Uno spettro si aggira per Detroit

 dettrUno spettro si aggira per Detroit. Lo spettro di Las Vegas, della città dove la scorsa settimana sono stati presentati i modelli della “disruptive mobility”, le nuove auto iperconnesse e senza guidatore che in pochi anni cambieranno il nostro modo di spostarci. Sotto gli stucchi del Gem Theatre di Detroit, meravigliosa sala liberty di inizio Novecento, Brian Johnson, analista di Barclays, proietta una slide shock: nel 1920, meno di un secolo fa, i cavalli in Usa erano 25 milioni. Nel 1960 erano scesi a 3. La vecchia, cara automobile, farà la fine dei cavalli? Il salone che si è aperto ieri a Detroit sarà ricordato come una delle ultime fiere delle carrozze nella storia del trasporto?

Sergio Marchionne non ci crede: «Gli analisti ci hanno abituato a scenari che non si realizzano ». Poi però ammette: «Se cambierà il modo di utilizzare l’auto, verrà modificata anche la geografia della produzione». Perché se l’auto sarà sempre più condivisa, sempre più automatica fino ad eliminare il guidatore, se potremmo utilizzarla per andare al lavoro sapendo che può tornare da sola a casa e prendere nostro figlio che va a scuola, quell’auto sarà molto più utilizzata. E dunque ne serviranno molte di meno. Gli analisti come Johnson hanno simulato gli effetti sul mercato Usa: nella stima più prudente le vendite (che quest’anno sfiorano i 18 milioni) scenderanno drasticamente a 9,5 milioni. Ma ci sono scenari in cui crollano addirittura a 6,8. Pessime notizie anche in Europa: «È chiaro che la riduzione delle vendite inizierà prima nei grandi centri urbani e prima in America – dice Johnson – ma anche in Europa, dove le città sono più piccole e le persone sono più attaccate alla loro automobile, il processo sarà inevitabile».

Insomma, tempi duri per i produttori di auto: «Vorrà dire che quelli che sanno farle meglio si spartiranno quel che resta del mercato», prevede darwinianamente John Elkann. Marchionne concorda: «Sarà necessario ridurre la capacità produttiva installata. Come si vede, tutto va nella direzione delle fusioni tra costruttori». Poi l’ad invita al realismo: «Sarà, ma prima di arrivare al futuro dobbiamo risolvere il problema del presente, e cioè come pagare lo stipendio alle 300 mila persone che lavorano per noi»……

Da un articolo di Paolo Griseri su Repubblica del 12 gennaio 2016

http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=34249

Detroit

http://naias.com/

Detroit -Torino : buste paga a confronto

miraUn operaio nello stabilimento Chrysler di Jefferson North, a Detroit. Un altro nella fabbrica Fiat di Mirafiori, a Torino. Vivono lontani migliaia di miglia e l’oceano che li separa vale anche per le buste paga. Diversissime, dalle retribuzioni fino alle tasse e addirittura alla frequenza (settimanale negli Stati Uniti, mensile in Italia). Eppure, adesso i due operai-turnisti hanno in comune una cosa non da poco: l’azienda per cui lavorano, al 100%.

Nella fabbrica Usa, con i nuovi contratti post-2009, ci si porta a casa circa 500 dollari netti a settimana. È un numero indicativo e medio della categoria, così come lo sono tutti gli altri a seguire. Al mese fanno all’incirca 2.100 dollari. Che, in euro, diventano 1.550. L’operaio italiano, invece, a fine mese incassa intorno a 1.350 euro. Ma il «netto in busta» arriva una volta in più (in Italia c’è la tredicesima) di quanto succeda al collega americano. Se fosse in cassa integrazione la sua paga sarebbe decurtata di diverse centinaia di euro, a seconda del numero di ore passate in fabbrica o in cassa. La Fiom Cgil parla di stipendi da 800-900 euro netti per chi è in cassa integrazione a zero ore da diverso tempo.

Fare confronti, insomma, non è facile. Tantomeno sugli importi lordi, visto che il cuneo fiscale tricolore può arrivare a superare il 50%, mentre quello a stelle e strisce viaggia intorno al 35% (stime Fismic).

Ma la «contabilità del cedolino» non si ferma qui: le aziende americane spesso integrano lo stipendio con polizze sanitarie e piani pensionistici differenti da quelli in Italia, dove – però – la sanità pubblica offre un livello di prestazioni ben diverso. Senza contare che il costo della vita e le tutele giuridiche non sono le stesse a Detroit e a Torino. E che, ancora, alcune voci (vedi gli incentivi fiscali) possono variare a seconda della regione dove si trova lo stabilimento, pur restando nella stessa nazione.

C’è poi la lista dei «variabili», con Chrysler che si distingue per una lunga serie di bonus. La Fim Cisl ha raccolto tutto un elenco dei bonus del contratto Chrysler-Uaw (il sindacato) del 2011, molti dei quali legati a parametri di produttività, per migliaia e migliaia di dollari. Uno fra tutti: la condivisione degli utili con bonus variabili da zero a 12 mila dollari (9 mila euro

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_03/operaio-usa-guadagna-piu-fisco-pesa-meno-fiat-93cdbe98-7466-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml