Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

Perché cresciamo poco, nonostante Yellen e Draghi

yell-dragLa politica invia segnali confusi ai cittadini. E spesso scambia la forza dei suoi slogan con la solidità delle argomentazioni. È per questo che quando si muovono con le parole o le scelte Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e il suo collega Mario Draghi alla Banca centrale europea, diventano argomento di riflessione nei Paesi e non solo tra economisti, finanzieri, imprenditori, politici. Da Washington la prima e da Francoforte il secondo, hanno fatto in modo che la crisi peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale avesse effetti meno devastanti possibili. All’indomani delle dichiarazioni di Yellen, che ha arricchito la serie di indizi che parlano di un imminente probabile rialzo dei tassi americani, l’attesa è ora per le parole di Draghi giovedì prossimo. I tassi bassi per l’economia sono lo strumento più efficace nei periodi legati a crescita stagnante. Le imprese e gli Stati possono chiedere crediti pagando meno il costo del denaro. Questo facilita la spesa per gli investimenti dando una spinta allo sviluppo. Il fatto che in America la tendenza sia al rialzo fa pensare che l’economia abbia raggiunto un punto di svolta. Le Borse americane sono ai massimi storici. La disoccupazione è al 4,8%, l’inflazione è attorno all’obiettivo stabilito del 2%. Donald Trump continua a indicare in tre assi la sua politica di sviluppo: taglio delle tasse al ceto medio, meno regole e più spesa per le infrastrutture.

Il passaggio dal messaggio della Casa Bianca all’azione concreta sarà meno semplice, ma è quello che vogliono sentirsi dire le imprese e la finanza per continuare a scommettere sulla crescita. Analoghi segnali sembrano potersi rintracciare in Europa. L’inflazione in Germania ha superato il 2%. Persino in Italia ha toccato quota 1,5%. La fiducia delle imprese in Germania, Francia e Italia è in aumento costante. La Spagna continua a segnare buoni livelli di crescita. Tanto che si dice possano aumentare le pressioni su Mario Draghi affinché tolga il piede dell’acceleratore della politica espansiva per evitare pericolose fiammate dell’inflazione. Cosa che produrrebbe per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato, conseguenze negative sugli interessi da pagare sui titoli di Stato e quindi sui conti pubblici. Al di qua e al di là dell’Atlantico i segnali positivi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma sono molto sulla carta. O meglio tutt’altro che soddisfacenti. Le aree di disagio sembrano allargarsi invece che diminuire. La stessa elezione di Trump ne è il sintomo più evidente. Nonostante e il costo del capitale sia così basso il livello degli investimenti non è stato del livello atteso. Sir John Cunliffe, vice governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso riportato da The Economist di questa settimana ha notato come negli ultimi quarant’anni prima del 2007 la crescita media degli investimenti è stata del 3%, mentre da quell’anno in poi è scesa all’1,5%. Ci potrà essere stata difficoltà nell’accesso al credito sicuramente. Ma altrettanto sicuramente c’è la percezione di un aumento dei pericoli o perlomeno di una loro non riduzione.

Il disagio del quale si parlava è riferito non al momento che stiamo vivendo , quanto al futuro. Le famiglie e i lavoratori sono portati a risparmiare piuttosto che a spendere. E analogamente si muovono le imprese che custodiscono ingente liquidità preferendo distribuirla ai propri soci invece di metterla a rischio investendo senza sufficienti ritorni. È come se gli attori economici, cittadini, aziende, istituzioni finanziarie stessero perdendo la pazienza. Forse si dimentica che negli ultimi anni proprio grazie all’azione delle banche centrali americane, europee, ma anche cinesi e giapponesi, si sono superati choc internazionali importanti. La crisi russa nel 2014, come quella delle materie prime con i prezzi del petrolio in forte discesa, la cinese nel 2015 e, in misura minore, quella finanziaria del 2016. Senza contare le tensioni in medio Oriente e le successive ondate di migranti. Crisi che hanno spostato in avanti il recupero atteso. È evidente che averle superate e registrare gli evidenti segnali di ripresa non basta in poche settimane a consolidare la fiducia necessaria che spinge a investire a guardare con più serenità al futuro. È per questo che la cautela con la quale usano le parole Yellen e Draghi associata alle loro forti azioni di sostegno alle economia, la si vorrebbe ritrovare nelle istituzioni e nei protagonisti della politica. Sarebbe il segnale della comprensione che fiducia e riforme sono da sempre i veri motori di riprese più solide.

DANIELE MANCA

Corriere della Sera, 3 marzo 2017

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/perche-cresciamo-poco-nonostante-yellen-draghi-fcddcc16-0054-11e7-92b1-e1f58b14debd.shtml

La Ue offre protezione ma non dà dinamismo

eurrrrCaro direttore, Roberto Sommella ha scritto qualche giorno fa che l’euro è rimasto orfano. Ha ragione, in pochi lo difendono eppure ci sono tantissime ragioni per farlo. L’euro ci ha offerto una protezione molto forte rispetto alle turbolenze monetarie. Molti hanno dimenticato le tensioni e gli inconvenienti economici provocati dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Gli anni Settanta, Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono stati dominati delle continue crisi della lira e di altre valute nazionali.

Cosa sarebbe successo alle monete europee nel 2008/2009 se non avessimo avuto l’euro? Nel 2011 siamo riusciti ad evitare per poco una crisi delle nostre finanze pubbliche. Se non avessimo avuto l’euro, le tensioni di quei mesi si sarebbero ripercosse anche sul tasso di cambio della nostra moneta rendendo la situazione ingestibile.

Uno degli obiettivi dell’unione monetaria era di darci tassi di interesse più bassi e offrire alle nostre imprese un accesso ai finanziamenti simile a quello disponibile per le imprese di altri Paesi. Ancora non abbiamo raggiunto completamente questo obiettivo, ma ci siamo andati molto vicini. In ogni caso, gli effetti sulle nostre finanze pubbliche sono stati spettacolari. Nel 1996 il nostro Paese ha pagato per interessi sul debito pubblico una cifra equivalente a 115,6 miliardi di euro su di un debito pubblico di poco più di 1.200 miliardi di euro; nel 2004 abbiamo pagato 66,7 miliardi di euro di interessi su di un debito pubblico che nel frattempo era salito a 1.450 miliardi di euro! Abbiamo risparmiato quasi 50 miliardi di euro all’anno. Che succederebbe se ricominciassimo ad emettere titoli di Stato in una nostra moneta nazionale?

Ai tempi delle valute nazionali e del Sistema monetario europeo la Bundesbank di fatto decideva la politica monetaria europea. Un governatore della banca centrale belga, Fons Verplaetse, dichiarò in una famosa intervista che la sua «autonomia» era di 15 minuti; questo era il tempo che aveva tra l’essere informato di un aumento dei tassi di interessi tedeschi e l’annunciare un aumento corrispondente dei tassi di interesse belgi. Oggi la Bce segue una politica monetaria determinata dalle necessità dell’insieme della zona euro, cosa che non piace affatto alla Bundesbank che vorrebbe una politica ben diversa.

E non dimentichiamo poi gli aspetti politici. Pensiamo al senso di appartenenza ad un insieme integrato che dà il fatto di poter pagare il ristorante con la stessa moneta da Lisbona a Bologna e da Palermo ad Helsinki. Per molti giovani l’Europa è l’euro, è il poter utilizzare il proprio telefonino ad un prezzo ragionevole dovunque siano in Europa e il poter viaggiare senza passaporto in tutto lo spazio Schengen.

Le grosse difficoltà economiche italiane di questi anni non sono poi dovute all’euro. È dalla metà degli anni Novanta che siamo il Paese con il più basso tasso di crescita di tutta l’Unione Europea. In questo periodo siamo cresciuti anche meno della Grecia. Se decidessimo di uscire dall’euro, che effetti si vedrebbero sulla durata media dei processi civili e penali, sui risultati dei nostri studenti nei test PISA dell’Ocse, sulle complicazioni burocratiche, sulla bassa efficienza della nostra pubblica amministrazione e sui tanti altri ostacoli strutturali alla nostra crescita?

Ci sono tante cose che devono essere fatte per far funzionare meglio la zona euro. Jacques Delors ha detto che l’euro protegge, ma di per sé non dà dinamismo. Molte di queste cose sono indicate in documenti che l’Unione Europea ha già adottato e altre sono ancora delle proposte. Ma anche non riuscissimo ad ottenere in tempi rapidi questi miglioramenti, sarebbe comunque nostro interesse rimanere in questa unione monetaria, pur con tutti i suoi limiti. La maggior parte dei problemi che abbiamo visto in questi anni era conosciuta e prevista e, nonostante questo, abbiamo voluto noi entrare nell’unione monetaria. La Germania e tanti altri Paesi ci consigliavano di restarne fuori.

Fabio Colasanti

Corriere della Sera, 24 febbraio 2017

Inflazione Ue, timori sui tassi

L’inflazione nella zona euro è tornata a correre e si sta avvicinando alla soglia per la stabilità dei prezzi che la Banca centrale europea si è posta come obiettivo: «Vicina ma inferiore al 2%». Il tasso di inflazione annuale a gennaio nell’eurozona — ha certificato ieri Eurostat — è atteso in netto rialzo all’1,8% rispetto all’1,1% di dicembre, trascinato dai prezzi dell’energia. Certamente la salute dell’eurozona è in netto miglioramento, ha ripreso a crescere e anche l’andamento dell’inflazione lo dimostra . In Germania è ormai vicina all’1,9%, in Spagna è volata al 3% annuale a gennaio, ai massimi da oltre quattro anni (a dicembre era dell’1,4%). E in Francia ha sì registrato un calo dello 0,2% nel primo mese del 2017 (comunque meglio delle attese degli analisti), ma su base annua l’incremento sarà dell’1,4%. In questo scenario si distingue l’Italia, che stima un +0,2% per il quarto trimestre 2016 e secondo Bankitalia va verso un +0,9% nell’intero 2016. A riprova che la ripresa nel nostro Paese resta fragile. Ad aprile la Bce rallenterà il quantitative easing dagli attuali 80 miliardi al mese a 60 miliardi, sino a fine anno. Ma ci sono i tedeschi, che andranno alle urne in autunno, in pressing sulla Banca centrale europea. E per l’Italia sarà un problema.

Francesca Basso

Corriere della SerA, 1 Febbraio 2017

 

Altri nove mesi di Qe

qeeeLa Banca centrale europea ha annunciato che apporterà modifiche al suo programma di acquisto di titoli di stato. Fino a marzo del 2017, l’istituto di Francoforte continuerà a comperare dal mercato titoli per 80 miliardi di euro al mese. A partire da aprile, fino a dicembre, il volume di acquisto scenderà a 60 miliardi di euro al mese. Il presidente, Mario Draghi, ha detto che in ogni caso il Consiglio direttivo si riserverà la facoltà di incrementare gli acquisti, se questo si rivelasse utile per mantenere lo stimolo monetario eccezionale all’economia dell’Eurozona, e che questi continueranno oltre dicembre 2017, “se necessario”.

I tassi di interesse dell’euro sono stati tenuti fermi a zero, e il tasso dei depositi bancari presso la Bce è rimasto inalterato a meno 0,4 per cento. Draghi ha specificato che le misure adottate dalla Bce non equivalgono al “tapering” introdotto dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, quando decise di ridurre il proprio piano di acquisto di titoli.

Il presidente dell’Eurotower ha confermato le stime per la crescita del pil dell’Unione europea nel 2016, a più 1,7 per cento, mentre sono aumentate dello 0,1 per cento quelle per il 2017, pure a più 1,7 per cento. Per il 2018 e il 2019, le Bce ha previsto una crescita di più 1,6 per cento. Draghi ha chiesto a tutti i paesi dell’Eurozona di procedere con le riforme strutturali dell’economia, che “restano essenziali e vanno aumentate significativamente” per poter raggiungere dei migliori livelli di crescita anche quando gli acquisti di titoli diminuiranno.

Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/12/08/news/draghi-decide-per-altri-9-mesi-di-qe-e-la-riduzione-degli-acquisti-dei-bond-a-60-miliardi-110070/

Le cose positive dei tassi negativi

aaaeurrrDal 2014 a oggi si è verificato un cambio di paradigma nella politica monetaria delle principali banche centrali globali. I tassi d’interesse hanno cominciato a entrare in territorio negativo, al fine di stimolare una crescita economica stagnante.
Risultati
Le ripercussioni sono state significative sul mercato obbligazionario, sia sovrano sia corporate. Basti pensare che a livello globale poco più di 12.000 miliardi di dollari di bond governativi hanno rendimento negativo. Ma, dopo anni di attesa, qualcosa comincia a funzionare.
Chi la dura la vince. James Mackintosh ha fatto notare sul Wall Street Journal che il rimbalzo economico nell’eurozona inizia a manifestarsi, sia sul piano dell’occupazione sia sul versante degli investimenti fissi lordi, una componente fondamentale del Prodotto interno lordo (Pil). Entrando più nei particolari, secondo il database statistico della Banca centrale europea (Bce), in luglio gli investimenti fissi sono tornati al livello del 31 dicembre 2008. La loro crescita è stata costante dal giugno 2013, ma è nel 2015 che è avvenuta la spinta maggiore. Dopo le operazioni di stimolo, quindi. Se è vero che i risparmiatori tedeschi potranno non apprezzare le politiche della Bce, ricorda Mackintosh, è altrettanto vero che i tassi negativi nell’area euro sono uno strumento destinato a non durare per sempre. Una volta superata la fase di stimolo, la Bce di Mario Draghi procederà alla piena normalizzazione.
Esiste però una questione fondamentale che impensierisce gli investitori istituzionali e i policymaker. Fino a quando mantenere i tassi a questo livello? Traduzione: come riconoscere il momento giusto per avviare l’exit strategy?
Pericoli
Come spiega John Taylor, l’economista di Stanford che ha teorizzato la regola più usata dai banchieri centrali, la Taylor Rule, nel lungo termine è possibile che questa politica monetaria sia controproducente. «Senza dubbio non è possibile convivere con tassi così bassi e con rendimenti negativi su tutta la curva di un bond governativo. Qualunque investitore ha bisogno di rendimenti e di una precisa percezione del rischio di un asset. Chi crede che questa politica monetaria è la nuova normalità si sbaglia di grosso, perché si crea l’illusione che un asset sia sicuro quando non lo è. E inoltre la mancanza di rendimenti laddove ci sono sempre stati, come nel caso delle obbligazioni governative, può portare a sviluppi imprevisti», aggiunge Taylor. Il riferimento è alla nascita di bolle sui prezzi di altri asset, finora ignorati, che promettono un ritorno più elevato dell’investimento. «Il punto è chiaro: se non ci sono rendimenti sul mercato obbligazionario, un investitore li andrà a cercare altrove, anche in modo irrazionale. Ecco perché i tassi negativi possono minare alla stabilità finanziaria globale», continua l’economista.
Secondo la Taylor Rule, le autorità monetarie devono adattare il tasso di interesse nominale di breve periodo affinché sia pari al tasso di interesse reale di equilibrio, in modo da tenere bilanciato il rapporto tra Prodotto interno lordo (Pil), inflazione e il tasso di riferimento. Nel caso così non fosse, allora ci saranno squilibri in uno dei tre fattori, che potenzialmente possono creare scompensi a livello finanziario.
«Non è facile commentare le politiche di Bank of Japan e Bce, ma mi pare evidente che in entrambi i casi l’impatto dei tassi negativi sia modesto sia a livello d’inflazione sia a livello di economia», fa notare Taylor. In compenso, i rischi di questo atteggiamento di politica monetaria non sono pochi. «Il surriscaldamento di alcune aree economiche è possibile, quindi i policymaker devono stare molto attenti. In bilico c’è non solo l’economia globale, ma anche la credibilità stessa delle autorità monetarie», conclude.
Divergenze
È per questo che il numero uno di JP Morgan, James Dimon, ha chiesto a gran voce che la Federal Reserve continui ad alzare i tassi come promesso a più riprese. Questo perché negli Stati Uniti c’è l’evidenza che l’economia ha ripreso a marciare con un ritmo stabile e rilevante. Sono soddisfacenti il livello occupazionale e il tasso d’inflazione, come ricordato anche dal presidente della Fed Janet Yellen a Jackson Hole. E per evitare la creazione di asimmetrie su alcune classi di asset, come nel caso del comparto azionario.
La divergenza della politica monetaria tra la Bce e la Fed, derivante da un differente approccio temporale alla crisi post Lehman Brothers, è destinata a ridursi? Nel lungo periodo sì. Come ha ricordato Draghi durante l’ultima conferenza stampa dell’Eurotower, gli stimoli e i tassi bassi resteranno per un prolungato periodo. Tuttavia, una volta che tutti i segnali microeconomici saranno positivi, si potrà pensare al ritorno alle politiche non straordinarie. E le prime indicazioni stanno già arrivando.
Fabrizio Goria
Corriereconomia, 19 settembre 2016

La Banca centrale europea striglia i governi, stimoli invariati fino a marzo 2017

dadiNella prima riunione dopo la pausa estiva, la Banca centrale europea ha lasciato invariate le misure di stimolo, compresi i tassi di interesse che restano al minimo storico, e ha avvertito i governi che dovrebbero fare di più per stimolare la crescita nell’Eurozona e spingere l’inflazione al rialzo. La Bce ha tenuto i tassi invariati e ha deciso di non estendere, al momento, la durata del programma di acquisto di titoli pubblici, il Quantitative leasing, mentre monitora da vicino le condizioni dell’economia che sono minacciate da rischi globali e politici. Il presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa, ha risposto a quanti da più parti si domandavano quali sarebbero le armi che la Bce potrà sfoderare in futuro per contrastare una crescita anemica e un’inflazione ostinatamente bassa. Draghi ha detto che alcune misure circolate sulla stampa – vedi l’acquisto di azioni oltre alle obbligazioni statali e societarie che già rientrano nel programma di stimoli della Bce – oppure molto dibattute dagli esperti e dagli accademici – come l’helicopter money – non sono state discusse. Draghi ha però detto che il programma di acquisto di titoli di stato da 80 miliardi di euro al mese continuerà fino a marzo 2017 o oltre se sarà necessario.

La situazione è quella di una ripresa graduale ma incerta, in uno “scenario base che rimane soggetto a rischi al ribasso”. E proprio per questo il presidente della Bce ha aggiunto che è stato formato un comitato di esperti per studiare eventuali strade per estendere, se necessario, gli stimoli monetari, qualora si registrassero segnali di deflazione – che “al momento non ci sono” –, nell’economia europea. Un’economia che, nonostante “la trasmissione degli effetti della politica monetaria a quella reale non abbia mai funzionato così bene come oggi”, sta ripartendo a stento, tanto che l’istituto bancario europeo ha abbassato le stime di crescita del pil dell’Eurozona per il 2017 (dall’1,7 all’1,6 per cento), alzando però quelle del 2016 all’1,7 per cento (era all’1,6 per cento).

Per questo motivo Draghi ha strigliato i governi degli stati membri dell’Ue a mettere in cantiere quelle riforme strutturali “necessarie in tutti a paese per aumentare la produttività”, favorendo politiche di bilancio che possano sostenere al ripresa “pur rimanendo nel rispetto delle regole di bilancio dell’Unione europea”: “Altre aree della politica devono contribuire sia a livello nazionale che internazionale per ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare la crescita potenziale”, effettuando investimenti pubblici nelle infrastrutture, soprattutto in virtù degli effetti benefici sull’occupazione. Ha inoltre aggiunto che i paesi, come la Germania, “che hanno uno spazio di bilancio devono poterli utilizzare”.

Il presidente della Bce ha poi affrontato la questione banche spiegando che è errato pensare che “i tassi di interessi bassi siano l’unica spiegazione a tutto quello che non va nel settore bancario”.

Il Foglio 9 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/08/mario-draghi-bce-stimoli-invariati___1-v-147104-rubriche_c431.htm

Il rebus della Bce: potenziare il bazooka se l’inflazione delude

bzzkkDopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Banca centrale europea sul mercato, con il Quantitative easing, l’inflazione annuale nella zona euro è appena dello 0,2 per cento. E le aspettative del mercato sul carovita fra 10 anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se laBce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani Mario Draghi e il board dell’istitutodi Francoforte constateranno che, da sola, la Bce per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili.
Mario Draghi sarà ricordato a lungo per il «whatever it takes» del 2012: la Banca centrale europea presieduta da lui – assicurò – avrebbe fatto «qualunque cosa serva» per preservare l’euro. Ma il successo di quelle tre parole rischia di oscurarne altre. Nel novembre 2015 Draghi disse che la banca era disposta a fare «tutto il necessario», un mese che avrebbe agito «senza limiti né indebiti ritardi», e il mese ancora successivo ricordò: «Non molliamo». Parlava della diga che stava alzando contro una minaccia di deflazione sempre più evidente nell’area euro.
Draghi in seguito è passato dalle parole ai fatti. Nel 2015 la lanciato un piano di acquisti di titoli in gran parte pubblici, un anno dopo lo ha rafforzato e in questi giorni quel programma ha superato quota mille miliardi di euro. Eppure queste azioni della Bce non hanno avuto lo stesso successo schiacciante del «whatever it takes», per un motivo che Draghi stesso ricorda di frequente: la Bce, da sola, non può risolvere la carenza di investimenti nell’area euro.
Queste settimane stanno confermando che una banca centrale non è onnipotente neanche a pieno regime. Dopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Bce sul mercato, l’inflazione annuale nella zona euro è appena di 0,2% malgrado prezzi del petrolio stabili rispetto a 12 mesi fa. Le aspettative del mercato sul carovita fra dieci anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se la Bce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa: quando i prezzi in tutta l’economia cadono, famiglie e imprese rinviano le spese in attesa di migliori affari domani, mentre il peso dei vecchi debiti aumenta rispetto ai ricavi di chi deve rimborsarli.
La Bce lo ha evitato. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani constaterà che, da sola, per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili. Lo zoccolo dell’inflazione di base in area euro oggi è persino più sottile di pochi mesi fa, al punto che il bazooka sembra ogni mese meno efficace. Un sostegno dai governi aiuterebbe, se favorissero un programma di investimenti coordinati almeno da 800 miliardi di dollari sul modello dell’amministrazione americana nel 2009. Ma quell’aiuto non arriverà: l’Italia e la Francia hanno bilanci già troppo carichi di stress e di sprechi; in Germania solo i 40 miliardi impegnati per 1,1 milioni di rifugiati impedirà al governo di chiudere l’anno con un colossale surplus non speso. La Bce dovrà continuare a contrastare la marea della deflazione con le proprie armi, oltre l’attuale scadenza nel programma d’interventi nel marzo prossimo. Il problema è che deve cambiare al più presto le proprie stesse regole, perché in base a quelle attuali tra non molto non ci saranno più titoli tedeschi (e portoghesi) da comprare sul mercato. Ma non sarà facile. Concentrare gli acquisti solo sui bond di alcuni Paesi può suscitare tensioni politiche; anche accettare bond tedeschi a rendimenti molto negativi creerebbe problemi, perché per la banca centrale questo provocherebbe forti perdite. Altre soluzioni tecniche non mancano, eppure sembra sempre più difficile che la Bce possa continuare a comprare nuovi titoli di Stato oltre la fine del 2017. A quel punto,secondo Goldman Sachs, la Banca d’Italia per conto della Bce avrà già incamerato titoli di Roma equivalenti a cinque anni dell’attuale deficit pubblico. Il vero vincolo per lo Stato, più del Patto di stabilità Ue, sarà riuscire a vendere debito sul mercato quando questa grande mano protettrice di Francoforte si sarà ritirata.

Federico Fubini
Corriere della Sera 6 settembre 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_06/rebus-bce-potenziare-bazooka-se-l-inflazione-delude-784cf632-746a-11e6-b267-7b6340139127.shtml

Deflazione e la moneta che piove dal cielo

helmonNegli anni ’70, l’inflazione dovette superare il 10% o addirittura il 20% prima che molti Paesi si convincessero a cambiare l’assetto istituzionale della politica monetaria, scoprendo le banche centrali indipendenti e altri accorgimenti per tenere a bada l’inflazione.

Ora in quasi tutti i Paesi avanzati la sfida è opposta: come far salire un’inflazione troppo bassa o negativa. Ma come negli anni ’70, alla base delle difficoltà incontrate dalla politica monetaria sta anche un assetto istituzionale non più adeguato.

Le tendenze deflazionistiche hanno più cause, alcune benigne, altre meno: il rallentamento dell’economia cinese che contribuisce a far scendere il prezzo delle materie prime; l’innovazione tecnologica che riduce i costi del commercio; l’invecchiamento della popolazione che aumenta i risparmi; l’eccesso di debito che scoraggia la spesa. Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la ricetta per contrastare queste tendenze è una sola: aumentare la domanda aggregata. Ma con i tassi di interesse a zero o negativi, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più. E anche gli strumenti non-convenzionali a disposizione delle banche centrali sono quasi esauriti (con la parziale eccezione della Federal Reserve americana).

Eppure, dal punto di vista tecnico, uno strumento per aumentare la domanda aggregata esiste anche nella situazione attuale: è la cosiddetta “moneta distribuita con l’elicottero”, per usare le parole di Milton Friedman. Cioè la banca centrale stampa moneta e la distribuisce ai cittadini, non in cambio di qualcosa (titoli di stato o la promessa di una restituzione futura), ma in modo permanente e a fondo perduto.

Le obiezioni nei confronti di questo strumento non sono economiche, ma politiche. Dal punto di vista economico non c’è dubbio che sarebbe efficace. Una parte della moneta addizionale verrebbe risparmiata, ma certamente vi sarebbero cittadini che si affretterebbero a spenderla, facendo salire la domanda aggregata e i prezzi.

Anzi, la moneta con l’elicottero avrebbe minori contro-indicazioni rispetto ai tassi di interesse negativi (che mettono a repentaglio la solidità patrimoniale di assicurazioni e banche), e al Quantitative Easing (che alimenta bolle speculative e assunzione eccessiva di rischi).

La vera obiezione è che in questo modo la banca centrale si metterebbe a fare politica fiscale. Anziché intervenire sui mercati finanziari, la banca centrale si troverebbe a decidere entità e modalità di un trasferimento ai cittadini, senza alcuna legittimazione politica o istituzionale. Anche se non fosse proibito dalla legge, una banca centrale che effettuasse trasferimenti permanenti ai cittadini si troverebbe presto privata della sua indipendenza e della sua legittimità.

L’obiezione naturalmente è corretta. Ma non per questo l’idea va scartata. Il problema infatti non è lo strumento economico, ma l’attuale assetto istituzionale, che impedisce un coordinamento efficace tra politica monetaria e fiscale. Come hanno scritto Adair Turner (ex Presidente della Financial Service Authority inglese) e Ben Bernanke (ex Presidente della Federal Reserve), l’indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell’area Euro). L’importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l’obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale.

Rispetto all’assetto attuale, non verrebbe stravolta la divisione dei compiti. La banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione. Rispetto alle politiche seguite finora, tuttavia, l’efficacia sarebbe molto maggiore. Il QE infatti allenta il vincolo di bilancio del governo solo per la parte relativa agli interessi, e non costituisce un trasferimento permanente a favore dei governi. Nell’area Euro, in particolare, i governi rimangono soggetti ai vincoli sul debito pubblico. E anche se questi vincoli fossero allentati, in nome della “flessibilità”, l’attenzione dei mercati impedirebbe ai paesi più indebitati di spendere la liquidità immessa sui mercati dalla banca centrale, perché anche il debito comprato dalla Bce con il QE prima o poi andrà ripagato. Un trasferimento permanente, invece, non sarebbe soggetto a questi vincoli e sarebbe assai più efficace nel sostenere la domanda aggregata. Inoltre, la consapevolezza che politica monetaria e fiscale possono essere attivate con questo nuovo strumento contribuirebbe a ridare fiducia all’economia, rendendo con ciò meno necessario ricorrervi.

Per rendere trasparente e concreta questa modalità di coordinamento tra politica monetaria e fiscale, è necessario intervenire sull’assetto istituzionale della banca centrale, prevedendo esplicitamente questa possibilità di attuazione anche nei trattati europei. Il Trattato di Maastricht fu scritto quando i problemi economici erano ben diversi. Chi avrebbe immaginato allora che il tasso di interesse sui depositi presso la Bce sarebbe stato il -0.40%, così come il rendimento sui titoli di stato tedeschi a 5 anni? Non c’è una ragione valida per non cambiare quel Trattato, se non l’inerzia politica dell’Europa. Ma i costi dell’inerzia sono sempre più alti.

Guido Tabellini

ILSOLE24ORE, 19 aprile 2016

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-04-19/deflazione-e-moneta-che-piove-cielo-071642.shtml?uuid=ACUMYYAD

Un commento all’articolo

http://www.agoravox.it/Helicopter-money-Invece-della.html

Tassi a zero

drgqI tassi di interesse resteranno ‘ai livelli attuali o più bassi per un esteso periodo di tempo’, è quanto ha affermato il presidente della Bce, Mario Draghi che ha deciso di azzerare i tassi d’interesse, sorprendendo i mercati finanziari. Le misure varate dalla Bce rappresentano una decisa accelerazione della politica monetaria per contrastare i timori di deflazione.Il piano di acquisti proseguirà ‘se necessario’ oltre la scadenza prevista del marzo 2017 – ha spiegato Draghi – e in ogni caso fino a quando vedremo una sostenuta risalita della dinamica di inflazione a valori coerenti con gli obiettivi. In più, ha annunciato Draghi, la Bce ha tagliato le sue previsioni di crescita sull’area euro, all’1,4% sul 2016, all’1,7% sul 2017 mentre sul 2018 stima un più 1,8%.Queste misure decise dalla Bce non sono una reazione eccessiva alla caduta del petrolio, ma la risposta ‘ad un cambiamento significativo’ delle condizioni generali in cui la Bce opera e puntano a ‘rafforzare lo slancio dell’economia’ e favorire il ritorno dell’inflazione media dell’area euro ai valori obiettivo.Si tratta in particolare del taglio ai tassi di interesse con quello sui depositi che scende a -0,40%, del potenziamento di 20 miliardi al mese del Qe, dell’allargamento degli acquisti ai corporate bond, e un nuovo Tltro…

http://www.lettera43.it/attualit/draghi-taglia-i-tassi-d39interesse-resteranno-cos-a-lungo—la-notizia_43675237872.htm

Ecco le cinque mosse:

1. Il tasso scende allo 0,0%

Si diceva che non sarebbe mai sceso oltre la soglia definita «invalicabile» dello 0,25%, e invece a sorpresa il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha portato a zero il tasso di rifinanziamento principale delle banche, ovvero quanto gli istituti pagano per finanziarsi presso la Bce. Una mossa con la quale la banca centrale prova a smuovere, a cascata, tutti gli altri tassi.

2. Il taglio sui depositi e il mondo dei margini negativi

La Bce ha anche portato il tasso sui depositi a -0,40%. Tradotto, vuol dire che le banche potranno ricevere il denaro a costo zero ma che se lo depositano di nuovo presso la Banca centrale europea dovranno pagare un piccolo interesse. Infatti questa misura non incontra le simpatie delle banche e degli istituti di credito europee, perché va a incidere (non poco) sugli interessi dei prodotti finanziari (leggi, in primis, assicurazioni, prestiti, mutui, ecc).

3. Da aprile 20 miliardi in più ogni mese

Non più 60 ma 80 miliardi al mese sul programma di acquisizione del debito avviato lo scorso anno dalla Banca centrale europea. Con l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce finora si è registrato un effettivo abbassamento del costo del debito, e uno dei paesi dell’area euro a beneficiarne è stato certamente l’Italia. Ora il piano di Quantitative Easing aumenterà di altri 20 miliardi, un terzo in più di quanto acquisito finora. Inoltre i limiti sugli acquisti possibili da parte della Bce per una singola emissione di bond saliranno al 50% (attualmente è il 33%).

4. La Bce potrà comprare anche i bond delle grandi aziende

Se ne parlava, ma sembrava più fantafinanza, invece adesso davvero la Bce potrà finanziare direttamente le grandi aziende, attraverso l’acquisto di bond societari, purché abbiano un rating con livello d’investimento (cioè non speculativo). Fino ad ora il Quantitative easing ha riguardato in primis titoli di Stato e pochi altri bond emessi da agenzie europee o entità nazionali di rango istituzionale (come la Cassa depositi e prestiti).

Draghi vuole vedere a tutti i costi un effetto sull’economia reale. Più liquidità alle aziende, soprattutto nelle regioni d’Europa in cui industria, manifattura e agricoltura sono attualmente in crisi, significa non solo farle ripartire. E vederne già tra un anno gli effetti sul Pil dell’eurozona.

5. Soldi subito alle banche che aiutano l’economia

Da giugno la Bce immetterà sul mercato un pacchetto di quattro prestiti “TLtro” alle banche. Tradotto, gli istituti di credito e le banche pagheranno un tasso tanto più negativo (a partire dallo 0,00% del tasso principale) quanto più faranno credito. E per la prima volta il tasso su questi prestiti sarà non più il tasso principale ma il tasso sui depositi, quindi negativo: in pratica la Bce pagherà alle banche che ricevono un prestito un tasso dello 0,40%.

Aldo V. Pecora

http://smartmoney.startupitalia.eu/analisi/53049-20160310-draghi-5-mosse-bce-spiegate

Rendimenti negativi: un paradosso

Investire in titoli a reddito fisso per ottenere un rendimento negativo — vale a dire pagare un interesse a chi si indebita prendendo in prestito il nostro denaro — è uno dei grandi paradossi della crisi finanziaria. Già nel 2011 i rendimenti dei Bund tedeschi erano scesi per la prima volta sotto zero, ma a partire dall’agosto del 2014, quello che fino ad allora era stato un fenomeno isolato è diventato una consuetudine. Attualmente i titoli tedeschi fino a una scadenza di 7-8 anni pagano un tasso negativo, ad esempio il Bund a due anni offre il -0,32%. Le emissioni elvetiche a dieci anni sono state il primo esempio di bond a lungo termine con un tasso inferiore allo zero. Ma come funziona, tecnicamente, il paradosso di un rendimento negativo? La cedola va in rosso quando il prezzo a cui viene acquistata una emissione è superiore al valore di rimborso del capitale, più gli interessi. Questa circostanza si verifica o quando l’emissione viene lanciata a un prezzo superiore alla pari (paghi 101 e ti rimborso 100), oppure, più frequentemente, quando la quotazione di un bond — a causa della forte domanda degli investitori — sale così tanto da superare la somma di tutti i flussi cedolari futuri più il valore di rimborso.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

L’età dell’oro per le cedole

É molto lontana l’epoca in cui i rendimenti dei Btp veleggiavano al di sopra della doppia cifra. Oltre 20 anni fa, nel marzo del 1995, la remunerazione offerta dal titolo decennale italiano raggiungeva infatti il 13,5% ma in corrispondenza di un tasso di inflazione che in quell’anno andava oltre il 5%. Il Bot annuale, alla stessa data, offriva un rendimento stellare del 12,2%. Dopo di allora il processo di convergenza delle politiche monetarie e dei tassi di interesse che portò alla nascita ufficiale dell’euro il primo gennaio del 1999, spinse i rendimenti verso il basso. Quando la moneta unica fu tenuta a battesimo dai mercati il Btp a dieci anni rendeva il 4,03% e i Bot a un anno il 2,88%. Chi avesse investito sui massimi di rendimento del 1995, acquistando Btp, in appena 4 anni avrebbe realizzato un guadagno di quasi il 60% grazie al forte incremento delle quotazioni. L’impennata più recente risale invece al novembre del 2011. Quell’anno la crisi degli spread esplose portando il differenziale a 556 punti, in corrispondenza di un rendimento del Btp del 7,11% (il Bot, a dicembre, toccò il 6,1%). Ai prezzi di ieri il Btp a dieci anni offre l’1,34% mentre il titolo quinquennale lo 0,40%.

Corriere della Sera 12 marzo 2016

Risparmi per le casse del Tesoro

I mini tassi, sempre più tendenti al rosso, aiutano il Tesoro italiano e più in generale tutti i governi dell’euro a risparmiare soldi sul servizio del debito pubblico. Nel caso limite della Germania dove i tassi negativi dei Bund interessano le emissioni fino a sette anni di vita, lo Stato tedesco non solo risparmia ma incassa dei soldi da chi desidera appunto utilizzare le sue obbligazioni come parcheggio di sicurezza. Secondo alcune stime i titoli di Stato che pagano rendimenti negativi oggi in tutto il mondo hanno raggiunto e superato i 5 mila miliardi di euro. Quanto vale il risparmio da tasso negativo? In Italia il segno meno davanti ce l’hanno stabilmente i Bot, mentre i Btp più brevi finiscono con il meno davanti nei momenti in cui i rendimenti si comprimono molto. Un effetto che tenderà ad accentuarsi nei prossimi mesi, anche per effetto degli acquisti più massici da parte della Bce. Secondo alcune stime, finora, il Qe per l’Italia ha portato oltre 6,5 miliardi di risparmi per le casse del governo. Ma se non torna un po’ di inflazione, che rende meno oneroso qualunque prestito grazie alla svalutazione del capitale nel tempo, nessun risparmio da tasso negativo potrà intaccare seriamente il nostro mega debito.

Corriere della Sera 12 marzo 2016