Conti pubblici, il rigore non frena lo sviluppo

Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore. Quelle regole europee che vengono presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici, regole che sembrano esigere solo sacrifici, sono invece quelle che oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità. Troppo spesso si confonde il rigore sui conti pubblici come un freno allo sviluppo. Non è vero. È grazie alla prudenza fiscale seguita quando l’economia va bene che, nel momento in cui arriva una recessione, si possono usare tasse e spesa per attenuarne gli effetti sulle famiglie. Tanto più che l’Italia già oggi rispetta le regole del Fiscal compact. Contrariamente al marzo 2012, quando lo approvammo solennemente nel mezzo di una grave recessione, oggi applicarne le regole è nel nostro interesse. Ma che cos’è il Fiscal compact ? È un trattato europeo negoziato inizialmente dal governo Berlusconi e poi firmato dal governo Monti nel 2012, che è fatto di tre regole: 1) il deficit pubblico deve non essere superiore a mezzo punto di Prodotto interno lordo (con una clausola che consente deficit più alti durante una recessione); 2) l’impegno per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di ridurne ogni anno l’eccedenza di un ventesimo, che per l’Italia significa ridurre il debito ogni anno di tre punti e mezzo del Pil. E infine il punto 3): l’impegno a mantenere il deficit al di sotto del 3 per cento del Pil sempre, cioè senza tener conto di un eventuale ciclo economico negativo. 
La legge di Stabilità appena approvata dal Parlamento prevede un deficit corretto per il ciclo economico pari all’1 per cento del Pil quest’anno (superiore quindi di mezzo punto rispetto alla prima regola) e 0,2 nel 2020, quindi al disotto della soglia del Fiscal compact. La stessa legge prevede anche un deficit (non corretto per il ciclo economico) che scende dall’1,6 per cento di quest’anno allo 0,2 nel 2020, entrambi ben al di sotto della soglia del 3 per cento. Infine un rapporto debito-Pil che scende poco meno del 2 per cento quest’anno e poco più del 3 per cento nel 2020.
Questi conti sono basati su una stima realistica della crescita, intorno all’1,5 per cento l’anno, e sull’ipotesi che i tassi di interesse riprendano a crescere (e lo faranno). Ma la vita media dei nostri titoli pubblici è stata allungata a circa 7 anni e questo attenuerà l’effetto di un aumento dei tassi sul costo del debito. Insomma, i criteri indicati dal Fiscal compact sostanzialmente già li rispettiamo.
Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento (con soli 24 voti contrari al Senato su 216, e solo 65 contrari alla Camera, su 368) rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita.
Alcune riforme hanno funzionato (come quella del mercato del lavoro). Anche i tagli alle tasse sul reddito dei lavoratori dipendenti, come gli «80 euro» del 2014, hanno aiutato. I ricercatori della Banca d’Italia (Neri, Rondinelli e Scoccianti, «The marginal propensity to consume out of a tax rebate: the case of Italy», 2015) hanno stimato che circa metà del bonus erogato nel 2014 è stata spesa nel corso dello stesso anno producendo un incremento nei consumi di circa 3,5 miliardi di euro, pari a circa il 40 per cento dell’aumento della spesa complessiva delle famiglie nel 2014.
Rispettare il Fiscal compact significa però non cancellare alcune riforme fatte anche sull’onda dell’emergenza. Ad esempio l’abolizione della legge Fornero comporterebbe da sola uno sforamento del deficit di un punto e mezzo di Pil l’anno.
Rimanere all’interno del Fiscal compact ci consente di accumulare «munizioni» fiscali da spendere se e quando ci sarà un’altra recessione. Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte. Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.
La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto.

ALBERTO ALESINA E FRANCESCO GIAVAZZI

Corriere della Sera, 19 gennaio 2018

 

http://www.corriere.it/editoriali/18_gennaio_19/conti-pubblici-rigore-non-frena-sviluppo-fiscal-compact-39f0a7a0-fc93-11e7-80a4-a8d109924739.shtml

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Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Quanto ci costa il debito (e perché ci rende meno credibili)

I dati usciti nelle ultime settimane, che hanno rimarcato una crescita inaspettata del nostro Pil, vanno accolti con ottimismo e devono essere utilizzati per alimentare quella fiducia la cui scarsità è la reale malattia che frena non solo i consumi, ma anche la voglia più profonda di investire e di rischiare. Ma nello stesso tempo vanno inquadrati secondo una giusta prospettiva che non ci faccia dimenticare quali (e quante) riforme vadano attivate per sostenere lo sviluppo e quali fattori di rischio caratterizzano il nostro Paese.
Il costo del debito pesa come un macigno e di fatto consuma ben più di quel Pil che faticosamente stiamo facendo crescere: proprio su queste pagine , ho analizzato come il debito pubblico sia il vero mostro addormentato dell’Italia che, in presenza di segnali di risveglio guidati da una possibile e futura crescita dei tassi, possa affossare qualsiasi velleità di affermazione e di guida condivisa della nuova Europa con Francia e Germania. Il tema del debito è peraltro inserito in un contesto più ampio che attraversa i nodi della spending review (selettiva e voce per voce, come ricordato dal governatore Visco) e della riforma fiscale (con o senza flat tax), come analizzati nelle ultime settimane da L’Economia del Corriere.
Le due facce 
Il tema del debito ha due facce, collegate fra loro ed estremamente critiche: quella della sostenibilità e quella del segnale dato al mercato. La prima osserva come l’ammontare del debito trascini una continua esigenza di rinnovo (alla scadenza il debito viene finanziato con altro debito) e generi una spesa da interessi che distrugge risorse utilizzabili per altri fini o addirittura richieda l’emissione di nuovo debito per il pagamento. 
La seconda vede l’importo del debito rispetto al Pil e la sua capacità di riduzione come elementi in grado di segnalare la qualità e l’affidabilità del Paese, sia in una prospettiva politica di rispetto delle regole di appartenenza all’Unione Europea, sia nella prospettiva degli investitori.
A questi temi si aggiunge il fatto che lo stesso costo del debito diventa più in generale il fattore su cui si scaricano i giudizi e le tensioni speculative sull’affidabilità e sulla tenuta del Paese. Una maggiore cultura del confronto con gli altri Stati membri dell’Unione Europea, a livello di opinione pubblica e non solo, sarebbe auspicabile per mettere a fuoco la portata reale dei problemi che attraversano l’Italia e per stimolare un reale percorso virtuoso di miglioramento.
Come si posiziona allora l’Italia in termini di costo nel confronto con i principali Paesi europei? La prospettiva non è lusinghiera, sia in termini statici che dinamici. Dati alla mano del 2016, siamo il Paese europeo che spende la cifra più elevata in assoluto per interessi: circa 66,5 miliardi di euro, che ci mettono al primo posto di questa classifica. Vicino troviamo solo il Regno Unito (58,3 miliardi di euro), mentre Germania e Francia spendono rispettivamente 43,3 e 41,9 miliardi di euro.
Questo significa che non solo l’Italia deve produrre un avanzo di bilancio di almeno 66,5 miliardi per non ricorrere a debito ulteriore per pagare interessi ma, usando un’altra lettura, che Germania e Francia hanno oltre 20 miliardi di euro in più rispetto a noi da spendere in altro modo.
Il peso di questi interessi in rapporto al Pil vede sempre l’Italia perdente nel 2016 con un valore del 3,98%, ben lontano dall’1,4% e 1,9% di Germania e Francia. Solo il Portogallo con il 4,2% ha un valore superiore al nostro mentre Grecia, Slovenia e Ungheria hanno valori paragonabili a quelli italiani e la media europea a 28 paesi oppure a 19 dell’area euro di assestano rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Estonia (0,1%), Lussemburgo (0,3%), Svezia (0,4%), Bulgaria (0,8%) e Repubblica Ceca (0,9%) sono invece i Paesi più virtuosi, con un percentuale inferiore all’1%.
Se analizziamo secondo una prospettiva storica, l’Italia ha vissuto sicuramente tempi peggiori: i 115,5 miliardi di spesa per interessi del 1996 (l’11,08% del Pil) suonano come un ricordo agghiacciante, così come il picco assoluto del 12,66% del Pil registrato nel 1993. Negli anni successivi al 1996, i vari governi che si sono succeduti hanno sicuramente seguito non solo una politica di riduzione del debito (in particolare il governo dell’Ulivo 1996-2001, quello di Berlusconi del 2001-2006 e quello ancora di Prodi del 2006-2008) ma anche un progressivo allungamento delle scadenze, che ha colto la discesa dei tassi grazie alla manovra sapiente del Tesoro.
Ma l’ultima fase del terzo governo Berlusconi (2008-2010), che ha avuto la responsabilità di una nuova forte salita del debito e che ha pagato un gap di credibilità a livello internazionale, ha dimostrato quanto pesante possa essere l’effetto sulla spesa per interessi: dai 66,7 miliardi del 2004 (che segnano il punto di minimo della spesa per interessi dal 1990) agli 83,5 miliardi nel 2012.
La parola spread così citata in quel momento critico e mai da dimenticare, si materializza molto chiaramente in una maggiore spesa per interessi.
Oggi, il livello più contenuto di spesa per interessi, per effetto dello straordinario basso livello dei tassi, non può farci dimenticare quanto possa essere salato il conto se venisse di nuovo meno la credibilità dell’Italia.
Strumenti 
La credibilità politica e l’autorevolezza nei confronti del mercato internazionale sono quindi fattori chiave per la difesa della nostra spesa per interessi.
Ma più forte – e irreversibile —deve essere il processo di riduzione della vera causa della spesa per interessi, ossia l’ammontare del debito. Il governo che nascerà dalle prossime elezioni dovrà impegnarsi su questo fronte per scegliere quale possa essere il mix più adeguato di strumenti per incidervi, guardando peraltro sempre alla tenuta sociale e alle spinte di natura depressiva.
Il terreno di gioco presenta una serie di strumenti noti: la cessione di patrimonio dello Stato, prevalentemente di natura immobiliare, attraverso la quotazione di un veicolo societario costruito ad hoc; un’azione decisa, ma voce per voce, della spesa pubblica; l’attacco al tema dell’evasione dell’Iva; la ristrutturazione del debito stesso, attraverso un’adesione volontaria dei contribuenti all’incasso di un minore importo di capitale a scadenza a fronte di benefici futuri, certi e contrattualmente fissati, in termini di minori imposte. Quest’ultima strada, che si basa su una logica di scambio equa – ossia minore capitale incassato e quindi riduzione del debito, in cambio di minori imposte per un certo periodo di tempo – darebbe un segnale molto forte sulla nostra capacità interna di ristrutturazione del debito. E ci darebbe tutto il tempo di riformare nel modo corretto il sistema fiscale ed agire con quelle (tante) riforme che renderebbero il Paese finalmente diverso. Cioè comparabile con gli altri.

