QUANDO L’AMERICA CHIUDEVA LE PORTE

manzaGrazie alla forza della grande democrazia americana, lo scrittore James Ellroy ha potuto raccontare in «Perfidia» (tradotto in Italia da Einaudi Stile Libero) il rastrellamento e la reclusione di oltre centomila giapponesi, molti dei quali già cittadini americani da una generazione, nei campi di internamento, insomma nei Lager, messi frettolosamente su in California all’indomani dell’attacco nipponico a Pearl Harbor. Grazie alla forza della democrazia americana, si può raccontare quella violazione dei diritti di una minoranza nazionale, bambini, donne, anziani, colpevole solo di essere minoranza di un Paese in guerra. L’umanità calpestata dei civili di origine giapponese, una delle pagine più nere della storia degli Stati Uniti. E grazie alla forza della democrazia americana non si può nascondere l’altra macchia della sua storia, il rifiuto di far approdare sulle coste americane, nel 1939, alla vigilia della catastrofe, la nave Saint Louis carica di oltre 900 ebrei, molti bambini, in fuga dalla Germania nazista e che era stata rifiutata prima da Cuba e dal Canada. Un’altra storia di discriminazione, di rifiuto dell’accoglienza.

L’America però sa fare i conti con se stessa e i propri orrori. Oggi che i muri sono di nuovo alzati e si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni, di popoli, etnie, religioni messe al bando, il simbolico filo spinato srotolato per garantire la chiusura di una nazione-fortezza, non si può dire che gli Stati Uniti non abbiano alle spalle episodi terribili. «Datemi i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». Non sempre l’America è stata all’altezza, e adesso rischia di non esserlo ancora, delle parole che stanno alla base della Statua della Libertà. Popoli «desiderosi di respirare liberi» rigettati indietro.

Manzanar è un nome terribile, nella storia di discriminazione anti nipponica cominciata nel ’42. È il lager più grande di quell’arcipelago di campi definiti «War Relocation Authority» in cui raccogliere la popolazione giapponese d’America per dare attuazione a un decreto del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt (l’Executive Order 2066). L’ordine era quello di mettere sotto chiave la possibile «quinta colonna», il nemico interno di civili, anziani e bambini che vivevano pacificamente a Oggi che i muri sono di nuovo alzati, si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni Los Angeles e lungo la California che dava sull’Oceano Pacifico. Dopo l’aggressione di Pearl Harbor, l’amministrazione americana ruppe finalmente gli indugi e decise di intervenire a fianco delle forze che si battevano contro Hitler e l’alleanza tra la Germania, l’Italia e il Giappone. Fu una scelta molto controversa ed è il caso di ricordare, proprio oggi che si teme un’involuzione dell’America trumpiana in senso isolazionista, che furono soprattutto i settori progressisti di sinistra e pacifisti a battersi contro l’intervento Usa nella guerra: basta ricordare il personaggio di Barbra Streisand in «Come eravamo», appassionata idealista che in nome della pace si batte contro la scelta militare americana contro il tiranno tedesco. Ma dopo quella scelta una corrente di isteria anti nipponica fece accettare alla democratica America l’istituzione di campi di internamento che non avevano niente a che vedere con la sicurezza militare. Ogni giorno a Manzanar e negli altri campi venivano scaricate migliaia di persone in condizioni che è facile immaginare. Le parole scolpite alla base della Statua della Libertà, che avevano reso grande e accogliente la grande nazione americana, rimasero allora tristemente inascoltate.

La storia della nave Saint Louis dimostra invece che le masse di profughi, chi fuggiva dalla morte, dalla distruzione, dalla persecuzione non sempre sono state illuminate dalla «fiaccola» retta dalla Statua della Libertà. All’indomani della Notte dei Cristalli, quando la sorte degli ebrei tedeschi sembrava oramai segnata, quegli oltre novecento ebrei imbarcati non avrebbero immaginato di essere respinti dalla terra della libertà e del sogno, delle opportunità e dell’accoglienza, dall’America costruita dagli immigrati che scappavano dalla miseria e dalla tirannia. E invece negli Stati Uniti, la rigida politica delle quote di immigrazione (ecco come la storia cerca di assomigliare sempre a se stessa, pur nel mutare delle circostanze politiche) non piegò le autorità americane. Quegli ebrei in fuga dovevano essere ricacciati nelle acque dell’oceano. E infatti la nave tornò indietro, ad Anversa. E si calcola che poco più di un terzo di quelle donne, di quei bambini, di quei vecchi che scappavano dal nazismo e dalla morte verrà inghiottito dalla macchina dello sterminio. L’America democratica si dimostrerà insensibile e sorda, anche se con l’intervento militare quell’indifferenza verrà almeno in parte riscattata. Quelle macchie sulla storia rischiano però di essere dimenticate e una nuova indifferenza alle sorti dei perseguitati e delle «masse infreddolite» può imbrattare ancora indelebilmente una grande democrazia e una grande nazione.

