico) che scende dall’1,6 per cento di quest’anno allo 0,2 nel 2020, entrambi ben al di sotto della soglia del 3 per cento. Infine un rapporto debito-Pil che scende poco meno del 2 per cento quest’anno e poco più del 3 per cento nel 2020.
Questi conti sono basati su una stima realistica della crescita, intorno all’1,5 per cento l’anno, e sull’ipotesi che i tassi di interesse riprendano a crescere (e lo faranno). Ma la vita media dei nostri titoli pubblici è stata allungata a circa 7 anni e questo attenuerà l’effetto di un aumento dei tassi sul costo del debito. Insomma, i criteri indicati dal Fiscal compact sostanzialmente già li rispettiamo.
Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento (con soli 24 voti contrari al Senato su 216, e solo 65 contrari alla Camera, su 368) rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita.
Alcune riforme hanno funzionato (come quella del mercato del lavoro). Anche i tagli alle tasse sul reddito dei lavoratori dipendenti, come gli «80 euro» del 2014, hanno aiutato. I ricercatori della Banca d’Italia (Neri, Rondinelli e Scoccianti, «The marginal propensity to consume out of a tax rebate: the case of Italy», 2015) hanno stimato che circa metà del bonus erogato nel 2014 è stata spesa nel corso dello stesso anno producendo un incremento nei consumi di circa 3,5 miliardi di euro, pari a circa il 40 per cento dell’aumento della spesa complessiva delle famiglie nel 2014.
Rispettare il Fiscal compact significa però non cancellare alcune riforme fatte anche sull’onda dell’emergenza. Ad esempio l’abolizione della legge Fornero comporterebbe da sola uno sforamento del deficit di un punto e mezzo di Pil l’anno.
Rimanere all’interno del Fiscal compact ci consente di accumulare «munizioni» fiscali da spendere se e quando ci sarà un’altra recessione. Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte. Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.
La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto.

ALBERTO ALESINA E FRANCESCO GIAVAZZI

Corriere della Sera, 19 gennaio 2018

 

http://www.corriere.it/editoriali/18_gennaio_19/conti-pubblici-rigore-non-frena-sviluppo-fiscal-compact-39f0a7a0-fc93-11e7-80a4-a8d109924739.shtml

Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

I paletti dell’Europa. Così è cambiata l’economia dopo Maastricht

Croce o delizia? Austerità miope o grande spinta al risanamento? L’insieme delle regole europee che dal 1992 governano i nostri conti pubblici, e che ora l’ex premier Renzi propone di cambiare, sono state viste dal nostro Paese alternativamente come anticamera del baratro o come via di salvezza. Da quel freddo 7 febbraio di venticinque anni fa, quando i dodici paesi dell’allora Comunità europea gettarono le basi della futura Unione monetaria e dell’euro in una elegante cittadina olandese chiamata Maastricht, lo Stato italiano ha cominciato a dover rispondere all’Europa di come spendeva e tassava, di quanti deficit creava, di quanto debito accumulava. Cinque anni dopo, quelle prime regole sulla finanza pubblica – deficit non oltre il 3% del Pil, debito non oltre il 60% sia pure con qualche deroga – furono ribadite dal Patto di stabilità e di crescita, seguito dall’elenco dei Paesi che, rispettando quei vincoli e altri ancora, sarebbero entrati nell’euro. In una turbolenta notte tra il 24 e il 25 marzo del ’98, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro del governo Prodi, respinse l’ultimo colpo di coda tedesco e olandese contro il nostro ingresso nella moneta unica, e qualche giorno dopo Chirac lo rese pubblico in conferenza stampa: «Il n’y a pas d’Europe sans l’Italie». Oggi possiamo misurare gli effetti positivi che quella prima stagione di unione monetaria ha prodotto sui nostri conti pubblici.
La strada solitaria compiuta dall’Italia fino ai primi anni ’90 l’aveva portata ad accumulare un debito già allora pari a quasi tutto il Pil. Era il risultato di un galoppo delle spese non compensato da un uguale balzo delle entrate, che restavano nettamente al di sotto di quelle degli altri Paesi europei. E il bubbone scoppiò inevitabile nel ’92, con l’Italia a un passo dalla bancarotta e la maxi manovra di Amato. Il governatore Ciampi, approdato un anno dopo a Palazzo Chigi, completò il salvataggio nazionale. Allora nessuno però avrebbe scommesso una lira sul fatto che nel giro di qualche anno avremmo preso al volo il treno dell’euro, al pari delle nazioni più forti, rientrando nel 3% di deficit e cominciando ad abbassare il debito. Ma se eravamo già incamminati lungo un percorso virtuoso prima di aderire al Patto di stabilità e all’euro, quale è stato allora il contributo dell’Europa? In realtà, quelle prime regole dell’unione monetaria ci hanno obbligato a non sbandare, a restare sul sentiero intrapreso. E ci hanno anche consentito, grazie al ribasso dei tassi, di abbattere gli interessi da pagare (più che dimezzati in dieci anni), e quindi di ridurre il debito stesso, sceso di una decina di punti dal ’97 al 2007.

