Tassi a zero

drgqI tassi di interesse resteranno ‘ai livelli attuali o più bassi per un esteso periodo di tempo’, è quanto ha affermato il presidente della Bce, Mario Draghi che ha deciso di azzerare i tassi d’interesse, sorprendendo i mercati finanziari. Le misure varate dalla Bce rappresentano una decisa accelerazione della politica monetaria per contrastare i timori di deflazione.Il piano di acquisti proseguirà ‘se necessario’ oltre la scadenza prevista del marzo 2017 – ha spiegato Draghi – e in ogni caso fino a quando vedremo una sostenuta risalita della dinamica di inflazione a valori coerenti con gli obiettivi. In più, ha annunciato Draghi, la Bce ha tagliato le sue previsioni di crescita sull’area euro, all’1,4% sul 2016, all’1,7% sul 2017 mentre sul 2018 stima un più 1,8%.Queste misure decise dalla Bce non sono una reazione eccessiva alla caduta del petrolio, ma la risposta ‘ad un cambiamento significativo’ delle condizioni generali in cui la Bce opera e puntano a ‘rafforzare lo slancio dell’economia’ e favorire il ritorno dell’inflazione media dell’area euro ai valori obiettivo.Si tratta in particolare del taglio ai tassi di interesse con quello sui depositi che scende a -0,40%, del potenziamento di 20 miliardi al mese del Qe, dell’allargamento degli acquisti ai corporate bond, e un nuovo Tltro…

http://www.lettera43.it/attualit/draghi-taglia-i-tassi-d39interesse-resteranno-cos-a-lungo—la-notizia_43675237872.htm

Ecco le cinque mosse:

1. Il tasso scende allo 0,0%

Si diceva che non sarebbe mai sceso oltre la soglia definita «invalicabile» dello 0,25%, e invece a sorpresa il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha portato a zero il tasso di rifinanziamento principale delle banche, ovvero quanto gli istituti pagano per finanziarsi presso la Bce. Una mossa con la quale la banca centrale prova a smuovere, a cascata, tutti gli altri tassi.

2. Il taglio sui depositi e il mondo dei margini negativi

La Bce ha anche portato il tasso sui depositi a -0,40%. Tradotto, vuol dire che le banche potranno ricevere il denaro a costo zero ma che se lo depositano di nuovo presso la Banca centrale europea dovranno pagare un piccolo interesse. Infatti questa misura non incontra le simpatie delle banche e degli istituti di credito europee, perché va a incidere (non poco) sugli interessi dei prodotti finanziari (leggi, in primis, assicurazioni, prestiti, mutui, ecc).

3. Da aprile 20 miliardi in più ogni mese

Non più 60 ma 80 miliardi al mese sul programma di acquisizione del debito avviato lo scorso anno dalla Banca centrale europea. Con l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce finora si è registrato un effettivo abbassamento del costo del debito, e uno dei paesi dell’area euro a beneficiarne è stato certamente l’Italia. Ora il piano di Quantitative Easing aumenterà di altri 20 miliardi, un terzo in più di quanto acquisito finora. Inoltre i limiti sugli acquisti possibili da parte della Bce per una singola emissione di bond saliranno al 50% (attualmente è il 33%).

4. La Bce potrà comprare anche i bond delle grandi aziende

Se ne parlava, ma sembrava più fantafinanza, invece adesso davvero la Bce potrà finanziare direttamente le grandi aziende, attraverso l’acquisto di bond societari, purché abbiano un rating con livello d’investimento (cioè non speculativo). Fino ad ora il Quantitative easing ha riguardato in primis titoli di Stato e pochi altri bond emessi da agenzie europee o entità nazionali di rango istituzionale (come la Cassa depositi e prestiti).

Draghi vuole vedere a tutti i costi un effetto sull’economia reale. Più liquidità alle aziende, soprattutto nelle regioni d’Europa in cui industria, manifattura e agricoltura sono attualmente in crisi, significa non solo farle ripartire. E vederne già tra un anno gli effetti sul Pil dell’eurozona.

5. Soldi subito alle banche che aiutano l’economia

Da giugno la Bce immetterà sul mercato un pacchetto di quattro prestiti “TLtro” alle banche. Tradotto, gli istituti di credito e le banche pagheranno un tasso tanto più negativo (a partire dallo 0,00% del tasso principale) quanto più faranno credito. E per la prima volta il tasso su questi prestiti sarà non più il tasso principale ma il tasso sui depositi, quindi negativo: in pratica la Bce pagherà alle banche che ricevono un prestito un tasso dello 0,40%.

Aldo V. Pecora

http://smartmoney.startupitalia.eu/analisi/53049-20160310-draghi-5-mosse-bce-spiegate

Rendimenti negativi: un paradosso

Investire in titoli a reddito fisso per ottenere un rendimento negativo — vale a dire pagare un interesse a chi si indebita prendendo in prestito il nostro denaro — è uno dei grandi paradossi della crisi finanziaria. Già nel 2011 i rendimenti dei Bund tedeschi erano scesi per la prima volta sotto zero, ma a partire dall’agosto del 2014, quello che fino ad allora era stato un fenomeno isolato è diventato una consuetudine. Attualmente i titoli tedeschi fino a una scadenza di 7-8 anni pagano un tasso negativo, ad esempio il Bund a due anni offre il -0,32%. Le emissioni elvetiche a dieci anni sono state il primo esempio di bond a lungo termine con un tasso inferiore allo zero. Ma come funziona, tecnicamente, il paradosso di un rendimento negativo? La cedola va in rosso quando il prezzo a cui viene acquistata una emissione è superiore al valore di rimborso del capitale, più gli interessi. Questa circostanza si verifica o quando l’emissione viene lanciata a un prezzo superiore alla pari (paghi 101 e ti rimborso 100), oppure, più frequentemente, quando la quotazione di un bond — a causa della forte domanda degli investitori — sale così tanto da superare la somma di tutti i flussi cedolari futuri più il valore di rimborso.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

L’età dell’oro per le cedole

É molto lontana l’epoca in cui i rendimenti dei Btp veleggiavano al di sopra della doppia cifra. Oltre 20 anni fa, nel marzo del 1995, la remunerazione offerta dal titolo decennale italiano raggiungeva infatti il 13,5% ma in corrispondenza di un tasso di inflazione che in quell’anno andava oltre il 5%. Il Bot annuale, alla stessa data, offriva un rendimento stellare del 12,2%. Dopo di allora il processo di convergenza delle politiche monetarie e dei tassi di interesse che portò alla nascita ufficiale dell’euro il primo gennaio del 1999, spinse i rendimenti verso il basso. Quando la moneta unica fu tenuta a battesimo dai mercati il Btp a dieci anni rendeva il 4,03% e i Bot a un anno il 2,88%. Chi avesse investito sui massimi di rendimento del 1995, acquistando Btp, in appena 4 anni avrebbe realizzato un guadagno di quasi il 60% grazie al forte incremento delle quotazioni. L’impennata più recente risale invece al novembre del 2011. Quell’anno la crisi degli spread esplose portando il differenziale a 556 punti, in corrispondenza di un rendimento del Btp del 7,11% (il Bot, a dicembre, toccò il 6,1%). Ai prezzi di ieri il Btp a dieci anni offre l’1,34% mentre il titolo quinquennale lo 0,40%.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

Risparmi per le casse del Tesoro

I mini tassi, sempre più tendenti al rosso, aiutano il Tesoro italiano e più in generale tutti i governi dell’euro a risparmiare soldi sul servizio del debito pubblico. Nel caso limite della Germania dove i tassi negativi dei Bund interessano le emissioni fino a sette anni di vita, lo Stato tedesco non solo risparmia ma incassa dei soldi da chi desidera appunto utilizzare le sue obbligazioni come parcheggio di sicurezza. Secondo alcune stime i titoli di Stato che pagano rendimenti negativi oggi in tutto il mondo hanno raggiunto e superato i 5 mila miliardi di euro. Quanto vale il risparmio da tasso negativo? In Italia il segno meno davanti ce l’hanno stabilmente i Bot, mentre i Btp più brevi finiscono con il meno davanti nei momenti in cui i rendimenti si comprimono molto. Un effetto che tenderà ad accentuarsi nei prossimi mesi, anche per effetto degli acquisti più massici da parte della Bce. Secondo alcune stime, finora, il Qe per l’Italia ha portato oltre 6,5 miliardi di risparmi per le casse del governo. Ma se non torna un po’ di inflazione, che rende meno oneroso qualunque prestito grazie alla svalutazione del capitale nel tempo, nessun risparmio da tasso negativo potrà intaccare seriamente il nostro mega debito.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply