Se il lavoro va ai robot: un automa vale sei operai

 Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 30 marzo 2017

http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/03/30/news/ecco_quanto_pesano_sull_occupazione_un_automa_vale_sei_operai-161757530/

Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Automobili e computer meno cari, così il libero scambio ci ha aiutato

 gloglonSe oggi compriamo per poche centinaia di euro un computer laptop più che efficiente, per poche migliaia un’auto di media cilindrata, o possiamo permetterci a un prezzo ragionevole un capo di moda pret-à-porter, lo dobbiamo alla globalizzazione, cioè alla possibilità che venga assemblato un pc o una macchina con componenti fabbricate in diversi Paesi del mondo, oppure che si faccia lavorare la maglieria in aree a più basso costo del lavoro (ferma restando la condanna a qualsiasi forma di sfruttamento). Un mondo in cui, come spiegò due secoli fa l’economista inglese David Ricardo, il primo teorico della globalizzazione, «ad ogni Paese viene affidato il compito di fare quello che sa far meglio così che tutti possano goderne i vantaggi comparativi».
Secondo questa logica, aggiornata da Dani Rodrik, economista di Harvard, nessuno deve restare indietro perché in Italia sarà valorizzata la produzione di abbigliamento di alta qualità, oltretutto a più alti margini, così come in Germania si faranno le macchine di maggior prestigio, in Francia le fragranze più raffinate, in America i computer più costosi e sofisticati, e così via. Insomma quello che nei Paesi emergenti hanno più difficoltà a confezionare efficacemente per carenze di esperienza, know-how, cultura. Così facendo non è un’equazione “a somma zero”, in cui alla ricchezza creata nei Paesi terzi corrisponde un simmetrico impoverimento in occidente, bensì un gioco a valori moltiplicati perché le economie di scala che diventano possibili innescano un meccanismo di crescita generalizzata. Ma qui cominciano i guai: lo stesso Rodrik ne La globalizzazione intelligente parla della «trinità impossibile»: l’esperienza insegna che è durissima avere nello stesso tempo stati nazionali, democrazia e mercati aperti. Uno dei tre salta sempre, come Trump insegna.
La globalizzazione ha riscattato dalla fame centinaia di milioni di persone, ma ha creato incertezza e paure in altrettanti come non finisce di ricordare papa Francesco.
Le istituzioni internazionali, come quella del commercio, non hanno sostenuto un equilibrato sviluppo tra le diverse aree.
Eppure il concetto, che porta in sé la libertà degli scambi, dei commerci, della localizzazione, è affascinante, Ma perché la teoria virtuosa venga convertita in pratica occorre una classe politica internazionale all’altezza della sfida, in grado di coordinare efficacemente questa complessa transizione. Negli ultimi 40 anni la distribuzione senza più frontiere del lavoro e della produzione ha subito una brusca accelerazione, nella finanza è caduto il rapporto fra il risparmio di un Paese e il finanziamento del suo sistema produttivo, qualsiasi servizio – dai call center alle analisi di Borsa – viene ormai gestito telefonicamente in posti remoti spesso sconosciuti purché parlino un po’ della lingua dell’interlocutore. L’evoluzione è irrefrenabile: i cinesi, che da beneficiari sono diventati i vessilliferi della globalizzazione, cominciano – perché il costo del lavoro è triplicato – a costruire fabbriche all’estero, Italia e America comprese, una delocalizzazione produttiva alla rovescia.
La globalizzazione è la caratteristica più appariscente della moderna economia. Ma è anche l’accusato numero uno per le diseguaglianze, le povertà, le tensioni, le crisi. Le si fanno pagare anche colpe non sue: le viene attribuita l’emorragia di posti di lavoro in patria, e quindi l’impoverimento della classe media, mentre parte delle cause attengono sicuramente da un lato alla recessione e dall’altro all’innovazione tecnologica e alla carenza di investimenti (che andrebbero a loro volta canalizzati con una gestione politica). Le mancanze dei politici si riflettono nelle istituzioni sovranazionali: Joseph Stiglitz sostiene che il Fondo monetario, spingendo su privatizzazioni e austerity, ha messo in ginocchio le economie asiatiche nel 1997, l’Argentina nel 2001, la Grecia nel 2012. Altre istituzioni altrettanto internazionali come il Wto sono nate per contenere questi effetti negativi ripristinando condizioni di libero scambio e valorizzando la globalizzazione “buona”. Ma ora Trump lo ripudia, così come fecero i Samurai contro la prima industrializzazione nel ‘700 facendo perdere al Giappone due secoli di storia.

EUGENIO OCCORSIO

la Repubblica, 3 marzo 2017

La rivoluzione dei negozi con i prodotti made in China

MLe candeline per le torte di compleanno, le mollette per il bucato, i guinzagli per i cani, le spine elettriche, le ciabatte multipresa, gli adattatori, gli stivali di gomma, le grattugie, gli zerbini, le borse per l’acqua calda, le spazzole anti-pelucchi e ovviamente le onnipresenti cover per gli smartphone. L’elenco potrebbe continuare per righe e righe perché si stima che gli oggetti prodotti (ormai) solo dai cinesi siano almeno un centinaio. Basta girare per uno dei megastore asiatici che troneggiano alle porte delle grandi città del Nord Italia — appena 48 ore fa a Padova l’Ingrosso Cina è stato multato per oltre 1 milione di euro — per avere davanti agli occhi un catalogo di prodotti che una volta venivano fabbricati dalle Pmi italiane e oggi vengono dalla Grande Fabbrica del mondo con la scritta «made in Prc». Volendo le merci si possono raggruppare in due categorie: da una parte quelle che i cinesi producono in regime di sostanziale monopolio e dall’altra la fascia bassa di prodotti che l’Italia sforna ancora ma solo nella gamma alta (due esempi su tutti: occhiali da sole e caffettiere). Tra i tanti effetti della globalizzazione c’è anche questa sorta di informale divisione internazionale del lavoro che ha finito per penalizzare più di altri Paesi la piccola industria italiana, dominatrice in passato di questo segmento «povero» di mercato. Del resto quante Pmi italiane sono nate grazie ad operai messisi in proprio replicando pedissequamente i prodotti della casa-madre? Tantissime, una buona parte nell’industria meccanica ma anche nella plastica, nella gomma o nei metalli leggeri.

Gli aspetti singolari dell’intera vicenda sono molti. Innanzitutto la clientela è nella stragrande maggioranza occidentale e possiamo pensare che sia analoga a quella dei discount alimentari. I commessi non parlano quasi mai l’italiano, i lay out dei centri commerciali sono ampli, non c’è però un ordine riconoscibile di esposizione e le merci spesso sono ammassate. In qualche caso i cinesi per evitare furti hanno introdotto tornelli agli ingressi e telecamere nelle grandi superfici, le scale mobili — dove esistono — mostrano la loro età mentre i parcheggi fanno invidia all’Ikea. Spesso i prodotti di cui stiamo parlando non hanno mercato a Pechino o a Chendu, come la grattugia che a noi serve per il parmigiano e nessun cinese amante del tofu (morbido) comprerebbe mai. I connazionali di Xi Jinping producono quasi tutta l’oggettistica e i gadget che troviamo negli alberghi e i kit distribuiti nei convegni. Delle volte capita che a regalare penne biro cinesi sia anche qualche organizzazione che vuole stoppare l’invasione di prodotti asiatici. La posizione di monopolio non viene però utilizzata — come sostengono i classici del business — per alzare i prezzi, anzi.

 

Il costo dei prodotti in discussione non supera mai i 10 euro, la maggior parte è addensata sotto i 5. Il nastro adesivo per pacchi costa un euro, il guinzaglio per Fido costa 2 euro (una ditta italiana si ostina a produrlo ma lo vende a 15 euro), la grattugia 4, un set di forchette/coltelli/cucchiaini 2, un thermos 4, un ombrello a 4, il portamonete 2, la soletta per le scarpe anche 0,90. È il trionfo dell’usa e getta mentre noi celebriamo le virtù dell’economia circolare — dallo spreco al valore — i prodotti cinesi fanno l’inverso perché la spesa è cosi contenuta che si ripaga anche se l’oggetto viene utilizzato una volta solo. E mentre la cultura del commercio occidentale ricerca la massima profilatura del cliente per stanarlo meglio, i cinesi hanno una sola strategia. Abbassare il prezzo. Secondo gli artigiani della Cna l’effetto di questa silenziosa penetrazione è stato devastante perché le Pmi italiane non avevano nessuna chance di competere in quantità e prezzo. Le cererie sono scomparse completamente, stessa sorte per le ombrellerie del Piemonte e della Brianza tranne quelle che sono riuscite a scavarsi una nicchia di qualità, nelle ferramenta i cinesi hanno sfruttato il loro know how nelle biciclette e primeggiano anche nei fuochi d’artificio e nei gadget per le feste. Gli asiatici hanno sfondato anche negli abiti da sposa, sono in grado di venderne uno più che dignitoso a 50 euro (contro prezzi italiani a 1.000 euro). «Ci battono sui materiali perché sono un Paese ricco di materie prime e poi sono in grado di fare le prime lavorazioni a costi della manodopera che per noi sono incredibili» aggiungono alla Cna.

È chiaro che visto da un economista il processo di sostituzione di offerta cinese a produzione italiana è nient’altro che distruzione creativa — nelle province di Padova e Venezia secondo la Cna dal 2009 al 2015 le imprese a titolare italiano sono calate del 12,6% e le cinesi salite del 40,6% — perché ha fatto pulizia di una fascia di aziendine inefficienti e che non avrebbero saputo nemmeno da dove iniziare per innovare. Probabilmente è così ma un tributo all’avanzata asiatica l’Italia l’ha pagato in termini di occupazione. La risposta del nostro associazionismo d’impresa al dilagare delle merci cinesi punta innanzitutto a denunciare l’assenza di standard legali e qualitativi, specie per i giocattoli o i prodotti che vanno a contatto della pelle. «Altroconsumo» ha parlato addirittura di presenza di amianto tra le pareti dei thermos low cost e di recente la Confindustria Ceramica ha allargato l’iniziativa suonando l’allarme per la scadenza dei dazi doganali europei sull’importazione di ceramiche e i rischi di «un nuova invasione di piastrelle cinesi sottocosto». Nessuno però in fondo si illude e pensa che si possa tornare indietro, al massimo si spera di far diga. Di evitare che il monopolio giallo si allarghi.

di Dario Di Vico (ha collaborato Diana Cavalcoli)

Corriere della Sera 31 agosto 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_31/rivoluzione-negozi-cina-8eb96c86-6ee6-11e6-adac-6265fc60f93f.shtml

Le conseguenze pratiche della Brexit

 images[10]CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

IL VISTO

L’effetto Brexit più immediato ed evidente dovrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d’identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dovrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare in Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

VIAGGI

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell’euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d’acquisto, ma anche in virtù di accordo comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell’Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. «Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa», ha ricordato nei giorni scorsi Michael O’Leary, l’amministratore delegato della compagni aerea a basso costo britannica. Per non parlare degli oneri per i telefoni cellulari, che sono stati finora ammortizzati a livello europeo, o delle norme europee per ottenere rimborsi in caso di ritardi o cancellazione di voli.

LAVORO

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell’occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna; tuttavia è probabile che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Per esempio, le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 2.000 persone delle 6.000 che ha nel Regno Unito verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600.

 CONSEGUENZA PER GLI ITALIANI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

Tra Londra e il resto dell’Inghilterra vivono mezzo milione di italiani. Ora, dopo la vittoria della Brexit, cosa cambierà per loro? Nessuno lo sa con certezza, ma si possono fare previsioni.

LAVORO

Chi paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. C’è chi l’ha già fatto, prendendo la doppia cittadinanza (britannica oltre che italiana). Chi ha intenzione di farlo adesso dovrà scontrarsi con una macchina burocratica che richiede tempo e denaro, un anno e almeno mille sterline. Chi non intende restare per sempre potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro. Chi, invece, vuole trasferirsi a Londra, da oggi in poi, non può più farlo senza avere già trovato un’occupazione prima della partenza.

TURISMO

Non cambia nulla. Gli italiani che vogliono andare in vacanza a Londra lo faranno senza la necessità di un visto. Questo potrebbe spingere molti connazionali a utilizzare questo mezzo per fermarsi un po’ di più. Entrare da turisti, probabilmente con la possibilità di fermarsi fino a tre mesi, cercare lavoro e, nel caso ciò accadesse, richiedere un visto di lavoro. La trafila, ovviamente, si prospetta molto più complicata.

STUDIARE IN GRAN BRETAGNA

La retta annuale in un’università britannica si aggira attorno ai 12 mila euro. Con la Brexit salirà tra i 16 e i 22 mila euro. Facilitazioni, sconti e opportunità normalmente in atto nel Regno Unito sarebbero tutte da riclassificare. E molto probabilmente tutto costerebbe di più.

ASSISTENZA SANITARIA

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN UE  

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all’1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

PENSIONI

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

COPERTURA SANITARIA

Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell’ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

VERSO NUOVE FRONTIERE?  

La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici. Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

http://www.lastampa.it/2016/06/24/esteri/visto-lavoro-pensioni-ecco-le-conseguenze-pratiche-per-i-britannici-dopo-brexit-BOmVZ8hP2KE2PrgNAE0R5J/pagina.html

 

Lo stakhanovista cinese

Nessun operaio lavora quanto quelli di Pechino. Ogni anno in 600 mila muoiono di stress. Ecco perché adesso fuggono dalla fabbrica più dura del mondo
L’operaio cinese lavora sempre, guadagna poco e muore giovane.
Come Shi Zaokun, che a 15 anni si era messo in testa di superare Aleksej Stakhanov: è morto dopo un mese. Grazie a milioni come lui
il Dragone ha sorpassato tutti, ma a un prezzo troppo alto.
E ora molti preferiscono scappare

STAKPECHINO. Shi Zaokun non sapeva dove si trova l’Ucraina. Non conosceva nemmeno le statistiche, a cui non par vero di emergere un istante dalla noia esibendo un record. L’ultimo: l’operaio cinese ha superato l’ex minatore dell’Urss, diventando l’individuo più laborioso della storia. Shi Zaokun aveva quindici anni e aveva lasciato il villaggio per cercare del lavoro a Shanghai. Ha mentito sull’età, si è procurato un permesso da ventenne ed è arrivato alla catena di montaggio della “Pegatron”. Pochi yuan all’ora, ma la possibilità di non staccare per dodici ore al giorno, senza una pausa. Quello che serve per mantenere i genitori anziani in campagna. “Pegatron” è uno dei marchi fantasma che popolano la Cina. Pochi lo conoscono, ma quasi tutti acquistano ciò che produce. Proprietà a Taiwan, è uno dei grandi terzisti dei colossi dell’elettronica: Apple, Sony, Samsung e tutti gli altri. “Pegatron” è cresciuto quando il pioniere dei laboratori-occulti del mondo, l’altra taiwanese “Foxconn”, con sede a Shenzhen, è diventata imbarazzante: una tragica catena di suicidi tra gli operai, che sono oltre un milione, risse tra dipendenti disperati, reclusi per mesi dentro i cancelli della fabbrica. Shi Zaokun invece era orgoglioso e per due ragioni: a soli 15 anni era arrivato a Shanghai, impresa mai riuscita al padre, ed era stato ingaggiato da quelli che fanno i-Phone, tablet, computer. La fabbrica dei sogni: sulle ragazze, in paese, avrebbe fatto colpo. È stato qui che per la prima volta, da un vecchio caporeparto, ha sentito pronunciare il nome Aleksej Stakhanov. Gli fu detto, in poche parole, che quel minatore del Don, quando l’Unione Sovietica faceva la stessa paura della Cina di oggi, riuscì a estrarre carbone 14 volte più velocemente dei compagni. Un eroe della patria, c’è anche il monumento. Shi Zaokun, ha raccontato un amico, disse che lui avrebbe superato Stakhanov, lavorando quattordici ore al giorno senza fermarsi e saltando il giorno libero. Per la Cina e per la gloria dell’elettronica, che stanno cambiando l’umanità. È durato un mese.
Una sera i genitori hanno ricevuto una telefonata da Shanghai: «Vostro figlio ha il raffreddore, venite ». Shi Zaokun, il piccolo Stakhanov di Pudong, era già morto.
Per l’azienda è stata la polmonite, che ha falciato anche altri tre degli altri 100 mila colleghi. Alla famiglia è stato offerto un risarcimento di 13 mila euro: il prezzo di un figlio cinese di 15 anni che poteva rendere 600 euro al mese. La madre ha rifiutato, pretende l’autopsia, ma non ha i 1.500 euro per pagarla. Si stanno tassando i colleghi, terrorizzati dall’idea che dopo la “fabbrica dei suicidi” la Cina possa esibire anche lo “stabilimento dei cadaveri”. Apple ha inviato gli ispettori: non fa bene, sotto Natale, sapere che hai in mano un giochino che uccide minorenni.
La storia di Shi Zaokun, icona del sacrificio del turbo-capitalismo socialista cinese che raccoglie il testimone degli schiavi inghiottiti dallo sfacelo dell’industria comunista sovietica, è però riuscita a diventare un simbolo: quello del luogo di lavoro più potente, drammatico, prodigioso e perennemente mutante della contemporaneità. In trent’anni non si lancia una nazione, con 1,3 miliardi di persone alla fame, al secondo posto dell’economia globale. Impossibile: a meno che non si sia in grado di «spianare le montagne e far scorrere i fiumi in salita». Devi cioè, nella testa, essere la Cina. La ricetta sembra semplice e per la prima volta l’ha scritta uno studio internazionale condotto dal più grande sito web di offerte lavoro, in collaborazione con il più importante istituto di ricerca sui mercati globali, con sede in Germania. «La Cina sorpassa tutti in tutto — questo il verdetto — perché nessun altro lavoratore del mondo lavora quanto quello cinese, con la stessa capacità di sopportare i sacrifici». Il primato va coniugato anche al passato: nella storia moderna non c’è uno Stakhanov che avrebbe retto il passo di uno Shi Zaoukun. L’Urss ne ha avuto uno: in Cina sono centinaia di milioni e ogni anno, secondo China Labor Watch, 600 mila operai e impiegati muoiono per esaurimento da eccesso di fatica. L’altra faccia della medaglia del Pil, capace direstare a due cifre per un decennio prima di essere ora schiacciato dalla crisi di Usa e Ue.
La coppa del mondo della laboriosità, assegnata da ottomila intervistati rappresentativi in otto potenze di quattro continenti, resta associata infatti ad un trofeo che si tende a nascondere nell’armadio: i cinesi sono gli stakhanovisti del presente, ma anche i più colpiti da esaurimenti fisici e mentali e nelle fabbriche del Guangdong l’attesa di vita è inferiore a quella nel deserto della Somalia: prima dei quarant’anni sei da mandare al pascolo. L’operaio cinese lavora sempre, guadagna poco e muore giovane: la formula perfetta sia per una multinazionale delocalizzata che per uno Stato alla preistoria del welfare. E i dati della ricerca lo confermano. Ufficialmente uno Shi Zaokun qualsiasi lavora nove ore e mezzo al giorno, a cui ne aggiunge una mezza per raggiungere il luogo di lavoro. Gli straordinari però sono necessari, per risparmiare gli yuan per tornare dove si è nati una volta all’anno: si arriva così a 14 ore al giorno, sette giorni su sette. Pechino, travolta da accuse e vergogna, corre ora ai ripari. Il consiglio di Stato ha fissato 40 ore lavorative alla settimana e 5 giorni di ferie all’anno. Obbedire non conviene a nessuno e non risulta che qualcuno sia stato fermato perché non voleva saperne di riposare……

