QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

Assuefatti alla crescita “zero virgola”

deffflLa doccia fredda è arrivata il 15 marzo dall’Istat: l’inflazione a febbraio segna un meno 0,3 per cento su base annua, siamo in deflazione. Segue l’altra cattiva notizia di pochi giorni prima: la stima di un aumento del Pil nel primo trimestre dell’anno solo dello 0,1 per cento. E c’era stata pure la lettera di richiamo della Commissione europea a causa del rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici verso l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio. “L’Italia deve ridurre il debito”, ha precisato perentorio il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. Nel mezzo, c’è stato il potenziamento del programma di quantitative easing della Bce di Mario Draghi.

Ma ormai siamo assuefatti a una crescita da “zero virgola”. Hai voglia a dire la recessione è finita. Tecnicamente è così, dopo anni di segni meno. Ma la delusione da attese tradite è cocente. Il rischio vero da cui guardarsi, a questo punto, è la deflazione delle aspettative.
Tutti presi a misurare le variazioni al rialzo degli indicatori economici, per poi smorzare la disillusione per aver constatato che il campo di oscillazione stentava nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale, i commentatori hanno dato poca attenzione a due cose importanti che sono successe negli anni della crisi.

La prima è che, mentre gran parte dell’informazione mainstream batteva sul tasto della retorica pauperista del “non arriviamo alla fine del mese”, gli italiani diventavano l’azienda più liquida d’Italia. Il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (quindi esclusa la ricchezza patrimoniale concentrata negli immobili di proprietà) si è gonfiato fino a un ammontare complessivo di 4.000 miliardi di euro (cioè due volte e mezza il valore del Pil). Giù le quote di azioni e obbligazioni, boom di contante e depositi bancari: valevano un quarto della torta nel 2007, sono diventati oggi il 31 per cento del totale.

Certo, siamo stati tutti scottati dalla crisi. Ci siamo detti: meglio tenere i soldi in tasca o fermi sui conti correnti, pronti all’uso per ogni evenienza. E intanto i consumi flettevano del 7,5 per cento nel periodo 2007-2014 e i volumi del mercato immobiliare si dimezzavano (siamo passati da 800mila a 400mila compravendite di abitazioni all’anno). In sintesi, la bolla del risparmio e del cash cautelativo, insieme alla bassa propensione all’assunzione individuale  del rischio, rappresentano per noi la legacy della crisi, il suo lascito.

Per evitare la sclerotizzazione su questo atteggiamento difensivo della gran parte degli italiani, si è provato a stimolare la domanda interna attraverso misure come il bonus Irpef di 80 euro o il taglio della Tasi. Risultato, conti alla mano: i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, la produzione industriale non ritrova slancio, la ripresa occupazionale è ancora debole, l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero (nonostante il fiume di liquidità iniettato nel sistema dalla Bce) e gli investimenti si fanno col contagocce. Per la verità, siamo ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza degli investimenti sul Pil: nel 2015 in Italia hanno pesato per il 16,5 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 17,3 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Germania, il 21,2 per cento della Francia.

Quello che più conta è che c’è stato un vero cambiamento di paradigma con cui oggi fare i conti, che va al di là dei dati macroeconomici, senza sconfinare però in teorie di parapsicologia collettiva (manca la fiducia! manca la fiducia!). Il punto cruciale è che il grande assente sulla scena ormai da parecchio tempo è il rischio. Rischio calcolato, beninteso. Il problema è che gli italiani non tornano a una confidente assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. Solitarie? Perché? Il fatto è che nella percezione collettiva è svaporata la figura dello Stato come garante di ultima istanza delle “avventure” individuali ‒ quel ruolo che nei decenni passati, trascorsi nel segno dell’accrescimento della società affluente, l’autorità statuale aveva saputo esercitare tramite gli strumenti redistributivi di welfare finanziati con il debito pubblico, fomentando la grande saga della “cetomedizzazione”, che si basava proprio sull’assunzione individuale del rischio (mi compro la casa, apro un negozio, metto su un’impresa, e così via).

Quando lo Stato debitore è quotato sui mercati finanziari internazionali e i conti pubblici sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating, c’è la rottura di paradigma. Naturalmente, questo è un processo di lunga deriva. C’è stato però un preciso momento in cui tutti hanno definitivamente aperto gli occhi, costretti a farlo dall’esperienza traumatica della crisi del debito sovrano (ricordate lo spread rispetto ai Bund tedeschi schizzato alle stelle? E il rischio di default per la Grecia?). In quel momento abbiamo perso l’innocenza. Da allora i cittadini sottilmente disconoscono ai politici nazionali la piena autorità deliberativa: sanno che le loro azioni verranno sottoposte a un giudizio finale, dei mercati o di Bruxelles (vedasi le estenuanti trattative sulle clausole di flessibilità sui conti pubblici).

La seconda cosa che è successa durante gli anni della crisi è l’affermazione del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale, che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. In questi anni gli italiani hanno risparmiato praticamente su tutto, tenendo stretti i cordoni della borsa all’insegna di una riscoperta sobrietà (adieu ai fasti del consumismo, solo un lontano ricordo). Ma non hanno lesinato sulle tecnologie digitali. Che anzi sono state premiate dal processo selettivo dei consumi innescato dalla crisi e hanno assunto una connotazione anticiclica: hanno conosciuto una fase espansiva in controtendenza, come dimostra il vero e proprio boom di smartphone e connessioni mobili. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la spesa per telefoni e traffico dati è più che raddoppiata (più 146 per cento: parliamo di 27 miliardi di euro nell’ultimo anno).

Insomma, gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media digitali connessi in rete. Perché? Perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali, scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Nel frattempo, i big player della rete si attrezzavano per presidiare in maniera sempre più efficace la nuova frontiera, cioè i tre perni fondamentali del commercio: la fase dell’acquisto (di ogni cosa), la gestione di strumenti di pagamento tramite smartphone (alternativi ai tradizionali circuiti bancari), la logistica (robot nei magazzini, droni nei cieli). Ai vertici mondiali per fatturato e capitalizzazione di Borsa – le prime cinque aziende Ict messe insieme valgono un paio di migliaia di miliardi di dollari, pari al Pil di una media potenza europea come l’Italia –, rappresentano il nuovo volto del capitalismo del XXI secolo. La continuità personalizzata tra online advertising e e-commerce è il segreto del successo. Internet sembra così proiettata a diventare una nuova, gigantesca piattaforma commerciale taylor-made: un grande villaggio digitale, con le sue piazze, i cinema e la city hall, gli uffici pubblici e le banche, i centri commerciali.

Che cosa hanno in comune le due novità che ci ritroviamo dopo i lunghi anni della crisi? Risposta: il trionfo dell’individualismo. Orfani di uno Stato nazionale solido, sostituito da una governance sovranazionale che non ha retto alla prova della depressione economica e della gestione degli esodi migratori, l’individuo si ritrova solo. E anche i processi di disintermediazione digitale, basati su un ricentraggio soggettivo e sulla disarticolazione delle filiere del lavoro tradizionali, vanno in questa direzione, nell’inveramento dello slogan planetario della piattaforma video più popolare sul web: broadcast yourself!

Nessuno rimpiange uno Stato che accumula debito pubblico (i conti, prima o poi, bisogna pagarli). Ma ad oggi non abbiamo ancora trovato un valido rimpiazzo per quel ruolo che spingeva ad assumersi i rischi. Per riattivare i circuiti dell’economia reale la politica monetaria non basta, bisogna tornare a investire, cioè a rischiare. Di qui l’impasse in questa fase di transizione epocale. Che durerà fino a quando non avremo riscoperto una nuova cultura del rischio.

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”, che durerà finché non riscopriremo la cultura del rischio

Massimiliano Valerii

Direttore generale del Censis

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/17/assuefatti-alla-crescita-zero-virgola-che-durer-finch-non-riscopriremo-la-cultura-del-rischio___1-v-139526-rubriche_c328.htm

Deflazione, la malattia delle monete che non trova una cura.

deflaLa temperatura di un corpo umano sano è tra 36 gradi e mezzo e 37. Quando si abbassa sotto quei livelli il corpo diventa debole e progressivamente vengono meno le funzioni vitali. Secondo la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, il tasso di inflazione di una economia sana è tra l’1,5 e il 2 per cento (la definizione ufficiale è “vicino ma inferiore al 2 per cento). Quando l’inflazione è più bassa il corpo dell’economia diventa debole e poco reattivo. È questa la ragione per la quale il mandato delle banche centrali è utilizzare le politiche monetarie per garantire quella soglia

L a cura per contenere l’inflazione è nota ed è stata più volte testata: aumentare i tassi di interesse e ridurre la liquidità del sistema. Sappiamo che funziona, anche se gli effetti collaterali, soprattutto in termini di disoccupazione, sono pesanti. La cura contro la deflazione invece ha una casistica senza successi.

Dal secondo dopoguerra sino a un paio di anni fa la sola vittima è stata il Giappone, che dall’inizio del millennio ci combatte senza soddisfacenti risultati. La Banca centrale di Tokyo le ha tentate tutte, ha portato i tassi a zero, stampato moneta senza risparmiarsi, comprato titoli di Stato, obbligazioni delle imprese, azioni, ha inondato il mercato di liquidità. Non ha avuto esplosione della spesa pubblica che ha portato il debito del Giappone al 260 per cento del pil. Niente da fare.

Con lo stesso problema ora si stanno misurando la Bce e molte altre banche centrali e la strumentazione è la stessa, tassi a zero o negativi, grande liquidità immessa nel sistema. Non siamo caduti in deflazione ma oscilliamo poco sopra lo zero. In termini di metafora si potrebbe dire che la corda (monetaria) si tira ma non si spinge.

Deflazione vuol dire che il denaro aumenta il suo potere d’acquisto e quello che un anno fa potevi comprare con cento oggi lo puoi comprare con 98. Può sembrare una buona notizia per chi ha soldi in tasca ma non lo è: perché quel fortunato signore, che sia unlo potrà avere a 96, il suo denaro non lo spende e non lo investe. L’economia rallenta, per liberare il magazzino i venditori abbassano ancora i prezzi e la deflazione si avvita, i debiti si fanno più pesanti e più difficili da rimborsare, le aziende falliscono, l’economia si fa sempre più debole. Perciò va combattuta come una malattia, quindi ci vogliono una diagnosi e una cura. Un’esperienza del passato che ha qualche somiglianza con quella di oggi non è finita molto bene. Era la fine del XIX secolo e le merci a basso costo che arrivavano dall’America precipitarono l’Europa nella deflazione. Durò parecchio, finchè la corsa agli armamenti di Germania e Regno Unito non dettero una scossa all’occupazione e alla domanda. Si uscì dalla deflazione e si arrivò alla Prima Guerra Mondiale.

Se non è il caso di replicare l’esito, quell’esperienza un po’ ci può aiutare nella diagnosi e forse nella terapia. La causa domestica più evidente della deflazione in Europa sta nel basso utilizzo degli impianti e della manodopera che deriva dal fatto che consumi e investimenti sono fermi dopo alcuni anni di declino. Con tanti disoccupati i salari non salgono mentre i prezzi dei beni in cerca di compratori scendono.

Tra le cause esterne quella che viene sempre citata e che ha certamente un ruolo è il crollo delle materie prime e segnatamente del petrolio. Mario Draghi ha spiegato con la sua geometrica chiarezza come una crisi dei prezzi del barile causata da carenza di domanda influisce sulla inflazione core perchè finisce per determinare una riduzione delle esportazioni nette globali, il che a sua volta porta ad una contrazione degli investimenti. La caduta dei prezzi petroliferi può avere effetti deflattivi anche se è determinata da eccesso di offerta se questi eccessi sono ripetuti e si protraggono nel tempo, perchè abbassano le aspettative di crescita dei prezzi di famiglie e imprese che quindi rinviano acquisti e investimenti.

Ad oggi, sostiene Draghi, ambedue gli effetti sono in atto. Dare però solo al crollo delle materie prime tutta la responsabilità dell’andamento dell’inflazione rischia di portarci fuori strada. Basta guardarsi un pochino indietro per vedere che una correlazione diretta non è scontata: tra il 1999 e il 2007 il prezzo del barile è cresciuto da 18 a 71 dollari, ma in quegli stessi anni l’inflazione globale è scesa dal 6 al 4 per cento mentre la crescita del pil del pianeta è salita dal 3 al 6 per cento. Drogata dal debito, certo, ma il fatto che l’inflazione si sia ridotta di un terzo in anni un cui il ritmo di crescita dell’economia è raddoppiato e il prezzo del petrolio quadruplicato dovrebbe suggerici che già allora, ben prima della grande crisi, erano in azione altre forze. Un primo suggerimento su quali esse siano ce lo dà l’esperienza della fine dell’800, con la prima globalizzazione. Allora furono le merci, soprattutto i cereali, a basso costo in arrivo dall’America a portare la deflazione in Europa. Similmente possiamo dedurre che la seconda globalizzazione, quella della fine del secolo scorso e l’inizio di questo, con l’invasione delle merci a basso costo provenienti dalla Cina e dagli altri paesi emergenti è stato un fattore determinante nel comprimere l’inflazione anche quando in Occidente consumi e occupazione crescevano. Quell’impatto è ancora in atto, ma la globalizzazione questa volta non è la sola forza in azione e neanche la più potente. Accanto infatti c’è la tecnologia. L’automazione della manifattura ha spinto in basso i costi di produzione. Ora siamo nella fase della digitalizzazione, che riduce i costi non solo dei prodotti ma anche dei servizi. Uno degli effetti della digitalizzazione infatti è la disintermediazione: compriamo i libri e molto altro da Amazon e non nei negozi, condividiamo le nostre macchine con Blablacar o quelle a noleggio con il car sharing, usiamo Uber invece dei taxi e per il turismo AirBnb. La ragione del loro successo è che i prezzi di quei prodotti e di quei servizi sono più bassi. L’economia nuova (che contiene anche pezzi di quella vecchia, dai voli di Ryanair ai mobili dell’Ikea) è low cost: dobbiamo rassegnarci, la digital economy e i nuovi modelli di consumo sono deflattivi. Direttamente perchè disintermediando riducono i prezzi, e indirettamente perchè i nuovi modelli produttivi e distributivi almeno per il momento distruggono lavoro, quindi impediscono la crescita dei salari e del monte salari. Poichè la compressione dei prezzi da globalizzazione non si esaurirà nel giro di pochi anni e quella da digitalizzazione durerà ancora più a lungo, allora dovremmo prendere in considerazione la possibilità cambiare prospettiva. Petrolio o non petrolio, la bassa inflazione e forse la deflazione potrebbero non essere congiunturali ma strutturali. Dovuti a un cambiamento profondo del modello economico del quale siamo solo all’inizio e il cui impatto tocca non solo la moneta ma anche la stabilità sociale, politica e geopolitica. Possiamo fare quindi la lista delle “cospiring forces” che ci spingono verso la deflazione: basso utilizzo degli impianti ed elevata disoccupazione (che rallentano investimenti e consumi), crollo delle materie prime che deprimono le aspettative sui prezzi e l’export mondiale, tecnologia e globalizzazione che riducono i costi e i prezzi. A questo punto forse è il caso di porsi un paio di domande. La prima è se dobbiamo ancora concentrare le forze contro la tendenza deflazionistica o piuttosto utilizzare gli strumenti della politica monetaria per conviverci il meglio possibile. La seconda è se possiamo ancora pensare che siano i bazooka della politica monetaria la sola medicina. Rilanciare gli investimenti e redistribuire più equamente il reddito per spingere i consumi sono obiettivi che richiedono politica. Quella senza aggettivi.

Marco Panara

La Repubblica , 22 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/02/22/news/deflazione_la_malattia_delle_monete_che_non_trova_una_cura-134029593/