Gli italiani non si accorgono della ripresa

 La crescita dell’economia si consolida, ma la soddisfazione del governo non trova uguale riscontro nelle famiglie. Che spesso non si accorgono di questa ripresa. Perché? Una prima risposta è che essa è piccolina, intorno all’1,5% quest’anno, forse un po’ meno nel 2018. Lontana, per pio, dalla crescita del 2,1% prevista dall’Ocse per l’area euro o dal 2,2% stimato per la Germania. Inoltre, da noi la recessione è stata più lunga e duratura. Tanto che il Pil in Italia è ancora di circa 6 punti inferiore a quello del 2007. E se il Pil pro capite era di 28.700 euro dieci anni fa, nel 2016 è stato di 25.900 euro. Ogni italiano deve insomma recuperare ancora 2.800 euro per tornare ai livelli pre crisi, sottolinea il centro studi Impresa Lavoro. È vero, nel 2016 c’è stato un miglioramento (che continua anche quest’anno) rispetto ai 25.600 euro di Pil pro capite del 2015, ma si tratta di 300 euro: in media 25 euro al mese a testa, «che non cambiano certo la vita delle persone», osserva Enrico Giovannini, ordinario di Statistica economica all’Università Tor Vergata e portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.

Giovannini, già presidente dell’Istat e poi ministro del Lavoro, ha introdotto in Italia gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile, che hanno proprio lo scopo di andare oltre il parametro del Pil per rappresentare lo stato di salute di un’economia. Nel Def dello scorso aprile il governo ha per la prima volta inserito un allegato con quattro indicatori del Bes (su un totale di dodici) messi a punto da una commissione di esperti cui ha partecipato lo stesso Giovannini. Ci sono il reddito medio disponibile pro capite, l’indice di diseguaglianza, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, le emissioni di CO2 e altri gas inquinanti. Entro febbraio di ogni anno il governo dovrà presentare una relazione al Parlamento sull’impatto delle politiche di bilancio sugli indicatori del Bes. Il reddito medio disponibile pro capite «aggiustato», ovvero inclusivo del valore dei servizi in natura forniti dalle istituzioni pubbliche e senza fini di lucro, era nel 2016 di 21.725 euro, meglio del 2015 (e il miglioramento continua nel 2017) ma ancora sotto i 22.154 euro del 2008. Del resto, anche il livello dei consumi delle famiglie, sebbene in ripresa (+ 1,3% nel primo trimestre dell’anno), è ancora di oltre 3 punti inferiore a quello del 2007. Nel frattempo le persone in condizioni di povertà assoluta sono raddoppiate, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016. E così il tasso di disoccupazione, passato dal 5,7% dell’aprile 2007 all’11,3% del luglio scorso, in pratica da circa 1,5 milioni a 3 milioni di persone in cerca di un lavoro.
È vero, gli occupati sono tornati ai livelli pre crisi, con circa 23 milioni di persone che lavorano. Ma in termini di Ula, cioè Unità di lavoro a tempo pieno, mancano 1 milione di unità, sottolinea ancora Giovannini. Questo significa, tra l’altro, che è aumentata l’incidenza del lavoro a tempo parziale (dal 14 al 19% degli occupati), mentre, come confermano i dati di ieri dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, meno di un’assunzione su quattro (il 24,2%) di quelle effettuate nei primi sette mesi di quest’anno è stata a tempo indeterminato, contro il 38,8% dello stesso periodo del 2015, l’anno della decontribuzione. Esaurita la quale, i contratti precari sono tornati a farla da padrone. E le retribuzioni lorde di fatto restano al palo: perdono nel secondo trimestre del 2017 lo 0,3% rispetto a un anno prima.
La ripresina è stata trainata dalle esportazioni più che dalla domanda interna. Ne hanno beneficiato soprattutto le aziende che producono per l’estero, che hanno goduto anche del petrolio a buon mercato, dei tassi d’interesse ai minimi e del taglio di Ires e Irap. La pressione fiscale azionata dallo Stato è leggermente scesa anche per le famiglie, soprattutto per i lavoratori dipendenti tra 8 e 26 mila euro di reddito, grazie al bonus da 80 euro. Ma il beneficio è stato spesso compensato dalla corsa delle tasse locali. Insomma, nonostante il peggio sia alle spalle, non c’è da scialacquare.

 

Enrico Marro

Corriere della sera, 22 settembre 2017

http://www.corriere.it/economia/17_settembre_21/ma-italiani-non-si-accorgonodella-ripresa-616979f2-9f04-11e7-8e38-5c41d07827be.shtml

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Sulla terra ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. Lo dice la Banca Mondiale

 
poorUn mondo che si dimostra ancora capace di lasciarsi alle spalle miseria e disuguaglianze. Per chi temeva che la Grande Crisi del 2008 avrebbe fatto precipitare all’indietro i più deboli e inasprito le distanze sociali, il rapporto “Povertà e prosperità condivisa” presentato dalla Banca Mondiale è pieno di buone notizie, che hanno sorpreso anche chi l’ha scritto: ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. E, contemporaneamente, gli squilibri sociali si sono ridotti sia fra i paesi, sia all’interno dei singoli paesi. Almeno a guardare le cose un po’ da lontano, a volo d’uccello: l’avvio della globalizzazione, negli anni ’90, aveva segnato un brusco aumento dell’ineguaglianza nel mondo e oggi questo trend si è invertito. Un numero sempre maggiore di persone si avvicina alle classi medie. Ma la tendenza è diffusa, non generalizzata e in parecchi paesi, compresi alcuni dei più ricchi, la distanza fra un sottile strato privilegiato e il resto della società è, anzi, aumentata.
Intanto, però, le cose di fondo: il minimo indispensabile per vivere. Secondo gli standard internazionali, è l’equivalente di 1,90 dollari al giorno.
Mentre Borse e mercati dell’Occidente traballavano per la crisi, nei villaggi dell’India profonda, nelle campagne dell’interno della Cina, nei fragili campi africani sempre più persone riuscivano a cogliere l’onda lunga dello sviluppo e a superare questo muro. Nel 1990, una persona su tre, nel mondo, non raggiungeva 1,90 dollari. Un quarto di secolo dopo, siamo scesi a uno su dieci. Da 2 miliardi di poverissimi, siamo passati a 767 milioni, anche se il numero di bocche da sfamare è aumentato di quasi 2 miliardi, concentrate proprio nei paesi a più alto tasso di povertà.
La stessa onda lunga dello sviluppo ha sollevato un po’ tutte le barche nei paesi più poveri, consentendo di colmare parte del divario complessivo con i paesi ricchi. Fra il 1988 e il 2013, l’ineguaglianza dei redditi medi fra i paesi dell’Occidente e resto del mondo si è drasticamente ridotta: è la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale. La riduzione diventa particolarmente marcata dopo il 2008: un risultato largamente annunciato e prevedibile, dato che, da tempo, i dati mostrano che il ritmo di sviluppo dei paesi emergenti ha subito assai meno dei paesi ricchi il contraccolpo della crisi finanziaria. Questo restringersi delle distanze fra i paesi è il motore principale della riduzione degli indicatori – tipo l’indice Gini – che misurano l’ineguaglianza globale, come il rapporto della Banca Mondiale sottolinea con forza. L’altra componente della ineguaglianza – lo squilibrio non “fra”, ma “dentro” i paesi – non cresce più, invece, come dieci anni fa, ma non è neanche diminuito, rispetto a prima della crisi.
È un punto politicamente delicato, perché il contrasto fra ricchi e poveri all’interno di un singolo paese ha conseguenze politiche dirette e immediate. La Banca Mondiale sottolinea i progressi registrati su questo terreno. In quasi due terzi degli 80 paesi studiati, i redditi sono cresciuti più rapidamente per il 40 per cento più povero che per gli altri. Ma nell’altro terzo è avvenuto il contrario. Quali sono i paesi in cui i poveri – in un mondo in cui le ineguaglianze, complessivamente, si riducono – hanno perso terreno? Il rapporto fornisce una tabella in cui si confronta, paese per paese, l’aumento medio annuale di reddito, dopo il 2008, per il 40 per cento più povero con l’aumento medio per l’intera popolazione. In Brasile e in Germania, il reddito è cresciuto di più per i poveri, negli Usa e in Gran Bretagna è diminuito per tutti, ma di meno per i poveri, in Cina e in India il ritmo è, più o meno, lo stesso. Dove la crisi ha morso di più – in Francia, in Grecia, in Spagna, in Italia – i poveri hanno invece perso terreno: in Italia il reddito nazionale è sceso in media dell’1,82 per cento l’anno, ma del 2,86 per cento per i più poveri.
Complessivamente, tuttavia, i dati non sembrerebbero giustificare il rancore sociale che alimenta l’avanzata populista dall’America di Trump, alla Brexit inglese, al nazionalismo della Le Pen, agli euroscettici tedeschi, fino ai 5 Stelle italiani. Il problema è che con le statistiche, come con la buona carne, dipende da come vengono tagliate. Confrontando il 40 per cento più povero con il restante 60 per cento, la Banca Mondiale documenta l’innalzamento dei più poveri verso le classi medie, favorito in parecchi casi, anche dalla crisi delle stesse classi medie.
Ma la spaccatura che alimenta lo scontro sociale scorre molto più in alto: l’1 per cento contro il 99 per cento. I calcoli della Banca Mondiale mostrano che, in paesi come Francia e Giappone, le distanze sono, più o meno, le stesse da 50 anni. Ma nel paese- simbolo dell’Occidente, gli Stati Uniti, l’ineguaglianza è una valanga. Negli ultimi 40 anni, la quota del reddito nazionale finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco è schizzata dal 7 al 20 per cento. Altro che ricchi e poveri: il problema sono gli straricchi.

Maurizio Ricci
la Repubblica, martedì 4 ottobre 2016