Quella spinta del fattore «T» (tasse e tassi d’interesse)

Quando i mercati partono con questa velocità viene da chiedersi se si tratta di una fiammata o di un aumento duraturo. La risposta è più complicata di quanto appaia, però si può tentare di analizzare i segnali. Primo: nel corso del 2017 la Fed ha fatto capire che i tassi di interesse aumenteranno gradualmente. Secondo, Donald Trump ha varato la riforma fiscale che prevede un forte abbassamento delle imposte (cosa che piace sempre ai mercati finanziari). Terzo: la Banca centrale europea ha avviato il dimezzamento della politica di acquisto di titoli del debito pubblico (quantitative easing) ma non ha intenzione di rendere più costoso il denaro. Segnali che per le società quotate rappresentano uno scenario di tranquillità. Si fanno poi sempre più robusti i dati sulla ripresa dell’economia e l’andamento delle aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stanno evidenziando forti progressi negli utili. Risultato: l’attesa di un aumento dei dividendi piace sempre agli investitori.

Ma veniamo all’Italia: i segnali intermittenti che arrivano dallo spread, che oscilla intorno a 160 punti, sono legati da un lato alle scelte della Banca centrale europea, dall’altro al voto del 4 marzo. Quanto più lo scenario si farà incerto tanto più la Borsa si metterà a fibrillare. Con un elemento che è cambiato, questo sì, profondamente. La crisi delle 11 banche (da Veneto Banca a Etruria), in qualche modo, alla fine, è stata governata e dunque il sistema del credito potrà dare più attenzione alle esigenze di sviluppo delle imprese. In un momento nel quale, tanto per osservare un dato, le esportazioni crescono al ritmo del 7%. E il Prodotto interno lordo, timidamente, ha imboccato la via della crescita superiore all’1,5%.

Come dire: la crisi morde ma le aziende più solide (alcune quotate) hanno risposto molto bene. E non è un caso se nel corso del 2017 le matricole che si sono affacciate sul listino di Piazza Affari sono state ben 39 e nel corso del 2018 ne sono attese almeno una cinquantina. Segno che la Borsa rappresenta un meccanismo di finanziamento dello sviluppo che viene di nuovo preso in considerazione (anche se deve competere con la nuova febbre dei tulipani-bitcoin).

A questo punto il tema sono gli investitori internazionali: ormai il 51% del capitale delle società per azioni quotate è detenuto da fondi pensione, gestioni patrimoniali, banche che hanno modificato (in positivo) la loro percezione sull’Italia. Il nodo sarà conservare questo clima nei prossimi mesi perché, come recita un adagio di Borsa, gli investitori hanno una memoria d’elefante e le gambe da lepre. Le inversioni possono essere molto rapide nella scelta di diversificazione del portafoglio. Non a caso quando scattano le vendite, Milano è sempre il listino più penalizzato, per certi versi il più fragile quando si scatenano le speculazioni al ribasso.

Una vecchia regola di Borsa era questa: se il dollaro sale le Borse salgono, se il dollaro scende le Borse vanno giù. In questi giorni. con l’euro ai massimi da tre anni (circa 1,21). la regola è stata contraddetta. Si tratta di vedere quanto durerà o se i manuali degli operatori andranno cambiati

Nicola Saldutti

Corriere della Sera , 5 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_05/quella-spinta-fattore-t-tasse-tassi-d-interesse-10669c48-f1e7-11e7-97ff-2fed46070853.shtml

 

Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Supereuro, chi guadagna e chi perde

L’euro continua a correre, ma potrebbe crescere ancora di più. Da inizio anno la nostra valuta ha guadagnato il 13% sul dollaro: mercoledì sera ha infatti chiuso a quota 1,19. Un livello che non toccava dal 2015. Ieri c’è stato un piccolo calo a 1,1878, ma poco cambia.
Chi sta per partire per le vacanze negli Stati Uniti, ovviamente si frega le mani. Per la nostra economia invece il supereuro inizia a rappresentare un problema, soprattutto per le imprese che esportano. Ed in prospettiva potrebbe esserlo per l’intera economia dell’Eurozona come segnala anche al Bce, che proprio ieri ha indicato i «fattori globali» come uno dei rischi che tengono in bilico la possibilità che le nostre economie continuino a crescere in maniera più robusta di quando non stia già avvenendo.
«Sicuramente se il cambio si rafforza troppo può rappresentare un problema, perché fa perdere competitività alle nostre aziende – spiega Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione -. Però non farei allarmismo: ci troviamo di fronte alle tipiche fluttuazioni dei mercati e non dimentico che l’anno scorso Goldman Sachs prevedeva un cambio bassissimo della nostra valuta. Per dirla all’americana siamo in una situazione unpredictable. Sicuramente se restassimo agli attuali livelli la forza dell’euro ci potrebbe mettere in difficoltà, ma non sono ancora sicura che la tendenza venga confermata: ci sono ancora tante fluttuazioni, c’è molta volatilità».
L’incognita Trump
Secondo Andrea Goldestein, chief economist di Nomisma, è difficile fissare una soglia del cambio euro/dollaro oltre il quale far scattare l’allarme. I movimenti dei mercati valutari – spiega – sono abbastanza imperscrutabili: le teorie sono tante e nessuna è valida. Ancora uno o due mesi fa si parlava di parità, mentre ora l’euro è esploso. Le ragioni? Sta crescendo la preoccupazione per la situazione politica americana: cose che anche solo sei mesi fa erano inimmaginabili stanno entrando nel campo degli eventi che si possono verificare, penso ad esempio al rischio di impeachment di Trump. La situazione è sotto gli occhi di tutti e mette fortemente in dubbio la capacità del presidente americano di affrontare una crisi internazionale, come ad esempio potrebbe essere quella con la Corea». Tra i motivi di questo rialzo, l’economista del think thank emiliano segnala anche i forti segnali che arrivano dall’economia europea, che sta registrando una velocità di crescita abbastanza inusuale rispetto agli ultimi anni, e quindi la possibilità che la Bce possa anticipare prima del previsto la riduzione del programma di acquisti di titoli messo in campo col quantitative easing.
Made in Italy in affanno
Contraccolpi sulle nostre industrie? Chiaramente per le nostre imprese esportatrici il supereuro è un fattore di preoccupazione – risponde Goldstein – in alcuni settori più che in altri. Quelli che competono coi tedeschi, o con altri produttori europei o svizzeri, hanno poco da temere perché per loro cambia poco. Quelli che invece se la devono vedere con cinesi, giapponesi e coreani, penso innanzitutto al comparto della meccanica strumentale, sono più a rischio. A soffrire di più potrebbero essere però le esportazioni di vino: in questo campo i nostri concorrenti sono sempre di più i paesi emergenti, Cile, Argentina e Sudafrica, ed in questa fase le loro esportazioni diventano certamente più competitive. È chiaro però che per l’Italia anche cambiamenti minimi rappresentano un problema – conclude l’economista – perché o il nostro di gran lunga il paese più fragile tra i grandi paesi europei è quello che ha più da perdere da un rafforzamento ulteriore dell’euro».
Oltre quota 1,20
Chi azzarda invece una previsione è Alberto Gallo, che a Londra è capo strategie macro di Algebris Investments e gestore del fondo Algebris Macro Credit. «L’euro sale – sostiene – ma rimane sottovalutato nei mercati. Per due motivi: primo, gli investitori ancora non hanno ben prezzato il miglioramento politico nell’Eurozona e la maggior integrazione che Merkel e Macron pianificano. Inoltre, i mercati mantengono ancora la speranza che l’amministrazione Trump implementi delle riforme fiscali anche se questo appare sempre meno realizzabile date le divisioni all’interno della Casa Bianca. Il risultato è un capovolgimento dello scenario che i mercati vedevano a inizio anno: l’Europa è passata dall’essere la più fragile ad una delle economie più forti, dove i leader hanno ancora la testa sulle spalle». Risultato? Secondo Gallo «c’è ancora spazio per l’euro, anche oltre 1,20 contro il dollaro».

Paolo Baroni

La Stampa, 4 agosto 2017

http://www.lastampa.it/2017/08/04/economia/supereuro-chi-guadagna-e-chi-perde-j0alrS9CwlhjpQI6wkNLsL/pagina.html

Stop al TPP

trumptppDonald Trump si è messo al lavoro: e come primo atto formale della sua amministrazione ha firmato l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, quel Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio con 11 paesi affacciati sul Pacifico che Barack Obama aveva fortemente voluto e che gli erano costati due anni di sforzi diplomatici. Trump lo ha sempre giudicato “pericoloso per l’industria americana”: e nel primo giorno di lavoro dimostra ai suoi supporter di essere alla Casa Bianca per tener fede ad una delle promesse fatte in campagna elettorale. La più facile, in fondo: visto che il Tpp non era mai stato ratificato dal Congresso americano.

Accecato dai flash dei fotografi e sotto lo sguardo evidentemente soddisfatto dei collaboratori, lo stratega Steven Bannon in testa, Donald Trump ha dunque posto la sua firma sotto questo e altri due ordini esecutivi. Che ha poi mostrato a favore di telecamere dicendo: “Stiamo facendo grandi cose per i lavoratori americani”. L’obiettivo della Casa Bianca, ora, è siglare accordi bilaterali con le nazioni asiatiche. Ed è anche un curioso regalo alla Cina, che al Tpp si era sempre fortemente opposta perché tagliata fuori, e adesso può potenzialmente lavorare ad un blocco alternativo, proprio quello che Obama voleva scongiurare. Ha poi firmato l’ordine che congela le assunzioni del governo federale “fatta eccezione per i militari” anche questa, una promessa elettorale cara alla destra. Infine ha reintrodotto il “Mexico City abortion rules” di fatto ristabilendo il divieto di finanziare con fondi federali le Organizzazioni non governative internazionali che praticano aborti: un vecchio braccio di ferro fra conservatori e democratici. Introdotto per la prima volta nel 1984 dai repubblicani, è stato da allora revocato dai democratici e reintrodotto dai repubblicani, a ogni cambio di presidente.

Ma la giornata di Trump era in realtà iniziata ore prima: alle 9 del mattino ha incontrato infatti alcuni big dell’industria americana, gente come Michael S. Dell, capo, dell’omonima compagnia tecnologica, Alex Gorsky di Johnson&Johnson, Jeff Fields di Ford e, unico industriale di Silicon Valley presente, Elon Musk di SpaceX. A loro chiede di aiutarlo a rilanciare l’industria manufatturiera. Chiedendogli di elaborare un piano che stimoli il settore. Nel corso dello stesso incontro, Trump ha minacciato pesantissimi dazi a quelle aziende che sposteranno la produzione fuori dagli Stati Uniti per poi esportare in America Nello stesso incontro Trump ha promesso di ridurre le tasse a società e classe media del 15-20 per cento, contro l’attuale 35: “Tutto quel che dovete fare per aiutarmi – ha detto il Presidente agli industriali – è restare in America. E non licenziare i vostri lavoratori negli Usa”.

Protezionismo che però non sta facendo bene ai mercati: visto che secondo gli analisti l’euro sta consolidandoi guadagni, mentre il dollaro è calato ai suoi minimi da un mese e mezzo, con la valuta a 1,073. Ma Trump insiste: “Taglieremo anche massicciamente i regolamenti, forse del 75 per cento. Aprire una nuova fabbrica, creare un’impresa, sarà velocissimo”.

Anna Lombardi

La Repubblica 23 gennaio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/trump_alza_il_primo_muro_stop_al_tpp_l_accordo_trans-pacifico-156712877/?ref=HREA-1

 

Il carbone surclassa oro e diamanti

crbIl 2017 inizia (finanziariamente parlando) con una pessima notizia per la Befana: le consegne di carbone, quest’anno rischiano di costarle un occhio della testa. La colpa è dei mercati delle materie prime che – dopo quattro anni di crisi – le hanno giocato un brutto scherzo: i prezzi sono tornati a salire. Non solo. Invece di correre dietro ai classici metalli preziosi, il mondo – scommettendo sulla ripresa della Cina e sul piano di investimenti infrastrutturali di Donald Trump– ha riscoperto all’improvviso i prodotti industriali meno nobili e più bistrattati. È decollato lo zinco (+60% in dodici mesi), balzato del 30% l’umilissimo stagno, sono cresciuti rame (+16%), alluminio e nickel. Ma la superstar assoluta del 2016 è stato proprio il carbone da coke, quello usato per la siderurgia e per i regali ai monelli del 6 gennaio, che ha surclassato oro e diamanti chiudendo il 2016 con un rialzo delle quotazioni del 300%.
Gli ultimi dodici mesi andranno comunque agli annali come l’anno della riscossa di quasi tutte le materie prime.

Il petrolio è il simbolo della svolta. A febbraio scorso galleggiava attorno ai 26 dollari al barile, il minimo dal 2003. Poi è successo il miracolo. I litigiosissimi paesi dell’Opec– dopo otto anni di discussioni inconcludenti – si sono accordati per un taglio alla produzione di 1,7 milioni di barili al giorno. E sono riusciti (altro mezzo miracolo) a convincere la Russia e i produttori fuori dal patto ad adeguarsi alla scelta. Appena il mercato ha fiutato l’intesa, l’oro nero ha invertito la rotta, chiudendo il 2016 in rialzo del 57%, la miglior performance dal 2009.
L’esempio del greggio è stato contagioso. E ha trascinato in netto rialzo anche i metalli industriali. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso. La domanda – in particolare della Cina – è stata superiore alle previsioni. Mentre i tagli a miniere e impianti estrattivi varati negli ultimi anni di crisi hanno ridotto all’osso l’offerta. Risultato: i prezzi sono schizzati al rialzo e le compagnie minerarie stanno facendo gli straordinari per tener dietro alle richieste. Pechino, per dire, è stata costretta a riaprire a ciclo continuo gli impianti estrattivi di carbone che solo un anno fa funzionavano per legge ad orario ridotto. Chi ha azzeccato la scommessa scommettendo al momento giusto sul settore ha fatto jackpot: la Stanmore, per dire, ha acquistato nel luglio 2015 la miniera di carbone di Isaac Plain, in Australia, per la cifra simbolica di un dollaro dalla brasiliana Vale e dalla giapponese Sumitomo che da mesi cercavano di liberarsi dell’impianto considerato ormai un peso morto. Oggi si mordono le dita, visto che il valore del sito viaggia sui 700 milioni.
L’oro dopo una partenza sprint (+16% tra gennaio e marzo 2016) ha tirato i remi in barca chiudendo l’anno con un +8%, pagando un pedaggio salato al rialzo del dollaro e a quello dei tassi Usa, fattori che tendono a ridurre il suo appeal come bene rifugio.

Il mercato delle materie prime alimentari invece ha viaggiato a due velocità: il grano resta ancora in difficoltà e ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un calo dei prezzi del 13%. Male anche il riso ( – 20%) e il cacao, che a causa della sovrapproduzione ha visto le sue quotazioni crollare del 33%, con grande sollievo per il portafoglio dei consumatori seriali di cioccolato. Il 2016, tuttavia, è stato un anno d’oro per le materie prime meno amate dai salutisti: lo zucchero ha rialzato la testa (+ 24%) dopo lunghi anni di crisi in cui ha pagato caro la sua fama di nemico pubblico numero uno del girovita e le tasse sulle bevande gassate. A sorpresa è balzato del 30% pure il prezzo di un altro dei “Most wanted” dai profeti dell’alimentazione corretta: l’olio di palma. Il motivo? La siccità in molte zone produttive che ha penalizzato i raccolti. Ma il suo futuro, con un tempo più clemente e i consumatori che l’hanno messo nel mirino, resta comunque grigio.

Ettore Livini
La Repubblica 3 gennaio 2017

L’iPhone frena?

appplIl compito di continuare a crescere è più difficile per Apple, che soffre del complesso del numero uno e deve battere i propri record: 18,4 miliardi di dollari di profitti netti negli ultimi tre mesi del 2015, più dei 18 miliardi di un anno prima e più di quanto qualsiasi altra azienda abbia mai guadagnato in un solo trimestre. Gran parte di questi profitti viene dall’iPhone, le cui vendite non aumentano più a un ritmo mozzafiato, mentre non si vedono all’orizzonte altre novità targate Mela capaci di rimpiazzare il successo dell’iconico smartphone.

I progetti di un servizio che rivoluzioni il mondo della televisione come l’iTunes fece con quello musicale, e di una smart car disegnata da Jony Ive, sono ben lontani dal realizzarsi. Per questo Wall Street è scettica e ha penalizzato le azioni di Apple con un taglio di quasi un terzo del loro valore dai massimi.

Il calo

Un anno fa un’azione di Apple costava 133 dollari, la settimana scorsa è scesa a 93. In mezzo, a partire dall’estate ha pesato la paura dell’effetto Cina sui conti di Cupertino e poi sono arrivate le previsioni di una stagione natalizia non così brillante come quella del 2014, quando era stato lanciato l’iPhone 6 e 6 Plus. Gli ultimi modelli 6S e 6S Plus non hanno suscitato lo stesso entusiasmo e gli analisti si aspettavano già un aumento modesto delle vendite, che si sono rivelate anche inferiori alle aspettative: 74,77 milioni di smartphone venduti nell’ultimo trimestre 2015, solo l’1% più di un anno prima, mentre nell’ultimo trimestre 2014 i modelli 6 avevano fatto incrementare le vendite del 46%.

Ora, in attesa di vedere le novità della prossima generazione di iPhone, si moltiplicano le domande su come Cook intende affrontare lo stallo nella crescita di Apple. Qualche analista ha perfino cominciato ad agitare lo spettro di un declino alla Nokia o Blackberry, marchi storici che una volta erano ubiqui e sono rapidamente scomparsi dal mercato. Se un simile scenario sembra esagerato, certo le scelte che ha di fronte Cook non sono semplici.

Il pieno

L’intero mercato globale degli smartphone è vicino alla saturazione: nel 2015 le vendite sono cresciute del 10% soprattutto grazie ai produttori cinesi low cost come Huawei, secondo gli ultimi dati Idc. E per il 2016 i ricercatori di Gartner prevedono un aumento di solo il 3% del numero di apparecchi venduti, con un calo pero’ del fatturato. In altre parole i prezzi scenderanno.

Lo stesso Cook nella conferenza con gli analisti della settimana scorsa ha avvertito che le vendite dell’iPhone diminuiranno nel trimestre in corso, per la prima volta da quando il telefonino fu lanciato nel 2007; e che anche il fatturato scenderà dell’11% circa, il primo calo dal 2003. Le ragioni sono il rallentamento dell’economia mondiale e in particolare della Cina, che ormai rappresenta un quarto di tutto il fatturato di Apple. Allo stesso tempo il rafforzamento del dollaro penalizza i conti dell’azienda californiana: due terzi del suo fatturato sono realizzati fuori dagli Stati Uniti e tradotti nella valuta Usa valgono di meno. Per difendere i margini di profitto, Apple nei mesi scorsi ha aumento il prezzo dell’iPhone in alcuni mercati.

Le opzioni

Ma per contrastare la tendenza allo stallo o addirittura al declino, forse Cook dovrebbe fare il contrario e prendere un’altra decisione «eretica» rispetto alla filosofia di Steve Jobs, dopo quelle già prese sul fronte estetico, come quella delle dimensioni plus dell’Iphone, per esempio. Eccola: lanciare un iPhone davvero low cost per conquistare nuove fasce di utenti che oggi non possono permetterselo.

È l’unico modo per penetrare di più nel mercato cinese e in altri Paesi emergenti. Però è una mossa ad alto rischio, perché anche in Cina gran parte del fascino del marchio della Mela morsicata viene dal suo essere uno status symbol, non un semplice apparecchio hi-tech, ma un prodotto con un contenuto emotivo.

Per ora Cook sembra puntare su un’altra strada: sfruttare il potenziale dei servizi — le app, la musica, i film e gli altri beni digitali — comprati da chi possiede gli apparecchi Apple.

Ce ne sono 1 miliardo nel mondo di iPhone, iPad, Mac, Apple TV usati «attivamente» (cioè per scaricare app &co. negli ultimi 90 giorni): è una «base» di clientela che ha generato 5,5 miliardi di dollari di fatturato nell’ultimo trimestre. «E’ una parte del nostro business ricorrente, piuttosto grande, in forte crescita e parecchio redditizia», ha commentato Luca Maestri, il responsabile finanziario di Apple.

Basterà a compensare il rallentamento del business «fisico» dell’hardware?

Maria Teresa Cometto  Corriereeconomia 1 febbraio 2016

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Il governo di Pechino indeciso su tutto fa crescere il caos

bcinaChiudo la Borsa, così la smette di scendere. Anzi no, la riapro. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crac, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino è sconcertante. Messo alle strette dalla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una “transizione incompiuta”. La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il “genio” (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di “tornare nella bottiglia”.

Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto negli ultimi tre giorni, con il nuovo pesante scivolone delle quotazioni azionarie cinesi. Il governo in sole 48 ore ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i “circuit-breaker”, parola presa in prestito dagli impianti elettrici: “spezza-circuito” è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I “circuit-breaker” esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Il colmo si è raggiunto ieri: Shanghai ha operato per soli 30 minuti, poi basta. Infine il ripensamento. Con un dietrofront le autorità annunciavano che oggi la Borsa avrebbe operato normalmente, senza sospensioni. Il tira- e-molla non ha rassicurato nessuno.

A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Anche sulla moneta nazionale, yuan o renminbi, il governo di Pechino sta giocando col fuoco. Iniziò a svalutarla nell’agosto scorso, presentando la sua decisione come un avvicinamento ai valori di mercato. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. La prospettiva di una svalutazione competitiva è stata confermata questa settimana quando il renminbi ha ripreso a scivolare al ribasso. E’ scattata la spirale delle aspettative: gli investitori ora si attendono che la valuta cinese vada più giù. E allora preferiscono uscire dalla Borsa di Shanghai per non subire perdite su titoli espressi in una moneta che sta calando. I risparmiatori cinesi considerano urgente mettersi al riparo anche loro. Come si spiegano i molteplici errori commessi da Xi Jinping e dalle varie autorità responsabili per il governo dell’economia, inclusa la banca centrale che non è indipendente dal potere politico? Una spiegazione semplice chiama in causa la curva di apprendimento. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe dirigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di “quasi-crisi”: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo “addestramento” avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie.

C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza.

Federico Rampini

Repubblica 8 gennaio 2016

 

Fed : tassi su

imafedLa Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse dei Fed Funds dello 0,25%, portandoli quindi in una banda tra lo 0,25% e lo 0,50% dal precedente range tra zero e 0,25%. Era da nove anni che il costo del denaro in Usa non veniva aumentato e dal 2008 i tassi si trovavano in quella fascia minima. La stessa presidente della Fed, Janet Yellen, ha sottolineato che con la mossa odierna “pone fine a un periodo eccezionale”, caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla più ampia recessione della storia. Ma ora la Fed “riconosce i considerevoli progressi dell’economia”, che crescerà poco più del 2% a fine anno, e per questo il rialzo “è appropriato.

0,25%, dalla quale non ci si era mai spostati. Anche oggi la giornata di Borsa ha ruotato intorno all’attesa per le scelte di Washington, nonostante il calo del prezzo del petrolio resti una preoccupazione per gli investitori. Alla pubblicazione della decisione della Fed, Wall Street ha spiccato il volo: il Dow Jones è salito dell’1,28%, il Nasdaq è avanzato dell’1,52% mentre lo S&P 500 ha messo a segno un progresso dell’1,4%……
http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_tassi_usa_yellen-129627179/?ref=HREC1-6

 

A differenza di quanto accade in condizioni ‘normali’, la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell’inflazione. E’ buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un’economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell’immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d’azione: si deve allontanare dalla fascia dei ‘tassi zero’ che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C’è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l’ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda – e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_in_azione_riflessi_su_dollaro_e_mercati_emergenti-129577836/

Tassi immobili

dollars rrrLa Fed mantiene i tassi di interesse ai minimi storici fra lo zero e lo 0,25%, rimandando ancora una volta la prima stretta dal 29 giugno 2006. A pesare sono i timori per l’economia globale e l’inflazione che resta bassa, al di sotto del target del 2% della banca centrale. L’appuntamento ora è per ottobre, quando è in calendario la prossima riunione della Fed. Un incontro per il quale non è prevista nessuna conferenza stampa che, però, potrebbe essere convocata se si deciderà di aumentare i tassi

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/usa-la-fed-lascia-i-tassi-invariati-gUCyNWcyNdbSyltJHEm4hK/pagina.html

10 cose da sapere

Che cosa è successo?

La Federal Reserve non alza i tassi d’interesse e li lascia invariati tra lo 0 e lo 0,25%.

Da quanto tempo non si alzano i tassi Usa?

È la cinquantacinquesima volta che non ritocca i tassi all’insù. L’ultimo rialzo dei tassi Usa risale al lontano 2006. All’epoca, come spiega un divertente grafico del Wall Street Journal, gli operatori di Borsa avevano la Bmw come auto preferita è in tasca il BlackBerry. Oggi, invece, bikesharing e IPhone.

Ma allora quando saliranno i tassi?

Il comunicato della Fed non indica una prossima data entro la quale è previsto un rialzo dei tassi.

Che cosa vuol dire questo?

Significa che la Fed non dà indicazioni di una stretta alla politica monetaria. È stata molto più “colomba” di quanto si aspettassero i mercati.

Dunque l’economia Usa non sta correndo e non ha bisogno di una frenata con un rialzo dei tassi?

La Fed considera che l’inflazione non sia per ora assolutamente preoccupante. Ma dice anche che nel 2015 gli USA cresceranno più del previsto.

Ma allora perché non cominciare con un piccolo rialzo?

La Fed è preoccupata per l’agitazione dei mercati internazionali (vedi Cina) e dei riflessi possibili sul quadro economico. Per questo dice che “sta seguendo gli sviluppi all’estero”. Una frasetta che è però molto significativa.

Erano tutti d’accordo all’interno della Fed?

La decisione è stata presa non all’unanimità, ma a maggioranza. Tutti i governatori erano a favore tranne uno, che voleva invece un rialzo.

La Borsa che ne pensa? Wall Street, dopo una piccola fiammata iniziale, è scesa all’annuncio che i tassi restano invariati?

Wall Street non ha ancora capito se guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

E il dollaro che fa?

Alla notizia, cala sull’euro. I tassi di interesse sui titoli di stato Usa non saliranno quindi non ci sarà la corsa a comprarli.

Buona o cattiva notizia, il calo del dollaro?  

Per chi importa prodotti pagati in dollari – petrolio compreso – buona: in euro costeranno meno. Per chi esporta verso gli USA cattiva notizia: ci sarà l’effetto contrario.

Francesco Manacorda

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/la-federal-reserve-non-alza-i-tassi-dinteresse-dieci-cose-da-sapere-irD3mczWLWeiNVhOIUS4GP/pagina.html