Pier Luigi Battista

Corriere della Sera 2 febbraio 2017

http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_02/quando-l-america-chiudeva-portei-giapponesi-internati-ebrei-respinti-757c0158-e8bb-11e6-b85e-cfb9b1bcef6b.shtml

Il visionario dell’odio. Il mistero di Hitler

ahAdolf Hitler visse a Linz, la capitale della regione austriaca dove era nato, dall’autunno 1905 alla fine del 1907. Non studiava. Passava il tempo a disegnare, dipingere, leggere, scrivere poesie, dedicando la sera al teatro di prosa e all’opera. Stava alzato fino a notte inoltrata: la mattina dormiva fino a tardi, e il giorno fantasticava ad occhi aperti sul suo futuro destino di grande artista; fantasticava, come avrebbe fatto sempre, anche quando aveva tutto il potere tra le mani.
Aveva un solo amico, August Kubizek: il quale racconta che il primo bisogno di Hitler era quello di parlare, parlare, parlare, davanti a un piccolo o un grande uditorio. Faceva arringhe su tutto: i difetti degli impiegati statali, gli errori degli insegnanti, le cattive esecuzioni operistiche, i brutti edifici di Linz. Acquistò, insieme all’amico, un biglietto della lotteria. Era sicuro di vincere: con il danaro della vincita, avrebbe fatto vita d’artista, andando a Bayreuth per ascoltare le opere di Wagner, che poi definì il suo «immenso predecessore». Ma il biglietto non vinse; e venne colto da uno di quei furibondi scoppi di collera, che atterrirono sempre i suoi fedeli.
Nel settembre 1907 andò a Vienna per sostenere un esame all’Accademia di Belle Arti. Fu respinto due volte, e riversò la sua collera sull’umanità intera, colpevole di non apprezzarlo. A Vienna rimase dal febbraio 1908 al maggio 1913. Non volle mai imparare un mestiere: per tutta la vita fu un dilettante. Progettò grandiosi piani di città future e grandiosi spettacoli: alcuni drammi, che abbandonò senza finirli: una bevanda, che avrebbe preso il posto dell’alcol: un prodotto miracoloso per far crescere i capelli; e lo Stato ideale. Andò dieci volte ad ascoltare il Lohengrin : avrebbe voluto diventare un eroe wagneriano; a teatro indossava un soprabito scuro, un cappello nero, e portava in mano un bastone da passeggio col manico d’avorio. Come disse l’amico, «aveva un’aria quasi elegante». Nell’autunno 1909, rimase senza danaro. Dormiva in un dormitorio: aveva un posto fisso nella Casa degli uomini: mangiava nei refettori dei conventi: indossava un logoro completo blu a quadretti: spalava la neve per strada; e si improvvisò facchino alla stazione. Ma teneva tutti gli altri a distanza, non tollerando che qualcuno occupasse un posto nella sua misera vita.
Quando ricevette l’eredità del padre, nell’aprile 1913, partì per Monaco. Abitava vicino al quartiere di Schwabing. Leggeva fino a tarda notte, alla luce di una lampada a petrolio. Ogni due o tre giorni dipingeva un quadro: un modesto acquarello, copiato da una cartolina; e cercava di venderlo, procurandosi di che vivere decentemente. Prendeva in prestito libri alla biblioteca: li leggeva nei caffè, dove aveva giornali a disposizione, o nel frastuono delle birrerie. Camminava fino allo sfinimento per le strade e i parchi di Monaco. Era chiuso in sé stesso: nascondeva la propria vita a sé stesso e agli altri; e rifiutava qualsiasi amicizia. Non aveva alcun interesse ideologico e politico. Sino alla fine della Prima guerra mondiale, non fu né antisemita né anticomunista; forse era vicino al Partito socialdemocratico, al quale, più tardi, dedicò un odio senza tregua e senza remissione.
All’improvviso Hitler venne alla luce: a partire dal 1919, abbiamo molti ritratti di lui, che sembrava sfuggire anche al più acuto osservatore. «Chi era, Hitler?» tutti si domandavano. Era pallido, smunto, con i capelli spioventi sulla fronte: gli occhi erano grandissimi, color azzurro slavato, avvolti da una strana luce. Il volto aveva qualcosa di doloroso. Aveva movimenti goffi e bruschi: si accorgeva di essere goffo; e se ne adontava perché gli altri se ne accorgevano. Era incapace di rivolgere la parola a qualsiasi persona importante. Ogni estraneo risvegliava in lui «un’ansia perenne»: lo teneva lontano; e doveva lavarsi continuamente le mani per abolire la sconosciuta e terribile realtà quotidiana. Ora era visionario: ora indeciso: ora svelava un istinto realistico acutissimo, e aveva il dono di riconoscere le debolezze delle persone e di sfruttarle mirabilmente. A volte sembrava uno spettro: o uno straniero, un eterno straniero; o un infimo impiegato, o un sottoufficiale. Il fondo della sua persona era l’odio: un odio feroce e crudele, che egli esaltò in una pagina di Mein Kampf.
La rivoluzione del 1918-19 rivelò Hitler a sé stesso. L’esercito bavarese lo incaricò di tenere corsi di impronta nazionalistica e anticomunista alle truppe. Successe qualcosa che non aveva mai immaginato. Scoperse di «saper parlare» alla gente, e in primo luogo ai soldati. «Hitler è nato per parlare alla gente», disse un ufficiale: «Col suo accaloramento e il suo stile popolare tiene avvinti gli ascoltatori».
«Per parlare», Hitler disse, «ho bisogno di folle»: ne ebbe bisogno per molti anni; e quando non sentì più questo rapporto con le folle, il suo talento politico scomparve. «Le masse», diceva volgarmente, «sono delle femmine, che hanno bisogno di venire possedute». Scandiva in modo netto le parole, con una voce rauca e gutturale: mandava lampi dagli occhi: ogni tanto si ravviava i capelli con la mano destra; parlava per due o tre ore, facendo appello a rabbia, odio, rancore, ed elettrizzando le folle. Dapprima parlava lentamente: poi, poco alla volta, le parole si accavallavano: il pathos isterico raggiungeva il culmine; la voce era strozzata, al punto che era difficile comprenderlo. Gesticolava: balzava eccitato qua e là. Alla fine era esausto, coperto di sudore, prossimo alle vertigini. Ma sapeva trasformarsi. Quando, come gli accadde più tardi, parlava agli industriali della Ruhr, si presentava con un completo scuro a doppio petto, e il discorso era attento, posato, misurato.
Da principio, Hitler affermava di essere soltanto «un tamburino che chiama a raccolta», accennando vagamente alla figura lontana di un Führer. Presto scoprì di essere il capo di tutti i violenti ed esagitati tamburini tedeschi. Era, lui stesso, il Führer. Poi credette di essere il Cristo, il Salvatore dell’universo, il Redentore: avrebbe portato a termine l’opera che il Cristo aveva solo abbozzato. Infine disse: «Vado con la stessa certezza di un sonnambulo lungo il cammino tracciato per me dalla Provvidenza». La Provvidenza lo portava nel mondo dell’assoluto futuro, che lui solo illuminava con la sua terribile luce.
L’8 novembre 1923, in una birreria di Monaco, alzò in alto un bicchiere pieno di birra: lo bevve teatralmente: estrasse la pistola, balzò su un tavolo, sparò contro il soffitto, urlando: «La rivoluzione nazionale è scoppiata». La rivoluzione fallì miseramente. In uno scontro con la polizia, quattordici nazisti morirono. Hitler fu arrestato e condotto nella fortezza di Landsberg: nel febbraio-marzo 1924 venne processato da un giudice compiacente, e condannato a cinque anni di reclusione per alto tradimento. Con grande e scandaloso anticipo, il 20 dicembre 1924 fu liberato.
