I fiammiferi si spengono

fiammiferiC’è chi li usava per le sigarette e, spesso, anche per appuntarci un numero di telefono. Chi li teneva in cucina, per il gas o il camino. E chi ha iniziato vendendoli ed è finito a inondare il mondo di librerie Billy, come un tale svedese, Ingvar Kamprad, mister Ikea. Fatto sta che l’epoca dei fiammiferi è per lo più finita, quasi spenta, ne rimane nell’aria solo la tipica scia sottile e nera. A sancirlo è, in qualche modo, il governo: proprio giovedì il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo con le nuove norme in materia di accise. Un testo che prevede un lieve aumento sulle sigarette e sul tabacco triturato. E che cancella l’imposta sui fiammiferi, aprendo a produzione e vendita libere.

È in realtà un requiem per un oggetto quasi sparito dalla circolazione e dall’uso quotidiano. Il gettito previsto per il 2014 dalle imposte sui fiammiferi era di tre milioni di euro: pari a nemmeno lo 0,0007 per cento dal totale delle entrate fiscali. Insomma, resta in piedi una nicchia minuscola, fino ad oggi ancorata a un monopolio datato 1915, ad accise tra il 10 e il 25 per cento e a un tariffario fisso imposto dallo Stato (lo si trova ancora al sito aams.gov.it).

A sostituire e tramortire i fiammiferi è stata la tecnologia prima della tecnologia: quella dell’accendino in plastica usa e getta, alla portata di tutti. Storia vecchia, ma non troppo, se è vero che solo nell’anno 1970 in Italia si vendevano fiammiferi per oltre 40 miliardi di lire (di allora) e per un totale di 101 miliardi di unità. Circa 1.900 a testa. All’epoca, il nostro Paese contava tredici produttori ed esportava pure sette miliardi di pezzi, fiammifero più fiammifero meno.

«Oggi, invece, non è così facile trovare tabaccai che ne vendano», fa notare Nicoletta Nicolini, docente all’Università La Sapienza di Roma e autrice di un libro sulla storia dei fiammiferi. «Ormai la parola è quasi uscita dall’uso comune, ma un tempo per strada ti fermavano per chiederti se avevi un fiammifero, non “da accendere”, come si dice ora. È stata anche una delle prime storie di veleni industriali in Italia, perché fino a inizio Novecento di fiammiferi si moriva. Erano fatti con il fosforo bianco, assai tossico, e tanti operai si ammalavano. Non solo: proprio il fosforo bianco dei fiammiferi – insapore e inodore – era il secondo veleno più utilizzato nell’Ottocento. Poi sono arrivati i cosiddetti fiammiferi di sicurezza, gli “svedesi”. 

Ma nelle scatolette quadrate dei fiammiferi, anzi sopra, è passato soprattutto un bel pezzo di costume italiano. Spiega Nicolini: «Sulle scatole c’erano illustrazioni con messaggi di ogni genere: disegni spesso bellissimi, a sfondo storico, pubblicitario, o anche erotico». Non a caso il regno moderno dei fiammiferi è quello tipico delle cose passate di moda, il collezionismo. Il termine preciso è “fillumenia” ed è un mondo esteso e affascinante. E che ormai ha pure la sua dimensione digitale e internettiana. Capirlo è facile: basta cercare “fiammiferi” su eBay. I risultati sono oltre 86 mila.

http://www.lastampa.it/2014/08/02/italia/cronache/laccendino-spegne-gli-ultimi-fiammiferi-kz5ANYfheU5ZM9jxVOag6H/pagina.html

 

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Pitupitum-pa!!

imaioioiSembrava un grazioso regalo natalizio, era un infausto segnale premonitore della chiusura dell’azienda: l’ex Invernizzi di Caravaggio, del gruppo Lactalis
A Natale i dirigenti dello stabilimento si erano premurati di regalare a tutti i dipendenti un esemplare della bambolina Susanna, ultima edizione anni 90. «Ci hanno detto che volevano svuotare i magazzini – racconta Augusta, 32 anni al servizio del «formaggino di massa» nello stabilimento di Caravaggio – l’abbiamo preso come un gesto carino. Adesso, considerata la situazione, siamo turbati». Oggi la biondina tutta panna fa gola agli appassionati del modernariato e del vintage e qualcuno, tra i dipendenti della Lactalis, alla luce della chiusura annunciata nei giorni scorsi dall’azienda,  medita di compiere il gesto «sacrilego»: rivenderla su eBay.

Dopo i voli sulle spiagge della Versilia e della riviera romagnola, quando gli elicotteri degli Invernizzi lanciavano sui bagnanti migliaia di mucche Carolina e bambole Susanna già gonfiate, ora la bimba del formaggino Milione impazza sui siti di aste on-line. Il prezziario è vario: dalla versione gonfiabile che viene battuta attorno ai 150 euro a quella «mignon», altezza 10 centimetri, a 35 euro. Si trova anche la mitica Palla pallina di gomma pesante, 4 centimetri di diametro per 35 euro. E ancora gli adesivi di Susanna, l’album figurine, i gonfiabili pubblicitari e addirittura i punti raccolta per vincere la bambola: 10 euro cadauno.

La più ricercata è però la mucca Carolina, il modello da gonfiare parte da 200 euro. Sono tutte idee nate dai fratelli Remo e Romeo Invernizzi, entrambi ormai scomparsi, che per pubblicizzare i prodotti con il nome di famiglia, invece di affidarsi a un guru della pubblicità, scelgono di far da se creando una loro agenzia pubblicitaria. Nascono quei personaggi riuscitissimi che domineranno a lungo i caroselli e i giochi di milioni di bambini fino agli anni Novanta: la mucca Carolina, il toro Annibale, la bambola Susanna «tutta panna», i gattini Geo e Gea, Camillo il coccodrillo. Ora proprio lo stabilimento che per primo li vide prender forma, il più rappresentativo della storia dell’azienda Invernizzi, chiude. Come direbbe Susanna, «Pitupitum-pa!”» .

http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/14_febbraio_05/susanna-panna-invernizzi-lactalis-caravaggio-122151f2-8e65-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml