Non prendiamocela con la globalizzazione

È piuttosto inutile dare la responsabilità del disordine mondiale alla globalizzazione: come se fosse qualcosa ispirato e diretto da qualcuno. Piuttosto, sono probabilmente l’incomprensione e la non accettazione dei fenomeni in atto, profondi e non arrestabili, a confondere. Ci sono alcuni numeri di una potenza che lascia poco spazio ai dubbi: è la demografia a dare la direzione della grande svolta. E racconta che il passaggio storico che sta attraversando il mondo è difficile ma non necessariamente drammatico. Sulla base dei dati del Population Reference Bureau, la popolazione del pianeta a metà 2016 era di 7,418 miliardi. A metà degli Anni 30 supererà gli 8,5 miliardi e salirà a quasi 9,9 miliardi negli Anni 50. Di queste persone, più di 7 miliardi tra vent’anni e più di 8,5 miliardi tra quaranta vivranno in quelli che oggi sono Paesi meno sviluppati, cioè poveri: non l’Europa, non l’America, non il Giappone o la Corea del Sud. Nel 2050, l’India avrà una popolazione di 1,7 miliardi, la Cina di 1,34, la Nigeria di 398 milioni, l’Indonesia di 360. Si confronteranno con 398 milioni di abitanti negli Usa e con 515 milioni nella Ue.
Questa tendenza a un peso demografico sempre maggiore di coloro che fino a pochi anni fa erano esclusi dai benefici delle economie di mercato non è accompagnata dal peggioramento delle loro condizioni di vita, come potrebbe fare pensare il boom delle nascite. Anzi. Il Population Reference Bureau sottolinea che tra il 1990 e oggi la popolazione che ha un accesso decente (vicino a casa) all’acqua corrente è cresciuta dal 76 al 91%. Passi avanti notevoli anche nell’avere servizi igienici sono stati fatti: ne usufruisce l’ 82% di chi abita nelle città, bidonville comprese; il problema è ancora notevole nelle campagne, dove la quota è di solo il 51%. La riduzione della povertà, della fame, delle morti di neonati e l’aumento delle scolarità, soprattutto tra le ragazze, sono numeri noti. Tutto, nonostante la demografia, nonostante il pianeta sia sempre più abitato. È possibile pensare che questa tendenza combinata (più persone e sempre meno condannate alla miseria assoluta) sia frenabile? Cioè che la globalizzazione dell’economia e del relativo benessere sia un fenomeno che può essere fermato? Naturalmente non lo sarà. Quando pensa al futuro, l’Occidente ha poche alternative al partire da questo dato di fatto.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 22 aprile 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_aprile_23/non-prendiamocela-c6a7ab04-2786-11e7-b1fd-6ac3feee71e3.shtml

Nascite ai minimi: 86 mila italiani in meno

L’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici.

Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille).

Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%).

Nella piramide dell’età, i valori più bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una `coorte´ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 `coorti´ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975. Dieci anni più tardi le medesime `coorti´, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. «Se oggi tali `coorti´ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana». Al primo° gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità

 

La Stampa

6 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/06/italia/cronache/nascite-ai-minimi-mila-italiani-in-meno-3c6UOurBXEHzlOlsvzJpGK/pagina.html

 

L’IPOTECA DEI VECCHI SUL FUTURO DEI GIOVANI

binocDavanti a un mondo che cambia e diventa sempre più complesso si può reagire rimpiangendo vecchie sicurezze o impegnandosi a generare nuove opportunità. Le vecchie generazioni tendono a sovrastimare i rischi e a sottostimare il valore delle nuove sfide, ma faticano anche a trasmettere ai giovani stimoli e motivazioni per viverle essi stessi da protagonisti. Questo produce due conseguenze negative, l’ostilità verso i processi di cambiamento da parte dei più anziani e la mancanza di strumenti per orientare positivamente le scelte dei più giovani. Brexit è un esempio di decisione determinata dal peso dei primi ma destinata a pesare sul futuro dei secondi, i quali subiscono in parte impotenti e in parte inconsapevoli.

Chi ha vissuto gli effetti delle guerre mondiali, aveva in mente un’Unione in grado di garantire pace e stimolare relazioni di collaborazione. Gli accordi commerciali e l’allargamento ad Est dopo la caduta del muro di Berlino sono stati impegni accolti con favore dalle generazioni vissute durante la guerra fredda. Acquisiti questi risultati, ci troviamo oggi con un progetto non più sorretto dai motivi iniziali, non più appassionante per le generazioni più mature, non aiutato a diventare coerente con le sfide dei tempi nuovi e con le aspettative delle nuove generazioni.
I dati di varie indagini mostrano in modo concordante come esista un forte atteggiamento critico dei giovani su come è stato sinora realizzato il progetto europeo. Anziché però essere la generazione che lo vede crollare vorrebbero essere quella che lo aiuta a realizzarsi in modo compiuto facendogli acquisire centralità nel mondo. La maggioranza dei giovani vedrebbe positivamente un’evoluzione verso gli Stati Uniti d’Europa, non come insieme di paesi vincolati a stare uniti, ma come casa comune nella quale è più facile costruire relazioni positive ed è promosso attivamente il confronto tra culture ed esperienze diverse.
I dati di un approfondimento internazionale condotto a luglio 2015 nell’ambito del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, mostrano come questo tipo di Europa sia visto favorevolmente anche tra gli under 30 inglesi: quasi il 60 per cento considera importante la possibilità di viaggiare senza vincoli e fare esperienze di studio e di lavoro in altri paesi europei. Gli stessi dati evidenziano però anche la presenza di una fascia consistente di giovani che si sente esclusa dalle nuove opportunità e che di fronte alla crisi, alle difficoltà occupazionali, all’impatto dell’immigrazione, non ha visto dalle istituzioni europee risposte rassicuranti e convincenti.
La Gran Bretagna può anche rimanere fuori dall’Unione ma non possiamo lasciare le nuove generazioni fuori dal futuro che desiderano costruire. Il trauma di Brexit ci suggerisce allora di agire con più determinazione in due direzioni. La prima è quella di migliorare non solo l’inclusione dei giovani, ma ancor più la possibilità di coinvolgerli come parte attiva nella costruzione di un nuovo modello sociale comune. Il punto di partenza è un servizio civile europeo fortemente orientato alle competenze sociali e interculturali.
La seconda è la necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia e che vede il peso elettorale dei primi aumentare e quello dei secondi diminuire. Varie soluzioni sono possibili, difficili però non solo da realizzare ma anche da prendere semplicemente in considerazione in una società in cui la difesa di vecchie sicurezze fagocita tutto, compreso il futuro dei giovani.
ALESSANDRO ROSINA
Twitter: @ AleRosina68
L’autore è docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e curatore del “ Rapporto giovani 2016” dell’Istituto Toniolo
La Repubblica 26 giugno 2016

Senza i consumi dei Millennials non ci sarà ripresa

millllllSi cambia cavallo. Nei dati sui conti economici trimestrali diffusi dall’Istat lo scorso 31 maggio c’è la conferma che a spingere la ripresa dell’economia italiana sono oggi i consumi più che le esportazioni. Nel primo trimestre il contributo alla crescita offerto dalla domanda estera netta – la differenza tra export e import – è stato negativo. Gli investimenti sono rimasti al palo. L’apporto positivo di consumi e scorte ha permesso al Pil di segnare un incremento trimestre su trimestre che conferma la proiezione di una crescita annua dell’ordine di un punto percentuale. L’indebolimento delle esportazioni nette non sorprende. Il commercio mondiale rallenta e le prospettive delle grandi economie extra-europee rimangono relativamente incerte. Il passaggio della barra della ripresa nelle mani dei “driver” domestici rimane, però, altrettanto esposto a rischi che meritano attenzione, a breve come a medio termine.

Due i fattori chiave: i redditi e la demografia. I consumi dipendono dal reddito e dalla propensione a spendere. Per la prima volta dal 2008, nel 2015 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere di quasi un punto percentuale. Merito della fine del calo dell’occupazione e dei segnali di recupero che ad aprile 2016 portano l’aumento degli occupati a colmare metà della caduta di 1,1 milioni realizzata tra il 2008 e il 2013. A rimettere in moto i consumi è servito tutto, dagli sgravi contributivi alle nuove regole del mercato del lavoro agli 80 euro. Ugualmente, a tonificare il potere d’acquisto delle famiglie contribuisce il lato buono dell’inflazione zero, con le rate dei mutui che diventano più lievi e il pieno di carburante che costa meno di uno o due anni fa. Meno sfiduciati che in passato, gli italiani tornano a spendere, soprattutto nell’acquisto di beni durevoli che nei dati del primo trimestre aumentano di ben sei punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2015. È l’auto la regina della ripresina dei consumi, con le immatricolazioni di nuovi veicoli che continuano a marcare incrementi annui a due cifre. Dopo anni di freno a mano tirato, i consumi ripartono mettendo la prima. Il punto è creare le condizioni perché la marcia prosegua, magari salendo di rapporto. L’approvazione dei target italiani di finanza pubblica per il 2016 da parte della Commissione Europea garantisce un sostegno importante, ancorché misurato, al consolidamento della ripresa dei redditi e dei consumi. Questo nell’orizzonte dell’anno. Ma, oltre il 2016, incombe una sfida ben più impegnativa i cui contorni divengono via via più chiari. È la sfida del cambiamento demografico. Ancora una trentina di anni fa la distribuzione per età della popolazione italiana era graficamente rappresentata da una piramide. Oggi assomiglia a una teiera e nell’arco di un paio di decenni assumerà le forme di un vaso che si allarga verso l’alto. Ancora negli anni Ottanta le età percentualmente più numerose erano quelle giovanili, tra i 20 e i 30 anni. Oggi la pancia della distribuzione è salita tra i 50 e i 60 anni. Alla metà del secolo il baricentro muoverà ancora più in alto. L’Italia invecchia, e deve porsi il problema di invecchiare bene ricucendo in fretta i divari profondi che si sono scavati tra le generazioni. Divari a danno dei giovani, di lavoro e di reddito che più di altri fattori minano il potenziale di sviluppo dell’economia e della società. Altro che “output- gap” e “digital-divide”. Oggi il reddito medio di un membro di una famiglia il cui capofamiglia ha non più di 30 anni è tornato indietro ai valori di quaranta anni fa. Ben diversa e migliore risulta invece la situazione di chi può contare su un capofamiglia ultra-sessantacinquenne o anche solo cinquantenne. Cresce il peso delle famiglie che trovano nelle pensioni la fonte prevalente di reddito, mentre raddoppia rispetto agli anni Ottanta la quota di giovani tra 25-34 anni che vive ancora nella famiglia d’origine. Magra consolazione, la riduzione del numero medio dei figli aumenta la misura dei lasciti. Non è con maggiori eredità che si potranno sostenere i consumi futuri dei “millennials” quando saranno finite le pensioni dei “baby-boomers”. Servono lavoro e lavori nuovi e sostenibili, da creare con l’innovazione, le riforme e il buon senso.

Giovanni Ajassa

Direttore Servizio Studi Bnl Gruppo Bnp Paribas

A&F 13 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/06/13/news/senza_i_consumi_dei_millennials_non_ci_sar_ripresa-141977708/

Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni

anagrafe[1]In Italia siamo sempre di meno. A lanciare l’allarme è l’Istat che quantifica come, nel corso del 2015, il numero dei residenti abbia registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni.  Risultato? Il saldo complessivo è “negativo” per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che ha pubblicato il “Bilancio demografico nazionale”.

In particolare l’Istituto nazionale di statistica pone l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Continua a ridursi anche la consistenza della popolazione in età attiva (15-64 anni) che nel 2015 si è attestata al 64,3%. Chi cresce? La popolazione di 65 anni e oltre (22%).

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che – secondo l’Istituto di statistica – è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

Sono in molti a muoversi in Italia e verso fuori. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: ammontano infatti a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).

La Repubblica 10 giugno 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/10/news/istat_calano_i_residenti_in_italia_per_la_prima_volta_dopo_90_anni-141705028/

QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

Gianni Riotta

La Stampa 3 gennaio 2015

 

http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

 

http://riotta.it/

 

La politica del secondo figlio

cinacinaIl governo di Pechino era stato chiaro già da diverso tempo: bisogna stimolare i consumi interni. Per questo motivo sono state rese possibili agevolazioni finanziarie di tutti i tipi dai tagli ai tassi fino alla riduzione dei requisiti di liquidità per le banche in modo da rendere disponibile una maggiore quantità di denaro. Quando invece la soluzione più semplice era anche la più ovvia: far aumentare la popolazione.

Le nuove disposizioni

L’equazione più persone uguale più consumi è arrivata alla fine del Plenum del Comitato Centrale del Parito Comunista cinese che si è riunito per decidere le direttive del 13esimo piano quinquennale e stabilire le basi di quella che sarà la Cina del 2020. Un’occasione anche per dare il via a una serie di promozioni e bocciature in seno alla politica dell’ultimo bastione di un assolutismo comunista rimasto tale solo nel nome.

Sulla base della necessità di aumentare la domanda interna il governo cinese ha dato ufficialmente l’addio alla politica del figlio unico ovvero all’obbligo finora per le coppie cinesi di non poter avere più di un bambino, obbligo che affonda le sue radici nella politica del contenimento delle nascite pianificata ormai 36 anni or sono nel 1979.

Le conseguenze

Tralasciando le polemiche sulle eccezioni per le minoranze, sui femminicidi che ne sono derivati, sugli aborti imposte alle donne anche in avanzato stato di gravidanza e sul fatto che la Cina attualmente è la nazione con la popolazione più numerosa e ce quindi potrebbe essere anche la miccia per un futuro collasso demografico (nuove proiezioni parlano di un picco che verrà raggiunto in anticipo di 10 anni e quindi non più nel 2030 come inizialmente pronosticato ma nel 2020), la scelta in questione evidenzia anche un altro fattore e cioè che la popolazione del Celeste Impero sta invecchiando in maniera estremamente veloce, tanto da non poter garantire adeguatamente un ricambio della forza lavorativa e anche un sostegno non solo più ai consumi interni ma alla stessa produttività nazionale dal momento che, come il Giappone insegna, una popolazione anziana è tendenzialmente più conservatrice nei consumi.

http://www.trend-online.com/prp/consumi-cina-secondo-figlio/

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cinamaoÈ un atto tipico di un vecchio regime comunista, dove i funzionari pensano che le cose possano avvenire per decreto: 35 anni dopo l’introduzione in Cina della politica del figlio unico per il controllo della crescita della popolazione, ora si annuncia che alle coppie sarà permesso avere due figli.

Un maggior numero di nascite, dicono, contribuirà a evitare che il Paese invecchi prima di arricchirsi. Ma con ogni probabilità questo non farà virtualmente alcuna differenza.

Come la Germania, l’Italia e i suoi vicini del Giappone e del Sud Corea, la Cina sta soffrendo le conseguenze di un drastico calo della natalità. In realtà la popolazione del Paese sta invecchiando così in fretta che nel 2040 l’età media nel Paese avrà superato quella degli Stati Uniti secondo le proiezioni demografiche dell’Onu. Nel 2050 sarà ancora più bassa di quella dell’Unione Europea, ma non di molto. 

Quindi permettere alle coppie di avere più figli dovrebbe consentire di controbilanciare questo invecchiamento. Il guaio è che, come accade in altri Paesi, in Cina le donne non sembrano volere più figli. E non è una novità: a Pechino di recente ho partecipato a una presentazione di un importante demografo americano, Nicholas Eberstadt dell’ American Enterprise Institute: il tasso di fertilità delle coppie cinesi che vivono nelle città era già sceso sotto il livello necessario a mantenere stabile la popolazione ancora prima che fosse introdotta la politica del figlio unico nel 1980, e quello delle aree rurali non ne era molto lontano.

