Le scelte degli investitori. Quanto pesa l’effetto-gregge

Valgono in Borsa, messe insieme, come il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna: 2.759 miliardi di dollari. La sola crescita del loro valore azionario, da inizio anno, è paragonabile al Pil della Svezia: 541 miliardi. Sono i cinque colossi hi-tech americani (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet), che hanno guidato al rialzo Wall Street e di riflesso il Nasdaq.

In questi giorni, con il loro tracollo fulminante in Borsa che spinge tutti gli operatori a domandarsi se stia scoppiando una bolla speculativa, i «big five» stanno mettendo a nudo i meccanismi perversi dei mercati finanziari. Perché il problema non è tanto la bufera che si è abbattuta su queste aziende a Wall Street. Il vero nodo è un altro: il meccanismo stesso con cui i «big five» sono prima volati in Borsa e poi crollati. Insomma: il problema non sta tanto nei titoli tecnologici, quanto nei meccanismi moltiplicatori dei mercati finanziari che prima esasperano l’euforia e poi improvvisamente si deprimono.
Un’analisi di Goldman Sachs, che venerdì ha dato il via allo scrollone a Wall Street, è illuminante a riguardo. Spiega bene perché i «big five» fino a pochi giorni fa fossero iper-gettonati in Borsa: non solo perché sono colossi che hanno rivoluzionato l’economia, la società, il costume e il mondo, ma anche per tanti – troppi potremmo aggiungere – motivi tecnici.
Goldman Sachs rivela che acquistare azioni dei «big five» è stata per molti mesi una moda tra gli investitori. «Le azioni dei cinque gruppi sono oggi nella top ten dei titoli in mano agli hedge funds», scrivono gli analisti di Goldman. «Anche i fondi comuni sovrappesano le azioni di Apple e degli altri gruppi tecnologici», aggiungono. E dato che la loro cavalcata in Borsa è stata accompagnata da un’anomala bassa volatilità, il loro appeal è cresciuto in maniera esponenziale: «Gli investitori sono da tempo focalizzati sui ritorni aggiustati per la volatilità – spiegano gli economisti di Goldman -. Siamo dunque convinti che la bassa volatilità di questi titoli abbia indotto gli investitori a sottostimare i rischi effettivi». Insomma: un mix di motivi tecnici e di valutazioni di mercato hanno indotto gli investitori a fare incetta per mesi di azioni Apple, Facebook & C. Senza pensarci troppo. Senza porsi troppe domande. Tutti insieme.
Poi, improvvisamente, senza che nulla di nuovo sia accaduto, tutto crolla. Non per un allarme utili. Non per il flop di un nuovo prodotto. Ma per un report di Goldman Sachs che racconta il motivo profondo del loro super-rally di Borsa. La banca d’affari spiega chiaramente che questi titoli hanno valutazioni molto elevate, ma in media non tali da poter parlare di bolla speculativa: se nel 2000 le 5 maggiori aziende tecnologiche arrivarono ad avere prezzi di Borsa pari a 58 volte gli utili, oggi sono in media a quota 23. Con l’eccezione solo di Amazon, che arriva – secondo i calcoli di Goldman – a 89. Anche gli analisti di Capital Economics calcolano che i prezzi, pur cresciuti tanto, non siano da bolla: mediamente le aziende tecnologiche americane quotano 20 volte gli utili, stimano loro, che è in linea con la media storica e in linea con l’intera Borsa di Wall Street. Dunque gli stessi analisti non se la sentono di parlare di una vera e propria bolla: l’esuberanza c’è, i multipli attuali sono eccessivi per molti investitori, ma il fatto non è nuovo. Se si tiene poi conto che queste società hanno nei bilanci un ammontare record di liquidità (che le loro bisnonne della bolla hi-tech del 2000 si sognavano), viene da domandarsi perché mai stiano crollando proprio ora in Borsa a rotta di collo.
Una correzione ci stava, certo. E, dato che la crescita economica americana sta perdendo smalto rendendo meno probabili i profitti aziendali sperati, è anche salutare. Nessuno mette in dubbio che un ribasso sia giustificato: quello che colpisce è però il motivo e la violenza con cui matura. Tutto parte con un report di una banca d’affari, che mette in guardia su vari aspetti tecnici di mercato che forse già tutti gli addetti ai lavori conoscevano. Poi si moltiplicano analisi simili da parte di altre banche d’affari. Poi arrivano le solite indiscrezioni inverificabili, come quella secondo cui il fondo americano Viking starebbe vendendo i titoli tecnologici allo scoperto. E infine scattano i meccanismi automatici degli algoritmi, che causano un vero e proprio «flash crash» tale da far partire un nuovo effetto gregge: prima tutti compravano, ora tutti vendono. Sembra un copione visto mille altre volte.
E qui veniamo al punto. I mercati finanziari ormai sono giganteschi, automatizzati, dominati da grandi investitori e da strategie passive legate a benchmark. Questo fomenta l’effetto «gregge», con numeri che non sono neppure paragonabili a quelli di qualche anno fa. E facilita i «flash crash», cioè tracolli improvvisi causati più da meccanismi tecnici che da reali motivi. Ecco perché, una volta tanto, invece di guardare il dito (cioè la bolla vera o presunta dei titoli hi-tech) è meglio guardare la luna (cioè i meccanismi perversi dei mercati finanziari): prima che questo ennesimo crollo di Borsa (ammesso e non concesso che duri e che sia un vero crollo) faccia partire l’ennesima recessione economica, sarebbe opportuno riflettere sul potere e sull’imprevedibilità dei mercati finanziari.
Se ci si pensa bene, tutte le ultime recessioni economiche (con i loro strascichi di disoccupazione e drammi sociali) sono nate da tracolli di Borsa. È accaduto dopo la crisi (squisitamente finanziaria) dei mutui subprime americani, che ha provocato la recessione globale del 2009. È accaduto con la crisi tutta italiana dello spread nel 2011, che ha prodotto la più grave frenata economica dal dopoguerra. E di esempi se ne potrebbero fare molti. È vero che anche la crisi degli anni 30 è nata dal crollo di Wall Street, ma oggi i mercati sono molto più grandi e invasivi di allora. È sempre più la finanza a dettare i ritmi dell’economia, e non viceversa.

 

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 13 giugno 2017

 

VIDEO

Le parole del risparmio: effetto gregge

http://stream24.ilsole24ore.com/video/finanza-e-mercati/le-parole-risparmio-effetto-gregge-/AEWVdBdB

Toro americano nel settore tecnologico

tototoAlla fine ce l’ha fatta. Il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici e innovativi di Wall Street, quello dove i titoli più importanti sono Apple, Facebook, Google&C, è tornato sopra quota 5 mila punti, il livello mai più superato dopo il record del 10 marzo 2000. Ma se si tiene conto dell’inflazione, per tornare al massimo in termini reali l’indice Nasdaq dovrebbe salire a quota 7.000, cioè balzare all’insù di un altro 40%. Missione impossibile? Nel breve tempo, certo. Ma la maggioranza degli analisti esperti di high-tech si dichiara fiduciosa sulla continuazione del Toro (rialzo di Borsa) nel settore tecnologico. «Questa volta è diverso», dicono. Frase dal suono un po’ sinistro, perché riecheggia lo slogan della Nuova Economia ai tempi della Bolla 2000. Però è vero che ci sono differenze fondamentali fra il Nasdaq di 15 anni fa e oggi.

La principale differenza tra il Nasdaq della Bolla del Duemila e il Nasdaq di oggi è che allora i prezzi delle azioni quotate sul mercato telematico americano prezzavano 100 volte (e oltre) i profitti previsti per il successivi 12 mesi. Oggi lo stesso rapporto tra prezzo e utili è crollato a 21, poco più caro del 17,5 dell’indice azionario generale, lo S&P500. Se il p/u (prezzo/utili) del Nasdaq fosse anche oggi 100, l’indice sarebbe attorno a quota 30.000. Nel 2000 il Nasdaq era pieno di dot.com che non avevano neppure un vero business e non realizzavano un fatturato, tantomeno dei profitti. Anche le valutazioni delle aziende più solide si erano gonfiate oltre ogni esuberante previsione. Nel caso di Microsoft, la Numero Uno, allora, per capitalizzazione di Borsa, il rapporto prezzo/utili era 56, tre volte e mezzo più caro di oggi (16) e superiore anche alla valutazione attuale del social network più di moda, Facebook (p/u 39). Proprio a causa di quei livelli stratosferici il crollo del Nasdaq è stato più violento e la ripresa molto più lenta rispetto agli altri due famosi indici della Borsa americana, lo S&P500 e il Dow Jones, che già nel 2013 erano tornati ai loro massimi. Dal 10 marzo 2000 l’indice Nasdaq aveva perso l’80% fino a scendere a 1.114 punti il 9 ottobre 2002. Per recuperare 3.900 punti ci ha impiegato oltre 12 anni: lo stesso rialzo del 350% l’aveva realizzato in soli tre anni durante il boom di Internet nella seconda metà degli Anni Novanta.

Oggi a guidare il Nasdaq c’è Apple, che da sola vale circa il 10% dell’indice e ha un p/u molto ragionevole: 15. Secondo un’analisi della rivista Barron’s le quotazioni della società di Cupertino potrebbero salire del 25% nei prossimi 12 mesi sull’onda dei profitti generati dall’iPhone e dei programmi di remunerazione degli azionisti (dividendi e buyback). Ma le previsioni sono rosee per l’intero Nasdaq: la sola crescita dei profitti delle società dell’indice dovrebbe farlo crescere del 18% nei prossimi 12 mesi, secondo gli analisti di FactSet …..

Tutto questo non significa che nel Nasdaq anche oggi non ci siano società con valutazioni da Bolla. Le quotazioni di Amazon.com, per esempio, sfidano qualsiasi logica basata sui profitti: 20 anni dopo la sua nascita, la dot.com di Jeff Bezos ha chiuso il 2014 ancora in rosso e, guardando agli utili attesi per il 2015, le sue valutazioni sono stratosferiche con un p/u pari a 717……

http://www.corriere.it/economia/cards/nasdaq-5-mila-punti-come-duemila-record-paure-mercato-hi-tech/bis-vetta-5-mila_principale.shtml

 

Indici azionari

Ogni indice azionario è composto da un numero diverso di titoli, che vengono scelti in base a criteri diversi. Ogni indice ha poi il suo modo particolare sia di selezionare i titoli che meglio rappresentano un mercato o un settore, sia di calcolare il prezzo medio dei titoli.

Quasi tutte le principali borse del mondo hanno almeno un indice azionario principale che gli investitori seguono come indicatore dello stato di salute dei titoli negoziati in quella Borsa Valori. Per esempio, l’indice azionario che rappresenta lo stato della Borsa di Londra è il FTSE100; in Francia è il CAC40, in Germania è il DAX30, in Australia è l’AUS200, ecc.

Negli Stati Uniti, ci sono due principali borse, il NYSE (New York Stock Exchange) e il NASDAQ, e ci sono tre indici principali che coprono i titoli negoziati su entrambe queste borse. Il DJ30 (Dow Jones 30) rappresenta le 30 maggiori società quotate sia nelle borse del NYSE che del NASDAQ, l’indice S&P500 (Standard & Poors 500) rappresenta le 500 maggiori società quotate sulle borse NYSE e NASDAQ e infine il NASDAQ100 rappresenta le 100 maggiori società non finanziarie quotate solo alla borsa NASDAQ. A differenza del Dow e dello S&P, l’indice NASDAQ comprende anche società costituite al di fuori degli Stati Uniti.

http://www.etoro.com/blog/market-news-it/11032014/nasdaq-sp-ftse-dax-dow-jones-che-cosa-e-un-indice-azionario-e-come-si-investe-negli-indici-azionari/?lang=it

 

NASDAQ, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation (ovvero: “Quotazione automatizzata dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli”) è il primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer.

Il NASDAQ è, essenzialmente, l’indice dei principali titoli tecnologici[1] della borsa americana; vi sono anche quotate compagnie di molteplici settori, tra cui quelle informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo e Facebook

Il nuovo gruppo borsistico è stato istituito a New York il 5 febbraio 1971. Fino a qualche anno fa il Nasdaq è stato caratterizzato da una forte volatilità, dovuta al boom della cosiddetta New Economy.

L’indice, dopo essere partito l’8 febbraio 1971 con un valore iniziale di 100 punti, ha raggiunto un massimo storico di 5132 punti il 10 marzo 2000, in pieno boom della New economy prima del successivo scoppio della bolla speculativa delle Dot-com.

La sede si trova a Times Square.

L’andamento del NASDAQ è misurato da diversi indici, tra cui principalmente il Nasdaq Composite Index e il NASDAQ-100

http://it.wikipedia.org/wiki/NASDAQ