La nuova legge elettorale spiegata nel modo più semplice possibile

Inizierà oggi alla Camera la discussione sulla nuova legge elettorale che, secondo i giornali, dovrebbe essere approvata definitivamente entro la prima settimana di luglio: è la legge basata sul cosiddetto “sistema tedesco”, anche se di tedesco le è rimasto oramai ben poco; una legge proporzionale ma con un macchinoso meccanismo maggioritario di selezione dei candidati.

Chi vince le elezioni?
Il meccanismo della nuova legge elettorale è essenzialmente proporzionale: significa che ogni partito che riesce a superare la soglia di sbarramento – fissata al 5 per cento tranne che per i rappresentanti delle minoranza linguistiche – riceve un numero di seggi proporzionale ai voti che ottiene. Se un partito conquista il 30 per cento dei voti, avrà quindi il 30 per cento dei seggi: o forse qualcosa in più, visto che i voti di chi non raggiunge la soglia di sbarramento vengono redistribuiti tra gli altri partiti. Per i nerd di sistemi elettorali: il sistema di calcolo utilizzato è il cosiddetto “metodo dei quozienti interi e dei più alti resti“.

Come si scelgono i parlamentari?
Per la Camera, l’Italia sarà divisa in 28 circoscrizioni, a loro volta suddivise in 225 collegi. Il Senato sarà diviso in circoscrizioni che corrispondono alle regioni, a loro volta divise in 115 collegi (a entrambi i sistemi si aggiungono la circoscrizione esteri e Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige, che hanno regole speciali).

In ogni collegio ciascun partito candiderà un solo deputato o senatore, il cui nome sarà chiaramente indicato sulla scheda (per questo si chiamano “collegi uninominali”). Una volta contati tutti i voti e stabilito quanti parlamentari spettino a un partito in termini nazionali, i primi a essere eletti saranno i candidati che hanno vinto nei diversi collegi. Per vincere in un collegio basta ottenere un voto in più dei propri avversari. In tutto, quindi, circa 225 deputati su 630 e 115 senatori su 315 saranno scelti tra i candidati nei collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quelli dei collegi esteri e di Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta).

Se in base all’iniziale calcolo proporzionale un partito deve ricevere più seggi di quelli che ha già conquistato nei collegi uninominali, si passa a nominare gli eletti nelle circoscrizioni. Per ogni circoscrizione ciascun partito presenta una lista formata da due a sei nomi, che saranno indicati nella scheda separatamente dal candidato al collegio uninominale. In base al numero dei voti ottenuti da un certo partito in una determinata circoscrizione si calcola quanti parlamentari spettano a quel partito. Non sono previste preferenze, quindi se in una certe circoscrizione a un partito spettano tre parlamentari, saranno eletti i primi tre nomi del listino (per questo i listini sono detti “bloccati”).

Se dopo l’assegnazione dei seggi che spettano a un partito in base ai listini avanzano ancora posti, si passa a ripescare i “migliori perdenti” nei collegi uninominali.

È possibile il caso opposto, cioè che un partito vinca più collegi uninominali di quanti seggi gli spettino in base al calcolo proporzionale. In questo caso alcuni dei vincitori dei collegi uninominali, quelli che hanno ottenuto meno voti, non saranno eletti. Visto il numero piuttosto basso di collegi sul totale dei seggi, questo caso viene ritenuto al momento improbabile.

Voto disgiunto e pluricandidature
Ogni elettore ha disposizione un solo voto per la scheda della Camera e uno per il Senato. Votando per un partito, quindi, si vota contemporaneamente per il candidato al collegio uninominale e per il listino bloccato a lui/lei collegato. Non è quindi possibile il voto disgiunto, cioè votare per un candidato diverso da un listino, oppure votare uno solo dei due.

Riassumendo
Il giorno delle elezioni ogni elettore avrà a disposizione due schede: una per la Camera e una per il Senato (se ha più di 25 anni). Su ogni scheda ci saranno un certo numero di rettangoli. In ogni rettangolo ci sarà il nome del candidato del collegio uninominale, il simbolo del partito che lo appoggia e da due a sei nomi del listino bloccato. L’elettore avrà a disposizione un solo voto per ciascuna scheda, con il quale dovrà barrare uno dei rettangoli: si votano tutti insieme partito, candidato e listino. Non è possibile il voto disgiunto.

A seconda di quanti voti un partito raccoglie su base nazionale, si determina a quanti seggi ha diritto. Per determinare quali parlamentari vengono eletti per occupare quei seggi si guarda prima ai vincitori nei collegi uninominali, dove risulta eletto chi prende un voto più dei suoi avversari. Il resto degli eventuali seggi che spettano a un partito viene pescato dai listini bloccati. Non ci sono preferenze, quindi i candidati nei listini vengono eletti nell’ordine in cui compaiono sulla lista.

Il Post, 6 giugno 2017

http://www.ilpost.it/2017/06/06/legge-elettorale-guida-sistema-tedesco/

L’abdicazione della politica

referrUna volta quando i rappresentanti eletti in un’assemblea si trovavano davanti un problema improvviso, su cui non avevano ricevuto un mandato preciso dai loro elettori, scattava il “referendum”: i delegati tornavano da chi li aveva votati per chiedere istruzioni specifiche, portando appunto la questione ad referendum. Era l’epoca del mandato imperativo, e cioè l’eletto era strettamente vincolato alla volontà specifica di coloro che rappresentava. Oggi invece c’è nelle Camere la piena libertà di mandato e ogni parlamentare esercita questa sua libertà e autonomia in quanto rappresentante della Nazione. E tuttavia l’istituto del referendum è arrivato fin qui, si potrebbe dire per vie traverse. Fu affacciato occasionalmente nel voto popolare che approvò la Costituzione delle Repubbliche Cisalpina, Cispadana e Ligure.

Assente nello Statuto Albertino, usato da Mussolini sotto forma di plebiscito nel 1929 e nel 1934, sanzionò infine la nascita della Repubblica nel 1946, poco prima di iscriversi nella Costituzione repubblicana, come conferma solenne della forma mista scelta per il nuovo regime statuale, con singoli istituti di democrazia diretta chiamati a convivere in un sistema generale di democrazia rappresentativa.

Bisogna anzi ricordare che secondo il progetto originario preparato nella II Sottocommissione dell’Assemblea Costituente il sistema italiano aveva ben quattro tipi di referendum: due di iniziativa governativa (in caso di conflitto tra l’esecutivo e il Parlamento, o di legge bocciata dalle Camere) e due promossi direttamente dal corpo elettorale. Nel voto finale passò il solo referendum abrogativo tra le vive preoccupazioni del partito comunista, convinto che un abuso del nuovo istituto avrebbe potuto ostacolare l’efficienza democratica del Parlamento nella sua funzione legislativa fondamentale. La risposta del relatore, Costantino Mortati, fu che il referendum avrebbe consentito di superare “i limiti dei partiti” dando la parola agli elettori, e avrebbe permesso di verificare “la saldatura tra il popolo e la sua rappresentanza parlamentare”. E qui Mortati rivendicò il principio di contraddizione democratica in base al quale il referendum inquieta il potere costituito, settant’anni fa come oggi: “Il referendum – disse – si basa proprio sul presupposto che il sentimento popolare possa divergere da quello del Parlamento”.

Tutto qui, ed è moltissimo. Il referendum non è un disturbo, nel nobile procedere del cammino legislativo sovrano. È un’articolazione di quel potere, un suo completamento altrettanto nobile e legittimo e una sua integrazione attraverso la fonte popolare diretta, voluta dalla Costituzione proprio per consentire all’elettore di non essere soltanto un “designatore” ma di poter esercitare (oltre alla scelta dei suoi rappresentanti) lo ius activae civitatis, cioè il diritto di intervenire con la sua opinione su un tema controverso e dibattuto che riguarda la soddisfazione di un interesse pubblico. È dunque perfettamente corretto quel che ha detto ieri il presidente della Consulta Paolo Grossi, ricordando che ogni elettore è libero di votare nel modo che ritiene giusto ma “si deve votare perché partecipare al voto significa essere pienamente cittadini”, anzi “fa parte della carta d’identità del buon cittadino”.

Il potere dunque deve imparare, settant’anni dopo, che il “buon cittadino” è tale quando va alle urne per scegliere tra le proposte concorrenziali dei diversi partiti e dei loro rappresentanti (se possibile non con liste bloccate), ma anche quando usa la scheda referendaria per controllare-correggere-abrogare una scelta delle Camere, nel presupposto che esista un forte interesse popolare alla ri-discussione di quel tema e di quella legge: interesse certificato dalla soglia dei 500 mila elettori o dei 5 consigli regionali necessaria per chiedere il referendum, insieme con l’intervento di una minoranza parlamentare pari a un quinto. La democrazia che ci siamo scelti si basa dunque sulla compresenza delle due potestà, diversamente regolate, concorrenti e tuttavia coerenti nel disegno costituzionale così com’è stato concepito.

Non c’è dubbio (e da qui nascono ogni volta le riserve dei governi e dei capi-partito) che il referendum porta in sé quello che abbiamo chiamato il principio di contraddizione democratica. Anzi i suoi critici condannano questa potestà suprema ma saltuaria, intermittente, il carattere occasionale e fluttuante delle maggioranze che ogni volta si formano nell’urna, la riduzione della politica ad una logica binaria tra il sì e il no, la semplificazione e la radicalità del contendere, la parzialità della consultazione, la disomogeneità territoriale nella sensibilità ai problemi che stanno alla base del quesito referendario, la mobilitazione in negativo che deriva necessariamente dal voto per abrogare. Ma al centro di tutto sta la questione fondamentale che si trovò davanti la Costituente e che rimane viva, vale a dire la tensione tra gli istituti di democrazia diretta e i loro titolari (i cittadini) e gli istituti che derivano dalla democrazia rappresentativa, cioè le Camere, il governo, i partiti costituiti in legittima maggioranza con la responsabilità dell’esecutivo da un lato, e di guidare il processo legislativo dall’altro.

La risposta su questo punto non può che essere radicale, assumendo l’obiezione per rovesciarla in nome delle ragioni in base alle quali l’istituto referendario è entrato nell’ordinamento costituzionale: il referendum è programmaticamente – si potrebbe dire istituzionalmente – un elemento di disarmonia regolata e intenzionale del sistema, a controllo di se stesso. Come disse ancora Mortati, certo il referendum altera il gioco parlamentare semplicemente “perché il suo scopo è proprio questo”, nel presupposto democraticamente virtuoso di condurre con questa alterazione “la volontà del Parlamento ad una maggiore aderenza con la volontà politica del popolo”. D’altra parte, almeno dodici quesiti popolari non sono arrivati al voto proprio perché davanti alla scadenza del referendum il Parlamento ha autonomamente deciso di intervenire preventivamente, cambiando la legge.

Non si tratta di contrapporre popolo e Parlamento, rappresentanti e rappresentati. Ma di conservare coscienza di una costruzione del meccanismo democratico che prevede una funzione di controllo e di correzione dell’intervento legislativo sottoposta a specifiche condizioni e tuttavia costituzionalmente autorizzata, con il beneficio democratico di un occasionale trasferimento controllato di potere tra governati e governanti e con l’articolazione della competizione politica in forme diverse dalle elezioni generali: per temi specifici invece che su programmi generali, con l’intervento esplicito di gruppi di interesse e di pressione e di movimenti più che di partiti. Potremmo parlare di un’integrazione dell’offerta politica e dei processi decisionali, che in tempi di disaffezione non è poco.

Naturalmente va ricordato che le storie dei sistemi politici e istituzionali non sono tutte uguali e l’istituto referendario non è impermeabile a queste vicende tra loro profondamente diverse. Non per caso (a parte la partecipazione diretta del popolo prevista dalla Costituzione giacobina del 1793) la prima traccia di consultazione popolare lasciata nelle colonie britanniche in America alla fine del diciottesimo secolo e nelle nascenti comunità cantonali svizzere nella stessa epoca continua a produrre risultati in quei Paesi: 13,5 referendum all’anno in tre decenni in California, mediamente, 10 quesiti all’anno nel medesimo periodo in Svizzera. Si sa che il referendum è più adatto a sistemi federali; si pensa che sia più consono a meccanismi di tipo proporzionale, perché rompe il nodo consociativo delle indecisioni politiche tra troppi partiti; si considera che l’abuso logori l’istituto, com’è avvenuto in passato in Italia, dopo che il referendum negli anni Settanta era stato clamorosamente l’apriscatole del sistema.

Tutto vero, tutto legittimo. Soltanto, secondo me, non si spiega l’invito insistito del premier Renzi e ieri ancora del ministro dell’Ambiente Galletti a non andare a votare. Il quesito è controverso, gli schieramenti classici sono saltati, gli stessi ambientalisti operano nei due campi, la contesa è dunque non solo legittima, ma aperta. Referendum strumentale, come dice il ministro? Tanto più, ci sarebbe spazio per una battaglia di merito, sul contenuto e non sul contenitore, non sull’istituto ma sui temi in questione, dal rapporto tra energia e territorio all’ambiente, al lavoro, alla crescita, alla sostenibilità, all’occupazione. Invitare a non votare è un’abdicazione della politica, come se non credesse in se stessa. Anche perché l’astensionismo invocato oggi rischia da domani di diventare la malattia senile di democrazie esauste, appagate dalla loro vacuità, incapaci di essere all’altezza delle premesse su cui sono nate.

Ezio Mauro

la Repubblica  11 aprile 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/04/12/news/abdicazione_politica-137420232/

La nuova Costituzione e il nuovo Senato

senatusIl ddl Boschi approvato oggi al Senato in terza lettura riforma la seconda parte della Costituzione.

Prima di entrare in vigore dovrà superare altri passaggi: prima deve tornare alla Camera, poi dovrà esserci una nuova lettura sia a Palazzo Madamo che a Montecitorio, e poi il referendum confermativo.

Ma se dovesse diventare legge così com’è, come cambierebbe l’Italia dopo quasi 70 anni di Carta repubblicana? Ecco le novità.

ADDIO AL BICAMERALISMO PERFETTO
La fine della parità tra le due Camere, che accompagna l’Italia repubblicana fin dalla sua nascita, è sancita dal nuovo articolo 55 della Costituzione.

Solo la Camera dei deputati voterà la fiducia al governo

Inoltre solo “la Camera dei deputati (…) esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”.

Di regola, le leggi saranno approvate dalla sola Camera dei deputati.

Più complesso invece il profilo del nuovo Senato

Per prima cosa “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali” e sarà composto da 100 membri, 95 scelti dalle Regioni (21 devono essere sindaci) e 5 dal Presidente della Repubblica.

Mantiene poteri sulle nomine di competenza del Governo, nei casi previsti dalla Carta.

Mantiene la funzione legislativa (insieme alla Camera) sui rapporti tra Stato, Unione Europea e enti territoriali.

Inoltre il Senato mantiene la funzione legislativa anche:

  • per le leggi di revisione della Costituzione, le altre leggi costituzionali
  • per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche
  • per le leggi sui referendum popolari
  • e per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni.

Il Senato può decidere – su richiesta di un terzo dei Senatori – di proporre modifiche su una legge approvata dalla Camera.

Solo nel caso di leggi che riguardano le competenze regionali, il voto del Senato è obbligatorio.

In tutti gli altri casi, se il Senato non agisce entro il termine di 10 o 15 giorni (a seconda delle materie), le leggi entrano in vigore.

La Camera potrà ignorare le modifiche approvate dal Senato, riapprovando la legge così com’è, o accettare le modifiche.

Ma con un’eccezione: se si tratta di leggi che riguardano le competenze legislative esclusive delle Regioni o leggi di bilancio, la Camera può ‘superare’ le modifiche volute del Senato solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il nuovo Senato non avrà più competenze sullo stato di guerra, che dovrà essere deliberato dalla sola Camera dei deputati “a maggioranza assoluta”.

Inoltre solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto, e le leggi che recepiscono i trattati internazionali (a meno che non riguardino l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea, e in quel caso anche il Senato deve approvarle).