La regola del figlio unico nelle aree rurali era già stata allentata due anni fa, ma pare abbia avuto poco impatto sui tassi di natalità. Con ogni probabilità questo nuovo cambiamento avrà lo stesso destino. In Cina, come in Giappone, le donne si sposano più tardi di un tempo e in meno scelgono di avere figli, quali che siano le leggi. 

Tuttavia questa nuova norma potrebbe modificare un’altra caratteristica della demografia cinese di cui i funzionari non amano parlare. Anzi, questo potrebbe esserne il vero obiettivo. Sto parlando del grande squilibrio che esiste in Cina tra il numero dei maschi e quello delle femmine, e quindi tra uomini e donne. 

La politica del figlio unico non ha influito molto sul totale della popolazione cinese, ma ha avuto un ruolo significativo nell’aumento dell’infanticidio e dell’aborto selettivo. Anche prima del 1980, la preferenza delle famiglie cinesi per i figli maschi aveva portato a una piccola sproporzione tra maschi e femmine. Ma adesso, 35 anni dopo, i primi sono il 20% in più.

Il divario è meno accentuato a Pechino e a Shanghai, ma è diventato molto ampio nelle province rurali meno ricche, raggiungendo anche il 25-30%. Significa che nel Paese c’è un numero crescente di uomini che difficilmente riusciranno a sposarsi perché non ci sono donne a sufficienza. Ben presto, secondo il professor Eberstadt, il 20-25% dei cinesi di sesso maschile resterà celibe a vita. 

Una tale prospettiva è quanto meno spiacevole per la società cinese. E potenzialmente potrebbe destabilizzarla del tutto. I giovani maschi sono al primo posto in ogni società in termini di tasso di criminalità e violenza. Dei giovani soli, senza alcuna prospettiva di sposarsi e formarsi una famiglia, potrebbero diventare ancora più violenti.

Allentare la regola del figlio unico di per sé non basta a risolvere il problema . Ma potrebbe servire, riducendo l’incentivo al femminicidio infantile tra le coppie che decidono di avere figli. E aiuta anche la causa dei diritti umani tanto delle coppie di sposi come delle primogenite, e questo è ancora più importante. Non capita tutti i giorni che la Cina guadagni punti nel settore dei diritti umani. E anche i piccoli risultati meritano una celebrazione.

Da Pechino via libera al secondo figlio, ma sono le famiglie a volerne uno solo

Bill Emmott

La Stampa 30 ottobre 2015

https://www.lastampa.it/2015/10/30/cultura/opinioni/editoriali/da-pechino-via-libera-al-secondo-figlio-ma-sono-le-famiglie-a-volerne-uno-solo-fN23obSKvhE412qqGs04kJ/pagina.html

 

60.795.612

popopoLa crescita zero non riguarda solo l’economia. In Italia hanno smesso di aumentare anche i cittadini: la fotografia annuale dell’Istat spiega che il «movimento naturale della popolazione», ossia il risultato tra nascite e morti, nel 2014 ha fatto registrare un saldo negativo di quasi 100 mila unità. Per trovare un picco negativo del genere bisogna tornare al biennio 1917-1918. Allora, però, c’era la Prima Guerra Mondiale.

Dal rapporto dell’istituto di statistica emerge un Paese anzianol’età media supera i 44 anni – da cui i giovani continuano a fuggire e in cui le culle restano vuote: 12mila nati in meno rispetto al 2013. Hanno smesso di fare figli anche gli immigrati, che in questi anni avevano sostenuto il tasso: -2.638sul 2013. Si spiega così il risultato totale dei residenti: 60.795.612 persone, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera. Ma i flussi dall’estero, secondo l’Istat «riescono a malapena a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale». Gli analisti di Via Cesare Balbo spiegano che, se i residenti si scompongono in base alla loro cittadinanza (italiana e straniera), la componente italiana risulta in diminuzione (-83.616), seppur mitigata dall’acquisizione della cittadinanza italiana di una parte sempre più ampia della componente straniera (+130 mila circa).

Il vero campanello d’allarme, in ogni caso, lo suonano le culle vuote. Non una novità, visto il crollo dei nuovi nati numero dei nati (-2,3%), dura dal 2009. Il calo, dice l’Istat, si registra in tutte le ripartizioni in misura piuttosto uniforme e principalmente nelle regioni del Nord-est (-3,0%). Se si allarga lo sguardo agli ultimi cinque anni sono circa 75 mila in meno i nati negli ultimi cinque anni. Le cause? «La concomitanza tra la fase di crisi economica e la diminuzione delle nascite, che colpisce particolarmente la componente giovane della popolazione», scrive l’istituto. E «lo stesso è avvenuto per la diminuzione dei matrimoni, registrata proprio negli ultimi cinque anni».

Anche il contributo positivo alla natalità generato dalle donne straniere mostra i primi segnali di un’inversione di tendenza. Infatti, se l’incremento delle nascite registrato negli anni precedenti era dovuto principalmente alle donne straniere, negli ultimi due anni il numero di bambini stranieri nati in Italia, pari a 75.067 nel 2014, ha iniziato progressivamente a ridursi (2.638 bambini in meno rispetto all’anno precedente), pur restando stabile in termini di incidenza percentuale: il 14,9% dei nati sono generati da entrambi i genitori stranieri.

Non è finita neppure la grande fuga dal Paese. Da alcuni anni l’immigrazione dall’estero sta rallentando, tanto che nel 2014 riesce a malapena a contenere la perdita di popolazione dovuta a un saldo naturale fortemente negativo. Gli iscritti in anagrafe provenienti da un Paese estero sono stati circa 280 mila, di cui il 90% sono stranieri. Gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono poco meno di 30 mila. Al contrario, coloro che hanno lasciato il nostro Paese sono circa 136 mila, di cui quasi 90 mila sono italiani. Le iscrizioni –conclude l’Istat – sono da ascriversi in misura leggermente prevalente agli uomini (50,1%), contrariamente a quanto avveniva negli anni precedenti, quando erano prevalenti le donne

http://www.lastampa.it/2015/06/15/economia/la-popolazione-italiana-non-cresce-rhVGy0rv99qOjWww5T84BK/pagina.html

Fuga dal matrimonio

fdmLA FESTA è finita. Fiori d’arancio, fedi, cerimonie, viaggi di nozze, pranzi di parenti e liste di regali: storie di ieri, riti appassiti. I giovani non si sposano più. Né al Nord e neppure al Sud. Amore sì, ma niente contratti, l’Italia ha ormai toccato il minimo storico dei matrimoni civili e religiosi, un crollo vertiginoso, nel 2013 i “sì” sono stati 194.057 mila (ultimo dato Istat). Erano 50mila in più 10 anni fa. Record negativo storico. E non è che all’estero sia molto diverso, i Millennials americani, i trentenni diventati maggiorenni nel nuovo secolo, stanno facendo precipitare le statistiche del “grande giorno”, industria delle nozze compresa. Nessuno rinuncia a passioni e sentimenti, attenzione, chi non si sposa spesso convive. Tanto che le unioni di fatto, dice l’Istat, nel nostro paese sono già ben oltre un milione, e la vera novità è il numero sempre maggiore dei bambini che nascono fuori dal matrimonio, il 26 per cento più di un neonato su quattro.

I demografi si interrogano: siamo alla fine del “modello mediterraneo” di famiglia? Se il vincolo coniugale non è più sentito come necessario per mettere al mondo un figlio, né come rito religioso (in picchiata le cerimonie in chiesa, 44mila in meno in 5 anni) davvero allora l’istituto del matrimonio finirà alle ortiche? Del resto la nuova legge che equipara, in tutto e per tutto, i bambini nati da genitori sposati ai piccoli delle coppie “more uxorio” ha cambiato lo scenario italiano, eliminando ogni discriminazione. Con delle zone d’ombra però. «Alla fine si è sposato anche Vasco Rossi — sottolinea con ironia Letizia Mencarini, demografa all’università di Torino — nonostante il mito della vita spericolata». Perché per le coppie di fatto ancora oggi restano in piedi divieti e differenze, che riguardano, paradossalmente, ormai più gli adulti che i bambini. «Sul fronte sanitario e sul fronte patrimoniale le differenze sono marcate. Gli ospedali sono molto rigidi sui diritti di visita o di decisione dei partner non sposati, non esiste ad esempio l’ereditarietà della pensione. Ma è soltanto questione di tempo, perché seppure con i nostri ritardi prima o poi si arriverà a nuove forme di tutela delle convivenze ».

In ogni caso, per l’Italia, suggerisce Mencarini, il vero cambiamento riguarda i tanti, tantissimi figli che nascono fuori dal matrimonio. «Oggi sono il 26 per cento dei neonati, nel 2000 erano soltanto il 10 per cento. È un dato enorme. E da un punto di vista sociale una rivoluzione dei costumi ». Come se fosse caduto, per sempre, e anche al Sud, lo stigma morale contro i bambini nati “more uxorio”. «Il salto è avvenuto quando i genitori dei trentenni di oggi hanno accettato finalmente le convivenze dei propri figli. Pur sperando probabilmente in una posticipazione delle nozze».

I trentenni, appunto. In Italia, come nel resto d’Europa, e adesso anche negli Stati Uniti, ad essere crollate sono soprattutto le prime nozze, quelle di chi ha tra i 28 e i 35 anni, la generazione dei Millennials. In America per la prima volta nel 2013 si sono celebrati meno di 2 milioni di matrimoni, nel 1984 (anno record) erano stati due milioni e mezzo, secondo i dati del “Pew Research Center”. In Italia 40mila in meno negli ultimi 5 anni.
Dunque sono le coppie dalla vita flessibile e precaria a dire no al matrimonio, dove un “wedding party” viene considerato una spesa inutile anche se piacevole, anzi addirittura una scelta economica da mettere in contrapposizione all’arrivo di un figlio. Perché dietro il calo vertiginoso delle nozze, come spiega Daniele Vignali, giovane demografo dell’università di Firenze, autore del saggio “Convivere o sposarsi” (il Mulino) le ragioni sentimentali, antropologiche ed economiche si fondono insieme, decretando l’addio a bomboniere e confetti, ma soprattutto sia al rito in senso religioso che al matrimonio come contratto civile.
Basta leggere alcune testimonianze raccolte proprio nel libro di Daniele Vignali, i dubbi e le incertezze di un gruppo di trentenni alle prese con il proprio futuro di coppia. Anna: «La convivenza è già di per sé una presa di responsabilità: quando il mio compagno ed io abbiamo deciso di andare a vivere insieme, per noi era come decidere di sposarsi, la stessa identica co- sa…». Laura: «Vorrei andare a convivere con il mio ragazzo, ma non necessariamente sposandomi. Lo farò più avanti, per adesso il matrimonio non è una tappa da raggiungere ». E Francesco: «La convivenza è una sorta di prova…». Per un impegno futuro, forse, anche se, in fondo, come dice Anna, quando si decide di condividere una strada, e magari si hanno dei figli, quella convivenza è di fatto un matrimonio.

Però l’amore senza vincoli sembra più leggero e senza rischi di usura. Fabrizio: «Il vantaggio della convivenza è che quando ti svegli al mattino, se vuoi andartene lo puoi fare, e quindi ogni giorno devi scegliere di restare…». Aggiunge Vignali: «Il drastico calo dei matrimoni si deve leggere in controluce alla crisi economica. Prima di tutto per i costi: molte giovani coppie preferiscono mettere da parte i propri risparmi per una futura gravidanza piuttosto che impegnarli in una cerimonia. Ma non è soltanto questo. L’incertezza materiale è diventata oggi una incertezza esistenziale».

Senza più strutture stabili (casa di proprietà, lavoro fisso) ma dovendo inventarsi la vita ogni giorno, i Millennials rifuggono dunque da relazioni troppo definite. Da rito di “passaggio” il matrimonio è diventato rito di “conferma” del proprio amore. «In un certo senso — ipotizza Daniele Vignoli — il divorzio breve potrebbe dare un nuovo impulso agli sposalizi. Sapendo di potersi lasciare più facilmente, forse i giovani ricominceranno a sposarsi…»…….
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/06/02/news/fuga_dal_matrimonio-115888629/