Meno motivazione, meno profitto

 Uno dei problemi della scuola Italiana è la mancanza di motivazione degli studenti. I dati Ocse Pisa certificano che troppo spesso i nostri ragazzi saltano lezioni o giorni di scuola senza giustificazione e l’Italia continua a mantenere un triste primato per quel che riguarda la dispersione e l’abbandono scolastico: troppi ragazzi infatti si perdono per strada e abbandonano gli studi prima di raggiungere un diploma. Tutto questo è un problema perché la motivazione è un ingrediente fondamentale per costruire una scuola che funziona: i risultati dell’indagine Ocse Pisa mostrano infatti che i risultati accademici degli studenti motivati sono molto superiori a quelli degli studenti con scarsa motivazione. 

Questi i dati, ma come può un sistema scolastico promuovere una maggiore motivazione negli studenti? Quando si cerca una soluzione alla mancanza di motivazione nella scuola spesso si indicano politiche volte a indirizzare un maggior numero di studenti verso programmi più legati alla vita “reale”, dove l’insegnamento è maggiormente legato all’applicazione delle competenze alla vita lavorativa e di ogni giorno. Perché, si sottolinea spesso, non tutti gli studenti vogliono e devono andare all’Università dopo aver terminato gli studi secondari, e un paese con soli laureati non funziona. Tutto vero, ma l’Italia non è la Corea del Sud dove quasi la totalità degli studenti completa studi universitari: da noi sono pochi i ragazzi che si iscrivono all’università e ancora meno quelli che ottengono una laurea. Lo studio Ocse Pisa ha esaminato la relazione tra la motivazione degli studenti 15enni e diversi metodi che i sistemi scolastici adottano per raggruppare gli studenti tra scuole diverse. I risultati indicano che la motivazione degli studenti è inferiore in quei sistemi scolastici che offrono un maggior numero di programmi distinti, dove la percentuale di studenti che frequentano indirizzi tecnico-professionali invece che indirizzi accademici è maggiore, dove gli studenti sono raggruppati o selezionati per questi programmi in giovane età, dove una grande percentuale di studenti frequenta scuole accademicamente selettive, e dove una grande percentuale di studenti frequenta scuole che trasferiscono gli studenti con scarsi risultati, problemi comportamentali o esigenze di apprendimento speciali in altre scuole. 

I sistemi scolastici che adottano politiche volte a creare classi omogenee per interesse attraverso il raggruppamento degli studenti in diverse scuole o indirizzi tendono quindi ad essere sistemi dove la motivazione degli studenti è inferiore, non maggiore. Inoltre in questi sistemi la famiglia di origine ha un peso più considerevole nel determinare i risultati accademici degli studenti. In teoria la creazione di classi omogenee attraverso politiche volte a raggruppare gli studenti in scuole e orientamenti diversi potrebbe consentire agli insegnanti di adattare il loro approccio pedagogico e l’insegnamento alle esigenze specifiche di ciascun gruppo di alunni. Tuttavia queste politiche in genere rafforzano le disparità socio-economiche e quindi spesso si traducono in differenze di opportunità di proseguire ed eccellere negli studi perché gli interessi e le attitudini dei ragazzi sono ancora in continua evoluzione. La selezione avviene infatti troppo spesso in base criteri quali la capacità delle famiglie di supportare, motivare ed aiutare i loro figli a navigare il sistema scolastico e quindi fattori che hanno poco a che fare con le capacità degli studenti di eccellere. Inoltre spesso il tentativo di creare indirizzi di uguale valenza pedagogica agli indirizzi accademici ma dove l’insegnamento è più fortemente legato all’applicazione pratica delle competenze troppo spesso si perde nella creazione di programmi meno validi sul piano dei contenuti. Questi sono fattori altamente demotivanti per molti studenti perché l’adottare politiche di selezione comunica agli studenti, alle loro famiglie e agli insegnanti stessi che non ci si può aspettare molto dai più, ma che solo pochi studenti possono conseguire risultati scolastici eccellenti. Si corre quindi il rischio di demotivare gli stessi studenti che potrebbero trarre un maggiore beneficio se i loro genitori, i loro insegnanti e le loro scuole avessero grandi aspettative per loro. 

http://www.corriere.it/scuola/secondaria/14_maggio_06/studenti-demotivati-crollano-voti-cd6614ea-d4f9-11e3-b55e-35440997414c.shtml

Sempre meno iscritti all’Università

Si sono persi 30.000 nuovi iscritti negli atenei italiani e in meno di 10 anni, nove per la precisione, addirittura più di 70.000.
Era da 25 anni che in Italia non si registrava un numero di matricole così basso: nel 1988/1989 gli immatricolati erano 276.249. Quest’anno appena 267.076.
Il calo maggiore lo hanno subito i corsi triennali, che in meno di un decennio hanno perso quasi un terzo degli iscritti: 92.749 iscritti per l’esattezza. Nell’anno in corso se ne registrano 226.283, oltre 8.000 in meno rispetto a 12 mesi fa. Nello stesso periodo il numero dei diplomati è addirittura cresciuto di oltre 11.000 unità. Perché in Italia sempre meno giovani si iscrivono all’università? La recente crisi economica e occupazionale ha probabilmente fatto la sua parte: ormai tutti, laureati compresi, trovano difficoltà a centrare il primo impiego. Perché laurearsi?
Ma con tutta probabilità, l’interruzione degli studi dopo il diploma dipende anche dai costi sempre più alti che le famiglie sono costrette a sostenere, prima per la preparazione alla lotteria dei test di ammissione – ormai diffusi nella maggior parte degli atenei – e una volta ammessi, per le tasse di iscrizione, i trasporti e il vitto e l’alloggio per i fuorisede. Spese che evidentemente scoraggiano famiglie e giovani.
Una situazione che rischia di fare precipitare l’Italia ancora più in basso nella classifica degli iscritti all’università. Attualmente, il nostro paese è al quart’ultimo posto in Europa, con 3.302 iscritti all’università per 100.000 abitanti. Un valore che, se allarghiamo lo sguardo, ci colloca dietro l’Egitto, la Thailandia e il Paraguay.

http://www.repubblica.it/scuola/2013/03/06/news/crollo_degli_iscritti_nelle_universit_italiane_mai_cos_bassi_da_25_anni_e_cala_la_qualit-53971626/?ref=HREC2-10