Le “due scuole italiane” e la forbice del divario che si allarga

mattt«Questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci…». Basterebbero queste poche righe scritte dagli alunni di Don Milani a spiegare quanto i voti possano essere, in una scuola ideale che formi davvero giovani preparati, colti e consapevoli, quasi secondari. Purché, appunto, i ragazzi così la vedano: una scuola «senza paure, più profonda e più ricca». Al punto che «dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi».

Ma è così la scuola italiana che esce dagli ultimi dossier? Mah… I numeri pubblicati ieri raccontano di un Mezzogiorno che trabocca di giovani diplomati con 100 e lode, con la Puglia che gode di una quota di geni proporzionalmente tripla rispetto al Piemonte o al Veneto, quadrupla rispetto al Trentino, quintupla rispetto alla Lombardia. Bastonata pure dalla Calabria: solo un fuoriclasse ogni quattro sfornati da Catanzaro, Cosenza o Crotone. Evviva.

Ma come la mettiamo, se i dati del P.i.s.a. (Programme for International Student Assessment) dell’Ocse o i test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo) dipingono un panorama del tutto diverso? Prendiamo la Sicilia, che oggi vanta proporzionalmente il doppio abbondante di «100 e lode» della Lombardia. Dieci anni fa il P.i.s.a. diceva che nessuno arrancava quanto i quindicenni siciliani. La più sconfortante era la tabella sulle fasce di preparazione. Fatta una scala da sei (i più bravi) a uno (i più scarsi) i ragazzi isolani sul gradino più basso o addirittura sotto erano il doppio della media Ocse. Il quadruplo dei coetanei dell’Azerbaigian. Poteva essere lo sprone per una rimonta. Non c’è stata. Lo certifica il rapporto Invalsi 2015: «Il quadro generale delineato dai risultati delle rilevazioni, che non è particolarmente preoccupante a livello di scuola primaria, cambia in III secondaria di primo grado, assumendo le caratteristiche ben note anche dalle indagini internazionali (…): il Nordovest e il Nordest conseguono risultati significativamente superiori alla media nazionale, il Centro risultati intorno alla media e il Sud e le Isole risultati al di sotto di essa». Peggio: «Lo scarto rispetto alla media nazionale del punteggio delle due macro-aree meridionali e insulari, piccolo in II primaria, va progressivamente aumentando via via che si procede nell’itinerario scolastico». Cioè alle superiori. La tabella Invalsi che pubblichiamo in questa pagina dice tutto: dal 2010 al 2015 tutto il Centronord stava sopra la media, tutto il Sud (Isole comprese) stava sotto. Molto sotto. E l’ultimo rapporto Invalsi 2016 non segnala progressi.

Allora, come la mettiamo? Come possono i monitoraggi nazionali e internazionali sui ragazzi fino a quindici anni segnalare nel Mezzogiorno una scuola in grave affanno e i voti alla maturità una scuola ricca di spropositate eccellenze? È plausibile che nei due anni finali i giovani meridionali diano tutti una portentosa sgommata alla Valentino Rossi? Mah… Nel 2013 Tuttoscuola di Giovanni Vinciguerra mise a confronto la classifica delle province con più diplomati col massimo dei voti e quella uscita dal capillare monitoraggio Invalsi. I risultati, come forse i lettori ricorderanno, furono clamorosi: Crotone, primissima per il boom di studenti «centosucento», era 101ª nella Hit Parade che più contava e cioè quella della preparazione accertata con i test internazionali. Agrigento, seconda per «geni», era 99ª, Vibo Valentia quinta e centesima. A parti rovesciate, stessa cosa: Sondrio che era prima nella classifica Invalsi era solo 88ª per studenti premiati col voto più alto, Udine seconda e 100ª, Lecco terza e 89ª, Pordenone quarta e 59ª… Assurdo. E le classifiche regionali? Uguali. Un caso per tutti: la Calabria, ultima nei test Invalsi, prima per fuoriclasse.

Sinceramente: è possibile un ribaltamento del genere? O è più probabile la tesi che i professori del Sud, per una sorta di solidarietà meridionale basata sul comune sentimento di emarginazione e di abbandono, abbiano verso gli studenti la manica un po’ più larga? Un punto, comunque, appare fuori discussione. Non solo esistono due Italie e due scuole italiane, due universi di studenti e due di professori. Ma il divario, anziché ridursi, si va sempre più allargando. E ciò meriterebbe da parte di tutti, non solo del governo, un po’ di allarmata attenzione in più.

Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 12 agosto 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_11/due-scuole-italiane-forbice-divario-che-si-allarga-0bf6d51a-6007-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml

Gli 85 paperoni della terra sono ricchi come i 3,5 miliardi più poveri

Ottantacinque persone messe insieme hanno gli stessi soldi di tre miliardi e mezzo di persone messe insieme. E’ l’equazione che riflette lo spaventoso e crescente gap tra ricchi e poveri sul nostro pianeta. L’ha calcolata la Oxfam, un’associazione di beneficenza britannica, per presentarla ai leader del mondo che si riuniscono questa settimana a Davos per l’annuale convegno economico: un modo di ricordare ai più potenti (e spesso più ricchi) uomini e donne della terra che occorre fare qualcosa per arrestare il divario di reddito tra una minuscola elite e la stragrande maggioranza. Un problema che è già scritto nell’agenda di Davos, ma che la Oxfam rilancia non solo per ragioni etiche, o moralistiche, insomma non soltanto per fare la predica ai ricchi: ma pure per ammonirli che, se la diseguaglianza non viene in qualche modo contrastata, potrà portare a disordini e squilibri sociali gravi, ovvero a proteste, caos, violenze….

Proviamo a immaginare i due piatti della bilancia: su uno sono posati, comodi e larghi, 85 miliardari, gente come Carlos Slim, Bill Gates, Warren Buffett, Larry Page; sull’altro c’è una folla straripante di 3 miliardi e mezzo di esseri umani. Di calcoli la Oxfam ne offre anche un altro: l’1 per cento dei terrestri possiede collettivamente 110 trilioni di dollari, pari a metà della ricchezza mondiale. Certo, le disparità tra ricchi e poveri sono sempre esistite, da che mondo è mondo, il capitalismo le ha accentuate ma ha avuto anche benefici per i più poveri, creando una classe media più agiata di quanto sia mai avvenuto prima, ma negli ultimi 20 anni il gap ha avuto un’accelerazione senza precedenti……

http://www.repubblica.it/economia/2014/01/20/news/oxfam_davos_divario_ricchi_poveri-76466100/?ref=NRCT-76466100-2

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http://www.oxfamitalia.org/

La grande disuguaglianza

http://www.oxfamitalia.org/dal-mondo/la-grande-disuguaglianza