L’allarme di Ft: «Oggi Amazon pratica prezzi bassi, che cosa farà in futuro?»

Spendendo un miliardo di dollari Amazon ne ha cancellati 14. Non soldi suoi, ma del settore in cui ha fatto il suo ingresso, quello della distribuzione dei farmaci. Con questo commento il Financial Times fa il punto sull’ultima acquisizione del dinamico e controverso gruppo delle consegne globali — Amazon — la creatura fondata 24 anni fa a Seattle dal visionario Jeff Bezos e valutata oggi in Borsa l’incredibile somma di 824 miliardi di dollari, grosso modo quanto il Pil annuale di un paese come l’Olanda.

La somma «sparita» di 14 miliardi di dollari equivale alle perdite in borsa subite dalle principali catene statunitensi di distribuzione di farmaci — Walgreens, Boots Alliance, Cvs Health, Express Scripts, Cardinal Health, McKesson e Amerisource -Bergen — dopo che il colosso di Seattle ha annunciato l’acquisizione di PillPack, una società di vendita online di specialità farmaceutiche. Già nel corso degli ultimi 12 mesi, ricorda il Financial Times, queste società avevano perso circa il 10% della loro capitalizzazione in seguito ai «rumours» di un possibile ingresso di Amazon nel settore.

Il mercato, secondo il giornale finanziario britannico non sta reagendo in modo esagerato. Infatti tutte le volte che Amazon ha provato a colonizzare nuovi segmenti della distribuzione l’impatto è stato fortissimo, come ad esempio nel caso di Wal Mart che ha visto ridurre drasticamente i suoi margini a causa della concorrenza del gigante di Seattle. E tuttavia i consumatori beneficiano delle riduzioni di prezzi che derivano dall’aumento della concorrenza il che va a merito di Amazon. Una società che nel 2017, grazie alle sue dimensioni colossali, è stata in grado di investire 34 miliardi di dollari in nuove piattaforme tecnologiche d’avanguardia, contenuti e servizio alla clientela. Nessuno è in grado di competere con una simile potenza di fuoco.

Ma che cosa accadrà una volta che Amazon avrà raso al suolo i principali competitor all’interno dei settori in cui opera, si chiede il quotidiano della City. Il rischio è che i consumatori, che oggi godono di tutti i vantaggi di prezzi più bassi nell’acquisto dei prodotti siano costretti in futuro a pagare di più. E senza neanche accorgersene o avere la possibilità di rivolgersi altrove.

Marco Sabella

Corriere della sera , 1 luglio 2018

https://www.corriere.it/economia/18_luglio_01/allarme-ft-oggi-amazon-pratica-prezzi-bassi-che-cosa-fara-futuro-7af76df2-7d1b-11e8-b995-fbeecea523fe.shtml

 

Sullo stesso tema:

https://www.corriere.it/economia/18_gennaio_19/amazon-rischio-monopolio-l-ipotesi-dividerla-due-6a91276a-fd18-11e7-b1af-dcddd5d25ebd.shtml

https://www.internazionale.it/notizie/robinson-meyer/2017/06/29/monopolio-amazon

https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/monopolista-monopsonista-amazon-caso-unico-al-mondo-leuropa-sta-guardare/

 

Sprechi: ogni anno buttiamo cibo per 12,6 miliardi

swfLa nuova parola d’ordine è raccolta in uno slogan: più prevenzione, meno rifiuti. Lo spreco alimentare in Italia resta un grande scandalo, anche morale («È come rubare il cibo ai poveri» ha detto Papa Francesco), ma per combatterlo davvero non bastano più le denunce, diventate perfino autoreferenziali, ma servono nuove iniziative, molto concrete. In tre direzioni.
In primo luogo, bisogna riconoscere che lo spreco di cibo, specie nelle case, sta diminuendo. I dati più attendibili sul piano scientifico, messi in fila dal Politecnico di Milano, in occasione della giornata, ieri, contro lo spreco alimentare, parlano di un valore annuale pari a 12,6 miliardi di euro, dei quali più della metà riguardano consumi e stili di vita domestici. Dalla spesa eccessiva che finisce nell’immondizia agli avanzi nel frigorifero che non riusciamo a riutilizzare e infiliamo nel secchio della spazzatura. Nell’ordine, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, si tratta di frutta, insalata, verdura e pane. Ma anche carne, formaggi e salumi.
IL SONDAGGIO 
Allo stesso tempo la Coldiretti, attraverso un sondaggio capillare in tutto il Paese, ci informa che già sei famiglie su dieci, nell’ultimo anno, hanno ridotto gli sprechi alimentari, anche per effetto della Grande Crisi che sta modificando in modo radicale i nostri stili di vita. Il passo successivo, per moltiplicare il taglio degli sprechi alimentari, riguarda la diminuzione dei rifiuti. Meno imballaggi, meno contenitori, meno carte (pensate in quanti fogli e buste viene incartato un etto di mortadella). Soltanto a Roma, per fare un esempio, si producono 689 chilogrammi di rifiuti all’anno pro-capite, quasi due chili al giorno. A Berlino, per restare al club delle capitali europee, sono 442, a Madrid 377, e tornando in Italia, senza confrontare l’immondizia dei romani con quella dei virtuosi altoatesini, già a Bari la spazzatura pro-capite non supera i 584 chili all’anno. Differenze così marcate aiutano a capire quanti margini ci sono per ridurre i rifiuti, a partire da quelli di provenienza alimentare, e quindi lo spreco. Con il doppio effetto positivo sia sull’economia in generale sia sulla catena dello smaltimento che, proprio a Roma, fa acqua da tutte le parti.
Il secondo ambito di interventi, collegato al primo, riguarda la possibilità di premiare i cittadini, non chiamiamoli virtuosi ma semplicemente forniti di un buon senso civico. Una campagna all’insegna del titolo Basta rifiuti e sprechi, che dovrebbe partire nelle scuole per poi allargarsi nei quartieri, non può non prevedere un principio di buona amministrazione: chi sporca meno, paga meno. Sul sito Non sprecare.it stiamo raccogliendo l’elenco dei comuni dove già esistono riduzioni di imposte sui rifiuti, bonus per la spesa e per la benzina, e perfino sconti sulle bollette energetiche, per le famiglie che producono meno immondizia e la smaltiscono correttamente. Purtroppo, sono delibere di amministrazioni concentrate nelle regioni del Nord, dall’Alto Adige al Veneto, e del Centro, dall’Emilia alla Toscana. Questa, invece, deve diventare una prassi nazionale che trasformerebbe la lotta allo spreco anche in un’opportunità di risparmi.
LA RETE 
Infine, e siamo al terzo tassello, va ampliata e sostenuta, dal basso, la rete del volontariato, anche questa già solida, che lavora per recuperare il cibo altrimenti sprecato e donarlo alle associazioni caritatevoli. Per dare un’idea delle potenzialità di questa rete, citiamo il caso dell’associazione più efficace e più attiva nel settore, il Banco Alimentare che coinvolge, nel recupero e poi nella donazione del cibo, quasi mille aziende, 820 punti vendita e 366 mense (208 scolastiche). In Italia ci sono diverse realtà più piccole, ma altrettanto utili, rispetto al Banco Alimentare: si tratta, anche qui, di moltiplicarle, partendo dal territorio e dai singoli quartieri. Tra l’altro, ci siamo anche dotati, finalmente, di una legge che favorisce le donazioni come deterrente allo spreco alimentare, anche se non abbiamo avuto il coraggio di fare come in Francia. Qui, ricordiamolo, i punti vendita della grande distribuzione, con superfici superiori ai 400 metri quadrati, hanno l’obbligo, non la facoltà, di non sprecare i prodotti invenduti e di metterli a disposizione della rete delle associazioni. Se non lo fanno, rischiano multe salatissime.
Anche in Danimarca, il paese europeo che ha ottenuto i migliori risultati nella lotta allo spreco alimentare grazie alla campagna capillare Stop Wasting Food, il recupero del cibo parte dall’educazione nelle scuole, passa per i punti vendita della grande distribuzione, e sbarca nelle case dei cittadini. Dove vanno di moda le ricette dei grandi chef danesi che, a differenza di quelli italiani abilissimi a truccarsi da guru e filosofi televisivi del nulla, hanno firmato, con senso pratico e con un briciolo di salutare responsabilità, le loro ricette d’autore, ispirate alla cucina degli avanzi.

Antonio Galdo
Il Messaggero 6 febbraio 2017
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Se dici schiavitù pensi al passato, invece è ancora presente

aschiaIl termine «schiavitù» evoca immagini del passato, dalla rivolta di Spartaco alla guerra di secessione americana, come se quell’offesa alla dignità umana – così radicale, così inammissibile – fosse ormai un capitolo chiuso, definitivamente sepolto da un processo di maturazione etica ormai diventato senso comune anche all’interno di diverse tradizioni culturali e religiose. Ma è davvero così? È legittimo relegare la schiavitù nel museo dei più orrendi crimini contro l’umanità, come un tema da rievocare soltanto come monito e come motivo di autocompiacimento per il trionfo del progresso? Ebbene, le cose non stanno proprio in questi termini. In realtà la compravendita di esseri umani non è finita nel XIX secolo.
Le donne yazidi catturate dallo Stato islamico sono state comprate e vendute, e lo stesso è probabilmente avvenuto con le giovani sequestrate in Nigeria da Boko Haram. In Africa, come denunciano ong internazionali e coraggiosi attivisti locali, esistono ancora residui di una schiavitù antica. Pensiamo alla Mauritania, dove la schiavitù è stata abolita legalmente solo nel 1981 e criminalizzata ancora più recentemente nel 2007, ma dove si calcola che il 17 per cento della popolazione – gli haratin, discendenti da africani neri – vivano in condizioni di schiavitù ereditaria trasmessa per via matrilineare, soggetti ai beydanes, mauritani berbero-arabi. Una schiavitù che si traduce in veri e propri diritti di proprietà anche se non comporta un palese mercato di compraven-dita, e che viene mantenuta – in presenza di una sostanziale passività degli organismi governativi – dal riferimento all’islam (gli abolizionisti locali vengono accusati di essere apostati e «agenti di Stati Uniti e Israele»). Pesano anche realtà sociali che rendono difficile spezzare i tradizionali rapporti di dipendenza, tanto che gli schiavi liberati spesso rimangono volontariamente in un rapporto con i precedenti padroni simile a quello dei liberti nella tradizione romana. In alcune zone rurali dell’Africa occidentale permane tuttora una peculiare forma di schiavitù, il trokosi, sulla cui base giovani donne vengono forzosamente tenute, per punire le colpe delle rispettive famiglie, in condizioni di «mogli degli dei», prigioniere di preti di culti tradizionali che le usano come serve e, in sostituzione degli dei di cui si qualificano come rappresentanti, concubine.
Sono orrori reali, che meritano di essere combattuti senza remore, e soprattutto senza un perverso riguardo a tradizioni che non meritano certo rispetto, ma che sono fortunatamente in ritirata grazie soprattutto alla lotta che viene condotta, più che da governi spesso dittatoriali e culturalmente reazionari, dalla società civile dei paesi interessati.
Schiavitù non è ogni sfruttamento – nel senso della presenza di condizioni inique rese possibili da un dislivello economico- sociale fra i contraenti di un rapporto di lavoro – ma uno sfruttamento basato non sul semplice squilibrio di potere contrattuale, bensì sull’inesistenza del potere stesso, sulla mancanza totale di libertà e di possibilità di autodeterminazione di un soggetto. Siamo qui di fronte alla più estrema fra le violazioni dell’etica: la trasformazione di un soggetto in oggetto, con l’inversione del principio kantiano secondo cui l’essere umano deve essere trattato «sempre anche come fine, mai solo come mezzo». Esiste certamente un continuum fra sfruttamento e schiavitù, ma non è né legittimo né utile eguagliare i punti estremi di questo continuum, che rivela numerose fasi intermedie.
Il discorso si fa in ogni caso molto più grave e inquietante quando ci spostiamo dalla schiavitù «tradizionale» e dai suoi residui alla schiavitù contemporanea. Una schiavitù che non si sviluppa solo in aree arretrate ma che convive benissimo con il nostro mondo, anzi è ad esso pienamente integrato e funziona sulla base di connivenze – nostre connivenze – nemmeno troppo occulte.
Nel mondo contemporaneo, il mondo della globalizzazione, la schiavitù si articola lungo tutta una serie di modalità e fattispecie tutt’altro che misteriose, ma su cui non ci fa comodo soffermarci in quanto ci chiamano in causa non solo configurando una colpa di omissione, ma perché spesso risultiamo essere «utilizzatori finali» di beni e servizi che vengono prodotti da esseri umani in condizioni di sfruttamento schiavistico.
Un’inchiesta del Guardian ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulle condizioni in cui in Qatar si stanno realizzando i preparativi per la Coppa mondiale di calcio che si terrà nel 2022.
Non si tratta certo di una novità per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori immigrati (attualmente 1,2 milioni su una popolazione di soli 2,2 milioni) impiegati negli ultimi anni nel vertiginoso sviluppo edilizio del Qatar. Lavoratori che, come ripetutamente denunciato da varie ong, lavorano continuativamente per oltre otto ore in cantieri dove la temperatura arriva ai 50 gradi centigradi, spesso con un accesso limitato all’acqua. Le conseguenze sono spesso mortali: nell’estate del 2013 si sono registrati 44 decessi di lavoratori nepalesi. Ma come si fa a dire che siamo di fronte a una forma contemporanea di schiavitù e non a un semplice, seppure estremo, sfruttamento? Un dato risulta a questo proposito centrale: il sequestro dei passaporti da parte dei datori di lavoro, che rende i lavoratori immigrati prigionieri di fatto, tanto è vero che si sono ripetutamente registrati casi di richiesta di asilo nelle rispettive ambasciate di lavoratori (nepalesi, filippini, indonesiani) che chiedono protezione e rimpatrio.
Esiste poi una nostra responsabilità, indiretta ma non troppo, rispetto a situazioni esistenti al di là dei nostri confini. In molte parti del mondo meno sviluppato il lavoro si svolge in condizioni che possono essere definite soltanto come schiavistiche, mentre i prodotti di quel sistema schiavistico entrano nella rete di scambi che caratterizza l’economia globale, arrivando a noi come consumatori. Un caso concreto è recentemente emerso grazie a un’inchiesta giornalistica dell’Associated Press, che ha ottenuto per questo un premio Pulitzer: si tratta dell’industria della pesca di molluschi nel Sud-Est asiatico, attività nella quale sono impiegati da parte di industrie indonesiane e thailandesi soprattutto pescatori provenienti dal Myanmar, ingannati con contratti fraudolenti, malpagati o non pagati, sottoposti a condizioni di prigionia e lavoro forzato. Grazie all’inchiesta dell’Ap è risultato evidente che il prodotto di quei lavoratori schiavi viene acquistato soprattutto da parte di grandi catene di distribuzione e finisce sulle tavole dei consumatori occidentali, in particolare americani.
Non manca nella nostra legislazione penale lo strumento per un’efficace repressione. Si tratta dell’articolo 600 del codice penale (nella versione del suo aggiornamento del 2003). Un testo che appare sufficientemente chiaro ma che andrebbe forse inasprito, data la gravità del crimine. Si discute molto, nel nostro paese e altrove, sulla pena dell’ergastolo. Diciamo che finché questa pena sarà prevista gli schiavisti dovrebbero esserne legittimi destinatari.

Roberto Toscano
La Repubblica, 22 luglio 2016

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/

Catene di produzione del valore

…… Qualsiasi bene o servizio un’impresa produca, è ormai raro che se lo produca per intero da sola. La maggior parte dei componenti arriva da altre imprese. Innumeri prodotti, dai gamberetti alle camicie, percorrono migliaia di chilometri in aereo o per nave prima di arrivare nei nostri negozi. Un piccolo elettrodomestico da cinquanta euro, assemblato da ultimo da una casa italiana per essere venduto nei supermercati, capita sia costituito di un centinaio di pezzi provenienti da dieci paesi diversi. In tali complicatissime “catene di produzione del valore” come sono chiamate, interamente fondate sull’informatica, può avvenire di tutto. Che un componente ritardi; che non sia quello giusto; sia guasto; abbia cambiato di prezzo rispetto al contratto; richieda macchinari non previsti per essere rifinito o assemblato; ecc. Tutti questi inconvenienti incidono ovviamente sulla produttività dell’impresa finale. E non sono l’ultimo motivo per cui la produttività del lavoro aumenta annualmente dello zero virgola nelle imprese italiane. …..
Estratto da:
Quei lavoratori poveri
Luciano Gallino

18/11/2014

Repubblica
http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/quei-lavoratori-poveri.flc