STEFANO CASELLI

l’Economia, 2 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59d21811bdd5c

La spending review frutta 3,5 miliardi ma è ancora poco

Il sistema Consip, la centrale di acquisto di beni e servizi per conto dello Stato, oggi nell’occhio del ciclone politico e giudiziario, tiene: in tre anni ha consentito di risparmiare 3,5 miliardi. Ma il livello della spesa corrente in Italia resta alto: al netto dei pesanti interessi che paghiamo sul debito pubblico e dei necessari investimenti, siamo nel 2016 a quota 42,2 per cento del Pil bloccati sul 42,2 per cento del 2015.
Tirata in ballo ogni autunno come panacea in grado di risolvere ogni male la spending review cammina ma non riesce a risolvere tutti i problemi del bilancio pubblico italiano. Intanto per l’area circoscritta di intervento: su 829,3 miliardi di spesa pubblica, restano fuori interessi, spesa sociale, pensioni e investimenti.
Nel mirino rimangono quelle che i tecnici definiscono “spese aggredibili”: 327,7 miliardi di cui tuttavia 164,1 sono spese per il personale e “solo” 163,3 sono i mitici acquisti di beni e servizi, dai computer alle risme di carta A4, che caricano il bilancio dello Stato.
La difficile battaglia per risparmiare sul bilancio dell’Italia spa, l’ha raccontata ieri l’attuale commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, che ha illustrato, alla presenza del premier Gentiloni e del ministro dell’Economia Padoan, il rapporto sull’attività anti-sprechi del governo dal 2014 al 2016.
Quello che è certo è che la Consip, il centro effettivo e operativo della revisione della spesa, ha allargato il suo campo di azione: mette a disposizione della pubblica amministrazione un “menù”di merci per 48,3 miliardi (il 27 per cento in più rispetto a tre anni prima), lo scorso anno ha bandito gare per 17,3 miliardi e ha potuto contribuire alla spesa dello Stato con risparmi per 3,5 miliardi (il 13 per cento in più rispetto a tre anni prima).
Una storia difficile quella della spending review (sei commissari negli ultimi cinque anni) segnata spesso da contrasti e incomprensioni. Una delle mosse vincenti è stata quella dell’accentramento strutturale degli acquisti lanciato dall’ex commissario per la spending Carlo Cottarelli nel 2014. Oggi – come spiega la Relazione – invece di 36 mila stazioni appaltanti per decine di prodotti sanitari (dai vaccini, alle protesi allo smaltimento dei rifiuti) e generici (come vigilanza e pulizia) c’è un «tavolo unico» cui devono rivolgersi tutti, dal più piccolo ospedale alle grandi amministrazioni locali: il prezzo medio è sceso del 23 per cento. «La revisione della spesa c’è», ha osservato il ministro dell’Economia Padoan.
(….)