Sulle leggi elettorali di Camera e Senato, è previsto che una minoranza di parlamentari possa chiedere un giudizio preventivo di Costituzionalità

LE ‘ELEZIONI’ DEL NUOVO SENATO

E’ stato uno dei punti più dibattuti della riforma. Per il governo l’eleggibilità diretta andava esclusa. Per la minoranza Pd, i cittadini dovevano avere voce in capitolo.

Il compromesso è stato raggiunto usando queste parole: i consiglieri sono eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”.

Come nello specifico saranno eletti i senatori è quindi rinviato a una legge elettorale che Camera e Senato dovranno approvare in un secondo momento.

LE ALTRE NOVITÀ NEL NUOVO SENATO
Scompare la limitazione dell’età nell’elezione del Senato.

E da Palazzo Madama scompariranno anche i senatori eletti nella circoscrizione Estero.

Indennità solo per i deputati. Scompare dalla Costituzione la possibilità per i senatori di ottenere un’indennità per il ruolo.

Insomma i consiglieri regionali che sono anche senatori non saranno pagati in più.

Il disegno di legge però tace su eventuali rimborsi-spese, che saranno regolati da fonti interne di ciascuna Camera.

SENATORI A VITA
Saranno senatori a vita solo gli ex presidenti della Repubblica.

I senatori a vita nominati sono sostituiti dai SENATORI DI NOMINA PRESIDENZIALE: il presidente può nominare senatori che durano in carica 7 anni e non possono essere nuovamente nominati.

Non possono esserci più di 5 senatori di nomina presidenziale contemporaneamente.

I senatori a vita nominati prima della riforma Boschi (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) manterranno il loro posto.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Cambia l’elezione del Presidente della Repubblica. Rispetto ad oggi:

  • partecipano al voto solo deputati e senatori (scompaiono quindi i 59 delegati regionali)
  • rimane uguale il quorum delle prime tre votazioni: maggioranza qualificata dei due terzi (ovvero il 66%)
  • sale il quorum dal quarto scrutinio al sesto scrutinio: servirà la maggioranza di tre quinti (60%) contro l’attuale maggioranza assoluta (50%).
  • cambia il quorum dal sesto scrutinio in poi: servirà la maggioranza di tre quinti dei votanti invece della maggioranza degli aventi diritto.

Il presidente della Repubblica potrà sciogliere solo la Camera dei Deputati, e non più anche il Senato.

Il presidente della Camera diventa la seconda carica dello Stato. E in quanto tale sarà il Presidente della Camera a fare le veci del Presidente della Repubblica se quest’ultimo non può.

IL VOTO A DATA CERTA
La nuova Costituzione (all’articolo 72) prevede che il governo possa richiedere una via preferenziale per l’approvazione di un disegno di legge “essenziale per l’attuazione del programma di governo”.

La Camera vota sulla richiesta del governo entro 5 giorni, e se accoglie la richiesta poi dovrà concludere discussione e votazione entro 70 giorni (rinviabili al massimo di 15 giorni).

Il ‘voto a data certa’ è escluso per le leggi di competenza del Senato, le leggi in materia elettorale, la ratifica dei trattati internazionali e le leggi di amnistia, indulto e le leggi di bilancio

ABOLITE LE PROVINCE E IL CNEL
La riforma Boschi abolisce definitivamente le Province. La Repubblica sarà quindi costituita solo “dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.

L’articolo 99 della Costituzione viene abolito, e quindi scompare il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

LE LEGGI DELLO STATO E LE LEGGI DELLE REGIONI
Il ddl di riforma costituzionale riscrive sostanzialmente l’articolo 117, quello che divide le competenze legislative tra Stato e Regioni.

La riforma abolisce la definizione di legislazione concorrente e trasferisce allo Stato alcune competenze finora divise con le Regioni. Ad esempio mercati assicurativi, promozione della concorrenza, previdenza complementare e integrativa, tutela e sicurezza del lavoro, protezione civile, beni culturali e turismo.

Ma rimane il principio che lo Stato si occupi della legislazione di principio, lasciando alle Regioni quella specifica, su alcune materie, tra cui: tutela della salute, politiche sociali e sicurezza alimentare, istruzione, ordinamento scolastico

LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE
Cambia anche l’articolo 71 della Costituzione: sale a 150.000 il numero di firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare. E nella Carta fa la sua comparsa la garanzia che queste proposte saranno discusse e votate.

REFERENDUM
Cambia in parte il quorum dei referendum abrogativi: il voto è valido se partecipa il 50% degli aventi diritto (come oggi) ma se il referendum era stato richiesto da almeno 800mila elettori, il quorum scende al 50% dei votanti delle ultime elezioni.

Nascono due nuovi tipi di referendum: quello propositivo e quello di indirizzo. Per decidere modalità ed effetti di queste consultazioni, serviranno prima una legge costituzionale e poi una legge ordinaria.

QUOTE ROSA
Nell’articolo 55 entra un nuovo comma: “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. Simili norme sono previste anche per le leggi elettorali dei Consigli Regionali.

LA CONSULTA
I 5 giudici della Corte Costituzionale che oggi sono eletti dalle Camere in seduta comune saranno eletti separatamente: 3 dalla Camera e 2 dal Senato.

 

di Alessio Sgherza

http://www.repubblica.it/politica/2015/10/13/news/scheda_riforma_costituzione_senato_ddl_boschi_solo_testo-124904893/

 SCHEDA INTERATTIVA

 

DDL costituzionale per la riforma del Senato

Ecco come sarà il nuovo Senato”. Il premier Matteo Renzi, insieme al ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e al sottosegretario Graziano Delrio, ha presentato in conferenza stampa il ddl di riforma costituzionale del Senato e del Titolo V, approvato oggi all’unanimità dal Consiglio dei ministri. Questi i principali punti della riforma sulla quale – parole dello stesso premier – “si gioca una intera carriera politica”:

–  Senato delle autonomie.  Il futuro Senato “si chiamerà Senato delle autonomie” e sarà composto da 148 persone; 21 nominati dal Quirinale e 127 rappresentanti dei Consigli Regionali e dei Sindaci, che non avranno alcuna indennità. Renzi ha escluso la proposta di arrivare a 630 parlamentari, divisi in 420 deputati e 210 senatori (fermo restando il superamento del bicameralismo perfetto), in quanto uno degli obiettivi prioritari è ridurre i costi della macchina dello Stato. Il ddl prevede una composizione paritaria di tutte le Regioni e tra Regioni e Sindaci, ma, secondo la Boschi, c’è “la disponibilità a esaminare una composizione proporzionale al numero degli abitanti di ciascuna Regione”.

Fine del bicameralismo perfetto. Secondo la proposta del governo, il nuovo Senato delle autonomie, rispetto a quello attuale, perderà molti poteri, e cioè: 1) voto di fiducia; 2) voto sul bilancio; 3) elezione diretta dei senatori; 4) indennità per i senatori. Con queste novità, verrebbe abolito il cosiddetto “bicameralismo perfetto” per gran parte del processo legislativo e di controllo. Il ministro delle Riforme Boschi ha assicurato, tuttavia, che “il bicameralismo perfetto resterà solo in materia costituzionale, come previsto ad esempio in Germania. Su quelle che sono le regole fondamentali del nostro vivere insieme rimane una doppia lettura come maggiore garanzia”.

……..

I senatori a vita. Gli ex presidenti della Repubblica e gli attuali senatori a vita andranno comunque a far parte del nuovo Senato delle autonomie “in quanto figure super-partes e non legate al vincolo della fiducia”.
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http://www.repubblica.it/politica/2014/03/31/news/scheda_nuovo_senato-82405856/?ref=HREA-1

Operazione trasparenza alla Camera

Prosegue «l’operazione trasparenza» della Camera dei deputati. Da oggi sono online i dati sulle misure di riduzione delle spese per 8,5 milioni di euro già adottate in questa legislatura. Il documento è in un’apposita sezione del sito dove i cittadini possono consultare anche bilancio, bandi di gara, spese dell’istituzione ed emolumenti.

http://www.corriere.it/politica/13_maggio_27/camera-trasparenza-online-tagli-legislatura-8-milioni_664e2f3e-c6bf-11e2-91df-63d1aefa93a2.shtml