Tutto è cambiato però con la crisi mondiale del 2008, che in Europa ha visto il Pil scendere ovunque e il debito pubblico gonfiarsi per assorbire i salvataggi bancari e per compensare la recessione. Fu allora che le autorità europee, spaventate dal rischio di perdere il controllo dei conti pubblici, decisero di dare un giro di vite alle stesse regole di Maastricht. Il segnale della svolta fu dato nel febbraio del 2010 dai Sette Grandi, riuniti nell’isola canadese di Baffin. Lo stimolo all’economia andava interrotto. Bruxelles si preparò a irrigidire i suoi vincoli: non più margini al disavanzo fino al 3%, ma con il nuovo trattato del Fiscal Compact obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, ossia azzeramento del deficit, sia pure depurato dagli effetti della congiuntura.

L’Italia del governo Monti, di fatto commissariata da Bruxelles e da Francoforte, obbedì e inserì nel 2012 quell’obbligo in Costituzione. Era ovvio che il nostro paese non avrebbe potuto cancellare il suo disavanzo nel mezzo di una crisi che nel frattempo proseguiva. Ma venne obbligata a un faticoso percorso di avvicinamento al pareggio. Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack: con un accordo dietro l’altro, ai vincoli sul deficit si aggiunsero quelli sulle spese e sul debito. Insomma, in piena crisi ci si chiedeva di fare sacrifici, in virtù di una curiosa teoria, quella dell’ “austerità espansiva”: tagliare la spesa pubblica avrebbe convinto i mercati che il nostro Paese sarebbe stato in grado di ripagare il suo debito, i tassi sarebbero scesi, le famiglie sarebbero tornate a consumare e le imprese a investire. Tutto grazie al gioco delle aspettative.

I dieci punti di Pil persi dall’Italia sono lì a smentire clamorosamente quella teoria. Ma la beffa finale è stata che l’austerità non solo non ha migliorato i conti pubblici ma al contrario ha fatto schizzare in alto il rapporto debito-Pil. Tra il 2007 e oggi è salito dal 103 al 133%. Di questi 30 punti in più, una metà va attribuita alla crisi perché si è accumulata durante la recessione. Ma l’altra metà è legata alle politiche di austerità realizzate dopo il 2010. Che l’Italia è riuscita parzialmente a schivare negli ultimi anni grazie a deroghe di emergenza (vedi terremoto e immigrati). Ecco perché adesso si chiede di cambiare quelle politiche e di tornare a Maastricht.

MARCO RUFFOLO

La Repubblica, 12 luglio 2017

Il debito scende a febbraio. Undici miliardi in meno

Il debito pubblico scende a febbraio, ma non basta per l’Europa. Rispetto a gennaio Bankitalia ha registrato un calo di 10,7 miliardi, a 2.240,1 miliardi di euro. Un dato positivo ma che rientra nelle normali oscillazioni mensili. Il governo ha infatti già previsto per quest’anno una sostanziale stabilizzazione al 132,5% del Pil (contro il 132,6% del 2016), con una flessione più accentuata a partire invece dal 2018.
Secondo le stime contenute nel Def, la discesa del debito dovrebbe accelerare nel periodo 2018-2020 grazie ad un aumento del surplus primario, che salirebbe fino al 3,8% del Pil nel 2020.
Bankitalia spiega che il debito delle Amministrazioni centrali è diminuito di 11,6 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è aumentato di 0,9 miliardi e quello degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.
In ogni caso l’Italia non riuscirà a soddisfare la regola del debito, con la consapevolezza però che una politica economica più restrittiva avrebbe un impatto recessivo per l’economia, ben più grave del mancato pieno rispetto della disciplina europea. L’obiettivo del governo è quindi quello di mantenere un sostanziale equilibrio tra consolidamento e politica economica orientata alla crescita, cercando sempre di mantenere «un’elevata credibilità». Una via stretta, come la definisce Pier Carlo Padoan, che può però portare a forti risparmi sulla spesa per interessi, liberando risorse per la riduzione del carico fiscale e per la coesione sociale. Una considerazione ancora più importante, nota ancora il Tesoro nel Def, alla del probabile esaurimento entro la fine del 2018 del Quantitative easing della Bce.
Il sottile equilibrio tra esigenze politiche e di finanza pubblica è anche quello che dovrà ispirare il programma di privatizzazioni. Il Mef, sotto le pressioni del Pd, ha ridotto i target allo 0,3% del Pil e nel Def non nomina nessuna delle società che finora comparivano nei documenti ufficiali (Poste e Fs). Tuttavia non ha rinunciato al piano che però potrebbe assumere forme che lo stesso Padoan ha definito «originali», a partire dal conferimento di partecipazioni in società strategiche a Cassa depositi e prestiti.

NICOLA LILLO

La STAMPA 15 aprile 2017
http://www.lastampa.it/2017/04/15/economia/il-debito-scende-a-febbraio-undici-miliardi-in-meno-kU5UggeQYZcsFpM7NQig5N/premium.html#acquistaregistraaccedi

Il debito globale record

Mentre a Wall Street l’indice Dow Jones supera allegramente quota 20mila punti, il debito pubblico degli Stati Uniti si avvicina (un po’ meno allegramente) a 20mila miliardi di dollari. Entrambi sono record storici. Entrambi sono il segno dei tempi. A livello mondiale, secondo i dati del Fondo monetario, se si somma il debito pubblico con quello privato si arriva a una montagna di 152mila miliardi di dollari. Il messaggio che questi numeri lanciano è chiaro: il mondo è pieno di debiti.
Dieci anni dopo l’inizio della grande crisi finanziaria, nata proprio per l’eccesso di debiti, il fardello globale è ancora più grande: rapportato al Pil globale, siamo passati dal 200% del 2007 a oltre il 225%. Fintanto che le banche centrali stampavano moneta e l’inflazione restava intorno a zero, questa montagna non preoccupava. Ma oggi che le banche centrali stanno facendo retromarcia, che l’inflazione cresce in tutto il mondo e che il dollaro (su cui sono denominati molti debiti nei Paesi emergenti) è più forte rispetto al 2016, il rischio aumenta.
Eppure i mercati finanziari sembrano tutt’altro che preoccupati. Anzi: la volatilità sui mercati obbligazionari (cioè dei debiti pubblici e privati) resta molto bassa. E il rialzo dei rendimenti sta avvenendo in maniera ordinata. Senza scossoni. Questo fenomeno è indubbiamente positivo (nessuno auspica uno shock finanziario), ma suggerisce molte domande: perché i mercati non si preoccupano per i rialzi dei tassi in un mondo così iper-indebitato? La calma è solo temporanea o durerà? Le banche centrali riusciranno davvero a pilotare la normalizzazione dei tassi senza creare problemi? Se tutti si augurano che sia così, dietro le quinte qualche dubbio c’è. Nessuno prevede il futuro, ma una cosa è certa: la partita dei grandi debiti non è certo finita.
Calma piatta
Partiamo dai numeri. Dal 2007 ad oggi i debiti sono cresciuti su tutti i settori. I Governi hanno aumentato il loro fardello per salvare le banche o per arginare gli effetti della crisi: gli Stati Uniti, per fare un solo esempio, a giugno 2007 avevano un debito pubblico pari a 10mila miliardi e ora sono a un soffio dai 20mila. È vero che è aumentato anche il Pil, ma il debito pubblico è cresciuto più velocemente. Anche le imprese hanno fatto lievitare l’indebitamento sfruttando i tassi bassi. Soprattutto nei Paesi emergenti. Così oggi – osserva Anthony Doyle di M&G commentando i dati di JP Morgan – «l’universo complessivo dei debiti dei Paesi emergenti è arrivato a oltre 16.300 miliardi di dollari, pari a 3 volte le dimensioni dei bond investment grade nei mercati sviluppati».
Nessuno si preoccupava di questi numeri quando le banche centrali stampavano moneta e compravano titoli obbligazionari. Ma oggi la Fed Usa sta alzando i tassi e la Bce ha appena ridotto gli acquisti di titoli. In Europa ancora la Bce non ha in cantiere la fine del quantitative easing, ma sul mercato le pressioni affinché Francoforte smetta di stampare moneta o abbandoni la politica dei tassi negativi sui depositi crescono. Per di più l’inflazione sale. E, in molte parti del mondo, quest’anno una gran quantità di debito emesso negli anni d’oro giungerà a scadenza: calcola la Banca dei Regolamenti internazionali che nel 2017 maturerà il 10% del debito obbligazionario delle aziende dei Paesi emergenti. Insomma: le condizioni sembrano sempre più ostili per un mercato obbligazionario così mastodontico. Eppure la stessa Bri riconosce che «ci sono pochi segnali di stress nel mercato e la volatilità resta contenuta». I rendimenti stanno salendo, ovvio. Ma lo fanno in maniera molto composta. E, soprattutto, crescono meno velocemente di quando la fiammata inflattiva e le aspettative sul carovita lascerebbero presagire. Anche negli Stati Uniti.
Mercati sereni
I motivi di questa calma possono essere tanti. Il primo può essere legato ai soggetti che possiedono i titoli, soprattutto i Treasuries americani. «La limitata volatilità sembra legata al fatto che non ci sono operatori a leva (tipicamente banche, hedge funds) con significative posizioni lunghe di duration – osserva Luigi Nardella direttore di Ceresio Sim -. I maggiori detentori di titoli di Stato Usa sono le banche centrali (Cina e Giappone in primis), la Fed, i fondi pensione e così via. Quindi tutti investitori che sono meno sensibili alle variazioni di prezzo». La Banca dei regolamenti internazionali lo conferma per quanto riguarda i titoli di Stato Usa: circa il 25% del totale è infatti in mano a Banche centrali internazionali, circa il 17% è nel bilancio della Fed e circa l’11% è in mano a fondi pensione americani. Insomma: oltre la metà dei titoli di Stato è detenuto da soggetti che per ragioni diverse non li movimentano. Discorsi simili si possono fare sui titoli giapponesi (in gran parte in mano alla banca centrale e al fondo pensione) e in minima parte a quelli europei. Questo riduce quindi la volatilità.
Nota inoltre Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo, che il mercato non crede che nel lungo termine l’inflazione possa davvero salire in maniera rilevante. E non crede neppure che le banche centrali possano alzare davvero i tassi come lascerebbero intendere oggi. A partire dalla Fed Usa. «Le aspettative di mercato sui tassi Usa coincidono con gli annunci della Fed per il 2017 – osserva -. Ma negli anni successivi no. Il mercato non crede affatto che la politica monetaria diventerà davvero restrittiva». Dunque i rendimenti dei bond salgono meno di quanto potrebbero. Questo riduce lo shock. Almeno per ora.
I rischi potenziali
Ma se oggi tutto tace, non significa che qualche problema non debba presentarsi in futuro. I mercati obbligazionari (soprattutto quelli dei bond aziendali) ormai sono in gran parte illiquidi: dato che le nuove normative impediscono di fatto alle grandi banche d’affari di agire sul mercato per garantire liquidità come facevano un tempo, oggi è molto più difficile vendere bond. Questo è un rischio enorme. Un mercato illiquido è infatti come un cinema senza uscite di sicurezza: se scoppia un incendio è difficile scappare. Oggi esistono società del risparmio che possiedono fette gigantesche (di migliaia di miliardi di dollari) di mercati obbligazionari poco liquidi: si tratta di fondi che garantiscono ai clienti la liquidabiltà quotidiana delle quote, ma contemporaneamente hanno investimenti su titoli illiquidi. Questo potrebbe diventare un problema se – per qualunque motivo – il panico facesse scattare i riscatti di massa. Per ora la volatilità è bassa e la tranquillità è tanta, per cui il problema non si pone. La speranza è che non si ponga mai.

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 28 marzo 2017

Qui, Quo, Qua e la Paperopoli dell’inflazione

iflquiCome Qui, Quo e Qua le inflazioni più importanti in questo momento sono tre e non soltanto una. Ciascuna di esse, con la stessa saggezza dei tre nipotini di Paperino, ci può dare delle indicazioni utili su quale strada di politica economica imboccare.

Il primo indicatore dell’inflazione è quello dell’andamento dei prezzi al consumo: si tratta del termometro più vicino alle tasche della gente comune, dal dentrificio al pane al telefonino. Ebbene qui andiamo male: la crescita dello scorso anno è stata dello 0,1 e quella prevista dal Def per questo è dello 0,2 per cento. Significa che i consumi, nonostante la cura del bonus di 80 euro che pure ha agito, non hanno avuto la forza di spingere i prezzi. Il suggerimento dice: più soldi nelle tasche della gente. Come? Una strada può essere quella del rinnovo dei contratti, stagione aperta in grande stile dalla vertenza dei metalmeccanici: ma purtroppo non ci sarà da aspettarsi molto, perché le imprese hanno compresso i margini di guadagno. Lo dimostra proprio il basso andamento dei prezzi nel 2015: le aziende, strette dalla concorrenza, hanno tagliato i listini rinunciando per la prima volta ad incamerare i vantaggi della forte discesa delle materie prime. Dunque è bene che il governo, come ha annunciato, continui a lavorare su taglio delle tasse e bonus per le famiglie.

Il secondo indicatore, è il deflatore del Pil. Questo ci da la misura dell’aumento di tutti i prezzi del sistema-Italia, non solo di quelli pagati dai consumatori. E’ più alto dell’inflazione al consumo ed è stato fissato all’1 per cento: sommato al Pil reale, cioè al netto dell’inflazione, dà il Pil nominale. Cruciale perché è il denominatore di tutti i parametri di Maastricht: se l’inflazione è bassa, la crescita del Pil nominale è bassa e il rapporo debito-Pil non scende. Nell’audizione sul Def la Banca d’Italia ha portato un esempio clamoroso: la stagnazione del prodotto “nominale” ha fatto crescere di un terzo il rapporto debito-Pil dal 2007 ad oggi; la crescita si sarebbe limitata a soli tre punti percentuali se il Pil nominale fosse salito sulla spinta di una inflazione in linea con l’obiettivo dell’Euroarea, dunque il 2 per cento. Dunque: attenzione.

Il terzo saggio fratellino, che dovremmo abituarci a seguire, è l’andamento della componente di fondo dell’inflazione, quella che viene definita “core”, e che è cruciale perché propone un dato depurato dagli aspetti “volatili”, come i beni alimentari e i prezzi dell’energia, che oggi scendono in buona parte per motivazioni geopolitiche. Questo dato è più ottimistico degli altri: ad esempio per l’Italia si stima una crescita dell’1,1  per cento per quest’anno perché l’indicatore non viene trascinato verso il basso dai prodotti energetici a buon mercato. L’inflazione “core”, in sintonia con quanto accade nell’Eurozona, ci deve disporre verso una maggiore fiducia perché vuol dire che il quantitative easing raggiunge qualche risultato. Le tre inflazioni, come i tre fratellini, seppure con ordini di grandezza diversi ci dicono che l’inflazione a Paperopoli non è ancora quella che la Bce ha promesso. E dunque, contrariamente allo scetticismo del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, Mario Draghi fa bene a tenere la barra dritta nella sua battaglia contro la deflazione.

Roberto Petrini

La Repubblica 23 aprile 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/04/23/news/qui_quo_qua_le_tre_inflazioni_da_tenere_d_occhio-138200675/?ref=HRLV-4

Il deflatore del Pil

http://www.treccani.it/enciclopedia/deflatore-del-pil_(Dizionario_di_Economia_e_Finanza)/

 

Il fantasma di Ricardo dà la caccia a Renzi e alla sua manovra in deficit

Mercoledì scorso, all’indomani dell’approvazione anche in Senato della Legge di Stabilità per il 2016, il Sole 24 Ore titolava così in prima pagina: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il primo giornale economico-finanziario del paese, dunque, ci stava comunicando una buona notizia o una cattiva notizia? Gli economisti, sul punto, sono piuttosto divisi. Tutti però devono fare i conti con le teorie di uno dei più grandi economisti di sempre, l’inglese David Ricardo vissuto tra il 1772 e il 1823.
Ricardo è noto innanzitutto per l’assalto intellettuale che mosse contro le “new corn laws” approvate in Inghilterra nel 1816, vale a dire delle tariffe così elevate da impedire l’ingresso del grano straniero nel paese. Nel suo trattato più importante, “Principles of Political economy and Taxation”, Ricardo si opponeva a tale deriva protezionista. Ma è un’altra l’opera che qui interessa per valutare l’impatto di una manovra che nel breve termine modera la tassazione – visto che i numeri complessivi smentiscono un vero e proprio taglio – in cambio di un aumento del deficit fiscale, risale al 1820, e si intitola “Essay on the Funding System”. E’ in questo libro che gli economisti individuano una particolare interpretazione dell’indebitamento pubblico di un paese. L’interpretazione tradizionale del debito pubblico – spiega l’economista di Harvard Gregory Mankiw nel suo manuale di macroeconomia – si fonda sul presupposto che, quando il governo abbatte le imposte, finanziando la spesa con un deficit di bilancio, i consumatori reagiscono al maggior reddito disponibile aumentando la spesa. Un’interpretazione alternativa, detta appunto “equivalenza ricardiana”, mette in discussione questo presupposto. Secondo l’interpretazione ricardiana, i consumatori sono previdenti e, perciò, basano la loro spesa non solo sul reddito disponibile attuale ma anche sul reddito futuro atteso. Il problema sorge quando il governo taglia sì le tasse, ma finanzia tale diminuzione di imposte con maggiore debito. Appunto il titolo del Sole 24 Ore: “Meno tasse, più deficit”. Il consumatore previdente ritiene che il governo dovrà aumentare di nuovo le imposte in futuro per rimborsare questo maggior debito e gli interessi accumulati. Detto in altri termini: una riduzione delle imposte finanziata con il debito non riduce il carico fiscale, ma lo trasla nel futuro e perciò non dovrebbe incoraggiare i consumatori a spendere di più. Ecco l’equivalenza ricardiana: il debito pubblico equivale a tasse future.

Secondo Olivier Blanchard, già capoeconomista del Fondo monetario internazionale fino a quest’anno, possiamo spiegare la teoria di equivalenza ricardiana anche ragionando in termini di risparmio invece che in termini di consumo. Perché “affermare che i consumatori non variano il loro consumo in seguito alla riduzione delle imposte equivale ad affermare che il risparmio privato aumenta esattamente di tanto quanto è cresciuto il disavanzo fiscale dello Stato. Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice quindi che se il governo finanzia una data spesa pubblica con debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del risparmio pubblico, lasciando invariato il risparmio totale”.

Ma il consumatore, poi, è davvero così razionale e previdente come nell’interpretazione ricardiana della politica fiscale? Secondo alcuni economisti, gli individui hanno piuttosto la vista corta, pensano in cuor loro che domani pagheranno le stesse tasse che pagano oggi oggi, e dunque una riduzione delle imposte, pur finanziata in deficit, farà effettivamente aumentare i loro consumi. Altri economisti sostengono che, nella decisione di consumare o meno, il reddito corrente ha un’importanza maggiore di quello permanente; in ogni dato momento, molti individui consumerebbero di più se solo avessero un reddito corrente maggiore o se potessero indebitarsi di più; un governo che abbatte le tasse oggi, anche se aumenta quelle future, è come se concedesse un prestito a questi contribuenti, che quindi lo utilizzeranno per consumare. Infine un’altra tesi che rema contro quella del consumatore previdente tira in ballo le generazioni future: oggi il governo, per abbassare le tasse, si indebita ed emette titoli di Stato a scadenza trentennale; tra trent’anni, quando occorrerà rimborsare quel debito, toccherà farlo alle generazioni future. Il debito pubblico, come noto, è un trasferimento di ricchezza dalle generazioni future a quelle attuali. Ma su questo tornerò in una prossima puntata.

