Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

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Perché cresciamo poco, nonostante Yellen e Draghi

yell-dragLa politica invia segnali confusi ai cittadini. E spesso scambia la forza dei suoi slogan con la solidità delle argomentazioni. È per questo che quando si muovono con le parole o le scelte Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e il suo collega Mario Draghi alla Banca centrale europea, diventano argomento di riflessione nei Paesi e non solo tra economisti, finanzieri, imprenditori, politici. Da Washington la prima e da Francoforte il secondo, hanno fatto in modo che la crisi peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale avesse effetti meno devastanti possibili. All’indomani delle dichiarazioni di Yellen, che ha arricchito la serie di indizi che parlano di un imminente probabile rialzo dei tassi americani, l’attesa è ora per le parole di Draghi giovedì prossimo. I tassi bassi per l’economia sono lo strumento più efficace nei periodi legati a crescita stagnante. Le imprese e gli Stati possono chiedere crediti pagando meno il costo del denaro. Questo facilita la spesa per gli investimenti dando una spinta allo sviluppo. Il fatto che in America la tendenza sia al rialzo fa pensare che l’economia abbia raggiunto un punto di svolta. Le Borse americane sono ai massimi storici. La disoccupazione è al 4,8%, l’inflazione è attorno all’obiettivo stabilito del 2%. Donald Trump continua a indicare in tre assi la sua politica di sviluppo: taglio delle tasse al ceto medio, meno regole e più spesa per le infrastrutture.

Il passaggio dal messaggio della Casa Bianca all’azione concreta sarà meno semplice, ma è quello che vogliono sentirsi dire le imprese e la finanza per continuare a scommettere sulla crescita. Analoghi segnali sembrano potersi rintracciare in Europa. L’inflazione in Germania ha superato il 2%. Persino in Italia ha toccato quota 1,5%. La fiducia delle imprese in Germania, Francia e Italia è in aumento costante. La Spagna continua a segnare buoni livelli di crescita. Tanto che si dice possano aumentare le pressioni su Mario Draghi affinché tolga il piede dell’acceleratore della politica espansiva per evitare pericolose fiammate dell’inflazione. Cosa che produrrebbe per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato, conseguenze negative sugli interessi da pagare sui titoli di Stato e quindi sui conti pubblici. Al di qua e al di là dell’Atlantico i segnali positivi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma sono molto sulla carta. O meglio tutt’altro che soddisfacenti. Le aree di disagio sembrano allargarsi invece che diminuire. La stessa elezione di Trump ne è il sintomo più evidente. Nonostante e il costo del capitale sia così basso il livello degli investimenti non è stato del livello atteso. Sir John Cunliffe, vice governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso riportato da The Economist di questa settimana ha notato come negli ultimi quarant’anni prima del 2007 la crescita media degli investimenti è stata del 3%, mentre da quell’anno in poi è scesa all’1,5%. Ci potrà essere stata difficoltà nell’accesso al credito sicuramente. Ma altrettanto sicuramente c’è la percezione di un aumento dei pericoli o perlomeno di una loro non riduzione.

Il disagio del quale si parlava è riferito non al momento che stiamo vivendo , quanto al futuro. Le famiglie e i lavoratori sono portati a risparmiare piuttosto che a spendere. E analogamente si muovono le imprese che custodiscono ingente liquidità preferendo distribuirla ai propri soci invece di metterla a rischio investendo senza sufficienti ritorni. È come se gli attori economici, cittadini, aziende, istituzioni finanziarie stessero perdendo la pazienza. Forse si dimentica che negli ultimi anni proprio grazie all’azione delle banche centrali americane, europee, ma anche cinesi e giapponesi, si sono superati choc internazionali importanti. La crisi russa nel 2014, come quella delle materie prime con i prezzi del petrolio in forte discesa, la cinese nel 2015 e, in misura minore, quella finanziaria del 2016. Senza contare le tensioni in medio Oriente e le successive ondate di migranti. Crisi che hanno spostato in avanti il recupero atteso. È evidente che averle superate e registrare gli evidenti segnali di ripresa non basta in poche settimane a consolidare la fiducia necessaria che spinge a investire a guardare con più serenità al futuro. È per questo che la cautela con la quale usano le parole Yellen e Draghi associata alle loro forti azioni di sostegno alle economia, la si vorrebbe ritrovare nelle istituzioni e nei protagonisti della politica. Sarebbe il segnale della comprensione che fiducia e riforme sono da sempre i veri motori di riprese più solide.

DANIELE MANCA

Corriere della Sera, 3 marzo 2017

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/perche-cresciamo-poco-nonostante-yellen-draghi-fcddcc16-0054-11e7-92b1-e1f58b14debd.shtml

La Ue offre protezione ma non dà dinamismo

eurrrrCaro direttore, Roberto Sommella ha scritto qualche giorno fa che l’euro è rimasto orfano. Ha ragione, in pochi lo difendono eppure ci sono tantissime ragioni per farlo. L’euro ci ha offerto una protezione molto forte rispetto alle turbolenze monetarie. Molti hanno dimenticato le tensioni e gli inconvenienti economici provocati dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Gli anni Settanta, Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono stati dominati delle continue crisi della lira e di altre valute nazionali.

Cosa sarebbe successo alle monete europee nel 2008/2009 se non avessimo avuto l’euro? Nel 2011 siamo riusciti ad evitare per poco una crisi delle nostre finanze pubbliche. Se non avessimo avuto l’euro, le tensioni di quei mesi si sarebbero ripercosse anche sul tasso di cambio della nostra moneta rendendo la situazione ingestibile.

Uno degli obiettivi dell’unione monetaria era di darci tassi di interesse più bassi e offrire alle nostre imprese un accesso ai finanziamenti simile a quello disponibile per le imprese di altri Paesi. Ancora non abbiamo raggiunto completamente questo obiettivo, ma ci siamo andati molto vicini. In ogni caso, gli effetti sulle nostre finanze pubbliche sono stati spettacolari. Nel 1996 il nostro Paese ha pagato per interessi sul debito pubblico una cifra equivalente a 115,6 miliardi di euro su di un debito pubblico di poco più di 1.200 miliardi di euro; nel 2004 abbiamo pagato 66,7 miliardi di euro di interessi su di un debito pubblico che nel frattempo era salito a 1.450 miliardi di euro! Abbiamo risparmiato quasi 50 miliardi di euro all’anno. Che succederebbe se ricominciassimo ad emettere titoli di Stato in una nostra moneta nazionale?

Ai tempi delle valute nazionali e del Sistema monetario europeo la Bundesbank di fatto decideva la politica monetaria europea. Un governatore della banca centrale belga, Fons Verplaetse, dichiarò in una famosa intervista che la sua «autonomia» era di 15 minuti; questo era il tempo che aveva tra l’essere informato di un aumento dei tassi di interessi tedeschi e l’annunciare un aumento corrispondente dei tassi di interesse belgi. Oggi la Bce segue una politica monetaria determinata dalle necessità dell’insieme della zona euro, cosa che non piace affatto alla Bundesbank che vorrebbe una politica ben diversa.

E non dimentichiamo poi gli aspetti politici. Pensiamo al senso di appartenenza ad un insieme integrato che dà il fatto di poter pagare il ristorante con la stessa moneta da Lisbona a Bologna e da Palermo ad Helsinki. Per molti giovani l’Europa è l’euro, è il poter utilizzare il proprio telefonino ad un prezzo ragionevole dovunque siano in Europa e il poter viaggiare senza passaporto in tutto lo spazio Schengen.

Le grosse difficoltà economiche italiane di questi anni non sono poi dovute all’euro. È dalla metà degli anni Novanta che siamo il Paese con il più basso tasso di crescita di tutta l’Unione Europea. In questo periodo siamo cresciuti anche meno della Grecia. Se decidessimo di uscire dall’euro, che effetti si vedrebbero sulla durata media dei processi civili e penali, sui risultati dei nostri studenti nei test PISA dell’Ocse, sulle complicazioni burocratiche, sulla bassa efficienza della nostra pubblica amministrazione e sui tanti altri ostacoli strutturali alla nostra crescita?

Ci sono tante cose che devono essere fatte per far funzionare meglio la zona euro. Jacques Delors ha detto che l’euro protegge, ma di per sé non dà dinamismo. Molte di queste cose sono indicate in documenti che l’Unione Europea ha già adottato e altre sono ancora delle proposte. Ma anche non riuscissimo ad ottenere in tempi rapidi questi miglioramenti, sarebbe comunque nostro interesse rimanere in questa unione monetaria, pur con tutti i suoi limiti. La maggior parte dei problemi che abbiamo visto in questi anni era conosciuta e prevista e, nonostante questo, abbiamo voluto noi entrare nell’unione monetaria. La Germania e tanti altri Paesi ci consigliavano di restarne fuori.

Fabio Colasanti

Corriere della Sera, 24 febbraio 2017

Inflazione Ue, timori sui tassi

L’inflazione nella zona euro è tornata a correre e si sta avvicinando alla soglia per la stabilità dei prezzi che la Banca centrale europea si è posta come obiettivo: «Vicina ma inferiore al 2%». Il tasso di inflazione annuale a gennaio nell’eurozona — ha certificato ieri Eurostat — è atteso in netto rialzo all’1,8% rispetto all’1,1% di dicembre, trascinato dai prezzi dell’energia. Certamente la salute dell’eurozona è in netto miglioramento, ha ripreso a crescere e anche l’andamento dell’inflazione lo dimostra . In Germania è ormai vicina all’1,9%, in Spagna è volata al 3% annuale a gennaio, ai massimi da oltre quattro anni (a dicembre era dell’1,4%). E in Francia ha sì registrato un calo dello 0,2% nel primo mese del 2017 (comunque meglio delle attese degli analisti), ma su base annua l’incremento sarà dell’1,4%. In questo scenario si distingue l’Italia, che stima un +0,2% per il quarto trimestre 2016 e secondo Bankitalia va verso un +0,9% nell’intero 2016. A riprova che la ripresa nel nostro Paese resta fragile. Ad aprile la Bce rallenterà il quantitative easing dagli attuali 80 miliardi al mese a 60 miliardi, sino a fine anno. Ma ci sono i tedeschi, che andranno alle urne in autunno, in pressing sulla Banca centrale europea. E per l’Italia sarà un problema.

Francesca Basso

Corriere della SerA, 1 Febbraio 2017

 

Altri nove mesi di Qe

qeeeLa Banca centrale europea ha annunciato che apporterà modifiche al suo programma di acquisto di titoli di stato. Fino a marzo del 2017, l’istituto di Francoforte continuerà a comperare dal mercato titoli per 80 miliardi di euro al mese. A partire da aprile, fino a dicembre, il volume di acquisto scenderà a 60 miliardi di euro al mese. Il presidente, Mario Draghi, ha detto che in ogni caso il Consiglio direttivo si riserverà la facoltà di incrementare gli acquisti, se questo si rivelasse utile per mantenere lo stimolo monetario eccezionale all’economia dell’Eurozona, e che questi continueranno oltre dicembre 2017, “se necessario”.

I tassi di interesse dell’euro sono stati tenuti fermi a zero, e il tasso dei depositi bancari presso la Bce è rimasto inalterato a meno 0,4 per cento. Draghi ha specificato che le misure adottate dalla Bce non equivalgono al “tapering” introdotto dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, quando decise di ridurre il proprio piano di acquisto di titoli.

Il presidente dell’Eurotower ha confermato le stime per la crescita del pil dell’Unione europea nel 2016, a più 1,7 per cento, mentre sono aumentate dello 0,1 per cento quelle per il 2017, pure a più 1,7 per cento. Per il 2018 e il 2019, le Bce ha previsto una crescita di più 1,6 per cento. Draghi ha chiesto a tutti i paesi dell’Eurozona di procedere con le riforme strutturali dell’economia, che “restano essenziali e vanno aumentate significativamente” per poter raggiungere dei migliori livelli di crescita anche quando gli acquisti di titoli diminuiranno.

Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/12/08/news/draghi-decide-per-altri-9-mesi-di-qe-e-la-riduzione-degli-acquisti-dei-bond-a-60-miliardi-110070/

Le cose positive dei tassi negativi

aaaeurrrDal 2014 a oggi si è verificato un cambio di paradigma nella politica monetaria delle principali banche centrali globali. I tassi d’interesse hanno cominciato a entrare in territorio negativo, al fine di stimolare una crescita economica stagnante.
Risultati
Le ripercussioni sono state significative sul mercato obbligazionario, sia sovrano sia corporate. Basti pensare che a livello globale poco più di 12.000 miliardi di dollari di bond governativi hanno rendimento negativo. Ma, dopo anni di attesa, qualcosa comincia a funzionare.
Chi la dura la vince. James Mackintosh ha fatto notare sul Wall Street Journal che il rimbalzo economico nell’eurozona inizia a manifestarsi, sia sul piano dell’occupazione sia sul versante degli investimenti fissi lordi, una componente fondamentale del Prodotto interno lordo (Pil). Entrando più nei particolari, secondo il database statistico della Banca centrale europea (Bce), in luglio gli investimenti fissi sono tornati al livello del 31 dicembre 2008. La loro crescita è stata costante dal giugno 2013, ma è nel 2015 che è avvenuta la spinta maggiore. Dopo le operazioni di stimolo, quindi. Se è vero che i risparmiatori tedeschi potranno non apprezzare le politiche della Bce, ricorda Mackintosh, è altrettanto vero che i tassi negativi nell’area euro sono uno strumento destinato a non durare per sempre. Una volta superata la fase di stimolo, la Bce di Mario Draghi procederà alla piena normalizzazione.
Esiste però una questione fondamentale che impensierisce gli investitori istituzionali e i policymaker. Fino a quando mantenere i tassi a questo livello? Traduzione: come riconoscere il momento giusto per avviare l’exit strategy?
Pericoli
Come spiega John Taylor, l’economista di Stanford che ha teorizzato la regola più usata dai banchieri centrali, la Taylor Rule, nel lungo termine è possibile che questa politica monetaria sia controproducente. «Senza dubbio non è possibile convivere con tassi così bassi e con rendimenti negativi su tutta la curva di un bond governativo. Qualunque investitore ha bisogno di rendimenti e di una precisa percezione del rischio di un asset. Chi crede che questa politica monetaria è la nuova normalità si sbaglia di grosso, perché si crea l’illusione che un asset sia sicuro quando non lo è. E inoltre la mancanza di rendimenti laddove ci sono sempre stati, come nel caso delle obbligazioni governative, può portare a sviluppi imprevisti», aggiunge Taylor. Il riferimento è alla nascita di bolle sui prezzi di altri asset, finora ignorati, che promettono un ritorno più elevato dell’investimento. «Il punto è chiaro: se non ci sono rendimenti sul mercato obbligazionario, un investitore li andrà a cercare altrove, anche in modo irrazionale. Ecco perché i tassi negativi possono minare alla stabilità finanziaria globale», continua l’economista.
Secondo la Taylor Rule, le autorità monetarie devono adattare il tasso di interesse nominale di breve periodo affinché sia pari al tasso di interesse reale di equilibrio, in modo da tenere bilanciato il rapporto tra Prodotto interno lordo (Pil), inflazione e il tasso di riferimento. Nel caso così non fosse, allora ci saranno squilibri in uno dei tre fattori, che potenzialmente possono creare scompensi a livello finanziario.
«Non è facile commentare le politiche di Bank of Japan e Bce, ma mi pare evidente che in entrambi i casi l’impatto dei tassi negativi sia modesto sia a livello d’inflazione sia a livello di economia», fa notare Taylor. In compenso, i rischi di questo atteggiamento di politica monetaria non sono pochi. «Il surriscaldamento di alcune aree economiche è possibile, quindi i policymaker devono stare molto attenti. In bilico c’è non solo l’economia globale, ma anche la credibilità stessa delle autorità monetarie», conclude.
Divergenze
È per questo che il numero uno di JP Morgan, James Dimon, ha chiesto a gran voce che la Federal Reserve continui ad alzare i tassi come promesso a più riprese. Questo perché negli Stati Uniti c’è l’evidenza che l’economia ha ripreso a marciare con un ritmo stabile e rilevante. Sono soddisfacenti il livello occupazionale e il tasso d’inflazione, come ricordato anche dal presidente della Fed Janet Yellen a Jackson Hole. E per evitare la creazione di asimmetrie su alcune classi di asset, come nel caso del comparto azionario.
La divergenza della politica monetaria tra la Bce e la Fed, derivante da un differente approccio temporale alla crisi post Lehman Brothers, è destinata a ridursi? Nel lungo periodo sì. Come ha ricordato Draghi durante l’ultima conferenza stampa dell’Eurotower, gli stimoli e i tassi bassi resteranno per un prolungato periodo. Tuttavia, una volta che tutti i segnali microeconomici saranno positivi, si potrà pensare al ritorno alle politiche non straordinarie. E le prime indicazioni stanno già arrivando.
Fabrizio Goria
Corriereconomia, 19 settembre 2016

La Banca centrale europea striglia i governi, stimoli invariati fino a marzo 2017

dadiNella prima riunione dopo la pausa estiva, la Banca centrale europea ha lasciato invariate le misure di stimolo, compresi i tassi di interesse che restano al minimo storico, e ha avvertito i governi che dovrebbero fare di più per stimolare la crescita nell’Eurozona e spingere l’inflazione al rialzo. La Bce ha tenuto i tassi invariati e ha deciso di non estendere, al momento, la durata del programma di acquisto di titoli pubblici, il Quantitative leasing, mentre monitora da vicino le condizioni dell’economia che sono minacciate da rischi globali e politici. Il presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa, ha risposto a quanti da più parti si domandavano quali sarebbero le armi che la Bce potrà sfoderare in futuro per contrastare una crescita anemica e un’inflazione ostinatamente bassa. Draghi ha detto che alcune misure circolate sulla stampa – vedi l’acquisto di azioni oltre alle obbligazioni statali e societarie che già rientrano nel programma di stimoli della Bce – oppure molto dibattute dagli esperti e dagli accademici – come l’helicopter money – non sono state discusse. Draghi ha però detto che il programma di acquisto di titoli di stato da 80 miliardi di euro al mese continuerà fino a marzo 2017 o oltre se sarà necessario.

La situazione è quella di una ripresa graduale ma incerta, in uno “scenario base che rimane soggetto a rischi al ribasso”. E proprio per questo il presidente della Bce ha aggiunto che è stato formato un comitato di esperti per studiare eventuali strade per estendere, se necessario, gli stimoli monetari, qualora si registrassero segnali di deflazione – che “al momento non ci sono” –, nell’economia europea. Un’economia che, nonostante “la trasmissione degli effetti della politica monetaria a quella reale non abbia mai funzionato così bene come oggi”, sta ripartendo a stento, tanto che l’istituto bancario europeo ha abbassato le stime di crescita del pil dell’Eurozona per il 2017 (dall’1,7 all’1,6 per cento), alzando però quelle del 2016 all’1,7 per cento (era all’1,6 per cento).

Per questo motivo Draghi ha strigliato i governi degli stati membri dell’Ue a mettere in cantiere quelle riforme strutturali “necessarie in tutti a paese per aumentare la produttività”, favorendo politiche di bilancio che possano sostenere al ripresa “pur rimanendo nel rispetto delle regole di bilancio dell’Unione europea”: “Altre aree della politica devono contribuire sia a livello nazionale che internazionale per ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare la crescita potenziale”, effettuando investimenti pubblici nelle infrastrutture, soprattutto in virtù degli effetti benefici sull’occupazione. Ha inoltre aggiunto che i paesi, come la Germania, “che hanno uno spazio di bilancio devono poterli utilizzare”.

Il presidente della Bce ha poi affrontato la questione banche spiegando che è errato pensare che “i tassi di interessi bassi siano l’unica spiegazione a tutto quello che non va nel settore bancario”.

Il Foglio 9 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/08/mario-draghi-bce-stimoli-invariati___1-v-147104-rubriche_c431.htm