Da un articolo di Roberto Petrini

La Repubblica 21 giugno 2017

Consip

http://www.consip.it/

L’Ue promuove l’Italia, ok alla manovrina ma rivuole l’Imu

L’Italia strappa la promozione a Bruxelles, ma viene rimandata al prossimo esame sui conti pubblici previsto in autunno. È quanto emerso dal pacchetto di primavera della Commissione Ue, che mette insieme le raccomandazioni specifiche per Paese e bacchetta gli Stati membri se presentano eccessivi squilibri macroeconomici. Nonostante l’esecutivo europeo non perda occasione per ricordare l’alto debito del Belpaese, nei giudizi si legge che “le misure fiscali aggiuntive richieste per il 2017 sono state adottate e che, pertanto, non sono necessarie ulteriori misure per conformarsi alla regola del debito in questa fase”.

La Commissione fa riferimento alla manovra da 3,4 miliardi di euro, o lo 0,2% del Pil, chiesta per ridurre il disavanzo di quest’anno. Per l’Italia, viene ancora spiegato dall’Ue, la Commissione “ha concluso che non esistono le basi analitiche” per aprire una procedura per squilibri macroeconomici, a meno che l’Italia “non realizzi pienamente le riforme”. Per il momento Roma viene graziata, soprattutto per gli impegni di riforma “sufficientemente ambiziosi”, come li definisce il commissario Ue agli Affari economici Moscovici. Che avverte: “Oggi ci sono buone notizie, ma valuteremo nuovamente la conformità con la regola del debito sulla base delle previsioni di autunno”.

Bruxelles chiede all’Italia di accelerare su alcuni capìtoli di riforma come i tempi dei processi civili, che “continuano ad essere tra i più alti dell’Unione europea”, la lotta alla corruzione e l’ammodernamento di pubbliche amministrazioni, imprese pubbliche e ambiente imprenditoriale, per cui restano “una serie di inefficienze strutturali”. E ancora, il governo deve lavorare ulteriormente per favorire lo smaltimento dei crediti deteriorati nella pancia delle banche, perché frenano il credito e dunque la ripresa. “Le iniziative politiche prese finora non hanno ancora portato a una significativa riduzione dei crediti in sofferenza”, viene spiegato nei documenti di Bruxelles.

Ma il punto più controverso resta l’Imu sulla prima casa, che insieme con la riforma del catasto, la Commissione chiede all’Italia di reintrodurre, almeno per i più ricchi. Roma, afferma la Commissione, deve effettuare “un sostanziale sforzo fiscale per il 2018” che preveda “un’azione decisiva” per “riformare il sistema catastale obsoleto e reintrodurre la tassa sulla prima casa per le famiglie ad alto reddito”.

L’Imu sulla prima casa è “una delle tante proposte, ma le riforme fiscali vanno viste nel loro insieme e io direi che cambiare idea su una tassa che è stata appena cambiata da pochi mesi non è una buona idea”, risponde il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, arrivando a Bruxelles per l’Eurogruppo. E aggiunge: “Le riforme si continuano a fare ma bisogna farne altre. La crescita migliora, ma non soddisfa. Dobbiamo tenere la politica di bilancio in una strada stretta tra consolidamento e sostegno alla crescita”. In un colloquio con il Financial Times, Padoan spiega inoltre la ragione dei tempi lunghi per l’accordo con le autorità europee per il salvataggio di Mps. “Stiamo stabilendo un precedente, un benchmark”, dice l’inquilino di via XX Settembre, sottolineando che “non stiamo perdendo tempo, stiamo lavorando 24 ore al giorno per affrontare la questione e siano fiduciosi che concluderemo i colloqui con successo”.

Il Tempo, 22 maggio 2017

http://www.iltempo.it/economia/2017/05/22/news/l-ue-promuove-l-italia-ok-alla-manovrina-ma-rivuole-l-imu-1028912/

 

Il capitalismo familiare è troppo poco flessibile

Se il Prodotto interno lordo (Pil) sale, in proporzione, meno del debito pubblico, questo pesa di più sull’economia; il contrario di quanto richiesto, prima che dalla «arcigna maestrina» Ue, dal nostro interesse. Da questo le reciproche accuse sui conti pubblici: se Bruxelles (e Berlino) ci vedono mediterranee spensieratezze, per Roma l’austerità, che già ha messo in ginocchio la Grecia, può far lo stesso in Italia. C’è un’altra prospettiva, di più lunga gittata e sempre negletta, per guardare al fardello dei nostri debiti, osservando l’andamento degli investimenti; se salgono sale il Pil corrente, ma soprattutto quello futuro, cui gli investimenti mettono il turbo.

Il contributo di questi è, quindi, davvero essenziale per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Secondo Eurostat, dal 2008, ultimo anno pre­crisi, al 2013, gli investimenti in Italia in proporzione al Pil sono scesi del 18%. Il calo percentuale è pressoché uguale per pubblici e privati, ma la difficoltà della finanza pubblica non spiega il calo degli investimenti privati. È infatti qui la vera differenza; essi scendono dall’11,1 del Pil nel 2008 al 9,2% nel 2013; soprattutto sono il 3% meno della Francia e il 2% meno della Germania (il divario non era molto diverso negli anni precedenti). Tale circostanza è quasi assente nel dibattito. I nostri investimenti pubblici, pur in calo, sono tuttavia superiori, anche se di poco, a quelli della Germania (2,4% contro 2,2% nel 2013); servirebbe indagare sull’utilità dei nostri investimenti pubblici rispetto a quelli di altri Paesi, ma si andrebbe fuori via. Se l’Italia non cresce è anche, forse soprattutto, perché i privati non investono. L’economia abbonda di liquidità, ma questa, nonostante i tassi a zero, tale resta, per avversione al rischio. È un’importante chiave di lettura della nostra perdurante crisi. Quali le cause, ed i possibili rimedi? Certo, la domanda interna è, o forse meglio era, stagnante; non così, tuttavia, la domanda mondiale, che imprese ben attrezzate possono servire, in concorrenza con quelle di altri Paesi. Qualche anno fa pagavamo molto più dei nostri concorrenti il debito, ma la politica di Quantitative Easing della Bce ha quasi azzerato il differenziale. C’entra, certo, anche il difficile momento delle nostre banche, ma esse non possono far credito a imprese cui i proprietari, per primi, lesinano il capitale necessario per investire e crescere. Quasi sparite le grandi imprese, la vera causa sta nella struttura proprietaria delle nostre medie. Le famiglie vogliono mantenerne il controllo, per poterlo poi cedere a caro prezzo al momento opportuno; perciò rimandano investimenti necessari e non aprono ad esterni le posizioni al vertice. È forse questa la carenza più grave; tali imprese non attraggono i migliori, che sono nati dalla mamma sbagliata. Un pool genetico così ristretto, e attento agli equilibri dinastici, non è ideale per recepire l’innovazione.

La scolarità di questo ceto dirigente delle imprese è bassa. Scuola e università sfornano quel che le imprese chiedono, altrimenti nel grande mondo esse colmerebbero all’estero i vuoti della nostra istruzione; ciò non avviene. Tante imprese, si sa, investono, trovano personale qualificato e crescono, senza il totem del controllo familiare. Sono la nostra forza, ma si tirano dietro un convoglio troppo pesante; nelle altre imprese restano i nodi da sciogliere per riavviare il Paese. Il nostro capitalismo familiare aborre la flessibilità, inflitta al lavoro in misura giunta ormai a impedire un minimo di pianificazione; ciò impedisce di formare una famiglia, affittare una casa, avere figli. Come qui s’è spesso sostenuto negli anni, la flessibilità che ci manca non è quella del lavoro, bensì del capitale. Questa non c’è legge che possa imporla; si può però, almeno, chiarirsi le idee. Troppe imprese che dovrebbero sparire resistono, colpa anche di un sistema finanziario incapace di svolgere il proprio ruolo. Esso non spinge le imprese marginali ad accorparsi, trasformarsi, innovare, appiattito su un’acquiescente subordinazione a proprietà familiari causa di scelte errate; ad esempio, rifiutare accorpamenti di imprese necessari perché non si riesce a concordare quale delle due o più famiglie possa, con il controllo della nuova entità, appropriarsi dei benefici privati del controllo, come scaricare sull’impresa spese non pertinenti, o gestire il non sempre marginale «nero». La vera riforma di struttura, ancor più ardua di quella «mitica» della Pubblica amministrazione, è l’applicazione della flessibilità al capitalismo familiare. Farebbe miracoli la sottoposizione di tante imprese di famiglia alla disciplina del mercato. Ricordiamocene quando parliamo del peso del debito pubblico sul Pil.

Salvatore Bragantini

Corriere della Sera , 24 marzo 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_24/capitalismo-familiare-bb0f53ac-0ff6-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Cina, crescita 2017 prevista al 6,5%

L’economia della Cina crescerà del 6,5% nel 2017. Lo ha annunciato il premier Li Keqiang al Congresso nazionale del Popolo, il Parlamento di Pechino i cui 3 mila membri mettono il timbro su decisioni prese altrove in segreto.
Il dato più atteso è sempre quello del Prodotto interno lordo, perché ancora l’anno scorso la Cina ha contribuito per il 30% alla crescita globale: questo successo Li lo ha sottolineato in apertura. Nel 2016 il Pil cinese ha toccato i 10,82 miliardi di dollari, secondo solo a quello degli Usa.
Il Pil cinese nel 2017 crescerà secondo le previsioni di Pechino «intorno al 6,5%, o di più se sarà possibile in pratica». Continua il rallentamento rispetto al 6,7% del 2016, ma «nella stabilità», parola che Li ha ripetuto più volte. Bisogna «controllare i rischi sistemici», dice Li. E annuncia nuovi tagli all’eccesso di capacità produttiva nell’acciaio: -50 milioni di tonnellate; e nel carbone -150 milioni di tonnellate. Nelle previsioni-obiettivo per il 2017 Li ha fissato un deficit di bilancio del 3% rispetto al Pil (più o meno quello che cercano di fare con risultati incerti i Paesi europei). Niente stimolo massiccio da parte dello Stato, ha detto Li, ma ha annunciato anche investimenti per 109,2 miliardi di euro per il settore ferroviario, e di 245,7 miliardi per le autostrade e le altre vie di comunicazione.
Ancora enfasi sull’aumento dei consumi interni e del reddito pro capite dei cittadini. Poi diverse citazioni per «la guida saggia del compagno Xi Jinping, cuore della leadership del Comitato centrale del Partito».
Un tono quasi poetico quando il primo ministro ha toccato la piaga dell’inquinamento, sottoprodotto dell’industrializzazione sfrenata, che soffoca le città della Cina: «Riporteremo il blu nei nostri cieli». Già ieri il cielo sopra Pechino era terso, grazie a un vento teso che ha spazzato via le polveri ultrasottili, il famigerato PM 2,5 che in mandarino si chiama «xikeliwu».
nessuna parte». «Ci opporremo risolutamente alle attività separatiste di Taiwan»……

GUIDO SANTEVECCHI

Corriere della Sera 6 MARZO 2016

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_05/cina-crescita-2017-prevista-65percento-rallentamento-stabilita-e2cb88d0-0186-11e7-a0e6-2c98b97af02a.shtml