La storia recente può forse aiutarci a capire se l’equivalenza ricardiana – quella per cui più debito è uguale a più tasse – influenza i comportamenti dei cittadini di fronte a tagli di tasse in deficit? Secondo i detrattori di questa teoria, all’inizio degli anni 80 gli Stati Uniti tagliarono le tasse concedendosi anche un forte aumento del disavanzo pubblico; eppure questo maggior deficit fu accompagnato da una riduzione del risparmio privato. I cittadini apparivano tutt’altro che previdenti, non accumulavano ma spendevano il maggior reddito disponibile. Rispondono i sostenitori dell’equivalenza ricardiana: il risparmio era basso perché gli individui erano ottimisti sulla crescita futura, o forse perché si fidavano della promessa del presidente Ronald Reagan che si era impegnato a non aumentare le tasse in futuro.

Entrambe le ricostruzioni sono verosimili. Ciò detto, il governo Renzi, che per il secondo anno consecutivo ha lasciato nel dimenticatoio un necessario processo di revisione della spesa pubblica, farebbe bene a non sottovalutare il senso comune diffuso oramai almeno in una parte dei contribuenti italiani, oltre che dei tanto evocati “mercati”. Nel debito pubblico italiano che non scende c’è, implicito, un messaggio di incertezza fiscale futura per tutti noi.

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http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/28/la-lezione-di-ricardo-d-la-caccia-a-renzi-e-alla-sua-manovra-in-deficit___1-vr-136457-rubriche_c974.htm

 

La crescita che serve per il 2016

imagesETEI99VPSiamo arrivati alla fine del 2015. La Banca centrale europea, che ha sperimentato quasi un anno di Quantitative Easing (Qe), continuerà con acquisti di titoli di Stato e tassi intorno allo zero nel 2016 e probabilmente oltre. La Federal Reserve americana ha invece compiuto il primo passo verso una graduale stretta monetaria alzando dello 0,25 per cento il tasso di interesse, in risposta a dati che segnalano un’economia Usa in riscaldamento con un mercato del lavoro che marcia verso la piena occupazione.

Un’interpretazione facile della diversità delle politiche delle due banche centrali è che mentre gli Usa sono ripartiti e possono celebrare un ritorno alla normalità dopo sette lunghi anni di trauma post 2008, nella zona euro siamo ancora lontani dalla guarigione. In parte è così, ma non proprio. Per capirlo, torniamo a un anno fa. Dove siamo oggi, in chiusura del 2015, rispetto a dicembre 2014?
La zona euro chiudeva il 2014 dopo un anno di crescita anemica, sotto l’un per cento, che seguiva due anni di crescita negativa. Per l’Italia, con un 2014 ancora in rosso, il quadro era ben peggiore. Inoltre, le stime per il 2015 suggerivano che la stagnazione sarebbe continuata: a fine 2014, infatti, la Bce stimava la crescita per l’anno successivo a un tasso appena dell’un per cento. Con una inflazione in decelerazione e un debito complessivo ancora in aumento, si discuteva se l’istituto dovesse o no lanciare il programma di Qe , programma poi effettivamente messo in opera nel gennaio del 2015 .

Ben diversa la situazione degli Usa che uscivano da un 2014 cresciuto al ritmo del 2,5%, lo stesso dell’anno precedente, e prevedevano che l’economia si sarebbe rafforzata ulteriormente arrivando a crescere nel 2015 al 3,5%. Con quei numeri la svolta della Fed era attesa ben prima di quanto non sia effettivamente avvenuto.
Un anno è passato. A fine 2015 sappiamo ora che la zona euro è andata meglio del previsto e gli Stati Uniti peggio. Nel 2015 questi ultimi sono rimasti inchiodati a un tasso appena appena sopra al 2% mentre noi ci siamo attestati all’1,5%. È ragionevole pensare quindi che per ambedue le economie la crescita potenziale, ovvero quella di lungo periodo, si assesterà a ritmi più bassi di quelli dei 15 anni precedenti il 2008.

Per questo, nonostante la Fed aumenti i tassi oggi, è probabile che li mantenga bassi per lungo tempo per evitare di strozzare quel poco di crescita che c’è e per far sì che l’inflazione ritorni a tassi intorno al 2%. Low for long (bassi per un lungo periodo), così i mercati hanno definito questa prospettiva. E se questo è vero per gli Usa, tanto più è vero per l’Europa e per il Giappone. Non aspettiamoci di tornare alla cosiddetta «normalità» della politica monetaria nel prossimo futuro.
Ma ciò che conta non sono solo i tassi, ma anche la dimensione dei bilanci delle banche centrali, bilanci che si sono ingrassati ovunque in questi anni di Qe . La Fed non prevede di diminuire il suo stock di attivi finanziari prima di avere completato il ciclo di graduale aumento di tassi d’interesse, una data probabilmente lontana. È inoltre probabile che la Banca del Giappone e la Bce aumenteranno gli acquisti: si stima che per il 2017 la prima raggiungerà un rapporto attivi-Pil del 34% e la seconda del 108%.