La ricchezza e la percezione della ricchezza

images[9]Se parlate di soldi e di reddito con un americano, la sensazione che riceverete sarà di avere a che fare con una persona ricca. Viceversa, se un americano parlasse con un italiano, un tedesco o un francese avrebbe la percezione che il suo interlocutore sia precipitato nella fascia di povertà. Sono solo sensazioni, però. Perché in realtà gli europei sono in media più ricchi di quanto credono di essere. Viceversa, dall’altra parte dell’Atlantico è ancora così forte il «sogno americano» da collocare il proprio reddito in una fascia più alta rispetto a quella effettiva. I risultati di una ricerca dell’istituto tedesco Iw evidenziano questa diversità di atteggiamento nei confronti dell’ineguaglianza reale e percepita, arrivando a concludere che è la ricchezza (o la povertà) percepita, non quella reale, a influire sulle scelte politiche dei cittadini.
Sottolinea Judith Niehues, l’autrice dello studio, che il tema è cruciale in un periodo in cui la redistribuzione delle ricchezze attraverso la leva fiscale («patrimoniale sì, patrimoniale no») è presente nel dibattito politico dei Paesi occidentali. Dall’esplosione della crisi finanziaria sono nati movimenti come «Noi siamo il 99%» – per distinguersi dall’1% che possiede più della metà della ricchezza mondiale – e sono venuti alla luce studi innovativi (sia pure contestati) come quello dell’economista francese Thomas Piketty sulla concentrazione della ricchezza nelle mani dei più ricchi.
Ma in realtà, spiega lo studio di Iw, le posizioni dei cittadini in materia di ineguaglianza economica non sarebbero fondate su dati reali ma sulla percezione di essa. Per esempio Germania, Francia e Svizzera sono molto simili nella distribuzione del reddito ma i loro cittadini ne hanno percezioni totalmente diverse, e questo spiegherebbe gli orientamenti politici diversi in tema di eguaglianza e redistribuzione.
In questo studio, gli italiani sembrano vedere il bicchiere mezzo vuoto: per il 73% circa il Paese è come una piramide (i più pessimisti come una colonna) con al vertice pochi ricchi, al centro una classe media più o meno piccola e una base molto larga di persone povere.
In Germania, Spagna, Francia la percezione è meno accentuata ma segue un andamento simile. Anche in Usa il 56% della popolazione descrive l’America in questi termini. Ma qual è la realtà? In Germania e in Francia più che a una piramide la distribuzione della ricchezza somiglia a una botte rigonfia al centro, cioè con un’ampia classe media. Gli Usa invece si percepiscono come una società più uniforme (una specie di torta a più strati) ma in realtà assomigliano a una colonna con una base (i poveri) molto larga.
Anche gli standard di vita influirebbero sulle preferenze politiche in materia di redistribuzione: Ungheria e Slovenia per esempio, hanno bassi livelli di disuguaglianza ma si percepiscono come fortemente diseguali, forse retaggio del loro passato comunista, è la tesi dell’Iw. Analogamente la percezione di maggiore ricchezza spiegherebbe perché la spinta per un welfare state più incisivo sia debole negli Stati Uniti.
Fabrizio Massaro – Corriere della Sera – 19 agosto 2014

Le famiglie non spendono

sottocostPer i tanti che sono stati abituati a considerare l’inflazione come un mostro, cambiar passo e mettere nel mirino la deflazione equivale ad operare su di sé una torsione per imparare a guardare da un’altra parte. Eppure gli ultimi dati sull’andamento dei prezzi ci dicono che è un’operazione che dobbiamo fare e purtroppo non per una breve stagione. Immergendoci in questo nuovo scenario non possiamo però dimenticare quello che dice la Bce ovvero che nell’Eurozona non esiste un vero problema-deflazione perché i prezzi scendono per la gran parte a causa dell’effetto combinato di basso costo del petrolio e euro forte. In Italia comunque non ci vuole un genio per cogliere un’altrettanta evidente correlazione tra bassa inflazione e consumi al lumicino. La stagione estiva non promette grandi cose, il periodo di ferie si va concentrando sempre di più attorno alle due settimane centrali di agosto e la spesa media dei vacanzieri tende pericolosamente verso il basso, con soggiorni che diventano più brevi. Si va diffondendo anche una forma di turismo pendolare con gli autobus che prendono al mattino i bagnanti in città, li scaricano sulle spiagge e li riprendono appena dopo il tramonto. Non dimentichiamo poi che luglio – il mese delle rilevazioni Istat rese note ieri – è stato condizionato dal cattivo tempo che ha ulteriormente amplificato tutti i fenomeni di cui sopra.

La verità è che la tendenza a rinviare gli acquisti dei beni durevoli sembra non aver cambiato verso nonostante gli 80 euro in busta paga. Lo straordinario successo del car sharing nelle grandi città indica anche un mutamento culturale di medio periodo che sarebbe un errore sottovalutare e che promette di andare al di là delle sole autovetture, la cultura della condivisione ci sorprenderà. Intanto gli armadi degli italiani restano pieni («Siamo legati agli oggetti, non buttiamo mai niente» sottolinea il sociologo dei consumi Italo Piccoli) e il ricambio avviene con il contagocce. Lo stesso vale quantomeno per gli elettrodomestici e per l’arredo. Nella grande distribuzione, e non solo, intanto si intensificano le promozioni. In provincia ci sono persino negozi che si chiamano «Sottocosto», Carrefour ha lanciato una campagna-sconti a sensazione legata alle partite dell’Italia durante i Mondiali di calcio e Ikea ha promesso sconti per il 40% ma secondo il professor Piccoli i risultati non sempre sono all’altezza dell’impegno profuso. I volumi venduti per ripagare i tagli di prezzo devono crescere almeno del 20%. «Il consumatore ha imparato a fare zapping tra le varie promozioni e ha cominciato ad essere sospettoso. Se un giorno trova che un pacchetto di caffè costa 3 euro e poi lo vede in promozione a 1,90 perde completamente la percezione del valore di quel prodotto. Il risultato è che compra di meno e che non è più disposto ad acquistare a prezzo pieno». Un boomerang per le aziende produttrici.

Il rinvio degli acquisti è anche legato a considerazioni più di fondo. Secondo l’economista Fausto Panunzi bisogna sempre ricordarsi che sono cambiate profondamente le aspettative, «nelle famiglie si trepida per la disoccupazione dei figli o per il rischio che il padre a 50 anni venga tagliato e licenziato dall’azienda in cui lavora» e di conseguenza si è portati a risparmiare quasi compulsivamente, a comprare solo lo stretto necessario. E non c’è promozione che tenga nei confronti di un mood così negativo. Che settembre avremo, allora, se l’orientamento dei consumatori rimane lo stesso? Gli 80 euro ci saranno ancora ma Piccoli crede che non sarebbe sensato da parte del governo lanciare campagne pro-consumi: «Anche gli spot che Berlusconi fece a suo tempo alla fine non portarono a nulla di significativo».

Dario di Vico

I consumi immobili di un Paese in attesa

Corriere della sera 14 agosto 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_13/perimetro-sovranita-c435c4f8-22a9-11e4-9eb4-50fb62fb3913.shtml

In 5 anni la spesa media mensile degli italiani è calata di 126 euro

Continuano ad aumentare le famiglie che hanno ridotto la qualità o la quantità del cibo acquistato fino a raggiungere il 65% nel 2013 dal 62,3% del 2012. Lo rileva l’Istat. La spesa alimentare resta sostanzialmente stabile (passa da 468 euro a 461), nonostante la «diminuzione significativa» di quella per la carne (-3,2%). La quota della spesa destinata a cibo e bevande aumenta dal 19,4% del 2012 al 19,5% del 2013 a causa della diminuzione dei consumi non alimentari. Sono sempre di più le famiglie che scelgono l’hard discount per l’acquisto di generi alimentari (passano dal 10,5% del 2011 al 12,3% del 2012 fino al 14,4% nel 2013), a scapito prevalentemente di supermercati, ipermercati e negozi tradizionali.

In 5 anni spesa mensile giù di 126 euro

Nel 2013 la spesa media mensile per famiglia è pari a 2.359 euro, in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente, dice ancora l’Istat sottolineando che la spesa è diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era all’1,2%). Sono i livelli di spesa più bassi da dieci anni, nel 2004 la spesa media era di 2.381 euro. In 5 anni, ossia dal 2008 al 2013, la spesa media delle famiglie è calata di 126 euro, commenta il Codacons, passando da 2.485 euro a 2.359 euro. Metà delle famiglie italiane spende comunque meno di 1.989 euro al mese nel 2013. L’Istat calcola che il valore mediano della spesa mensile è in calo in un anno del 4,3% e di nuovo sotto la soglia dei 2 mila euro (nel 2012 era pari a 2.078 euro)

 

Calano spese per abbigliamento e cultura

A diminuire è soprattutto la spesa non alimentare che risulta «significativamente in calo rispetto al 2012» (-2,7%) e si attesta su 1.898 euro mensili. Continuano a calare in particolare le spese per abbigliamento e calzature (-8,9%), quelle per tempo libero e cultura (-5,6%) e quelle per comunicazioni (-3,5%). Il Trentino-Alto Adige è la regione con la spesa media mensile più elevata, 2.968 euro, di quasi 1.400 superiore a quella della Sicilia, che si conferma ultima con una spesa di 1.580 euro.

Cia: «Si spende più per benzina che per cibo»

«La quota di spesa per alimentari e bevande, nonostante sia cresciuta nel corso dell’anno stabilizzandosi al 19,5 per cento, resta comunque inferiore ai livelli pre-crisi – sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori – quando occupava un quarto della spesa complessiva delle famiglie. Inoltre, le bollette record di luce e gas e il pieno di benzina più caro d’Europa hanno costretto i consumatori a togliere soldi da beni primari come carne, pasta, pane e latte e destinarli altrove. Con la conseguenza che nel 2013 ogni famiglia italiana ha speso più per combustibili, elettricità e trasporti (474 euro al mese) che per il cibo (461 euro al mese)».

http://www.corriere.it/economia/14_luglio_08/consumi-65percento-famiglie-ha-ridotto-quantita-o-qualita-cibo-22b725f2-068b-11e4-addf-a4fb93907d37.shtml

La mappa del reddito in Italia

mappComune per comune, ecco la mappa del reddito dei cittadini italiani: a realizzarla, elaborando i dati del ministero dell’Economia, Franco Morelli, 40 anni, di Ravenna, ingegnere informatico di professione e «civic hacker» per passione. «Per me lavorare incomprensibili elenchi di cifre e riuscire a trasformarli in indicazioni semplici e chiare a tutti è un buon modo per aiutare le persone a informarsi – racconta Morelli, che ha pubblicato la mappa sul suo blog «Opendatabassaromagna» -. L’interesse per gli open data è nato per aiutare il mio territorio, la Bassa Romagna, che comprende alcuni comuni in provincia di Ravenna, ma a volte mi capita di dedicarmi anche a progetti che provano a raccontare meglio il Paese, come in questo caso».

Per realizzare la mappa Morelli è partito dal data set che raccoglie le denunce dei redditi Irpef del 2012, da poco disponibile in formato open data: si tratta del reddito dichiarato, sia da lavoro autonomo che dipendente, e i risultati non tengono conto dell’evasione fiscale. In rosso si possono vedere i comuni dove il reddito è più basso della media nazionale, che è di circa 20mila euro lordi l’anno, mentre in verde sono evidenziati quelli superiori alla media. Inevitabile notare la differenza tra Nord e Sud Italia, le oasi verdi dei grandi capoluoghi come Milano e Roma, oltre a quelle dei comuni più vicini alle località turistiche. I primi cinque comuni super-ricchi sono Basiglio, con più di 48 mila euro l’anno, seguita da Campione d’Italia, che si ferma a 40mila, poi Cusago, Torre d’Isola, tutti in Lombardia, e al quinto posto Pino Torinese, in Piemonte.

Ma non è finita qui: Morelli ha poi creato un secondo grafico, applicando ai dati il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, una misura che consente di vedere com’è distribuita la ricchezza. «Se l’indice è zero, allora la ricchezza è distribuita in egual misura tra tutte le persone, più invece il coefficiente è vicino a uno, più sarà più facile trovare una disuguaglianza – spiega Morelli -. Ho creato un grafico di dispersione, così sono riuscito a individuare quali sono i luoghi dove la disparità è più evidente».

Secondo lo studio dell’Ocse «Gini-Growing inequality impact», l’Italia è tra i Paesi che più registrano diseguaglianze di reddito, in Europa seconda sola a Regno Unito.

Il nostro indice è pari allo 0,34, vale a dire che tra due cittadini italiani c’è in media una distanza di reddito disponibile pari al 34 per cento del reddito medio nazionale. Tra i comuni detiene il record di disparità Dambel, comune in provincia di Trento con 500 abitanti, dove la ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi. Scegliendo sul grafico pubblicato da Morelli una regione, si possono vedere quali sono i comuni dove l’indice è più vicino all’uno che allo zero: in provincia di Torino, ad esempio, spiccano per disparità Sauze d’Oulx e Claviere……

http://www.lastampa.it/2014/04/30/economia/ecco-la-mappa-del-reddito-italiano-i-pi-ricchi-vivono-a-milano-e-roma-BqfB9RFwoZAQHAuNKrGjBO/pagina.html

L’indice della disparità

Fino a pochi anni fa il coefficiente di Gini era un indicatore usato soprattutto per mostrare le disuguaglianze nei Paesi del Sud America, come Cile e Brasile. Dopo la crisi economica e finanziaria cominciata nel 2007, però, viene usato sempre più spesso come termometro del malessere sociale e dell’impoverimento della classe media dei Paesi avanzati. Il Nobel Joseph Stiglitz ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia (e un libro) per denunciare le disparità crescenti negli Stati Uniti. ….

 Non solo il coefficiente di Gini in Italia è sopra la media Ue, ma dal 2008 in poi è tornato a crescere e oggi risulta più alto dei grandi Paesi vicini con cui siamo soliti confrontarci, come Francia e Germania. Senza parlare della distanza notevole che ci separa dai Paesi scandinavi, che sono invece i più egualitari del pianeta.

Ma come funziona esattamente? Il coefficiente deve il suo nome allo statistico italiano Corrado Gini che lo introdusse per misurare la disuguaglianza di una distribuzione, quindi anche la concentrazione del reddito e della ricchezza. È una scala che va da 0 a 1. Zero significa che non ci sono disparità e tutti sono uguali; 1 indica che una sola persona prende tutto, perciò la disuguaglianza è massima. Talvolta (guarda il grafico) si preferisce usare la scala da 0 a 100, ma la sostanza non cambia.

 In Italia il coefficiente di Gini nel 2011, secondo gli ultimi dati pubblicati a metà febbraio da Eurostat, era pari a 31,9, oltre un punto percentuale il valore della media dei 27 Paesi Ue (30,7). In Germania era pari a 29, in Francia a 30,8. Ma osservando la serie degli ultimi dieci anni si scopre come la crisi economica e finanziaria, portando alta disoccupazione e pesanti misure di austerità, abbia influito anche nella distribuzione del reddito e rappresentato un’inversione di tendenza. Dal 2004, quando l’indice italiano segna un valore del 33,2, il coefficiente di Gini diminuisce progressivamente, anno dopo anno, fino al 2008, quando scende fino a quota 31. Poi dal 2009, in piena crisi, invece torna a crescere.

La tendenza è ancora più impressionante in Francia, che allo scoppio della crisi, nel 2007 presenta un coefficiente di Gini pari a 26,6. L’anno dopo l’indicatore balza a 29,9 per poi crescere fino a 30,8 nel 2011.

Anche la Germania, che con il suo «socialismo di mercato» è sempre stata considerata tra i Paesi più attenti alla distribuzione del reddito nell’Europa continentale, paga pegno. Il trend tedesco però ha tempi sfasati con il resto d’Europa. L’annus horribilis è il 2007, quando il suo coefficiente di Gini raggiunge quota 30,4 (era 26,1 nel 2005). Ma torna a scendere anno dopo anno, anche se nel 2011 resta a 29.

Stanno peggio i Paesi più colpiti dalla crisi, come Spagna (34), Portogallo (34,2) e Grecia (33,6), ma già partivano da disuguaglianze più marcate. Come il Regno Unito, ad esempio, che nonostante la crisi oggi presenta un po’ meno disuguaglianze del 2002. I Paesi più egualitari si confermano Svezia (24,4) e Finlandia (25,8), mentre la Norvegia (che non fa parte della Ue) fa ancora meglio (22,9). Ma gli ultimi anni di crisi hanno segnato un peggioramento della distribuzione del reddito anche a Stoccolma, che peggiora di oltre due punti rispetto al valori del 2002. Un caso a parte è la Lettonia, la piccola repubblica baltica che nei giorni scorsi ha chiesto di entrare nell’Eurozona, nel 2006 aveva il più alto coefficiente di Gini in Europa, pari a 39,2. Nel 2011, a dispetto della crisi, è riuscita a scendere a 35.4.

E il resto del mondo? Il record della disuguaglianza, secondo le statistiche più aggiornate della Banca mondiale e dall’Ocse, spetta a Paesi come il Sud Africa che, dopo l’abolizione dell’apartheid, presenta un coefficienti di Gini di oltre 60 punti. O il Brasile che, nonostante le politiche di Lula, ha ancora molta strada da fare visto che il suo indicatore è superiore a 50 punti. O la Nigeria. La cosa più sorprendente, però, è che gli avanzati e tecnologici Stati Uniti hanno un coefficiente di Gini oltre lo 0,4, in aumento e sempre più vicino a quello cinese (0,47 per il 2012 secondo Pechino).

http://www.corriere.it/economia/13_marzo_11/italia-regina-europea-delle-diseguaglianze-cosi-la-crisi-ha-impoverito-la-classe-media-giuliana-ferraino_6ce2bd86-8a0d-11e2-8bbd-a922148077c6.shtml

Un video sul coefficente di Gini