Profitti senza lavoro nell’era digitale

imagesRX2G4R2UPer uscire dallo sboom economico europeo occorre interrogarsi sugli effetti che la Terza rivoluzione industriale, quella della rete, ha prodotto nel Vecchio continente. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. È in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro Paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. Secondo i dati Ocse, fino al 13% del valore generato dalle aziende potrebbe essere attribuito alle virtù taumaturgiche della rete, mentre il settore ha assorbito il 50% di tutte le operazioni di venture capital già nel 2011.

Accontentarsi quindi nel 2015 di una crescita europea di poco più dell’1% significa in sostanza mettere in conto la saturazione di un intero sistema, perché chi può spendere non incrementa le sue spese e chi non ha questa possibilità è ormai fuori dall’area dei consumi: alla marea dei senza lavoro dovranno quindi pensarci i governi con i loro claudicanti sistemi di welfare piuttosto che le imprese. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale. Per Eurostat, il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri Paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. Fatta eccezione per Francia, Germania e Austria, dove questo indice è pressoché stabile tra il 18 e il 20%, si fa fatica a capire come i consumi possano aumentare quando un europeo su quattro deve essere sostenuto per portare avanti un’esistenza dignitosa non avendo di fatto capacità reddituale. E si spiega così anche il fatto che la Banca centrale europea dia quasi per scontata un’endemica disoccupazione del 10% nel 2017.

Servirebbe uno scatto epocale innovativo di cui non se ne vede l’ombra. E non è detto che basti. Anche dall’altra parte dell’oceano proprio la Terza rivoluzione industriale — dopo quella della fabbrica e dei microprocessori — comincia a lasciare sul campo parecchie vittime. Secondo due ricercatori dell’Università di Oxford, nel giro di una ventina d’anni il 47% dei posti di lavoro rientrerà nella categoria «ad alto rischio», cioè sarà potenzialmente automatizzabile. E sono in molti a sostenere che questa computerizzazione dei livelli produttivi in futuro comporterà la sostituzione soprattutto dei lavori meno specializzati e a basso salario, mentre quelli più specializzati e ad alto reddito se la caveranno decisamente meglio. Non deve perciò stupire se l’indice S&P 500 della borsa di New York sia salito in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2. Gli effetti della dematerializzazione di molti processi industriali negli Stati Uniti e la nuova era di Internet che rende possibile la marginalità a costo zero — tanto decantata da Jeremy Rifkin — alla fine rischiano di mettere ancora più a repentaglio i poveri aumentando invece la solidità dei più ricchi.

Un esempio su tutti può spiegare questo fenomeno. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni Sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si è sostituito sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha bisogno di meno individui. Ma sono proprio i consumi individuali a far crescere le economie mature come quella europea, che in più non ha ancora del tutto intercettato la rivoluzione del web e forse mai lo farà.

Roberto Sommella

Corriere della Sera 4 giugno 2015
Giornalista autore de «L’euro è di tutti»

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_04/profitti-senza-lavoro-nell-era-digitale-3c4cb390-0a8d-11e5-b215-d0283c023844.shtml

Democrazia significa resistenza

 

dem demNEL 2003, Tzvetan Todorov stilò un inventario dei valori, una lista di buone intenzioni che l’Europa ha tentato di esportare nel mondo con la stessa risolutezza con cui ha esportato automobili, ortaggi o tecnologia dell’alta velocità. Non è che inventasse nulla, era tutto già più o meno scritto nelle nostre carte dei diritti, nelle nostre costituzioni: la libertà individuale, la razionalità, la laicità, la giustizia. Sembrava ovvio. Oggi, tuttavia, Todorov vede allontanarsi quei valori come quel punto all’orizzonte che sembrava raggiungibile e invece riappare di nuovo lontano. “Quando diciamo valore, non significa che tutti lo rispettino, è più un ideale che una realtà, un orizzonte verso il quale siamo diretti”, dice. “In questo momento, tuttavia, questi valori sono minacciati”.

Il filosofo bulgaro naturalizzato francese, Premio Principe delle Asturie per le Scienze Sociali nel 2008 e una delle voci più influenti del continente, colloca il punto di svolta, la curva in cui tutto è svanito, non nella crisi scoppiata nel 2008, ma nella caduta del Muro di Berlino e nella rottura, a partire da quel momento, dell’equilibrio tra le due forze che devono convivere in una democrazia: l’individuo e la comunità.

Vale ancora il suo inventario dei valori? La libertà dell’individuo, per esempio?
“La nostra democrazia liberale ha lasciato che l’economia non dipenda da alcun potere, che sia diretta solo dalle leggi del mercato, senza alcuna restrizione delle azioni degli individui e per questo la comunità soffre. L’economia è diventata indipendente e ribelle a qualsiasi potere politico, e la libertà che acquisiscono i più potenti è diventata la mancanza di libertà dei meno potenti. Il bene comune non è più difeso né tutelato, né se ne pretende il livello minimo indispensabile per la comunità. E la volpe libera nel pollaio priva della libertà le galline”.

Oggi, quindi, l’individuo è più debole. Quale libertà gli rimane, allora?
“Paradossalmente è più debole, sì, perché i più potenti hanno di più, ma sono un piccolo gruppo, mentre la popolazione si impoverisce e la disuguaglianza è aumentata vertiginosamente. E gli individui poveri non sono liberi. Quando non è possibile trovare il modo di curare la tua malattia, quando non puoi vivere nella casa che avevi, perché non la puoi pagare, non sei più libero. Non puoi esercitare la libertà se non hai potere, e allora diventa solo una parola scritta sulla carta “.

Eppure, l’uguaglianza è un valore fondativo delle nostre democrazie. Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale?
“Se non si può rispettare, un contratto sociale non è una gran cosa. L’idea di uguaglianza è ancora presente alla base delle nostre leggi, ma non sempre viene rispettata. Il tuo voto conta quanto il mio ma l’obiettivo della democrazia non è il livellamento, quanto piuttosto offrire lo stesso punto di partenza a tutti in quanto uguali davanti alla legge, perché i soldi non comprano la legge. Ma questo principio non si rispetta. Guardate quello che hanno appena approvato i legislatori degli Stati Uniti: hanno moltiplicato per dieci i soldi che possono spendere per una campagna elettorale. Chi non ha soldi non potrà godere della libertà supplementare di spendere riservata a quelli che ce li hanno. È questo pericolo di una libertà eccessiva di pochi che impedisce l’uguaglianza di tutti”.

Quando i diritti diventano una realtà formale, che cosa ci rimane?
“Ci rimane la possibilità di protestare, di rivolgerci alla giustizia. Non bisogna cambiare i principi, perché sono già scritti, ma abbiamo visto che ci sono molti modi per schivarli ed è necessario che il potere politico non capitoli di fronte alla potenza di quegli individui che infrangono il contratto sociale a loro favore. L’idea di resistenza mi sembra fondamentale nella vita democratica. Bisogna essere vigilanti, la stampa deve svolgere un ruolo sempre più importante nel denunciare le violazioni dei partiti, bisogna che la gente possa intervenire, ma so che questo richiede di essere sufficientemente vigilanti, coraggiosi e attivi “.

Lei parla della gente, ma il potere non deve cambiare? Che cosa possiamo aspettarci da poteri molto locali di fronte a una realtà globalizzata?
“Dobbiamo rafforzare le istanze europee, perché l’economia è globalizzata. L’Unione Europea è il più grande mercato del mondo, con 500 milioni di cittadini attivi e di consumatori con una grande tradizione nell’equilibrio tra difesa del bene comune e libertà individuale. Se facciamo vivere questa tradizione europea, se permettiamo che esistano organi più efficaci e attivi nell’Unione, potremo affrontare l’evasione fiscale, i paradisi fiscali e anche decisioni fondamentali come quelle sull’approvvigionamento energetico”. ………

http://www.repubblica.it/cultura/2014/12/27/news/tzvetan_todorov_democrazia_significa_resistenza-103806414/

http://www.treccani.it/enciclopedia/tzvetan-todorov/

 

G20: i Paesi più ricchi crescono, ma aumenta la disuguaglianza

G20_Australia_Sono in teoria i Paesi più ricchi e influenti del mondo, ma sono anche molto più indebitati di prima, non riescono più a crescere come vorrebbero, non creano a sufficienza posti di lavoro e soprattutto costruiscono diseguaglianza. L’Italia eccelle in alcuni difetti: il debito in primo luogo, poi la crescita; qui a Brisbane è la Cenerentola del summit, 19esima per capacità di aumentare il prodotto interno, al 20esimo posto c’è la Russia di Putin.

La ricetta

I numeri e le statistiche del G20 sono in qualche modo impietosi: sabato e domenica i leader del pianeta cercheranno di mettere a punto una ricetta globale per la crescita, ma dal giorno in cui l’Australia ha assunto la presidenza del vertice, nel dicembre del 2013, la ricchezza complessiva dei 20 è cresciuta di 17 mila miliardi di dollari. Mica male, peccato che il 36% di questa crescita, 6200 miliardi, è andata all’1% dei più ricchi nei rispettivi Paesi. Alla ricerca disperata di crescita dunque ma anche di eguaglianza, come evidenziato in un rapporto pubblicato alla vigilia del summit da Oxfam International. Il problema è che per la crescita ci vogliono gli investimenti: in Australia ne attraggono a tassi che in Europa sono sconosciuti, e proprio il governo di Camberra ha pensato ad un hub finanziario e globale per coordinare gli investimenti internazionali.

Investimenti

….. Di sicuro la crescita che da Brisbane viene rincorsa ha come obiettivo diretto il Prodotto interno lordo, concetto diverso dalla ricchezza dei cittadini.

I Paesi del G20 rappresentano il 90% del Pil mondiale, l’80% degli scambi commerciali, ma ospitano anche la metà dei poveri del mondo.

E l’elusione fiscale della grandi corporation, che qui a Brisane verrà discussa e in qualche modo affrontata, farebbe perdere ai Paesi in via di sviluppo almeno 100 miliardi di dollari di mancate entrate fiscali. ….. Nel frattempo, mentre rincorrono la crescita, di sicuro aumenta la diseguaglianza: in 15 dei 19 Paesi del G20 (il ventesimo posto è della Ue), negli ultimi dodici mesi, il reddito è cresciuto in gran parte solo per l’1% della popolazione più ricca. Le 4 eccezioni sono Giappone, Arabia Saudita, Stati Uniti e Canada.

http://www.corriere.it/economia/14_novembre_15/g20-paesi-piu-ricchi-crescono-ma-aumenta-diseguaglianza-b33cad20-6ca9-11e4-b935-2ae4967d333c.shtml

https://www.g20.org/

I ricchissimi e i poveri

oxfIl crescente divario tra ricchi e poveri vanifica la lotta alla povertà estrema. È la tesi che emerge dal Rapporto sulla diseguaglianza economica globale di Oxfam, la rete di 17 Ong che lavorano con 3.000 partner in più di 100 paesi del mondo.

Dal 2009, si sottolinea nel rapporto diffuso oggi, il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato, mentre 805 milioni di persone ancora soffrono la fame. Perfino in Africa, dove nella regione sub-sahariana, accanto a 358 milioni di persone in povertà estrema, prosperano 16 miliardari. Se il continente continuerà a crescere agli attuali ritmi, sottolinea il rapporto, ci vorranno più di 60 anni per portare la povertà al di sotto del 3%, nonostante che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – sottolinea ancora Oxfam Italia – si propongano di raggiungere questo obiettivo tra 15 anni.

Il trend descritto nel rapporto continua, tanto che tra il 2013 e il 2014, le 85 persone più ricche al mondo hanno nel loro insieme aumentato il loro patrimonio di 668 milioni di dollari al giorno. Ma per Oxfam la disuguaglianza non stimola la crescita, bensì rappresenta «un ostacolo al benessere dei più. Finché i Governi del mondo non agiranno per contrastarla, la spirale della disuguaglianza continuerà a crescere, con effetti corrosivi sulle istituzioni democratiche, sulle pari opportunità e sulla stabilità globale». 

Nel mondo, si legge ancora nello studio, 7 persone su 10 vivono in Paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è maggiore di 30 anni fa. In India per esempio, dove pur si sono ridotti i livelli di povertà assoluti negli ultimi vent’anni, l’analisi evidenzia che se il governo indiano riuscisse ad arrestare il recente aumento della disuguaglianza nei prossimi cinque anni, salverebbe dalla povertà altri 90 milioni di persone.

Anche in Italia, secondo dati Ocse, da metà degli anni ’80 fino al 2008 la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (dato più alto fra i paesi Ocse, la cui media è del 12%). Al punto che oggi l’1% delle persone più ricche detiene più di quanto posseduto dal 60% della popolazione, mentre dal 2008 a oggi gli italiani in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni. 

Ma per Oxfam porre l’attenzione sulla crescita della disuguaglianza estrema non significa puntare il dito contro i più ricchi, ma stimolare i leader globali a mettere in atto politiche efficaci per dare ai più poveri maggiori opportunità.

«Dal FMI a Papa Francesco, dal Presidente Obama al World Economic Forum – continua Winnie Byanyma – emerge un sempre maggior consenso al fatto che la disuguaglianza è una sfida cruciale dei nostri tempi e la mancanza di azione è economicamente e socialmente dannosa. Solo l’1,5% delle super-ricchezze basterebbe per garantire istruzione e sanità a tutti i cittadini dei paesi più poveri».

Tra le raccomandazioni delineate da Oxfam, la necessità che gli Stati promuovano politiche tese a garantire un salario minimo dignitoso, a ridurre il divario tra le retribuzioni di uomini e donne, ad assicurare reti di protezione sociale e accesso a salute e istruzione gratuite per i loro cittadini. L’accesso a servizi essenziali è infatti ritenuto fondamentale per rompere il ciclo della povertà tra le generazioni.

http://www.lastampa.it/2014/10/29/scienza/ambiente/focus/oxfam-il-divario-tra-ricchissimi-e-poveri-vanifica-la-lotta-a-fame-e-miseria-k3NcSvBNWFnAKnRbPrcjJI/pagina.html

http://www.oxfamitalia.org

Stiamo tornando all’ 800?

pikkLa barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”.

Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
…..
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”.
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?

“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/08/news/la_rivoluzione_di_piketty_s_al_salario_minimo_un_tetto_europeo_e_supertasse_per_gli_stipendi_dei_manager_sanzioni_commerc-97663942/?ref=HREC1-21

Thomas Piketty

http://piketty.pse.ens.fr/fr/

 

La ricchezza e la percezione della ricchezza

images[9]Se parlate di soldi e di reddito con un americano, la sensazione che riceverete sarà di avere a che fare con una persona ricca. Viceversa, se un americano parlasse con un italiano, un tedesco o un francese avrebbe la percezione che il suo interlocutore sia precipitato nella fascia di povertà. Sono solo sensazioni, però. Perché in realtà gli europei sono in media più ricchi di quanto credono di essere. Viceversa, dall’altra parte dell’Atlantico è ancora così forte il «sogno americano» da collocare il proprio reddito in una fascia più alta rispetto a quella effettiva. I risultati di una ricerca dell’istituto tedesco Iw evidenziano questa diversità di atteggiamento nei confronti dell’ineguaglianza reale e percepita, arrivando a concludere che è la ricchezza (o la povertà) percepita, non quella reale, a influire sulle scelte politiche dei cittadini.
Sottolinea Judith Niehues, l’autrice dello studio, che il tema è cruciale in un periodo in cui la redistribuzione delle ricchezze attraverso la leva fiscale («patrimoniale sì, patrimoniale no») è presente nel dibattito politico dei Paesi occidentali. Dall’esplosione della crisi finanziaria sono nati movimenti come «Noi siamo il 99%» – per distinguersi dall’1% che possiede più della metà della ricchezza mondiale – e sono venuti alla luce studi innovativi (sia pure contestati) come quello dell’economista francese Thomas Piketty sulla concentrazione della ricchezza nelle mani dei più ricchi.
Ma in realtà, spiega lo studio di Iw, le posizioni dei cittadini in materia di ineguaglianza economica non sarebbero fondate su dati reali ma sulla percezione di essa. Per esempio Germania, Francia e Svizzera sono molto simili nella distribuzione del reddito ma i loro cittadini ne hanno percezioni totalmente diverse, e questo spiegherebbe gli orientamenti politici diversi in tema di eguaglianza e redistribuzione.
In questo studio, gli italiani sembrano vedere il bicchiere mezzo vuoto: per il 73% circa il Paese è come una piramide (i più pessimisti come una colonna) con al vertice pochi ricchi, al centro una classe media più o meno piccola e una base molto larga di persone povere.
In Germania, Spagna, Francia la percezione è meno accentuata ma segue un andamento simile. Anche in Usa il 56% della popolazione descrive l’America in questi termini. Ma qual è la realtà? In Germania e in Francia più che a una piramide la distribuzione della ricchezza somiglia a una botte rigonfia al centro, cioè con un’ampia classe media. Gli Usa invece si percepiscono come una società più uniforme (una specie di torta a più strati) ma in realtà assomigliano a una colonna con una base (i poveri) molto larga.
Anche gli standard di vita influirebbero sulle preferenze politiche in materia di redistribuzione: Ungheria e Slovenia per esempio, hanno bassi livelli di disuguaglianza ma si percepiscono come fortemente diseguali, forse retaggio del loro passato comunista, è la tesi dell’Iw. Analogamente la percezione di maggiore ricchezza spiegherebbe perché la spinta per un welfare state più incisivo sia debole negli Stati Uniti.
Fabrizio Massaro – Corriere della Sera – 19 agosto 2014

La formula della disuguaglianza

Articolo di Moisé Naim (Repubblica 10.7.14)

“”Di chi è la colpa dell’eccezionale crescita della disuguaglianza negli ultimi anni?

Dei banchieri, sostengono in tanti. Secondo questa visione, il settore finanziario è colpevole di aver innescato la crisi economica globale che è cominciata nel 2008 e ancora fa sentire i suoi effetti su milioni di famiglie di classe media in Europa e negli Stati Uniti, che hanno visto diminuire il potere d’acquisto e assottigliarsi le prospettive di impiego. Lo sdegno è amplificato dal fatto che non solo i banchieri e gli speculatori finanziari non hanno pagato il prezzo dei loro clamorosi errori, ma in molti casi sono addirittura più ricchi rispetto a prima del disastro.

Altri danno la colpa alla crescente disuguaglianza salariale in Paesi come la Cina e l’India, che con i loro salari bassi deprimono il reddito dei lavoratori nel resto del mondo. La manodopera a buon mercato dell’Asia aggrava il problema, perché crea disoccupazione in quei Paesi dove le aziende chiudono le fabbriche ed “esportano” i posti di lavoro in nazioni estere con un più basso costo del lavoro.

Altri ancora vedono il colpevole nella tecnologia: robot, computer, internet e l’incremento dell’automazione delle fabbriche, a detta di costoro, sostituiscono i lavoratori e di conseguenza incrementano la disuguaglianza.

La vera spiegazione è molto più complicata, dice Thomas Piketty, l’economista francese che con il suo saggio Capital in the Twenty First Century si è trasformato in un fenomeno mondiale. In molti Paesi, sostiene Piketty, il capitale (che lui equipara alla ricchezza sotto forma di proprietà immobiliari, attività finanziarie ecc.) sta crescendo a un ritmo più sostenuto dell’economia. Il reddito prodotto dal capitale tende a concentrarsi nelle mani di un gruppo ristretto di persone, mentre il reddito da lavoro è disperso attraverso l’intera popolazione. Pertanto, quando i redditi da capitale crescono più rapidamente dei salari, la disuguaglianza aumenta perché coloro che possiedono il capitale accumulano una quota più alta di reddito. E considerando che la crescita dei salari è direttamente legata alla crescita dell’economia nel suo insieme, la disuguaglianza economica è destinata a peggiorare se l’economia si espande più lentamente dei redditi da capitale.


Piketty riassume questa complicata teoria con la formula “r > g”, dove “r” è il tasso di rendimento del capitale e “g” il tasso di crescita dell’economia. Il futuro è poco incoraggiante, è la sua conclusione, perché prevede che le economie dei Paesi presi in esame cresceranno a un ritmo dell’1-1,5 per cento annuo, mentre il rendimento medio del capitale aumenterà al ritmo del 4-5 per cento annuo. La disuguaglianza, in altre parole, è destinata a crescere.

Per evitare questo scenario, Piketty invoca una tassa progressiva sulla ricchezza nei grandi Paesi, una proposta che lui stesso considera utopistica, essendo consapevole degli enormi ostacoli politici che dovrebbe superare e delle colossali difficoltà pratiche che accompagnerebbero una sua attuazione

. Di recente, il Financial Times ha sostenuto di aver trovato difetti gravi nell’analisi di Piketty, scatenando un dibattito ancora in corso. In ogni caso, la maggior parte degli osservatori è del parere che i limiti nei dati di Piketty non siano sufficientemente rilevanti da togliere credibilità alle sue conclusioni generali.


L’impatto profondo del libro di Piketty è dovuto in buona parte al fatto di essere uscito in un momento in cui la crescita della disuguaglianza economica è motivo di preoccupazione in America. E dato che gli Stati Uniti si dimostrano molto bravi a globalizzare le loro ansie ed esportare i loro dibattiti politici, il fenomeno Piketty si sta estendendo a posti dove la disuguaglianza è così diffusa, e da così tanto tempo, che l’opinione pubblica sembrava assuefatta e rassegnata ad accettarla passivamente. In molte di queste società ora si discute vivacemente dei metodi per porre un freno a questo fenomeno. Affinché questo dibattito possa rivelarsi utile, tuttavia, è necessario giungere a una diagnosi più accurata del problema.

Non è accurato affermare che in Paesi come Russia, Nigeria, Brasile e Cina il motore principale della disuguaglianza economica sia un tasso di rendimento del capitale maggiore del tasso di crescita dell’economia. Per poter dare una spiegazione più esaustiva è necessario includere nell’equazione le imponenti fortune create regolarmente attraverso corruzione e attività illecite di ogni genere. In molti Paesi, la ricchezza aumenta più per effetto di ruberie e condotte illegali che come conseguenza del rendimento dei capitali investiti dalle classi ricche (un fattore che sicuramente ha il suo peso).


Per ricalcare Piketty, la disuguaglianza continuerà a crescere in quelle società dove “c > h”. In questo caso, “c” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici corrotti, insieme ai loro compari del settore privato, di infrangere le leggi per profitto personale, e “h” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici onesti di far rispettare le prassi amministrative corrette. La disuguaglianza alimentata dalla corruzione prospera in quelle società dove non ci sono incentivi, regole o istituzioni che ostacolino la corruzione. E che al governo ci siano persone oneste è bene, ma non è abbastanza. Sgraffignare soldi pubblici o vendere appalti pubblici al miglior offerente sono pratiche che devono essere viste come rischiose, facilmente individuabili e sistematicamente punite. Della ventina di nazioni su cui Piketty ha fondato la sua analisi, la maggior parte è classificabile tra i Paesi ad alto reddito e fra i meno corrotti del mondo, secondo Transparency International. Sfortunatamente, gran parte dell’umanità vive in Paesi dove “c > h” e la disonestà è il principale motore della disuguaglianza. Questo punto non ha attirato altrettanta attenzione della tesi di Piketty. Ma avrebbe dovuto. (Traduzione di Fabio Galimberti)

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