Nella fortezza di Landsberg Hitler venne trattato come l’ospite di riguardo di un grande albergo, piuttosto che come un carcerato. Leggeva molti libri, il fondamento della sua cultura: Nietzsche, Ranke, Marx, Treitschke, e i ricordi di guerra di generali e statisti tedeschi. Cominciò Mein Kampf, a cui mani compiacenti tolsero gli errori di tedesco. Uscito dal carcere divenne vegetariano: non toccò mai più una goccia di alcol – ciò che giudicava essenziale per la formazione di un grande Führer.
Tutto accadde velocissimamente: con una rapidità che Hitler giudicava sua propria; mentre gli avversari si muovevano con disgustosa lentezza. Nel gennaio 1933 conquistò il potere: distrusse ed abolì gli avversari: nel 1938 conquistò l’Austria, poi la Cecoslovacchia, la Polonia, la Norvegia, la Francia, i Balcani; nel 1941 assalì la Russia e voleva spingersi lontano, sempre più lontano, verso il Caucaso e l’India. Nessuno, mai, era stato così veloce: nemmeno Napoleone, al quale Hitler si sentiva immensamente superiore. Ma questa velocità era la sua hybris : scatenava sé stesso, il partito, l’esercito, le SS, la Germania, fino a una meta lontanissima, che aveva un solo nome: distruzione.
Negli ultimi anni mutò profondamente. Aveva sempre riconosciuto l’origine del proprio potere nel rapporto con la folla. Ora, non parlava più alla folla: né dal Palazzo dello Sport né alla radio. Si allontanò e diventò invisibile. Non riconobbe più sé stesso e il proprio segno in niente di quello che i suoi gerarchi, sempre ispirandosi a lui, facevano: si tenne visibilmente lontano sia dall’assassinio degli ebrei sia dall’assassinio dei malati. Non volle creare uno Stato coerente ed unitario: detestava gli Stati e qualsiasi forma di organizzazione politica ed economica; importava soltanto che tutte le luci convergessero su di lui, sempre più intense via via che tutto precipitava nella distruzione.
Scelse due luoghi privilegiati. Il primo stava alle spalle di Rastenburg, nella Prussia orientale: la Tana del lupo. Come disse Galeazzo Ciano, era una via di mezzo tra il monastero e il campo di concentramento. Non c’era una sola macchia di colore, né una nota vivace. Tutto era grigio sporco e paludoso: puzzava di uniformi e di stivali pesanti. Come scrisse una segretaria a un’amica, c’era «rischio di perdere ogni contatto con la realtà». L’evento principale di ogni giornata era il punto sulla situazione militare, a mezzogiorno. Durante il pranzo, Hitler si atteneva, come sempre, a una dieta rigorosamente vegetariana. Spesso consumava il pasto da solo. Alle 17 invitava le segretarie a prendere un caffè, dedicando un complimento a quelle che mangiavano un biscotto. Dopo cena, faceva proiettare un film. Bastava una parola, e si lanciava in una arringa interminabile contro il bolscevismo. Guardava una carta d’Europa: teneva il dito puntato su Mosca e diceva: «Tempo tre o quattro settimane, e saremo a Mosca. Mosca verrà rasa al suolo». Ascoltava dischi: sempre gli stessi; Beethoven, Wagner, Hugo Wolf.
Non aveva amicizia per nessuno: l’uomo, diceva, era «un risibile batterio». I nemici erano insetti nocivi da schiacciare tra le dita. Aveva tenerezza solo per la sua cagna. Il popolo tedesco era spregevole. Un giorno, accanto al suo treno, si fermò un treno pieno di soldati tedeschi feriti: si rifiutò di vederli e di parlare con loro; fece abbassare immediatamente la tendina del suo scompartimento. Da lì, dalla Tana del lupo, Hitler dirigeva la guerra. Aveva un profondo disprezzo per i suoi generali, che considerava incompetenti e traditori: pensava di essere il più grande condottiero di tutti i tempi. Obbediva a un principio: le truppe non dovevano mai ritirarsi, anche a costo di venire accerchiate e distrutte; e costrinse la Wehrmacht ad alcune terribili sconfitte.
Era malato. Quando Goebbels, nella primavera del 1943, andò a trovarlo alla Tana del lupo, Hitler gli fece «un’impressione sconvolgente»: era invecchiato: soffriva di capogiri; la sola vista della neve gli dava un acuto malessere. Aveva l’aria stanca, il volto sfinito: gli occhi erano vacui e giallastri: le spalle curve; la mano sinistra tremava di continuo. Soffriva di una terribile insonnia: temeva l’angoscia della notte; a volte singhiozzava. Era nelle mani del suo medico, che lo riempiva di medicine, ventotto diverse pasticche al giorno. Pallido e stanco per la lunga veglia, giocherellava nervosamente con gli occhiali e le matite di vari colori, che teneva infilate tra le mani. Aveva emicranie, mal di denti, crampi allo stomaco, attacchi di cuore. Stava disteso apaticamente sul suo lettuccio da campo: balbettava; sembrava che la volontà di vivere l’avesse abbandonato completamente. Mangiava solo dolci. Era – disse un ufficiale – «un rottame umano rimpinzato di dolci».
Il 16 gennaio 1945 Hitler fece ritorno alla Cancelleria del Reich a Berlino, in un bunker a due piani scavato a otto metri di profondità. Il suo studio era una piccola stanza di tre metri per quattro: con una scrivania, un tavolo, tre poltrone, e un enorme ritratto di Federico il Grande. Emergeva solo ogni tanto, molto di rado, per una boccata d’aria insieme alla cagna. Andava a letto alle 5 di mattina, o anche più tardi. Cercava di non vedere la luce. Teneva sotto gli occhi un plastico di Linz, dove – diceva – si sarebbe ritirato in vecchiaia, dopo la vittoria. Quando il plastico fu ultimato, lo contemplava con entusiasmo: lo osservava da tutti i punti di vista, e sotto diverse illuminazioni. Nel bunker l’atmosfera era funerea. Quando un ufficiale si felicitò con lui per l’anniversario della sua presa del potere, Hitler accolse le felicitazioni con aria apatica: aveva l’aspetto distratto, il volto cadaverico. Ordinò una controffensiva a una divisione panzer: la controffensiva non avvenne mai, perché la divisione panzer non esisteva più. Fece fucilare il cognato di Eva Braun. Poco dopo la mezzanotte del 29 aprile 1945, tra il rumore sempre più vicino delle cannonate russe, sposò Eva Braun; e dettò alla segretaria il proprio testamento politico.
Nel bunker, tutti discutevano sul modo migliore di suicidarsi. Un sergente aprì a forza le fauci della cagna di Hitler e la avvelenò. Subito dopo egli entrò nella stanza: vide al suolo l’animale senza vita; lo guardò fisso per qualche istante, e senza dire una sola parola si allontanò col volto impassibile. Quando un cameriere aprì la porta della sua stanza, vide il Führer ed Eva Braun distesi, l’uno accanto all’altro, sopra un divano: dal corpo di lei veniva un penetrante odore di mandorle amare, l’odore dell’acido prussico. Hitler aveva la testa piegata: il sangue colava da un foro sulla tempia destra. La pistola giaceva ai suoi piedi.
I due corpi vennero bruciati nel giardino della Cancelleria, mentre i superstiti gridavano per l’ultima volta «Heil Hitler». Non erano ancora le diciotto e mezza del 30 aprile 1945. Il giorno dopo, la radio tedesca annunciò che il Führer «era caduto in combattimento, lottando contro il bolscevismo». Era l’ultima menzogna di una lunga serie di menzogne, che per molti anni avevano insanguinato la terra.

Pietro Citati
Corriere della Sera 11 luglio 2016

Domandatemi di Auschwitz

images96XMFino ad ora, di Renate Lasker-Harpprecht avevo sentito parlare soltanto da suo marito, il grande scrittore Klaus Harpprecht, che scrive ancora oggi per Die Zeit. È stato lui a segnalarci che sua moglie aveva bisogno di parlare finalmente in modo approfondito della sua lotta per la sopravvivenza durante il nazionalsocialismo. Dagli anni Ottanta Renate Lasker-Harpprecht vive con suo marito in Costa Azzurra, dove si è svolta questa intervista. Sediamo nel suo salotto, il cielo sull’insenatura si è coperto di nuvole, e ben presto piove a scrosci. Durante le ore successive Renate Lasker-Harpprecht non si lascia mai sopraffare dai suoi sentimenti. Beve caffè, fuma e a tratti trova l’espressione giusta solo in francese, inglese o italiano.
Suo marito mi ha detto che non ha quasi mai parlato, nemmeno con lui, del periodo da lei trascorso nel lager.
“Non ne parliamo particolarmente spesso”.

A novant’anni, le capita mai di raccontare un po’ più facilmente di prima quello che le è successo ad Auschwitz e a Bergen-Belsen?
“Sì, ma solo con certe persone. E non necessariamente con Klaus: con lui ho l’impressione che sappia comunque tutto. Ho anche paura di annoiare”.

Non aveva paura che il raccontare le avrebbe fatto troppo male? Che la gente avrebbe reagito con insensibilità o superficialità?
“Non parlerei mai con gente che potrebbe reagire in modo superficiale. Ma spesso mi chiedono perché non ho parlato con i miei conoscenti o amici. E moltissime persone si stupiscono della mia risposta: non me l’hanno chiesto”.

La gente non voleva saperne molto?
“I tedeschi non volevano saperne”.

Come se lo spiega?
“Da un lato, tutti in qualche modo si vergognano, perché si tratta della Germania. Ma fanno anche qualcosa che mi irrita profondamente: cominciano immediatamente a parlare del loro terribile destino in guerra. Dei bombardamenti subìti. Allora interrompo il discorso. Il defunto scrittore Hans Sahl ha coniato una frase che uso sempre quando serve: “Siamo gli ultimi, facci delle domande!””.

Lei è cresciuta a Breslavia. Quando ha notato per la prima volta l’ostilità nei confronti degli ebrei?
“A differenza di mia sorella Anita io non ho sperimentato alcuna inimicizia personale. E, cosa che a quei tempi era molto importante, io, per dirla in modo il più possibile garbato, non ho un aspetto particolarmente ebraico. Non ho il naso adunco, non ho i capelli corvini (ride). Invece, mia sorella in fondo è un tipo sefardita, ha capelli nerissimi e il naso aquilino. Brutta storia”……….

 9 aprile 1942 i suoi genitori furono deportati. Sapevano già che sarebbero stati arrestati?
“No, non furono arrestati, e nessuno bussò alla porta. I miei genitori ricevettero una comunicazione: “Domani alle ore tot dovrete recarvi al campo di raccolta …”. E ci sono andati. Hanno ubbidito. Invece, molta più gente sarebbe dovuta scappare”.

Sono andati loro stessi al macello?
“Sì, sono andati al macello. La sera prima, i miei genitori hanno fatto i bagagli, si poteva portare con sé dieci chili di vestiti, più o meno. Poi ci siamo salutati. Mio padre ha dettato a mia sorella una sorta di testamento. A un certo momento io sono andata a dormire. Me ne vergognerò sempre, ma non ce la facevo più. Mia madre era seduta nella stanza accanto e piangeva. La sentivo. Sapeva che non avrebbe più rivisto le sue bambine”.

I suoi genitori immaginavano come sarebbe stato terribile il lager?
“Immagino che durante il trasporto i miei genitori abbiano sentito abbastanza. Abbiamo saputo poi che erano stati portati in un lager vicino a Lublino. Un giorno un gruppo di persone fu portato davanti a una fossa. Furono costretti a denudarsi, dopodiché spararono loro alla nuca e caddero nella fossa. È probabile che i miei genitori siano stati uccisi così. Non so se i loro resti siano poi stati esumati e sepolti in una tomba comune”.

Nel libro di sua sorella, al quale ha contribuito con qualche ricordo, ho letto che già prima della sua deportazione ad Auschwitz lei aveva saputo che giravano terribili voci sul lager.
“Sì, in carcere. Mia sorella e io avevamo subìto un processo…”.

Avevate falsificato dei documenti di viaggio per alcuni prigionieri di guerra francesi e voi stesse avevate cercato di fuggire. Lei fu condannata, separata da Anita e portata in prigione…
“E, grazie a Dio, mi ritrovai in una cella singola. Nel carcere ero l’unica ebrea e non dovevo “infettare” gli altri. Fu una benedizione. Prima del processo avevamo dormito addossati gli uni agli altri in una cella. Ancora oggi non riesco a sopportare le masse di persone. Una notte ebbi un mal di denti terribile e fui portata dal medico del carcere. Nella sala d’attesa sedeva accanto a me una ragazzina. Le chiesi sottovoce da dove veniva. Rispose: “Da Auschwitz”. Non potevo crederle”.

Aveva un’idea di cosa fosse Auschwitz?
“Sì, sì. Auschwitz era il capolinea. Pensai: come ne è venuta fuori? Che sia una spia? E le chiesi se era vero quello che la gente raccontava di Auschwitz, se era davvero così spaventoso. E la ragazza mi rispose: “È molto peggio”. Allora ho saputo quello che mi attendeva”.

Lei giunse ad Auschwitz nel 1943.
“In carcere sentii all’altoparlante: “RENATE SARAH LASKER CON TUTTE LE SUE COSE!”. Ciò significava che bisognava presentarsi con la gavetta e gli zoccoli di legno. Mi trovai di fronte a un uomo della Gestapo che mi disse, letteralmente: “Bene, adesso vieni ad Auschwitz. Per favore, firma qui che vieni volontariamente”.
E firmai. Quella notte ebbi paura”.

In tanta angoscia aveva almeno un rifugio mentale?
“Avevo una certa fede che mi ha aiutato. Non ne ho mai parlato, nemmeno con mia sorella. Dunque, ho pregato: “Buon Dio…”. La mattina dopo, fummo portati alla stazione centrale su un treno per prigionieri. Sedevo di nuovo da sola, probabilmente perché non volevano che una ragazza ebrea sedesse accanto agli altri. Poi siamo arrivati ad Auschwitz”.

Qual è stata la sua prima immagine di Auschwitz?
“L’intero lager era illuminato a giorno, perché all’epoca i tedeschi sapevano che gli Alleati non lo avrebbero bombardato, e avevano ragione. Vidi delle SS, dei kapò e dei cani. Poi fummo portati in una grande sala dove mi spaventai molto, perché agli angoli erano sistemate delle docce. Avevo sentito che tutti i lager per la gassazione erano fatti così, che la gente vi veniva ammassata, e che da queste docce il gas…”.

Se ne parlava già?
“Sì. Ormai era notte, tutto era buio, e venne dentro un mucchio di donne completamente nude. Allora mi spaventai di nuovo terribilmente, perché pensavo che se entravano qui nude… Non era solo per via delle docce… Era anche per via delle prigioniere che entravano. Avevano un’aria così spaventosa che mi chiesi: avrò mai un aspetto così?”

Che aspetto avevano le prigioniere?
“Non avevano più capelli, ed erano pelle e ossa. Fecero la doccia e furono mandate di nuovo fuori. E la mattina dopo cominciò il giorno di lavoro. Dovetti spogliarmi e sedere su una sedia. Allora mi furono rasati i capelli”.

Da un’altra detenuta?
“Lo facevano tutte le detenute. Mi tatuarono anche un numero sul braccio: 70195. Anita era arrivata una settimana prima. Lei ha il 69388. Curiosamente, il suo numero è ancora chiarissimo, mentre il mio è sbiadito. Mentre sedevo su quella sedia e mi venivano rasati i capelli vidi che sulla terra accanto a me c’era un paio di scarpe nere. Avevano la tomaia di pelle e stringhe rosse. Pensai tra me che conoscevo quelle scarpe! Perciò chiesi alla ragazza che mi rasava: “Sai con quale convoglio è arrivata quella?”. “Sì, lo so bene, adesso quella ragazza è nell’orchestra””.

Intendeva l’orchestra di ragazze di Auschwitz, dove sua sorella suonava il violoncello.
“In preda all’eccitazione, quella ragazza corse nella baracca messa un po’ meglio delle altre, dove abitava l’orchestra. Cercò Anita e le disse: “Credo che ci sia tua sorella!”. Poi uscirono e ci abbracciammo. Così ho ritrovato mia sorella, tra centinaia di migliaia di persone”.

Che impressione le fece?
“La vedevo per la prima volta con la testa rasata. Aveva un aspetto abbagliante, perché aveva quell’ombra scura della radice dei capelli sulla sua testa calva, con quegli angoli da intellettuale, a destra e a sinistra, come mio padre. Poi mia sorella rientrò, perché l’orchestrina doveva suonare marcette due volte al giorno. Quell’orchestra era formata solo da dilettanti. Perciò Anita venne accolta con entusiasmo. Non era ancora una musicista professionista, ma era molto brava”.

DA LEGGERE FINO ALLA FINE…..

http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/11/news/auschwitz_intervista_lasker-harpprecht-85817200/