Quindi, anche con il rialzo dei tassi da parte della Fed, il mondo continuerà ad avvalersi di condizioni finanziarie facili a fronte di un’economia debole e un debito globale che non si stabilizza. Rischi di volatilità permangono e mai come ora è importante focalizzare gli sforzi sull’economia reale chiedendo alle banche centrali di continuare a vegliare su stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria. Con un’economia globale appesantita da fragilità strutturali e destinata a bassa crescita, come ha detto Larry Summers, «non stiamo dicendo addio per sempre ai tassi di interesse a zero» e, aggiungo io, neanche a quelle azioni straordinarie delle banche centrali delle maggiori economie del mondo che, messe in atto in risposta alla grande crisi, stanno diventando parte di una nuova «normalità».

Lucrezia Reichlin

La crescita che serve per il 2016

Corriere della sera

23 dicembre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_24/crescita-che-serve-il-2016-lucrezia-reichlin-a15e12fc-aa05-11e5-85c0-9f00ee6a341c.shtml

Le novità della legge di stabilità

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Dopo il passaggio a Camera e Senato la legge di Stabilità contiene misure per oltre 30 miliardi di euro dai 26,5 iniziali. Sul fronte coperture la voce principale è l’aumento dell’indebitamento netto dall’1,4 al 2,4% del Pil, 17,6 miliardi in valore assoluto. La commissione europea ha finora autorizzato l’Italia ad alzare il deficit solo fino all’1,8% del Pil e si esprimerà sugli ulteriori margini di flessibilità richiesti in primavera. La legge di Stabilità che ha appena ricevuto l’ok definitivo in Parlamento «rafforza e stimola la crescita e il lavoro e indirizza risorse importanti per i poveri, i meno abbienti e per i giovani», ha sottolineato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Si tratta di una manovra, ha spiegato «che rafforza e accelera la crescita. Ci sarà uno stimolo per gli investimenti oltre che l’abbattimento delle tasse per le famiglie. Quindi la crescita – ha concluso – sarà più forte e più ricca di occupazione»…..

http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_22/stabilita-governo-pone-fiducia-senato-testo-blindato-6379e506-a8ac-11e5-8cb6-cc689478293e.shtml

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Novità per le mamme, i neopapà e gli over 75. Ma anche per i 18enni: il testo della legge di Stabilità, approvato in definitiva con il voto di fiducia al Senato, ha assunto la sua stesura definitiva, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ecco i principali provvedimenti della manovra che per la maggioranza di governo “è la prima espansiva dal 2001”.

Una card per le famiglie numerose.  La misura è riservata alle famiglie, residenti, anche se straniere, con almeno tre figli minori: è volontaria e servirà, in base all’Isee, di ottenere sconti a servizi privati e pubblici che aderiranno all’iniziativa. Obiettivo sono abbonamenti famiglia a bus, ma anche la creazione di gruppi di acquisto solidali e familiari nazionali.

Agricoltura. Come sottolinea il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali “con le principali misure di interesse agricolo contenute nella Legge di Stabilità 2016, la pressione tributaria sulle aziende agricole viene tagliata di oltre il 25%, passando dai 2.360 milioni di euro di quest’anno ai 1.760 milioni dell’anno prossimo”. “Si tratta di una svolta fiscale senza precedenti per il settore agricolo nell’anno di Expo” afferma il ministro Maurizio Martina.

Sicurezza. Arrivano i fondi per combattere l’emergenza terrorismo. Le coperture sono state trovate aumentando il deficit dal 2,2 al 2,4%. Il governo mette a disposizione un miliardo, tra cui 150 milioni di euro per contrastare il cybercrime, 50 milioni per gli equipaggiamenti delle forze dell’ordine, 35 milioni di euro per le assunzioni sempre di polizia, carabinieri e guardia di Finanza e 300 milioni per il bonus da 80 euro al mese per le forze dell’ordine. Mobilitati anche i poliziotti che stanno in ufficio e chi è addetto alla scorta. Altre risorse poi sono destinate in particolare al settore della Difesa. Sì anche al credito d’imposta (15 milioni) per favorire l’acquisto da parte di cittadini di impianti di videosorveglianza elettronica.

Bonus cultura per i più giovani, ma non solo. Via libera al bonus di 500 euro per i diciottenni da usare per iniziative culturali, tra cui “l’acquisto di libri” e l’ingresso “in aree archeologiche, gallerie e monumenti”, oltre che in “musei, mostri, eventi culturali e spettacoli dal vivo”. Sì anche a 1000 euro una tantum per l’acquisto di strumenti musicali da parte degli studenti iscritti ai conservatori. E in più i cittadini potranno, dal 2016, destinare il 2 per mille dell’Irpef in favore di una associazione culturale. Il 10% di tutti i compensi incassati invece dalla Siae saranno destinati all’attività di promozione culturale per “garantire la creatività dei giovani autori”. Tra i tanti emendamenti approvati anche una proposta che stanzia 120 milioni in 4 anni per la valorizzazione dei beni culturali.
Salva banche e salva risparmiatori. Sul salvagente ai quattro istituti di credito messo a punto dal governo alla Camera è stata battaglia. Passa il dl del governo, arricchito da una serie di misure che parzialmente salvaguardano anche quei risparmiatori che hanno investito nei bond più rischiosi. Sarà varato un fondo da 100 milioni di euro.

Sanità e Assunzione medici. Via libera a contratti flessibili fino a luglio e prorogabili fino a ottobre, in attesa della ricognizione dei fabbisogni da fare entro marzo, poi concorso straordinario destinato per il 50% ai precari.  Il livello del finanziamento del Ssn per il 2016 è 111 miliardi di euro.

Istruzione. Arrivano fondi per le scuole paritarie e anche per quelle statali (23 milioni circa). Rinviato però di un anno il cosiddetto ‘school bonus’, vale a dire il credito di imposta per le erogazioni liberali. Aumentato anche il fondo ordinario per gli atenei: 6 milioni in più il prossimo anno, che potranno servire per assumere professori di prima fascia. Allentamento poi del patto di stabilità interno da 500 milioni per interventi sull’edilizia scolastica.

Welfare. Sale dal 2016 la no tax area per le pensioni, che non verranno ridotte se l’inflazione finisce sotto zero.  Possibilità per gli over 63 anni del part time negli ultimi anni lavorativi. Al piano contro la povertà sono destinati 600 milioni nel 2016 a un miliardo nel 2017. Rifinanziata per il 2016 (e parte del 2017) l’indennità di disoccupazione per i collaboratori (co.co.co). Tagli a patronati e Caf, anche se ridotti.

Mamme. Novità anche per il congedo obbligatorio di maternità, che d’ora in poi sarà valido ai fini del premio di produttività. Fa poi il suo ingresso, in via sperimentale, il voucher baby sitter esteso alle madri lavoratrici autonome e imprenditrici. La battaglia su “opzione donna” è invece vinta a metà: ok al pensionamento anticipato ma solo se “dovesse risultare un onere inferiore rispetto alle previsioni”.

… e papà. I neopapà avranno due giorni (e non più uno) di congedo obbligatorio, anche non consecutivi.

Casa. D’ora in poi sarà possibile comprare la prima casa in leasing, proprio come l’automobile. Inoltre anche la seconda casa, posseduta nello stesso Comune in cui si risiede, se data in comodato ai figli godrà dell’esenzione del 50% di Imu e Tasi. Comunque addio dal prossimo anno alle tasse sulla prima casa, a eccezione di ville e castelli. La Tasi sarà dimezzata per gli immobili (anche se seconde case) date in comodato a parenti fino al II grado.

Bonus ristrutturazioni e mobili anche per coppie: proroga per l’ecobonus e per il bonus mobili, esteso alle coppie anche di fatto sotto i 35 anni.

Giochi. Rivisto anche il settore dei giochi: insieme a ritocchi sul fronte della tassazione, arriva lo stop alla pubblicità in tv e radio (ma non su internet) dalle 7 alle 22.

Sud, arriva credito d’imposta. Dura 4 anni anni e riguarda per le aziende del Mezzogiorno che investono in macchinari, in impianti e in attrezzature per un totale di 2,4 miliardi. Prevista anche la proroga degli sgravi per le assunzioni al 2017 nel caso in cui vengano certificati fondi residui del Pac.

Ecobonus. Chi ha un vecchio camper ora lo potrà rottamare e se lo cambia con euro5 potrà beneficiare di un contributo di 8.000 euro. Restando nel campo dell’ambiente, ok all’ecobonus per sistemi di controllo a distanza del riscaldamento.

Spiagge. Arriva una moratoria per i contenziosi che “salva” la prossima stagione turistica per gli attuali concessionari, in attesa del riordino complessivo della disciplina. La sospensione dei contenziosi amministrativi non vale per Comuni e municipi commissariati o sciolti per mafia, come quello di Ostia.

Autovelox e Rc auto. L’elenco delle violazioni che possono essere accertate con apparecchiature di rilevamento, dunque anche gli autovelox, si aggiungono le revisioni dei veicoli e le assicurazioni Rc auto.

Niente supertassa yacht lusso. Eliminata la “supertassa” sulle imbarcazioni di lusso introdotta dal governo Monti.

Canone Rai. Nel 2016, i 2/3 (quota che poi cala al 50%) del tesoretto che arriverà col canone Tv da 100 euro nella bolletta della luce finiranno nelle casse della tv pubblica. Il resto servirà ad ampliare la platea degli over 75 che non devono pagare il balzello e per finanziare radio e tv locali.

Bancomat per caffè e parcheggio. Si potrà pagare un caffè con il bancomat e, da luglio, i parcheggi nelle strisce blu.  Per i contanti, il limite sale da 1.000 a 3.000 euro anche per il pagamento degli affitti, ma non per le pensioni e per i money

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/22/news/scheda_stabilita_-130002621/?ref=nrct-1