 Per la prima volta anche le tute blu del Dragone vogliono emigrare. Sogno di massa: andare lontano, guadagnare di più, capire cosa significa “qualità della vita” e permettersi di respirare senza sottrarre i giorni rubati da un cancro ai polmoni.
Nell’epicentro del lavoro, un altro terremoto. Per l’Accademia delle scienze di Pechino oltre 100 milioni di lavoratori specializzati cinesi sono pronti a espatriare. Gallup rivela che in un anno sono emigrati 60 milioni di cinesi, mentre 30 milioni attendono il visto. In ottobre ce l’hanno fatta in 600 mila, ma il 13% della forza lavoro cinese sogna l’estero. L’Occidente “al tramonto” non è sulla lista: le terre promesse dei lavoratori più instancabili della storia sono Australia, Nuova Zelanda, Canada, Indonesia, Malesia, Africa e le tigri in crescita del Sudest asiatico, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Myanmar. È la nuova geografia del mondo con il segno più, la mappa del mondo che lavora, sfrutta e produce per tutti e anche qui, precedendo i padroni delle aziende, gli operai cinesi arrivano per primi. Il tornitore dello Shanxi espatriato a Sydney strappa 2.400 euro al mese, il quadruplo che in patria. Chi lo assume risparmia oltre un terzo ed ha il migliore del mondo. L’ultimo rapporto di Deutsche Bank definisce «la gestione internazionale dei migranti industriali qualificati» come la «questione chiave del futuro». Non delocalizzano le imprese, migrano in massa i loro migliori operai, trasformando la mobilità in un invincibile punto di forza proletario. «Centinaia di milioni di lavoratori specializzati — dice l’economista dell’università Fudan di Shanghai, Mey Haibin — trovano normale seguire il business personale. Le imprese, più che avvicinarsi ai mercati, dovranno inseguire questa inedita migrazione politica. A vincere, saranno i Paesi complessivamente più attrattivi».
La fuga delle super tute blu, in Cina, può valere fino a quattro punti di Pil e le autorità sono in perché a innescarla non è il calo dell’offerta di manodopera, ma il suo rifiuto. Per la prima volta trema il modello della “fabbrica del mondo”, eufemismo con cui abbiamo concordato di indicare il “campo di lavoro” che ci ha permesso di impoverirci nel lusso. Non reggono più i piccoli Stakhanov di Shanghai; non il 70% delle operaie cinesi che confessano di essere molestate e violentate nei reparti; non le “Barbie operaie” incatenate sotto gli alberi di Natale delle capitali europee per denunciare una volta all’anno lo schiavismo asiatico; e neppure i sopravvissuti ai suicidi nella Foxconn, gratificati con una piscina per combattere la disperazione. La Cina, dopo aver plasmato il profilo delle ultime due generazioni di lavoratori mondiali, genera oggi il proletario globale del futuro. Giovane, specializzato, ambizioso, determinato a invecchiare, consumista e con la valigia sempre fatta. Un ibrido tra il sovietico Aleksej Stakhanov, il cinese Shi Zhaokun e un banchiere americano in carriera di JpMorgan, trapiantato a Kuala Lumpur. È con questo nuovo operaio-Avatar dell’Asia, istantaneo clonato di epoche, di classi e di culture del lavoro, che sta per misurarsi il Capannone dell’Europa. Ma se la “Fabbrica” resta quella, ha avvertito il premier cinese Li Keqiang, «delocalizzazioni e innovazioni tecnologiche ricorderanno il padre pastore che, per accelerare, offriva un passaggio sul bue al figlio astronauta diretto sulla luna».

Repubblica 2.1.14
Lo stakhanovista cinese
La voglia di fuga delle tute blu d’Oriente
di Giampaolo Visetti

Il luddismo è morto

Un interessante articolo apparso sul Sole 24 ore.

Vediamo prima  di sapere cos’è il luddismo….

http://www.treccani.it/enciclopedia/luddismo/

E poi proviamo a leggere cosa dice Kenneth Rogoff

Sin dagli albori dell’era industriale, ricorre la paura che il cambiamento tecnologico generi disoccupazione di massa. Gli economisti neoclassici predissero che ciò non si sarebbe verificato, perché le persone avrebbero trovato altri lavori, anche se dopo un lungo periodo di adattamento doloroso. In linea di massima, la previsione si è rivelata corretta.

Duecento anni di innovazioni straordinarie fin dagli albori dell’era industriale hanno prodotto l’aumento del tenore di vita della gente comune in gran parte del mondo, senza alcuna tendenza

Poiché i salari asiatici aumentano, i dirigenti industriali stanno già cercando l’opportunità di sostituire gli impiegati con dei robot, anche in Cina. Dato che l’avvento degli smartphone a buon marcato alimenta il boom dell’accesso ad internet, gli acquisti online elimineranno un vasto numero di posti di lavoro nella vendita al dettaglio. Un calcolo approssimativo suggerisce che, in tutto il mondo, il cambiamento tecnologico potrebbe portare facilmente alla perdita di 5- 10 milioni di posti di lavoro ogni anno. Fortunatamente, fino ad ora, le
Un esempio particolare ma forse istruttivo proviene dal mondo degli scacchi professionisti  ……………………….

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-10-01/ludd-ancora-morto-171805.shtml?uuid=AbUG2OmG