Se il lavoro non si ritrova più “Sono undici milioni in Europa”

labbIn Europa più di 22 milioni di persone verrebbero lavorare, ma non gliene viene data la possibilità. Molti di loro, quasi la metà, ci sta provando da oltre un anno, ma senza alcun successo. Si chiama disoccupazione di lungo periodo e, a chi ci capita dentro, fa molto male. Quella di questi anni, coinvolge soprattutto gli uomini, lavoratori “maturi” e figure senza elevati titoli di studio. Ma ora tiene trattenuti nelle morsa anche le figure intermedie, quelli con un’elevata specializzazione e i giovani.

A rilanciare la preoccupazione per la disoccupazione di lungo periodo è il rapporto della Fondazione Bertelsmann Long-term Unemployment in the EU: Trends and Policies. Lo scenario di quel che accade nel Vecchio Continente non è uniforme e vi si sovrappongono aree dove il mercato del lavoro è più dinamico a altre zone dove invece prevale lo stallo determinato dalla Grande Recessione. Nella classifica europea dei paesi più colpiti c’è anche l’Italia, dopo nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo.

I segmenti più colpiti. Per lo più, a essere trattenuti nella trappola della disoccupazione di lungo periodo, sono sia i lavoratori con un basso livello di specializzazione (il 41 per cento), sia quelli con un livello di formazione intermedia (41 per cento). Ma nessuno si può ritenere esente da questo rischio e da questa esperienza da cui è sempre più difficile uscire fuori. Tra coloro che non riescono a ritrovare un impiego da oltre dodici mesi, ci sono anche quelli che hanno un elevato livello di specializzazione (il 18 per cento).

La disoccupazione di lungo periodo sta colpendo soprattutto quei lavoratori maturi e quelle persone coinvolte dai processi di ristrutturazione che hanno attraversato un elevato numero di aziende. Fenomeni che hanno coinvolto i settori in declino e le figure la cui presenza tende a scendere sempre più all’interno degli organici aziendali.

I giovani in trappola. Ma non solo lavoratori maturi. Tra coloro che fanno molta fatica a trovare un impiego ci sono anche i giovani. Da soli, gli under 24, rappresentano un sesto dei disoccupati di lungo periodo. Gli autori del rapporto sottolineano come sia allarmante che in paesi severamente colpiti dalla crisi, la disoccupazione di lungo periodo sia divenuto un problema permanente per molti giovani.

Tra le nazioni con i più elevati tassi di disoccupazione di lungo termine tra i giovani, ci sono l’Italia, la Grecia, la Croazia e la Slovacchia. La situazione giovanile è migliore invece in Finlandia, Danimarca e Svezia, dove in ciascuno di questi paesi la quota della disoccupazione degli under 24 non supera il 10 per cento del totale dei senza lavoro.

Poca carriera e poca fiducia. Rimanere senza impiego per molto tempo può avere effetti negativi molto seri sulle prospettive professionali dei giovani e incrementare i rischi di esclusione sociale. Gli autori del rapporto della Fondazione Bertelsmann sottolineano come trascorrere un prolungato periodo senza alcun impiego non solo influisce negativamente in maniera molto decisa sulla qualità della vita e sul benessere psicologico di un giovane, ma anche minaccia in maniera significativa le possibilità di intraprendere percorsi professionali di qualità e salire lungo la scala gerarchica aziendale. Senza contare, per altro, la riduzione di fiducia nelle istituzioni che rischia di colpire intere classi generazionali.

La Repubblica 20 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2016/06/20/news/disoccupazione_lungo_periodo_giovani_europa-142421273/?ref=HRLV-6

Fondazione Bertelsmann

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/long-term-unemployment-in-the-eu/

 

I genitori sognano un figlio medico

E’ un mito che resiste alla crisi, alla disoccupazione giovanile e all’ondata di precariato che sta invadendo anche il settore sanitario: non c’è nulla da fare, i genitori sognano il figlio dottore. Il medico resta la professione più amata dalle famiglie italiane, che continuano a sperare nell’arrivo in casa di un camice bianco. E se con l’anatomia non c’è alcun feeling, resta la speranza del figlio imprenditore.

Quindi è in ospedale o in azienda che i genitori vedono il futuro della loro prole: il 22 per cento punta sul figlio dottore, il 20 sull’uomo d’industria. Molti sono attratti anche dal settore finanziario (13 per cento) e in diversi casi (7 per cento) – forse anche grazie alla sovraesposizione televisiva della professione – non dispiace nemmeno l’idea del figlio chef.

Speranze che i ragazzi condividono solo in parte: nella top ten delle professioni più amate dai figli, ai primi due posti, infatti, ci sono sì quella del dottore e dell’imprenditore (pur se in posizione inversa: 16 e 20 per cento), ma trovano spazio in graduatoria anche professioni considerate meno solide, ma più legate a passioni personali. Come quella dell’agente di viaggio (10 per cento), dello sportivo, dell’impiegato in una organizzazione benefica o addirittura del politico (ruoli desiderati dall’8 per cento dei ragazzi).

A stilare le due classifiche dei sogni è un’indagine di Linkedin, il maggior network professionale al mondo (259 milioni di iscritti di cui 5 in Italia), realizzata pochi giorni fa – con un sondaggio on line ….

Quanto ai ragazzi italiani, massacrati da una disoccupazione giovanile insostenibile (40,4 per cento) considerano che la possibilità di svolgere la professione dei sogni resti una delle cose più importanti della vita. Ne è convinto il 48 per cento del campione intervistato, la percentuale più alta fra i giovani europei

http://www.repubblica.it/economia/2013/11/17/news/i_genitori_spingono_per_avere_un_figlio_medico_i_giovani_inseguono_la_professione_dei_sogni-71214598/

Cinque anni fa il grande crac Lehman

Che fine ha fatto Richard Fuld? Sta bene, grazie. The Gorilla, così lo chiamavano per la sua aggressività. Dopo essere stato un simbolo dell’arroganza di Wall Street, cinque anni fa il chief executive di Lehman Brothers fu costretto a dichiarare bancarotta. Lunedì 15 settembre 2008 resta «una data segnata dall’infamia», come Roosevelt definì Pearl Harbor. Davvero una Pearl Harbor economica: cinque anni fa si mise in moto la concatenazione di catastrofi che hanno sprofondato l’America e l’Europa nella più grave crisi dopo la Grande Depressione. Se qualcuno pensa che Fuld abbia pagato personalmente, deve ricredersi. L’ex numero uno di Lehman continua a fare affari a Wall Street. A capo della sua società Matrix Advisors, guadagna laute commissioni dando agli investitori i suoi consigli sulle strategie per arricchirsi, e perfino sulla «gestione del rischio». Le scene dei dipendenti di Lehman che cinque anni fa uscivano mestamente dal palazzo della banca, con gli scatoloni di cartone in cui avevano messo in fretta e furia gli effetti personali, illustrano il destino dei bancari, non dei banchieri. In decine di migliaia persero il posto a Wall Street, ma i capi anche quando hanno dovuto lasciare il posto hanno avuto trattamenti di riguardo: super-liquidazioni coi «paracaduti d’oro» multi-milionari. C’è perfino chi ha guadagnato tanto dai crac finanziari. John Paulson, capo di uno hedge fund, ha comprato degli attivi di Lehman durante la procedura fallimentare, dai quali ha già ricavato un miliardo di dollari di profitti. Non è andata così per la stragrande maggioranza degli americani. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro, fa il bilancio definitivo di quella crisi: 8,8 milioni di posti di lavoro perduti, 19.200 miliardi di dollari di ricchezza delle famiglie distrutta. Un sondaggio Gallup dà la misura del trauma anche psicologico: la maggioranza degli americani sono convinti che un’Apocalisse finanziaria di quelle dimensioni può ripetersi e distruggere i loro risparmi prima che loro raggiungano l’età della pensione. Il magazine Time celebra il quinto anniversario con una copertina terribile: il Toro della Borsa è in festa, il titolo dice «Come Wall Street ha vinto», il sottotitolo è «cinque anni dopo il crac, tutto potrebbe succedere un’altra volta». Perfino il Wall Street Journal, giornale conservatore, dedica la sua attenzione ai perdenti. In prima pagina c’è una grande inchiesta sulla Lost Generation. Non solo in Europa, anche in America i ventenni sono una Generazione Perduta. Malgrado il tasso di disoccupazione giovanile sia solo un terzo o la metà rispetto ai paesi più colpiti dell’eurozona come Spagna Grecia e Italia, il Wall Street Journal osserva che i ventenni americani con un lavoro sono spesso confinati su «un binario di serie B, senza prospettive di carriera, e vedono sfumare per sempre la possibilità di avvicinarsi in futuro ai livelli di benessere dei genitori». Un’intera generazione, rivela l’inchiesta, «sta rinunciando o rinviando sine die tutti i riti dell’età adulta: il matrimonio, l’acquisto della casa, la nascita di un figlio». Per capire la copertina di Time, «come Wall Street ha vinto», bisogna risalire proprio al crac Lehman. Che sprofondò l’establishment in un terrore da «contagio sistemico». E fu seguito da una svolta repentina. Lo stesso ministro del Tesoro Hank Paulson (Amministrazione Bush) che aveva lasciato fallire la banca di Fuld, 24 ore dopo decise un salvataggio da 85 miliardi di dollari per il colosso assicurativo Aig. Nasceva così la dottrina «too big to fail»: ci sono colossi finanziari troppo grandi perché li si possa lasciare fallire (con il corollario del «too big to jail», nessun megabanchiere è finito in carcere). 600 miliardi finirono nel fondo Tarp per i salvataggi bancari. L’aspetto più pernicioso del «too big to fail», è l’incentivo implicito che offre ai banchieri perché ricomincino ad assumere rischi eccessivi. Tanto, se finisce male sarà il contribuente a pagare il conto. Dopo il Tarp, ebbe inizio l’èra segnata da uno straordinario protagonismo delle banche centrali, con l’esperimento estremo di politica monetaria condotto dalla regina fra loro: la Federal Reserve americana. Un esperimento fatto di massicci acquisti di bond sui mercati, per azzerare il costo del credito e inondare di liquidità l’economia. I rialzi poderosi delle Borse mondiali, Wall Street in testa, sono strettamente legati a questa terapia d’urto. Che potrebbe finire questo mercoledì, con l’atteso annuncio del ridimensionamento graduale degli acquisti della Fed. Quell’annuncio sancirebbe la conclusione ufficiale di un quinquennio drammatico. Ma riaprirà la battaglia sulle lezioni che bisogna imparare dalla crisi. L’appuntamento cruciale è la nomina del successore di Ben Bernanke alla guida della Fed. Le polemiche furiose — e inusuali — sui due candidati di Barack Obama, vanno al cuore del dibattito sulla crisi. Chi si oppone a Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, lo fa perché ricorda il suo ruolo nella deregulation finanziaria. Chi appoggia Janet Yellen non è mosso solo da «femminismo », ma vuole una donna che ha mostrato di non essere complice né succube dei grandi vincitori di questo quinquennio: i banchieri.

“Il grande crac Lehman non ha insegnato nulla”, di Federico Rampini

La Repubblica 15.09.13